I.

La mattina del 18 di luglio, dell’anno 1574, Venezia era tutta in

fervore ed in giubilo: in quella mattina appunto l’antica _dominante_

adriatica doveva accogliere fra le sue mura ed ospitare il giovane

Enrico di Valois, duca d’Angiò, e da poco più di tre mesi re di

Polonia, il quale, abbandonata clandestinamente la sua buona città

di Cracovia, e piantati in asso i suoi fedelissimi sudditi, se ne

tornava a piccole giornate in Francia, per cingervi la maggiore corona

che Carlo IX, suo fratello, morendo a ventiquattro anni, gli aveva

inaspettatamente lasciata.

Le accoglienze e i festeggiamenti furono solenni e trionfali, degni

in tutto dell’ospite augusto, degni di quella magnifica Signoria,

degni della città più opulenta e fastosa che fosse allora in terra

di cristiani; di quella che, nonostante alcun segno di già cominciata

decadenza, nativi e forestieri s’accordavano a chiamare la regina dei

mari, la meraviglia del mondo.

Già più giorni innanzi, il Senato aveva mandato incontro al principe

fortunato, sino a Vienna, il segretario Bonriccio. Alla Pontebba,

cioè al confine, cominciarono le onoranze maggiori. Patrizii illustri

inchinarono il re al suo entrare nel territorio della Repubblica,

e gli diedero il benvenuto; il duca di Ferrara gli andò incontro

sino a Spilimbergo; e dovunque erano artiglierie, salve fragorose e

ripetute diedero segno di esultanza e fecero plauso al suo passaggio.

La sera del 17, un sabato, il re giunse a Murano, già celebre sin

da allora per l’artificio mirabile de’ suoi vetri, e vi passò la

notte. Il giorno seguente, il doge in persona, accompagnato da tutta

la Signoria, andò a levarlo con una galea soprammodo pomposa e lo

condusse al Lido, ove era eretto, davanti alla chiesa di San Niccolò,

un magnifico arco trionfale, opera del famoso Palladio, e di contro

all’arco una grande e bellissima loggia, con dieci colonne d’ordine

corinzio, e con figurate all’intorno tutte le virtù. Al Lido fu

celebrata una messa, e poi il re fu condotto in Bucintoro al palazzo

Foscari, dove ogni cosa era apparecchiata per degnamente ospitarlo, e

quaranta giovani gentiluomini erano ordinati a servirlo. La notte ci

fu grande luminaria per tutto il Canal Grande, e nei giorni seguenti

le feste succedettero alle feste, gli spettacoli agli spettacoli,

ininterrottamente, con tanta magnificenza e pompa, con sì grande

concorso e letizia di popolo, che nulla di simile si ricordava, nè

s’era veduto mai, nemmeno al tempo dell’entrata in Venezia di Caterina

Cornaro, già stata regina di Cipro. Il lunedì si fece una grandissima

regata _d’ogni sorte legni_, cosa che al giovane re riuscì al tutto

nuova, e incontrò molto il suo gradimento. Il martedì entrata solenne

del duca di Savoja, che con molti altri signori veniva ad ossequiare il

re di Francia. Il mercoledì sontuoso banchetto nelle sale del Palazzo

ducale, preceduto da un _Te Deum_ in San Marco, rallegrato da _musiche

e concerti inauditi_, e seguito dalla rappresentazione di una _tragedia

in canto_: le mense erano imbandite per tremila persone. Il giovedì

il re fece visita al doge, e poi fu a una festa privata nel palazzo

del Patriarca Grimani, del quale visitò anche il celebre _studio

d’antichità_, o vogliam dire museo. Il venerdì giunsero in Venezia il

duca di Mantova e il Gran Priore di Francia, e il buon re ebbe il gusto

di prender parte in Consiglio alla elezione dei magistrati, e diede

palla d’oro per Giacomo Contarini, che fu fatto dei Pregadi: la sera

fuochi artificiali meravigliosi davanti al palazzo Foscari. Il sabato

visita all’Arsenale, che era ancora il primo del mondo, seguita da

_una bellissima colazione di confezioni, e di frutti di zuccari, coi

cortelli, con le tovaglie, coi piatti, e con le forcine_ (_cosa non più

escogitata_) _fatte di zuccaro_. La domenica ballo nella sala del Gran

Consiglio, _dove si trovarono dugento gentildonne di singolar bellezza,

tutte vestite di bianco, e adornate di perle, e d’infinite gioje

di uno incredibil valore_; poi _colazione ricchissima_ con sessanta

maniere di confezioni. Il lunedì guerra di bastoni fra Castellani e

Niccolotti al Ponte dei Carmini. Tutti i giorni, alle due ore di sera,

_singolarissimi concerti_ dinanzi al palazzo Foscari[340].

Il martedì finalmente, decimo giorno dall’arrivo, si partì il re da

Venezia, innamorato di quella città e di quel popolo, cattivato da

quelle accoglienze, stupito di tante impareggiabili pompe, lasciando

molti e cospicui pegni del suo gradimento e del suo favore, e

giurando, affermano gli storici, ch’egli era per serbare eterna e

fedele memoria dell’onore fattogli e della dimostratagli benevolenza.

Ma gli storici che diedero particolareggiato ragguaglio di quegli

avvenimenti memorabili; gli storici che ricordano come il re visitasse

nel Fondaco dei Tedeschi il banco di quei Fugger, ricchi sfondolati, i

quali, usi di soccorrere di denari imperatori e papi, potevano anche

a lui far comodo di cento o dugentomila fiorini, e come comperasse

da uno di quegli orafi di Rialto uno scettro di grandissima valuta

e di mirabil lavoro; gli storici, dico, non accennano neanco di

passata a un altro fatto del principe, fatto che può avere poca

importanza per la storia di Polonia e di Francia, ma che per noi ne

ha moltissima. Un bel giorno, ma più probabilmente una bella notte,

il giovane re, abbarbagliati gli occhi dallo sfolgorio dei drappi

d’oro, degli ostri, dei giojelli, delle argenterie, delle luminarie e

dei fuochi artificiali; intronati gli orecchi dalle lunghe dicerie,

dagli innumerevoli versi recitati in suo onore, dai _singolarissimi

concerti_ e dallo sbombardamento delle artiglierie; imbuzzito a furia

di desinari interminabili, e di _colazioni ricchissime_; leggermente

fastidito delle cerimonie ufficiali, e, si può credere, messo in

uzzolo dalla vista di tante belle patrizie, sentì desiderio di alcun

gaudio più tranquillo e più intimo, e uscito alla chetichella dal

miracoloso palazzo che ancora si specchia nell’acque del Canal Grande,

se n’andò, guidato senza dubbio da un Mentore servizievole e discreto,

in contrada di San Giovanni Crisostomo, e quivi picchiò all’uscio di

una casa di onesta e decorosa apparenza, entro la quale fu immantinente

ricevuto. In quella casa abitava Veronica Franco, veneziana di nascita,

cortigiana di professione, poetessa per inclinazione e per ingegno.

Il serenissimo doge e l’almo Senato non avevano pensato che Enrico di

Valois, re di Polonia e di Francia, non passava il ventesimoterzo anno

dell’età sua.

La notizia del fatto memorabile noi la dobbiamo alla Veronica

stessa, la quale, in una lettera scritta appunto _all’invittissimo e

cristianissimo Re Enrico III_, e che è la seconda del suo volume di

_Lettere familiari a diversi_, ricorda con legittimo orgoglio il giorno

felice in cui egli degnò di sua regale presenza l’_umile abitazione_ di

lei. La Veronica non entra in altri particolari circa il colloquio; ma

noi abbiamo ragione di credere che il re ne rimanesse contento, perchè

in partirsi tolse un ritratto di lei, condotto in ismalto, e fece

molte _benigne e graziose_ offerte, le quali non sappiamo che seguito

avessero. Nella lettera ella promette di dedicare a lui un suo libro,

e gli manda intanto due sonetti, nel primo dei quali la visita di lui

è assomigliata alle visite che Giove si degnava di fare in antico alle

povere mortali, e nell’altro ella esprime il desiderio di alzar _fuor

del mondo_ e _sopra il cielo_ con le sue lodi il giovane eroe

In armi, e in pace, a mille prove esperto.

Ma che donna mai era cotesta Veronica, e quali le sue prerogative,

perchè un re coronato, ospite della più illustre e possente delle

repubbliche, andasse, in occasione di tanta solennità, a visitarla

nella propria casa di lei, ne togliesse come grato ricordo il ritratto,

le facesse graziose e generose profferte? Che donna era cotesta, la

quale poteva farsi lecito di scrivere a cotal re una lettera in cui

quella visita e quelle altre particolarità erano ricordate, poteva

offrire e promettere un libro in cui ella, Veronica, avrebbe celebrato

e glorificato quel re, e poteva far pubblica quella lettera per le

stampe, di maniera che a ognuno fosse dato vederla? Se noi diciamo

ch’ella era una cortigiana, come innegabilmente era, ci par di dire

cosa la quale non solo non giustifichi e non ispieghi i portamenti

di lui e di lei, ma dovrebbe, piuttosto, far supporre di lui e di lei

portamenti in tutto diversi. Ora, nè il re mostra di vergognarsi della

famigliarità ch’egli ha con la cortigiana, nè la cortigiana mostra

di sospettare che il re possa vergognarsene, e che per conseguenza

s’addica a lei un prudente riserbo e una lodevole discrezione. Ma se

così è, vorrà dire che quel nome di cortigiana, non ha, o non aveva

allora, il pessimo significato che gli si suole attribuire; vorrà dire

che la cortigiana non era giudicata così severamente come pare a noi

che dovrebb’essere giudicata, e che il più mite e benevolo giudizio

le permetteva di tenere nella civil società un luogo che non avrebbe

altrimenti tenuto, di godere immunità e benefizii che non avrebbe

altrimenti goduto.

Procuriamo dunque, prima di andare innanzi, di farci un giusto

concetto di ciò che fosse la cortigiana nel Cinquecento, e gioviamoci

a tal fine delle testimonianze e dei giudizii dei contemporanei.

Tali testimonianze e tali giudizii non sempre sono concordi, anzi si

contraddicono spesso; ma se noi riusciamo ad intender bene le ragioni

che variamente muovono giudici e testimoni, le contraddizioni si

spiegheran facilmente, e non ci torran di conoscere il vero delle cose.

La digressione sarà un pochino lunga, ma, oso sperare, non nojosa; e

se, giunti al termine di essa, avremo acquistato della cortigiana, dei

suoi costumi, della sua condizion di vita, una nozione più piena e più

esatta che prima non avevamo, ci riuscirà incomparabilmente più agevole

intender l’animo e la vita di Veronica Franco, alla quale allora

ritorneremo[341].

Attraverso il Cinquecento · 第 23 / 46 题