VIII.

E ora concludiamo.

L’Aretino non è quel pessimo e mostruoso uomo che s’è voluto fare

di lui, o almeno non merita solo l’infamia, se le male qualità che

gliel’hanno procacciata appartengono, non meno che a lui, al suo

secolo.

L’Aretino non può essere messo nel novero dei grandi scrittori, perchè

non lasciò dopo sè nessun capolavoro; ma alcune delle cose sue sono

molto pregevoli, e tutte fanno fede di uno spirito ardito e di certe

tendenze novatrici delle quali non fu tenuto conto abbastanza, e

che meritano invero molta considerazione. A mio giudizio, l’Aretino

ha, come letterato, assai più importanza che non il Guidiccioni, il

Casa, o alcun altro simile, il cui nome figura nientedimeno assai più

onoratamente nelle molte storie della nostra letteratura.

La doppia infamia, morale e letteraria, che ingombrò il nome

dell’Aretino, si deve in parte alla invidia degli emuli superati da

lui, in parte, e credo principalmente, alla reazione cattolica. La

Chiesa, in vena di riforme, guardò con dispetto e con esecrazione quel

secolo che pur da un pontefice doveva prendere nome, e detestò quei

costumi, ch’essa stessa, scientemente o non, aveva favoriti, ma che

le procacciarono poi la più grande jattura che mai le sia toccata, lo

scisma di Lutero. E poichè condannare intero quel passato non poteva

senza condannare in pari tempo sè stessa, e poichè diveniva urgente

di dare altrui un chiaro concetto di quella depravazione da cui

bisognava appunto scostarsi, essa riversò tutta l’ira sua sopra alcuni

che in quel secolo avevano primeggiato, e, come tipi, li propose alla

abominazione delle genti. Così incontrò all’Aretino; così incontrò

anche al Machiavelli; e l’uno e l’altro furono messi fuori dell’umano

consorzio, furono cacciati nel deserto come capri emissarii, carichi

delle colpe d’Israele.

O prima o poi si troverà chi rinarri, nel modo che dai tempi è

richiesto, la vita di Pietro Aretino, e non sarà un accusatore, nè un

panegirista, ma uno storico. Non so quali nuove e particolari notizie

potrà recare l’opera sua; ma la leggenda, credo, ne sarà sparita, e

ne terrà il luogo questo giudizio: Pietro Aretino non è, moralmente

parlando, peggior del suo secolo, e come scrittore vale più di parecchi

che godono assai miglior fama di lui.

Attraverso il Cinquecento · 第 17 / 46 题