VII.

L’Aretino si esercitò in tutti i possibili generi letterarii, dalla

pasquinata alla tragedia, dalla novella al poema epico, dalla lettera

al racconto ascetico. Non tutte le cose sue sono di pari valore, ed il

valor di parecchie è pochissimo; ma volerle mettere tutte in un fascio

e sentenziare che in tutte c’è poco o nulla di buono è, non solamente

ingiusto, ma assurdo. Diamo un’occhiata alle principali.

L’Aretino riesce meglio assai nella prosa che nel verso. A quella sua

natura intemperante e scomposta doveva esser più particolarmente grave

il giogo della misura e della rima, increscioso il magistero delicato

ed arduo della poesia. Ciò nondimeno, compose, secondo l’uso de’ tempi,

infiniti versi, d’ogni qualità e suono. I sonetti sono in generale

cattivi, e pessimi quelli in cui si tuffa nel patetico e nell’eroico;

ma i capitoli, se inferiori, e di molto, a quelli del Berni, sono

tuttavia pieni di vivacità e d’arguzia, e possono stare alla pari con

quelli dei migliori berneschi.

I saggi di poema cavalleresco che ci son pervenuti, i tre canti della

_Marfisa_, i due delle _Lagrime d’Angelica_, non sono a dir vero gran

cosa, benchè più che grande sembrassero al Doni, prima che d’amico

diventasse nemico, e a Bernardo Accolti, che si faceva chiamar l’Unico.

L’Aretino stesso non doveva esserne troppo contento, se dell’uno e

dell’altro poema mandò fuori poco più che il principio, e se della

_Marfisa_ faceva abbruciare, come abbiamo veduto, le migliaja di

stanze.

Egli, che aveva così vivo sentimento della realtà, non doveva trovarsi

troppo a suo agio in quel mondo favoloso della epopea romanzesca,

e se pure ci si cacciò dentro, il fece, senza dubbio, per seguitare

l’andazzo, o per mostrare che poteva provarsi in questa come in ogni

altra impresa letteraria. Tanto più degno di lode parrà che egli sia

riuscito a introdurre in quei saggi suoi qualche novità d’invenzione,

che siasene uscito con essi dalla via più trita, e, diciamolo pure,

più nojosa; ma non è men vero che all’indole del suo ingegno e ai

suoi gusti, assai più della _Marfisa_, delle _Lagrime d’Angelica_ e

dell’_Astolfeida_, quasi sconosciuta, si confà l’_Orlandino_.

L’_Orlandino_ è un tentativo di poema burlesco, in cui Orlando, e Carlo

Magno e i paladini tutti, oggetto già di tanta e sì loquace ammirazione

poetica, sono posti alla berlina, vituperati, trasformati in ghiottoni

e in poltroni. Fu detto che così facendo l’Aretino abbassava il

mondo cavalleresco al suo livello; ma non mi pare giudizio giusto.

L’_Orlandino_ è un frammento di poema parodico e satirico, e prima di

pronunziare così aspra sentenza, si deve considerare se la parodia e

la satira sono in tal caso legittime ed opportune. E sono certamente.

Non bisogna dimenticare che quel mondo cavalleresco era già venuto a

noja gran tempo innanzi, e che le prime satire e parodie s’incontrano

in Francia, nel paese a cui le moderne letterature debbono l’epopea

carolingia e l’epopea bretone. Non bisogna dimenticare che di quella

noja si genera il _Don Chisciotte_. In Italia Luigi Pulci già con

molto buon garbo si burla dei suoi cavalieri, e basta pensare all’uso

che nel Cinquecento si fece delle finzioni romanzesche, allo strabocco

di poemi imitati dall’_Orlando Innamorato_ e dall’_Orlando Furioso_,

che allora allagò e sommerse l’Italia, per intendere che una reazione

era, non legittima soltanto, ma inevitabile. E la reazione venne e

venne col _Baldo_ di Teofilo Folengo e con l’_Orlandino_ del nostro

Pietro, il quale, in una sua lettera al capitano Faloppia, si burla

anche delle _ciabatterie_ dei poeti della Tavola Rotonda[250]. E in

un altro _Orlandino_ il Folengo chiama con uno strano nome, e danna a

un uso ch’io non dirò qual sia, tutti i poemi cavallereschi, meno il

_Morgante_, l’_Innamorato_, il _Furioso_ e il _Mambriano_[251].

Ma le composizioni senza dubbio più pregevoli dell’Aretino sono le

drammatiche. Raccostare per l’_Orazia_ l’Aretino allo Shakespeare è

pazzia bella e buona; ma non è men vero che è questa una delle migliori

tragedie del Cinquecento, la prima che risolutamente si scosti dal

tipo classico, e quella tra tutte che procede con fare più largo, e che

spira più vivo soffio di umanità. Essa accenna alla maniera che tenne

più tardi lo Shakespeare, e non è questa una picciola gloria. Quanto

alle commedie, sono certamente delle migliori del nostro Teatro, e,

direi, superiori a tutte, meno due o tre. Con esse l’Aretino si toglie

deliberatamente dall’usanza comune, ch’era di rifar Plauto e Terenzio,

usanza a cui nemmeno un Lodovico Ariosto volle o potè ribellarsi.

Discepolo della natura, quale si protesta anche una volta nel Prologo

dell’_Orazia_, l’Aretino si studia di riprodur sulla scena il suo

mondo, e mette una buona volta da banda quelle favole stantie di padri

ingannati, di figliuoli discoli, di servi nemici degli uni e ajutatori

degli altri, per surrogarle con altre, desunte immediatamente dalla

vita dei tempi. I vecchi tipi tradizionali e invariabili fanno luogo

nelle sue commedie a figure vive, a veri caratteri, tratteggiati con

molta bravura, e molta e fine cognizione del cuore umano: tale è quel

maniscalco cui si dà ad intendere che il signore vuol fargli tor moglie

per forza; tale quel Plataristotile, filosofo speculativo, che ha il

capo pieno di alte massime, e piena la bocca di gravi sentenze, e nulla

vede della tresca che gli fanno intorno i servitori e la moglie; tale

quell’ipocrita, di cui basti dire che il Molière lo conobbe certamente,

e se ne giovò per il suo _Tartufe_; tali altri molti. Qui i servitori

non sono i soliti inventori di burle e di trappole in danno dei vecchi

avari, in benefizio dei giovani scapestrati; ma lavorano per proprio

conto, fanno i proprii interessi, e più accorti di tutti, di tutti

beffandosi, empiono la scena di scontri e di casi ridicoli. Giannico,

il ragazzo del maniscalco, è il più petulante e fastidioso monello che

si possa veder sul teatro, e Ippolito Salviano, mutandogli il nome

in Farfanicchio, lo introdusse in certa sua commedia. Le burle e le

truffe del Fora e del Costa nella Talanta sono saporitissime novelle

messe in azione. I personaggi principali hanno intorno una turba di

personaggi secondarii, i quali riproducon l’ambiente; mercanti, ebrei,

cantastorie, dottori, capitani, pedanti, frati, sbirri. Nell’ultima

scena della _Talanta_ ce ne sono non meno di diciannove riuniti.

Non so perchè dica il Burckhardt che l’Aretino non era buono di trovare

la vera disposizione drammatica di una commedia[252]. Ad ogni modo la

misura della propria potenza comica l’Aretino la dà nel _Marescalco_,

dove una situazione unica è protratta e sostenuta per cinque interi

atti senza che l’interesse languisca un momento. E molti altri pregi ci

sono in queste commedie. I prologhi sono i più nuovi, i più briosi, i

più ingegnosi che siensi mai scritti, e quelli del Lasca fanno la ben

magra figura al paragone. Il dialogo è di una vivezza insuperabile,

naturale e argutissimo, meno che nelle scene d’amore patetico, dove

l’Aretino non si sente troppo dimestico. I soliti cattivi spedienti

di somiglianze strane, di abiti scambiati non mancano; ma non se ne fa

quell’abuso che nelle altre commedie del tempo. Insomma non dice troppo

chi dice che la tragedia e le commedie dell’Aretino accennano a una

riforma del teatro importantissima.

Dell’altre opere che mi sembra opportuno ricordare mi sbrigo in due

parole. I _Ragionamenti_ saranno infami fin che si vuole; ma come

dialoghi sono dei più gustosi che il Cinquecento abbia prodotto, e in

essi, non meno che nelle commedie, guizza un fuoco di satira che lascia

il segno ove tocca. Perchè, non dispiaccia ai suoi troppo arrabbiati

nemici, e ai suoi detrattori implacabili, l’Aretino ha in sè tale un

rigoglio di spirito satirico, che pochi in quel secolo hanno l’eguale.

Lodovico Ariosto, sferzati, nella satira a Pietro Bembo, gli umanisti

viziosi, i poeti increduli e vaghi di mutarsi il nome cristiano in

pagano, esclama:

Ma se degli altri io vuo’ scoprir gli altari,

Tu dirai che rubato e del Pistoja

E di Pietro Aretino abbia gli armari.

Scipione Ammirato chiama _maravigliosa_ l’eloquenza con cui l’Aretino

_spiegò tutta l’arte del puttanesmo_. Le lettere furono le prime

lettere volgari che si stampassero, e fecero che molti poi si

mettessero a comporne e stamparne. Esse sono per noi un repertorio

prezioso di notizie d’ogni maniera, e contengono fedelissime dipinture

dei tempi, il che non poteva intendere il Menagio, quando disse di non

averci mai trovato dentro cosa che potesse mettere ne’ suoi libri[253].

Certo l’Aretino aveva ragione di tenerle assai migliori di quelle di

Bernardo Tasso[254].

Quanto alle opere sacre dirò ch’esse non dispiacquero punto ai

contemporanei; che furono tradotte in francese; che Vittoria Colonna

avrebbe voluto che l’Aretino si desse tutto intero a comporne, e che

anche il Dolce ne compose di simili. Non le difendo, anzi dichiaro che

sono nojosissime a leggere; ma a chi fa un grave carico all’Aretino

per aver mescolato ai racconti degli Evangeli, o alle leggende dei

santi, favole da lui immaginate, dico che così praticando l’Aretino

non faceva peggio di coloro che ci cacciavan dentro tutta la mitologia.

Letterariamente parlando, faceva assai meglio.

Attraverso il Cinquecento · 第 16 / 46 题