L’Aretino si esercitò in tutti i possibili generi letterarii, dalla
pasquinata alla tragedia, dalla novella al poema epico, dalla lettera
al racconto ascetico. Non tutte le cose sue sono di pari valore, ed il
valor di parecchie è pochissimo; ma volerle mettere tutte in un fascio
e sentenziare che in tutte c’è poco o nulla di buono è, non solamente
ingiusto, ma assurdo. Diamo un’occhiata alle principali.
L’Aretino riesce meglio assai nella prosa che nel verso. A quella sua
natura intemperante e scomposta doveva esser più particolarmente grave
il giogo della misura e della rima, increscioso il magistero delicato
ed arduo della poesia. Ciò nondimeno, compose, secondo l’uso de’ tempi,
infiniti versi, d’ogni qualità e suono. I sonetti sono in generale
cattivi, e pessimi quelli in cui si tuffa nel patetico e nell’eroico;
ma i capitoli, se inferiori, e di molto, a quelli del Berni, sono
tuttavia pieni di vivacità e d’arguzia, e possono stare alla pari con
quelli dei migliori berneschi.
I saggi di poema cavalleresco che ci son pervenuti, i tre canti della
_Marfisa_, i due delle _Lagrime d’Angelica_, non sono a dir vero gran
cosa, benchè più che grande sembrassero al Doni, prima che d’amico
diventasse nemico, e a Bernardo Accolti, che si faceva chiamar l’Unico.
L’Aretino stesso non doveva esserne troppo contento, se dell’uno e
dell’altro poema mandò fuori poco più che il principio, e se della
_Marfisa_ faceva abbruciare, come abbiamo veduto, le migliaja di
stanze.
Egli, che aveva così vivo sentimento della realtà, non doveva trovarsi
troppo a suo agio in quel mondo favoloso della epopea romanzesca,
e se pure ci si cacciò dentro, il fece, senza dubbio, per seguitare
l’andazzo, o per mostrare che poteva provarsi in questa come in ogni
altra impresa letteraria. Tanto più degno di lode parrà che egli sia
riuscito a introdurre in quei saggi suoi qualche novità d’invenzione,
che siasene uscito con essi dalla via più trita, e, diciamolo pure,
più nojosa; ma non è men vero che all’indole del suo ingegno e ai
suoi gusti, assai più della _Marfisa_, delle _Lagrime d’Angelica_ e
dell’_Astolfeida_, quasi sconosciuta, si confà l’_Orlandino_.
L’_Orlandino_ è un tentativo di poema burlesco, in cui Orlando, e Carlo
Magno e i paladini tutti, oggetto già di tanta e sì loquace ammirazione
poetica, sono posti alla berlina, vituperati, trasformati in ghiottoni
e in poltroni. Fu detto che così facendo l’Aretino abbassava il
mondo cavalleresco al suo livello; ma non mi pare giudizio giusto.
L’_Orlandino_ è un frammento di poema parodico e satirico, e prima di
pronunziare così aspra sentenza, si deve considerare se la parodia e
la satira sono in tal caso legittime ed opportune. E sono certamente.
Non bisogna dimenticare che quel mondo cavalleresco era già venuto a
noja gran tempo innanzi, e che le prime satire e parodie s’incontrano
in Francia, nel paese a cui le moderne letterature debbono l’epopea
carolingia e l’epopea bretone. Non bisogna dimenticare che di quella
noja si genera il _Don Chisciotte_. In Italia Luigi Pulci già con
molto buon garbo si burla dei suoi cavalieri, e basta pensare all’uso
che nel Cinquecento si fece delle finzioni romanzesche, allo strabocco
di poemi imitati dall’_Orlando Innamorato_ e dall’_Orlando Furioso_,
che allora allagò e sommerse l’Italia, per intendere che una reazione
era, non legittima soltanto, ma inevitabile. E la reazione venne e
venne col _Baldo_ di Teofilo Folengo e con l’_Orlandino_ del nostro
Pietro, il quale, in una sua lettera al capitano Faloppia, si burla
anche delle _ciabatterie_ dei poeti della Tavola Rotonda[250]. E in
un altro _Orlandino_ il Folengo chiama con uno strano nome, e danna a
un uso ch’io non dirò qual sia, tutti i poemi cavallereschi, meno il
_Morgante_, l’_Innamorato_, il _Furioso_ e il _Mambriano_[251].
Ma le composizioni senza dubbio più pregevoli dell’Aretino sono le
drammatiche. Raccostare per l’_Orazia_ l’Aretino allo Shakespeare è
pazzia bella e buona; ma non è men vero che è questa una delle migliori
tragedie del Cinquecento, la prima che risolutamente si scosti dal
tipo classico, e quella tra tutte che procede con fare più largo, e che
spira più vivo soffio di umanità. Essa accenna alla maniera che tenne
più tardi lo Shakespeare, e non è questa una picciola gloria. Quanto
alle commedie, sono certamente delle migliori del nostro Teatro, e,
direi, superiori a tutte, meno due o tre. Con esse l’Aretino si toglie
deliberatamente dall’usanza comune, ch’era di rifar Plauto e Terenzio,
usanza a cui nemmeno un Lodovico Ariosto volle o potè ribellarsi.
Discepolo della natura, quale si protesta anche una volta nel Prologo
dell’_Orazia_, l’Aretino si studia di riprodur sulla scena il suo
mondo, e mette una buona volta da banda quelle favole stantie di padri
ingannati, di figliuoli discoli, di servi nemici degli uni e ajutatori
degli altri, per surrogarle con altre, desunte immediatamente dalla
vita dei tempi. I vecchi tipi tradizionali e invariabili fanno luogo
nelle sue commedie a figure vive, a veri caratteri, tratteggiati con
molta bravura, e molta e fine cognizione del cuore umano: tale è quel
maniscalco cui si dà ad intendere che il signore vuol fargli tor moglie
per forza; tale quel Plataristotile, filosofo speculativo, che ha il
capo pieno di alte massime, e piena la bocca di gravi sentenze, e nulla
vede della tresca che gli fanno intorno i servitori e la moglie; tale
quell’ipocrita, di cui basti dire che il Molière lo conobbe certamente,
e se ne giovò per il suo _Tartufe_; tali altri molti. Qui i servitori
non sono i soliti inventori di burle e di trappole in danno dei vecchi
avari, in benefizio dei giovani scapestrati; ma lavorano per proprio
conto, fanno i proprii interessi, e più accorti di tutti, di tutti
beffandosi, empiono la scena di scontri e di casi ridicoli. Giannico,
il ragazzo del maniscalco, è il più petulante e fastidioso monello che
si possa veder sul teatro, e Ippolito Salviano, mutandogli il nome
in Farfanicchio, lo introdusse in certa sua commedia. Le burle e le
truffe del Fora e del Costa nella Talanta sono saporitissime novelle
messe in azione. I personaggi principali hanno intorno una turba di
personaggi secondarii, i quali riproducon l’ambiente; mercanti, ebrei,
cantastorie, dottori, capitani, pedanti, frati, sbirri. Nell’ultima
scena della _Talanta_ ce ne sono non meno di diciannove riuniti.
Non so perchè dica il Burckhardt che l’Aretino non era buono di trovare
la vera disposizione drammatica di una commedia[252]. Ad ogni modo la
misura della propria potenza comica l’Aretino la dà nel _Marescalco_,
dove una situazione unica è protratta e sostenuta per cinque interi
atti senza che l’interesse languisca un momento. E molti altri pregi ci
sono in queste commedie. I prologhi sono i più nuovi, i più briosi, i
più ingegnosi che siensi mai scritti, e quelli del Lasca fanno la ben
magra figura al paragone. Il dialogo è di una vivezza insuperabile,
naturale e argutissimo, meno che nelle scene d’amore patetico, dove
l’Aretino non si sente troppo dimestico. I soliti cattivi spedienti
di somiglianze strane, di abiti scambiati non mancano; ma non se ne fa
quell’abuso che nelle altre commedie del tempo. Insomma non dice troppo
chi dice che la tragedia e le commedie dell’Aretino accennano a una
riforma del teatro importantissima.
Dell’altre opere che mi sembra opportuno ricordare mi sbrigo in due
parole. I _Ragionamenti_ saranno infami fin che si vuole; ma come
dialoghi sono dei più gustosi che il Cinquecento abbia prodotto, e in
essi, non meno che nelle commedie, guizza un fuoco di satira che lascia
il segno ove tocca. Perchè, non dispiaccia ai suoi troppo arrabbiati
nemici, e ai suoi detrattori implacabili, l’Aretino ha in sè tale un
rigoglio di spirito satirico, che pochi in quel secolo hanno l’eguale.
Lodovico Ariosto, sferzati, nella satira a Pietro Bembo, gli umanisti
viziosi, i poeti increduli e vaghi di mutarsi il nome cristiano in
pagano, esclama:
Ma se degli altri io vuo’ scoprir gli altari,
Tu dirai che rubato e del Pistoja
E di Pietro Aretino abbia gli armari.
Scipione Ammirato chiama _maravigliosa_ l’eloquenza con cui l’Aretino
_spiegò tutta l’arte del puttanesmo_. Le lettere furono le prime
lettere volgari che si stampassero, e fecero che molti poi si
mettessero a comporne e stamparne. Esse sono per noi un repertorio
prezioso di notizie d’ogni maniera, e contengono fedelissime dipinture
dei tempi, il che non poteva intendere il Menagio, quando disse di non
averci mai trovato dentro cosa che potesse mettere ne’ suoi libri[253].
Certo l’Aretino aveva ragione di tenerle assai migliori di quelle di
Bernardo Tasso[254].
Quanto alle opere sacre dirò ch’esse non dispiacquero punto ai
contemporanei; che furono tradotte in francese; che Vittoria Colonna
avrebbe voluto che l’Aretino si desse tutto intero a comporne, e che
anche il Dolce ne compose di simili. Non le difendo, anzi dichiaro che
sono nojosissime a leggere; ma a chi fa un grave carico all’Aretino
per aver mescolato ai racconti degli Evangeli, o alle leggende dei
santi, favole da lui immaginate, dico che così praticando l’Aretino
non faceva peggio di coloro che ci cacciavan dentro tutta la mitologia.
Letterariamente parlando, faceva assai meglio.