Piaggie, liti, scogli, venti ed aure,
Cristalli, fiere, augelli, pesci e serpi,
Greggi, spelunche, armenti, tronchi, antri, dei,
Stelle, paradiso, ombre, nebbie, omei.
MOMO. Costui è pazzo; odi versi! Sapevi tu far altro? e avevi messo
altro nel tuo libro?
ANIMA. L’edere d’Ippocrene, gli amenissimi platani, i dirittissimi
abeti, l’incorruttibil tiglio, le canne di Menalo, le querce di
Dodona, i mirti d’Aganippe, i noderosi castagni e gli eccelsi
pini[93].
Il buon Momo non vuol udirne di più: fa ingollare allo scarpellino
poeta certo beverone e lo rimanda al mondo d’onde è venuto.
Il Doni era grande ammiratore del Petrarca, come prova, tra l’altro,
una lettera tutta in lode del sommo poeta, lettera che si legge
nella sua _Zucca_; ma i petrarchisti, o i petrarchevolisti, come più
acconciamente li avrebbe chiamati Mattio Franzesi, specie quelli di
bassa lega, non li poteva soffrire, e con lui non li potevan soffrire
quanti avevano giusto concetto dei fini e della dignità dell’arte.
Quello strabocco di poesia annacquaticcia, scolorita, scipita, faceva
alla fine venir la nausea a chi era di più forte sentire, di gusti
meno smaccati, e più d’uno lamentava col Franco che tanto si fosse
rinforzata in Italia la maledetta foja della _sonettaria_. Chi si
sentiva muovere dentro qualcosa di vivo e di caldo, chi credeva d’avere
qualcosa di proprio da dire, non poteva non farsi beffe di que’ poeti
da scranna, a’ quali accenna il Mauro nel suo capitolo _Della caccia_,
là dove dice che
i lor versi
Ricaman d’altro che d’oro e di seta;
E negli studi stan sempre a sedersi,
Ove tengon le muse pei capelli,
Che sputan detti leggiadretti e tersi.
Molti avevano, non solo un buon concetto di ciò che deve essere poesia
in genere, ma ancora come un presentimento indistinto ed ansioso
di un’arte nuova che dovesse avvenire, di un nuovo mondo poetico
che dovesse essere rivelato alle genti, dove non la imitazione, ma
l’invenzione, non la pedissequa timidità, ma il felice ardimento
segnassero la via della gloria, e non potevano acconciarsi a quella
poesia peritosa e servile, sonante di parole e vuota d’idee, fatta di
tasselli e lisciata con la pomice. Altro si voleva oramai. «O turba
errante», esclamava l’Aretino con intuito meraviglioso e con bella
efficacia di parole, «io ti dico e ridico che la poesia è un ghiribizzo
de la natura ne le sue allegrezze, il qual si sta nel furor proprio,
e mancandone, il cantar poetico diventa un cimbalo senza sonagli, e un
campanil senza campane; per la qual cosa, chi vuol comporre, e non trae
cotal grazia da le fasce, è un zugo infreddato[94]». E altrove, con
assai buon sentimento del vizio capitale della imitazione: «Io non mi
son tolto da gli andari del Petrarca, nè del Boccaccio, per ignoranza,
che pur so ciò che essi sono; ma per non perder il tempo, la pazienza
e il nome nella pazzia del volermi trasformar in loro, non essendo
possibile[95]».
L’Aretino doveva essere per natura e per consuetudini letterarie
un gran nemico del petrarchismo, nè deve far credere altrimenti
la somma riverenza da lui sempre addimostrata al principe di essi
tutti, all’eccellentissimo Bembo, cui più di una volta difese contro
detrattori temerarii, e cui chiama immortalissimo, reverendissimo,
celeste, dicendosi indegno persin di lodarlo, gridando che egli
aveva data _agli uomini la ricetta del come possano diventare iddii_,
assicurandogli eternità di fama in un sonetto quando e’ fu morto[96].
Biasimi e lodi costavano egualmente poco al Divino, cioè nulla. Egli ed
il Bembo stavano sui convenevoli, perchè l’uno temeva dell’altro; ma
non eran uomini che potessero intendersi e accordarsi in nulla; e per
ciò che spetta all’Aretino, ha certamente ragione l’autore di quella
Vita di lui che va sotto nome del Berni, quando dice che non poteva
soffrire il Bembo sebbene assai lo lodasse.
Ciò che della poesia petrarchevole pensava Pietro Aretino altri ancora
pensavano; ma niuno certamente espresse il suo pensiero in forma più
compiuta di quello fece in un apposito capitolo contro i petrarchisti
Cornelio Castaldi, poeta poco noto, ma cui spetta nulladimeno il
vanto di essersi tratto fuori del comun gregge e d’aver tentato nuove
vie[97].
Leggo talor tutto un vostro volume
Da capo a piedi ch’io non vi discerno
D’arte o d’ingegno un semivivo lume.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io già vi amai, ed or non vi disamo,
Anzi v’onoro e riverisco in tanto
Che del versificar padri vi chiamo.
Ma non so darvi poetico vanto,
Perocchè mai non mi parrà poeta
Chi sol l’orecchi e mie pasce col canto.
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questo vostro infilzar di parolette
Mi rappresenta alla tenera etate.
Quando un fanciullo ad imparar si mette:
Che s’ei non scrive su carte rigate,
Non sa tener da sè dritta la mano,
Per non esser le dita anco addestrate.
E conchiude col verso:
Biasmo lo stil dove l’ingegno dorme,
il quale dice appunto ciò che un altro verso dice, un verso moderno che
fece chiasso e diventò proverbiale:
Odio il verso che suona e che non crea.
Del resto, nelle tendenze molteplici e discordi della letteratura
contemporanea il petrarchismo incontrava altre avversioni ed altri
contrasti. Anzi tutto non potevano essere fautori suoi quegli umanisti
intolleranti ed intransigenti che non avevano in pregio se non le opere
dei greci e dei latini, e stimavano cosa vile l’usare scrivendo altra
lingua che quella di Cicerone e di Virgilio. Contro a costoro ha un
sonetto il Lasca, nel quale li pettina a dovere. Li chiama pedanti e
logicuzzi; li accusa di mandare in rovina
La lor lingua toscana o fiorentina;
li strapazza, perchè nelle scienze concedono gli onori
Tutti ai latini ed ai greci scrittori,
mentre i più grandi fra quelli,
Virgilio, Orazio, Pindaro ed Omero
Appetto a Dante non vagliono un zero,
e son anche assai da meno del Petrarca e del Boccaccio. Ma quegli
stessi scrittori che si opponevano alle sciocche pretese dei pedanti,
quelli che, con ogni ragione, volevano essere italiani e non latini,
si scoprivano poi alla lor volta nemici, non del Petrarca, ma del
petrarchismo, se, come appunto è del Lasca, ritenevano nei gusti,
nel modo di pensare, nell’uso della lingua, alquanto, anzi molto,
del popolaresco; giacchè l’umor loro, schietto e nativo, non poteva
acconciarsi a quelle raffinatezze e a quegli arzigogoli della
petrarcheria. Anche il Lasca mostrava di professare una grande
ammirazione pel Bembo; ma bisognerebbe poter vedere che cosa ci
fosse sotto a quella sua ammirazione, e un pocolino il lascia vedere
egli stesso. Che non potessero essere molto teneri delle melanconie
petrarchevoli, e di una poesia moccicona, che si disfaceva in pioggia
di lacrime, ed esalava in vento di sospiri, quegli spiriti giovialoni
ed arguti, quei, come il Caro li chiama, poeti bajoni, che argomento
a verseggiare traevano dai casi minuti della vita d’ogni giorno, dai
piccoli piaceri un po’ volgari, dalle piccole miserie un po’ ridicole,
dalle mille storture degli uomini e delle cose, voglio dire i creatori
della poesia bernesca con a capo il loro padre comune, e con essi
quanti di tal poesia facevano festa e sollazzo, si capisce troppo
facilmente e non bisogna dimostrarlo. E così la intendeva il Lasca,
quando in una poesia da lui premessa alla edizione delle rime del
Berni, usciva a dire:
Chi brama di fuggir maninconia,
Fastidio, affanno, dispetto e dolore;
Chi vuol cacciar da sè la gelosia,
O, come diciam noi, martel d’amore,
Legga di grazia quest’opera mia,
Che gli empirà d’ogni dolcezza il cuore;
Perchè qui dentro non ciarla e non gracchia
Il Bembo merlo, o ’l Petrarca cornacchia.
E nella lettera a Lorenzo Scala, premessa egualmente a quelle rime,
diceva «le petrarcherie, le squisitezze, le bemberie, avere, anzichè
no, mezzo ristucco il mondo.» Perciò possiam credere che al duca di
Mantova non tornasse sgradito l’avvertimento che gli dava l’Aretino,
quando, mandandogli certa composizione ghiotta del Veniero, diceva:
Non aspettate veder la lindezza
Dell’andar petrarchevole a sollazzo,
Ch’a ricamar fiori e viole è avvezza.
Di quella lindezza doveva averne assai anche il duca di Mantova. Per
chi amava di parlar grasso e ridere alla sbracata (e Dio sa s’era gusto
di molti) non c’era canzoniere d’amore che valesse un sol capitolo
del Berni. Gabriello Simeoni non si peritava di dirlo apertamente e di
stamparlo.
Chi dice che ’l gentil compor berniesco
Non è il più bel che si leggesse mai
Sta dell’ingegno e del giudizio fresco.
Puossi con esso trar sospiri e guai
Senza tanti uopi, unquanchi, schivi e snelli,
Che dan che fare a gl’ignoranti assai.
Voglion le feste questi poverelli
Passarsi il tempo con un libro in mano
Senza tanti Laudivi o Vellutelli[98].
E notisi che il Simeoni fu grande ammiratore del Petrarca, e due volte
si recò a visitare Valchiusa, una il sepolcro del poeta. Per parte
loro i petrarchisti dovevano guardar con dispetto i poeti berneschi
e la lor poesia, e cercare di screditarli quanto più potevano, nè
io dirò che peccassero in questo. Certo il Giraldi Cinzio doveva
esprimere il pensiero di molti, quando scriveva: «Alle cose basse
nacque medesimamente il Bernia tra’ toscani, e tutti coloro che per
loro principale esercizio a quel modo han scritto ch’egli scrisse;
e infelici mi pajono quegli ingegni che spendono le lor buone ore in
così fatte scritture, piene di nascosta disonestà, e di materie plebee,
che sol dilettano a’ salcicciai, ed a simil sorti di genti»[99]. Che
dilettassero solo a’ salcicciai e a simil sorte di genti, non è punto
vero; e ad ogni modo rimane dubbio qual fosse poesia più oziosa se la
bernesca o la petrarchesca. Questa era certo più sciocca.
Nè più dei berneschi potevano essere amici al petrarchismo i poeti
maccheronici, che già nel fatto della lingua si mostravano sciolti
da ogni regola, non sottoposti ad autorità di sorte alcuna, figli e
fautori del proprio capriccio.
Ma se di molte beffe toccavano agl’imitatori del Petrarca, molte del
pari ne toccavano ai commentatori. Non commentatori, ma crocifissori
li chiama l’Aretino. «Se», dice egli nel Prologo della _Cortegiana_,
«la selva di Baccano fosse tutta di lauri, non basterebbe per coronar
crocifissori del Petrarca, i quali gli fanno dir cose con i loro
comenti che non gliene fariano confessare diece tratti di corda». Quel
bel matto di Alfonso de’ Pazzi si burla in un sonetto di coloro che
avevano _cava_ di commenti, e ricorda in un altro
..... l’Accademia, ’l Varchi e ’l Gello,
C’han messo Dante e ’l Petrarca in bordello.
Lo stesso Aretino dice in una lettera al duca di Mantova[100]: «Se
l’anima del Petrarca e del Boccaccio, nel mondo suo, è tormentata,
come son le loro opere nel nostro, debbono rinnegare il battesimo». Il
Franco li scardassa in questo modo nella sua Epistola al Petrarca[101]:
«Or questi dunque, perchè si conosceano non valere ad altro, si son
posti a contentare le vostr’opere vulgari, ingegnandosi di trovarvi
novità di chimere per parere ingegnosi, e di recarci ciance infinite
per parere facondi. Ma con che rumor di scodelle i lavaceci si vadano
poi imboccando le vostre fantasie, volendole intendere al vostro
dispetto, non ve ’l potrei scrivere per una lettera. E volesse pure
Iddio che fussero stati soli i processi fattivi sopra i versi, ed i
tormenti dativi sopra i sensi, perchè son stati più i chiassi fatti
in disonor de l’onore e del nome, per aver voluto investigare, se voi
feste o non feste quella cosa con monna Laura, s’ella ebbe marito
o no, se fu sterile o fe’ figliuoli, se ’l cardinal Colonna ve la
tolse a forza d’oro, se ’l papa vi promettesse il cappello volendogli
consentire una sorella di cui era invaghito, con tante altre sporche
dispute ch’io mi vergognarei d’annoverarle scrivendo». Quando il Franco
così scriveva, erano già stati pubblicati per le stampe i commenti
dello Squarciafico, del Filelfo, del Vellutello, del Fausto, di Silvano
da Venafro, del Gesualdo e di altri. E non meno acerbamente, anzi più,
si esprime il Groto in quella lettera che ancor egli volle scrivere al
Petrarca[102]: «Di novo non ci è altro, se non che ’l vostro canzoniere
è più confuso, più rimescolato, più riversciato che le foglie scritte
dalla Sibilla ad un lungo soffiar di borea, di austro, di levante e
di ponente. Voi medesimo, se ’l vedeste, no ’l riconoscereste. Ci è
di più, che vi fan cinguettare a lor modo, e dove pensate dir pettini,
vi fan dir cesoje. A madonna Laura vostra han dato nome, chi di anima,
chi di poesia, chi di filosofia, e mille altre chimere fantastiche di
commentari. O se voi tornaste di qua avreste pur che fare co ’l notajo
del maleficio, o danno dato! quanti ne fareste frustare, e impiccar per
ladri! Ogni un s’ingrassa del vostro grasso, e s’ingrassa del vostro
sugo; chi vi pela di qua, chi vi taglia di là, chi vi ruba, chi vi
scaca, chi vi assassina». E qui l’autore lasciati i commentatori, torna
a pigliarsela con quei gaglioffi d’imitatori. Ma già prima del Groto il
Giraldi Cinzio aveva scritto: «E per non parlare degli altri, si son
trovati e si trovano oggidì alcuni che, lasciati i sensi veri, fanno
tali farnetichi su alcune cose del Petrarca, che pajono spiritati che
dicano le maraviglie; e ovunque trovano la voce di amore o di natura,
o di Giove, o di Giunone, o di disire, o di bellezza, o di sole, o di
cielo, o di altre tali cose, vi vogliono tirare ciò che se ne scrisse
mai dal principio del mondo insino alla loro età»[103].
Con tanta gente ai fianchi, sopra, sotto, d’ogni banda, imitatori,
spositori, commentatori, musici, compilatori di vocabolarii,
fabbricatori di grammatiche e di Arti poetiche, il malcapitato Petrarca
fa pensare a un di quei bacherozzoli, che spesso si trovan pei campi,
sepolti sotto un acervo di affamate ed affacendate formiche. Egli era
come un nuovo Mecenate che, mal suo grado, faceva le spese a un nugolo
di parassiti, ed era giusto che qualcuno, non potendolo egli, levasse
la voce contro l’importunità e la improntitudine di costoro. In una
sua madrigalessa in morte di Lodovico Domenichi, il buon Lasca, che
in tant’altre cose sapeva mostrarsi uomo di retto sentire e di sano
giudizio, esclama:
Una turba infinita
Di poetacci vive e di scrittori,
Pedanti e correttori,
Che metton tutto il mondo sottosopra,
Ogni antica storpiando e modern’opra,
Come Dante e ’l Petrarca fede fanno,
Con gran vergogna e danno, e con rovina
Dell’Accademia nostra Fiorentina,
Che fa molte parole e pochi fatti.
Molte parole e pochi fatti, come fu sempre usanza delle accademie.
Poetacci e pedanti si contenta chiamarli il Lasca, ma meglio
minuzzapetrarchi, lambiccaboccacci e stuccalettori di piccola levatura
li chiama il Grappa in quel suo commento alla canzone del Firenzuola in
lode della salsiccia[104]. E tenendosi più strettamente al Petrarca, il
Franco fa dire alla sua lucerna[105]: «Veggo le cataste dei libri tanto
alte, che mi tremano gli occhi a guardarci su... Veggo il Petrarca
commentato, il Petrarca sconcacato, il Petrarca imbrodolato, il
Petrarca tutto rubato, il Petrarca temporale e il Petrarca spirituale».
Una pietà!
Abbiam veduto di quanto favore al petrarchismo fossero certi spiriti
amorosi che aleggiavano in mezzo alla colta ed elegante società del
Cinquecento; ma non ci dimentichiamo che sotto e a’ fianchi di questi
spiritelli aerei, lindi, decenti, altri se ne agitavano di più grossa
natura, di più liberi portamenti; non ci dimentichiamo che di contro
all’amore dei canzonieri c’era l’amore delle novelle e delle commedie;
di contro al piacere di spasimare il piacere di godere. Già quegli
amori a cui, non che la speranza, non era lecito nemmeno il desiderio,
quello stemperarsi in lacrime, quel dileguarsi in sospiri, tante
metafisicherie e tanti arzigogoli cacciati dentro al più spontaneo
degli affetti, alla lunga venivano a noja. Gli spasimanti perpetui
cominciavano a diventar ridicoli. Odasi ciò che dice Ercole Bentivoglio
in una sua satira indirizzata a M. Andrea Napolitano:
Andrea, tra le pazzie che non son meno
Di riso grande che di biasmo degne,
Di ch’oggi è sì questo vil mondo pieno,
Posto è il pensier, che ’n tutti or par che regne,
Cieco d’amor, quando la notte e ’l giorno
Spende l’uom dietro a queste donne indegne.
E più oltre, canzonando lo stesso Andrea:
Ite pensoso per quest’ampie strade,
Con gli occhi a tutte le finestre intenti,
Molli talor di tepide rugiade.
Poi ricorda un tal Cupennio:
Che profumato tutto ’l dì sospira
Al sole ed alla pioggia, e alla finestra
Gli occhi con certa gravitate gira.
Luigi Alamanni va più in là, e nella satira a M. Albizzo Del Bene
biasima, non solamente quell’amore cortigianesco, ma ogni amore che,
dice, è di grande nocumento agli uomini, nati a cose maggiori, è
cagione d’infiniti guai. Cita il proprio esempio:
Anch’io con Febo gli amorosi strali
Al santo bosco già cantai d’intorno,
E so quante menzogne io dissi e quali.
Chi poi sentiva l’amore secondo natura e secondo umanità, si stizziva
di quell’amore dei filosofanti e dei sonettai, inviluppato nei
concetti, e con tante gale di sofismi intorno da parere un altro.
L’amore è diffinito così spesso
Da questi dotti, e così pesto e trito,
Ch’omai non più si conosce egli stesso,
dice Pietro Nelli in una delle sue satire. Francesco Sansovino la
rompe con tutti i risguardi e dice chiaro di preferire l’amore quieto,
naturale e senza cerimonie di una sgualdrina, agli amori smancerosi
delle nobili dame[106]. Certo non tutti avevano i gusti, dirò così,
troppo semplici del Sansovino, e anche del Berni, che componeva que’
saporiti capitoli in lode della sua _schiattona_, e molti indulgevano
ad amori alquanto meno volgari, quali la novella e la commedia ci
mostrano; ma erano pur sempre amori molti diversi da quelli di messer
Francesco e di madonna Laura. Ora, se tra costoro c’era chi, per
vaghezza di contrasto, cercava gli amori ideali dopo aver fruito, o
mentre ancora fruiva, di quelli che chiameremo pratici; molto maggiore
doveva essere il numero di coloro che si attenevano ai pratici, senza
cercare più là. E costoro eran tutti naturali nemici del petrarchismo.
Il sentimento di questa classe di nemici, assumeva, tra le altre, una
forma caratteristica, la forma di un dubbio circa la qualità degli
amori del poeta e della donna celebrata da lui. Questi amori erano essi
stati così puri come si diceva? Difficile il crederlo, e nel Canzoniere
stesso si cercavano le prove del contrario. Alcuno più benevolo, come,
ad esempio, Nicolò Astemio[107], credeva che tutto quell’amore altro
non fosse che una finzione; sospetto antico, contro il quale ebbe a
difendersi lo stesso Petrarca. Per contro, Pietro Cresci, autore di
un’apposita dissertazione, alla famosa purità ci credeva assai poco, e
Ubaldo De Domo non ci credette punto. Cesare Caporali è d’avviso
Che in Valchiusa non gì la cosa netta;
e Antonfrancesco Doni narra, nei _Marmi_[108], di una disputa fatta
nell’orto de’ Rucellai, e riferita da quella buona femmina della
Zinzera, nella quale disputa molti sostennero questa stessa opinione:
«e tenevano che egli (_il Petrarca_) avesse amato donna, donna, donna
da dovero; e che egli avesse anco corso il paese per suo: ma come
uomo che era religioso, dottore, vecchio e calonaco di Padova, non
voleva che restasse accesa sì fatta lucerna della fama; e appiattò la
cosa sotto mille queste e mille quelle; la pose in bilico acciò che
la non si potesse mai affermare; perchè la fu così giusta, giusta, ma
che sempre si trovasse qualche oncino d’attaccarsi in pro e contra».
Costoro non erano di certo poeti petrarchisti. Nè solo si dubitava
della qualità di quello amore, ma, ancora della condizione di madonna
Laura. In una delle _Lettere argute_ del Rao, tra parecchie tesi
da disputare c’è la seguente: _Che madonna Laura, tanto amata dal
Petrarca, ebbe modi e costumi di montanara, contra l’espositore di esso
Petrarca_[109].
Si mettano insieme tutte queste avversioni grandi e piccole, tutti i
biasimi che abbiam notati sin qui, con le ragioni loro, e si vedrà
che l’antipetrarchismo era una forza grande, piena di uno spirito
vigoroso. Questo spirito, nella sua forma più acuta, si manifesta
mediante la parodia. Gli imitatori del _Canzoniere_ si videro a un
tratto ai fianchi altri imitatori, i commentatori altri commentatori;
ma mentr’essi facevan da senno, quegli altri facevan per beffa,
e nell’alto lor riso travolgevano i seguaci e un pochino anche il
maestro.
Ed ecco di fronte a Laura divina, di fronte a quel tipo invariabile
di donna bionda, gelida e perfetta dei canzonieri, levarsi come una
visione apocalittica la megera del Berni.
Chiome d’argento fine, irte e attorte
Senz’arte intorno a un bel viso d’oro;
Fronte crespa, u’ mirando io mi scoloro,
Dove spunta i suoi strali Amore e Morte;
Occhi di perle vaghi, luci torte
Da ogni obietto diseguale a loro;
Ciglia di neve, e quelle, ond’io accoro,
Dita e man dolcemente grosse e corte;
Labbra di latte, bocca ampia, celeste;
Denti d’ebano, rari e pellegrini;
Inaudita, ineffabile armonia;
Costumi alteri e gravi; a voi, divini
Servi d’Amor, palese fo che queste
Son le bellezze della donna mia.
Quei divini servi d’amore non lascian dubbio quanto alle intenzioni
del poeta; la canzonatura va a cogliere in pieno gli spasimanti
petrarchisti e le lor dee[110]. Il Doni regala quattro madrigali
alla sua Crezia, di cui dice di non aver mai veduto cosa più brutta,
e in una lettera a Tiberio Pandola fa chiaro il pensiero ch’ebbe
in comporli: «Ho poetato per burlarmi del mondo, e per farmi beffe
d’alcuni scatolini d’amore, i quali non sanno uscire di: _Madonna, io
v’amo e taccio_, e: _S’io avessi pensato_, e simili altre ciabatterie,
oggimai così fruste come le cappe de’ poeti». Col medesimo intendimento
compone Agnolo Firenzuola un capitolo sopra quella sua donna, che
Farebbe innamorare un pa’ di buoi,
e di cui descrive tutte le bellezze e novera tutte le virtù. La Cecca
celebrata da Filippo Sgruttendio nella sua _Tiorba a Taccone_, e altre,
vanno con quelle in ischiera.
I lamenti in morte di donne che, alcuna volta, non saranno nemmeno
esistite, suggeriscono altri lamenti. Francesco Bracciolini compone i
suoi sonetti in morte di Lena fornaja; ma altri, prima di lui, aveva
spinto più oltre la beffa, e del Berni si ha una canzone sopra la morte
delle sua civetta, di Agnolo Firenzuola un’altra canzone sopra la morte
di un’altra civetta, del Coppetta una canzone in perdita di una gatta,
di suor Dea de’ Bardi una in morte di una ghiandaja, e altre simili
di altri. In tutti questi componimenti si ritrovano atteggiamenti di
pensiero, di sentimento, di frase, che tutti rimandano alla prima lor
fonte, le rime del Petrarca in morte di Laura. Questa forma di parodia
incontrò molto: Ortensio Lando ci dice di aver cantato la morte di un
cavallo, di un cane, di una scimia, di una civetta, di una gazza, di
un mergone, di un gallo, di una gatta, di un grillo, e _d’altri vili
animali_[111].
Ma una forma più piena e più risoluta di parodia era il travestimento.
Il padovano Menon travestì la canzone: _Chiare, fresche e dolci acque_,
cominciando:
O acque fresche e chiare
On le suo belle gambe
Se lavè la Tietta l’altro dì;
e il simile fece il suo concittadino Begotto, il quale travestì pure
alcuni sonetti. In un libro assai raro intitolato _Figaro Tuogno da
Crespaoro, e no so que altri buoni Zugolari del Pavan e Vesentin,
Smissiaggia de Sonagitti, Canzon e Smaregale in lengua Pavana_ (Padova,
1556), si trovano alcuni componimenti in lingua rustica, ne’ quali è
parodiato il Petrarca. Quel bizzarro ingegno di Andrea Calmo travestì
allo stesso modo una cinquantina di sonetti, l’ultimo dei quali, che
nel _Canzoniere_ del Petrarca comincia col verso _Pace non trovo e non
ho da far guerra_, è accompagnato da un largo commento. Veramente non
si può dire che in queste parodie ci sia molta di quell’arguzia che
pure abbonda in altri scritti del medesimo autore, ma, ad ogni modo,
eccone un saggio.
Benedetto sia ’l zorno, ’l mese, e l’anno,
E la stason, e ’l tempo, e l’ora, e ’l ponto,
E la contrà, e ’l liogo, onde fu’ zonto
Da quel bel viso che me fa gran danno.
Sia benedetto el primo dolce affanno
Ch’Amor m’ha dao, quando son sta conzonto,
E l’arco con le frezze, che m’ha ponto
D’una piaga mortal piena d’inganno.
Benedetta la boxe, e ’l so parlar,
I passi, el sonno, i vecci, la bellezza,
I andamenti, el star, el caminar.
Sia benedetta quella so vaghezza,
El so vestir col so pulio manzar,
Da far la morte star in allegrezza.
Maffeo Veniero, quel medesimo che poi fu arcivescovo di Corfù, e cui
furono malamente imputate alcune sconce scritture di un altro Veniero,
amico e discepolo dell’Aretino, si burlò assai piacevolmente nella
canzone sua _La strazzosa_ delle lindure, delicature e lambiccature
degli amori petrarchevoli. Giambattista Lalli, l’autore del notissimo
travestimento della _Eneide_, travestì pure ventinove sonetti,
due ballate, una sestina, una canzone del Petrarca. Questi suoi
componimenti ci traggono ormai fuori dei termini del Cinquecento,
ma vogliono, ciò nondimeno, essere ricordati, perchè non fanno se
non seguitare una tendenza sorta molto prima. E chi vuol vedere che
cosa diventassero alle mani del Lalli le rime dell’innamorato cigno
di Valchiusa, legga i due seguenti sonetti, in cui se ne veggono
trasformati altri due fra i più famosi del _Canzoniere_.
Per far d’un buon cappon ghiotta vendetta,
Un ladroncel, sebben non mai l’offese,
Celatamente un giorno egli sel prese,
Com’uom che a nocer luogo e tempo aspetta.
Con la manina poi sua gola stretta,
L’uccise, e far non valse altre difese;
Poscia dal mio pollajo il furbo scese
Con furia tal che parve empia saetta.
Io conturbato da sì fiero assalto,
Non ebbi tanto nè vigor nè spazio,
Che potessi al bisogno prender l’armi.
Al ladro, al ladro, gridai sempre ed alto;
Ma non fu un cane che in sì duro strazio
A poterlo acchiappar volesse aitarmi.
Quando d’Apollo in ciel si scoloraro
Per gire in mare ad annegarsi i rai,
Ritornò il ladro, ed io che ben guardai,
Chiamai li sbirri e subito il legaro.
Non ebbe punto tempo a far riparo,
Che dal giudice, tosto i’ me n’andai,
E fu bello e convinto, onde i suoi guai
Nel voler capponar s’incominciaro.
Era venuto in tutto disarmato,
E non credea ch’i’ avessi o voglia o core
Di vendicarmi e d’acchiapparlo al varco.
Il buon giudice poi per farsi onore
Gli diè perpetuo bando dal suo stato
E ’l pose alla berlina sotto a un arco.
S’intende come questa poesia derisoria, che faceva del _Canzoniere_
un uso così diverso da quello dei petrarchisti, non dovesse troppo
giovare alla riputazion di costoro. Ma la parodia non colpiva soltanto
gl’imitatori, colpiva ancora i commentatori. Parodia di commento sono i
_Cicalamenti_ del Grappa intorno al sonetto _Poi che mia speme è lunga
a venir troppo_[112], e una esposizione della canzone _Ben mi credea
passar mio tempo omai_, che lo stesso Grappa dice d’aver composta.
Parodia è una _Lauretta celebrata, dialogo di_ Marcantonio Petilio,
_diviso in sei Ragionamenti, ove, oltre all’ordinato progresso degli
amori del Petrarca si dà la vera intelligenza alla canzone_ Mai non
vo’ più cantar come soleva, _da niuno ancora intesa_[113]. E parodie
sono quelle innumerevoli cicalate e dicerie, e quei commenti da burla,
come il Commento del Caro alla Ficata del padre Siceo, quello del
citato Grappa alla canzone del Firenzuola in lode della Salsiccia,
e molt’altri. Nella _Lezione o vero cicalamento di maestro Bartolino
dal canto de’ bischeri sopra ’l sonetto_ Passere e beccafichi magri
arrosto[114], si ricorda un Don Agiato da Valdiriposo, professore
di Salamanca, che su questo medesimo sonetto aveva composte ventidue
lezioni, e ci si deride molto saporitamente l’argomentare, l’anfanare,
l’arzigogolare degli espositori. In un luogo l’autore dice, quasi con
le stesse parole dell’Aretino riferite poc’anzi: «questi espositori
e commentatori fanno dire... a questi poveri poeti cose che non
l’avrebbon dette con diece tratti di corda, nè, mi fate dire, pur mai
pensate»; e quivi stesso si burla di coloro che si mettono a _legger
lezioni_ per le accademie e _fanno le cantafavole lunghe lunghe_.
Il Doni, che per burlarsi dei commentatori del Petrarca, commentò il
Burchiello, e instituì un confronto fra l’uno e l’altro poeta; il Doni,
in quella sua cicalata intitolata _La Chiave_, fa di strane chiose a
quel _passo molto oscuro_ del Petrarca,
Del mio cor donna l’una e l’altra chiave
Avete in mano;
e dice che molti commentatori s’avvilupparono in questo caso, e
cita opinioni, giudizii e luoghi dello Stiracchia, del Zicotto, del
Mentolone, del Savonarola, di Bartolo e di messer Pietro Bembo. E di
quelle cantafavole lunghe lunghe ricordate dal Cecchi, con cui altri
pretendeva di spianare concetti e luoghi difficili del _Canzoniere_, dà
buon saggio il Calmo in una sua lettera, dove scrive[115]: «diseva ben
el precettor del Certaldese: «Grami nu, pessi, che sta in aqua sporca!»
O infelici, o stolti, o miseri, ad quid perdizio ve rosegheu la mente,
ve lacereu el pensier, ve strupieu i spiriti, ve insanguineu el cuor,
affaneu el stomego, ve tormenteu i membri, ve stracheu la memoria,
ve aflizeu l’interior, e ve intrigheu l’anema? incerti d’ogni vostra
operazion, inbindai con l’ozio alle rechie, col pè in la fossa, con la
stamegna in cao, e col porta inferi che ve coverze? Che giova el tanto
fadigar vu e i vostri e far fadigar altri col mondo insieme?» e su
questo tono seguita per un pezzo.
Ma un altro avversario, punto da disprezzare, trovava il petrarchismo
nel sentimento religioso, il quale, se in molti era spento affatto, o
sonnecchiava, in altri non pochi serbavasi vivo, ed anzi si risentiva,
si rinfocolava a contatto di quella gran corruzione che riempieva
il secolo. Il Petrarca stesso, come cristiano, ebbe di molti dubbii
circa l’amor suo, e se talvolta vide in esso una virtù gentile che
lo guidava a salvazione, assai più spesso il considerò come una mala
passione che lo toglieva a Dio, e se ne doleva e se ne scusava. Certo,
nel suo _Canzoniere_ molte cose ci sono che non le vorrebbe disdire
un asceta; e chi mettesse insieme tutte quelle gravi massime e quelle
savie sentenze circa la fugacità del tempo, la imminenza della morte,
il nulla dei beni mondani, la bellezza della virtù e la turpitudine del
vizio, potrebbe farne un libretto da porre a canto ai più devoti che
abbia la letteratura cristiana; ma gli è pur certo che molt’altre cose
ci sono le quali a un’anima timorata non possono non parer biasimevoli,
e per non cercare più in là, quel così grande amore riposto in
una creatura discorda troppo dal supremo ideale cristiano che è lo
smarrimento in Dio. Aggiungasi che quello splendore d’arte onde brilla
il _Canzoniere_ accresceva il pericolo di certi lenocinii.
Era perciò naturale che uomini d’animo austero e molto devoti
guardassero con sospetto il libro del poeta, specie quando lo vedevano
correr per tante mani ed essere da tanti studiato e imitato, e
pensassero al modo di combatterne i mali influssi, o di correggerne
il vizio e di renderlo innocuo. Antonio Cammelli, detto il Pistoja,
ricorda in un suo sonetto certo predicatore che in pulpito _stracciava
al Petrarca il mantello_[116]. Il Pistoja non lo avverte; ma noi
possiamo essere sicuri che costui predicava al deserto: altri, meglio
avvisati, pensando che a voler mandare in bando il _Canzoniere_
si sarebbe perduto tempo e fatica, credettero di conseguire più
sicuramente il fine loro con sottoporlo ad un travestimento speciale
che fu detto spiritualizzamento.
Questa operazione dello spiritualizzare consisteva nel togliere ad
uno scrittore quanto nelle opere sue ci fosse di men che onesto, o di
semplicemente profano, con sostituirvi una sostanza nuova di cose e di
pensieri in buon accordo con la morale e con la fede. Era una specie
di conversione che si operava nei libri. Si lasciavano intatte quanto
più era possibile le forme, ma ci si metteva dentro un’anima nuova;
si allettava i lettori con l’esca di un titolo famoso e, usando di una
pietosa frode, si metteva loro tra mani un libro che veniva a dire il
contrario di quanto aveva detto insino allora.
Quest’arte, non men faticosa che meritoria, fu molto in onore in
Italia nel Cinquecento, e fu praticata anche fuori d’Italia. Tutti i
libri più famosi e meno in odore di santità ebbero a capitarle sotto,
e così furono spiritualizzati, spesso ripetutamente, da parecchi,
il _Decamerone_, l’_Orlando Furioso_, le rime del Bembo, alcune di
Torquato Tasso, e via dicendo. E questa furia di spiritualizzare andò
tant’oltre che si spiritualizzarono cose come il famoso _Lamento_ in
cui Strascino da Siena trattò in volgare e popolarmente il tema che il
Fracastoro ebbe a trattare eruditamente e in latino: il mal francese.
Ben s’intende come la operazione dovesse presentare difficoltà più
o meno grandi, a seconda dei libri, e dovesse importare dei libri
stessi una trasformazione più o meno piena. Si vede subito che a
spiritualizzare il _Canzoniere_ del Petrarca ci voleva assai meno
fatica che non a spiritualizzare, poniamo, il _Decamerone_, e che per
ispiritualizzarsi quello s’avea a trasformare molto meno di questo. Il
_Decamerone spirituale_ di Francesco Dionigi da Fano non altro conserva
del libro di messer Giovanni che il titolo innocuo, e la partizione in
dieci giornate; le cento novelle se ne son ite, e il luogo loro è preso
da cento ragionamenti morali, in cui si tratta di castità, di digiuno,
di povertà, di tribolazione, di pazienza, ecc., e che nella edizione
veneziana del 1594 tengono la bellezza di 659 pagine in quarto, assai
fitte e dove non si torna mai a capo. Altro che le metamorfosi di
Ovidio! Col Petrarca non bisognavano procedimenti così radicali; a lui
si potevano lasciare le parole immutate assai spesso, e qualche volta
anche i pensieri.
Lo spiritualizzamento del _Canzoniere_ è di più guise e di diversi
gradi. La forma, dirò così, più mite è quella che s’incontra in
alcuni centoni, dove con versi del Petrarca, si cantano le lodi della
Vergine, o si tratta altro sacro argomento. Qui lo spiritualizzamento
non si esercita propriamente nel _Canzoniere_, ma fuori di esso, e i
componimenti che ne nascono non han punto la pretesa di sostituirsi al
libro onde traggono la sostanza. Di giunta in essi la parola del poeta
rimane inalterata. Ma l’opera trasformatrice passa oltre, invade il
_Canzoniere_ stesso, e ne penetra tutte le parti, finchè riesce alla
piena trasmutazione di esso. Un’altra maniera di spiritualizzamento si
otteneva mediante un’acconcia interpretazione, che, lasciando intatto
il testo, vedendo simboli dove il poeta certamente non ne aveva messi,
riusciva a quei concetti religiosi e morali che per lo appunto si
ricercavano. E questa maniera era quella che ragionevolmente avrebbe
dovuto ottenere migliore effetto, perchè non toglieva il poeta,
camuffandolo stranamente, ai molti suoi ammiratori. Del resto questo
procedimento non era nuovo. Durante tutto il medio evo si moralizzarono
a questo modo le opere più profane, si cercarono negli scrittori
pagani dottrine a cui non avevano sognato mai: basti dire che delle
stesse _Metamorfosi_ di Ovidio si fece un libro morale, quasi un libro
cristiano.
Nel 1544 un frate Feliciano Umbruno da Civitella diede in luce un
_Dialogo del dolce morire di Gesù Christo sopra le sei Visioni di
M. Francesco Petrarca_. Sono ragionamenti teologici fra la Signora
Giacopa Pallavicina da Parma e un tal Leonzio, e prendono argomento da
alcuni notissimi luoghi del _Canzoniere_. L’autore, del resto, chiama
insipido, agreste e disordinato il proprio discorso, e schiettamente
confessa la ignoranza propria. Il primo ragionamento si aggira intorno
a quei due versi:
Una fera m’apparve da man destra
Con fronte umana da far arder Giove:
la fera è il serpe tentatore. Il secondo commenta ed espone gli altri
due:
Indi per alto mar vidi una nave
Con le sarte di seta e d’or la vela:
la nave è Maria Vergine; e via di questo andare. Di qualità simile a
quest’opera di fra Feliciano dev’essere una _Esposizione spirituale
sopra il Petrarca_, composta da Pietro Vincenzo Sagliano e stampata in
Napoli nel 1590, ma a me sconosciuta.
Costoro mutavano solamente il pensiero del poeta; altri mutavano il
pensiero e la parola. Nel 1547 Gian Giacomo Salvatorino dava alle
stampe in Venezia un _Thesoro de Sacra Scrittura sopra rime del
Petrarcha_. Il libro s’apre con un sonetto a Gesù crocifisso ed a
Maria Vergine, poi ne vengono due _alli candidi e benigni lettori_, poi
alcuni versi latini _In maledicos_, poi un madrigaletto del cavaliere
Luigi Casola, in cui si presagisce a Gian Giacomo maggior gloria che
non ebbe il Petrarca, giacchè:
più vale
Un’impresa celeste che mortale.
Seguono altri versi latini in lode dello stesso Gian Giacomo, il quale
poi, in _sonetti XXI tra sè retrogradi_, ci informa di parecchie cose
degne d’essere sapute: e che egli cominciò la sua fatica nel 1537,
essendo allora in età di trentatrè anni; e che ben due anni vi spese;
e che senza l’ajuto di Dio non avrebbe potuto nemmeno concepire quelle
_benedette_ sue rime; e che l’idea gli fu suggerita dal Malipiero, di
cui loda lo stile _leggiadro_, _santo, divino_. Fatto sta che queste
sue rime, sien esse pur benedette fin che si vuole, non potrebbero
essere più sciagurate. I sonetti del Petrarca ci sono rifatti quando
una, quando due, quando tre volte, e sono uno, due, tre assassinamenti.
L’autore fa come un sonatore che ripeta più volte, variandola in
più modi, e guastandola sempre più, una stessa frase musicale. Egli
comincerà col Petrarca:
Era ’l giorno ch’al sol si scoloraro;
poi ripiglierà:
Essend’oggi quel dì che scoloraro;
e poi da capo:
E uscendo i tuoi d’Egitto scoloraro.
La trasformazion dei soggetti è spesso assai strana. Il sonetto: _Orso,
e’ non furon mai fiumi nè stagni_, nel quale il Petrarca si lagna del
velo e della mano di Laura che gli tolsero la vista de’ suoi begli
occhi, si muta in una invettiva contro _Pilato e suoi compagni._
Ma il primato tra gli spiritualizzatori del Petrarca spetta
incontestabilmente a Gerolamo Malipiero, il cui nome ci è capitato
innanzi pur ora, autore del _Petrarca_ spirituale. Fu questo Malipiero
un minore osservante di molta devozione e di gran zelo, valente
predicatore, si dice, e girò, predicando, l’Italia. Il libro suo fu
stampato la prima volta in Venezia nel 1536, ristampato ivi stesso
due anni dopo, e fu tanta la voga sua che, in quel medesimo secolo,
ebbe non meno di dieci edizioni. Ad esso allude il Franco in quella
più volte citata Risposta della Lucerna, dicendo: «Il male è che ci
sono stati di quegli che v’han voluto far cristiano ducento anni dopo
la morte, e di prete v’han fatto frate, ponendovi e cordone e zoccoli
e scapolare, chiamandovi il Petrarca spirituale». Ad esso allude il
Giraldi Cinzio ricordando l’opera di tale che ha _fatto spirituale_
il Petrarca, e «vestendolo da frate minore, e poi cingendolo di corda,
gli ha messo i zoccoli in piedi»[117]. Esaminiamo un po’ più da presso
questo libro stupido, ma curioso.
L’autore stesso ci dice le ragioni che glielo fecero fare. Egli
si scaglia contro la disonesta letteratura de’ tempi suoi, e
specialmente contro le commedie, corruttrici di ogni buon costume.
Molte anime vanno in perdizione per colpa delle male letture. Il
_Canzoniere_ del Petrarca non è senza molto pericolo, ed egli prese
a rifarlo, vedendo tanti giovani, _domentre_ cedono alle lusinghe
degli _illecebrosi canti_, lasciata la via della virtù, _nell’abisso
di perpetua morte strabocchevolmente precipitarsi._ Per ciò ha _con
opportuni e convenevoli antidoti espurgati da ogni veleno antico i
leggiadri sonetti del Tosco poeta_, sì che _niente più_ potranno loro
essere nojosi. Dubita veramente che le rime del _Tosco poeta_ non
abbiano, passando per le sue mani, perduto alquanto di lor politezza
e leggiadria; ma si consola vedendole così monde e spogliate di ogni
vanità. Tutto ciò si dice in un discorsetto che, insieme con altri
nove, si trova a mezzo del volume. Ma la cosa certo più bella di esso
volume è un dialogo fra il Petrarca stesso e l’autore, dialogo che
fa officio di prologo, e in cui con ingegnosa invenzione si finge che
il poeta chieda al frate di fargli quel servizio di spiritualizzarlo.
Così si chiudeva la bocca a chi credesse d’averci a ridire. L’autore
è andato, come tanti altri, in pellegrinaggio ad Arquà, e ha già
ammirato il sepolcro e la casa del poeta. Essendo ormai l’ora calda,
egli si è ritratto in un boschetto, e quivi, pieno _dentro e di fuori
d’ineffabile giocondità_, si riposa e si ricrea. All’improvviso gli
appare una figura _più che umana_, la quale il saluta con un: _Dio ti
salvi, o Malipiero_. È il Petrarca, o per dir meglio l’anima sua, che
dice al frate, come sia relegata in quel boschetto per divino giudizio,
sino a tanto che sia _ritrattata l’opera degli amorosi_ suoi sonetti
e canzoni. Stupore del frate a cui il poeta spiega come le sue rime
abbiano in sè molte male parti, e a cui chiede da ultimo di voler
procacciare egli stesso quella ritrattazione con purgar le profane
rime da ogni _ozioso parlare_ e trasformare lui di poeta in teologo. Il
frate si sgomenta, che non gli sembra _impresa da pigliare a gabbo_; ma
il buon Petrarca che non vede l’ora di uscirsene di colà per volare in
paradiso, lo conforta, lo inanima, e per farlo al tutto risolvere gli
promette che il suo stesso angelo custode gli suggerirà tutti i nuovi
e buoni concetti che egli, il poeta, già da tempo è venuto preparando
in quella solitudine per ridursi _spirituale._ Vinto da tante ragioni,
il frate accetta il delicato officio, non senza tuttavia esprimere
il dubbio che il Petrarca teologo non sia per avere tanti ammiratori
quanti il Petrarca poeta, nè senza lamentare la molta tristizia dei
tempi: il poeta ringrazia, e i due, datasi la posta in paradiso si
separano.
Io non istarò ora a dar minuto ragguaglio del libro, che sarebbe abusar
troppo della pazienza dei lettori. Dirò solo che il travestimento è
tale da far tenere per certissimo che il poeta fu senz’altro prosciolto
da quella sua pena. Basti dire, per attenerci a pochi esempii,
che Cupido si trasforma in Padre Eterno e in Gesù, Stefano Colonna
similmente in Gesù, Laura in Maria, in Dio Padre, in Gesù, in morte, in
anima, nella carne che dà noja al poeta e non so in che altro.
Il nuovo _Canzoniere_ è diviso in due parti: nella prima sono i
sonetti, nella seconda le canzoni e le altre rime, che l’autore
schiettamente confessa avergli data assai più fatica che non i sonetti.
Lo spiritualizzamento essendo stato operato con i proprii concetti del
Petrarca, e mercè l’ajuto dell’angelo suo custode, non poteva riuscire
se non di piena soddisfazione del Petrarca stesso, il quale, in fatto,
in un apposito sonetto _a gli animi gentili_, dice che le sue rime
così purgate torneranno assai più di prima accette a chi è in grado
di pigliare _il ver diletto e non più l’ombra_; e in altro sonetto,
dove la discorre con un critico, dice anche più. Questo merita d’esser
riportato per intero:
CRITICO. Petrarca, ond’è che vai sì altero e molto
Allegro in faccia più che per addietro?
PETRARCA. Non sai che il core uman, sia chiaro o tetro.
Sua qualità fuor pinge a l’uom nel volto?
CRITICO. Conosco ciò; ma dimmi, ond’hai raccolto
Spirto di sì gioconde rime e metro?
PETRARCA. Mercè del dotto e saggio Malipetro,
Che d’amor vano e grave error m’ha sciolto.
CRITICO. Dunque la tua soave e dolce lira
Più Laura non risona?
PETRARCA. Non già certo.
CRITICO. Che poi?
PETRARCA. Il sommo ben che mi dà vita.
CRITICO. Felice tu, che impresa sì delira
Lasciasti, ed hai a Cristo il canto offerto,
Onde fia eterna tua Musa gradita.
E in un ultimo sonetto non so qual Francesco Prierio loda il frate
d’aver purgato il _Canzoniere_ meglio che non purgasse _d’ogni ria
feccia_ il Pantheon papa Bonifacio, quando, toltolo al culto degli
idoli, lo consacrò a Maria. Finalmente, nel tergo dell’ultima carta, fa
capolino ancora una volta il frate dabbene, e dice che, mercè la divina
grazia, egli ha composto il suo _Petrarca spirituale a comune utilità
de’ Mortali_, si sottomette in tutto _alla determinazione della santa
madre Chiesa_, e raccomanda a chi legge la emendazion degli errori
_commessi nel veloce corso degli impressori._
La Chiesa che ormai cominciava a fare il viso burbero, e che, dopo la
lunga carnascialata degli anni precedenti, sentiva il bisogno di un
po’ di quaresima, gradì e favorì l’opera del ben intenzionato frate. La
poesia del Petrarca cominciava a putire alla madre spirituale in via di
ravvedimento, e gl’imitatori non godettero più la grazia di prima. Nel
1547, morto appena il Bembo, si cercò d’impedire in ogni modo che si
facesse in Roma una ristampa del suo Canzoniere, e anzi si tentò di far
condannare il libro, tentativo ripetuto poi nel 1585. Un’anima pietosa
lo tolse sotto la sua protezione e lo spiritualizzò[118]. Ma anche gli
spiritualizzamenti non erano senza pericolo: il _Dialogo_ già ricordato
di Feliciano Umbruno fu proibito dal Concilio di Trento.
Intanto venivano a poco a poco mutando anche i gusti letterarii. Il
secentismo batteva alle porte con nuovi ideali, con una poetica che
escludeva in modo assoluto l’imitazione, e che ben può compendiarsi in
quei due versi del Marini:
È del poeta il fin la meraviglia;
Chi non sa far stupir vada alla striglia.
Durante tutto quasi il Seicento, il Petrarca è dimenticato; poi, con
l’Arcadia, si rinnovella il suo culto. L’Italia è invasa da un nuovo
popolo di petrarchisti, allagata da un nuovo mare di sonetti, di
canzoni, di madrigali e di sestine; ma i nuovi imitatori, conciati
come tutti sanno dalla frusta del Baretti, derisi dal Goldoni nel
_Poeta fanatico_, non son da più degli antichi, anzi da meno assai,
e, alludendo così agli uni come agli altri, ben diceva quella virile e
sdegnosa anima dell’Alfieri:
So che in numero spessi e in stil non rari
Piovon tuttor dalle italiane penne
Lunghi e freddi sospir d’amor volgari,
Per cui da Laura in poi niun fama ottenne.
Cattivi versi, ma ottima sentenza.