L’antipetrarchismo, in parte è semplice resistenza ed opposizione
all’andazzo comune; in parte è espressione di concetti e d’ideali nuovi
nella vita e nell’arte.
Certo, i petrarchisti eran falange, gli antipetrarchisti manipolo, e
per giunta, quelli si coprivano dell’autorità di un gran nome, cosa che
in ogni tempo bastò a dar credito, e spesso vittoria, alle opinioni,
alle fazioni, alle scuole; mentre gli altri si facevan forti della
ragione, del buon senso, di certi diritti dell’umano intelletto, non
troppo chiaramente enunciati, ma pur sentiti, o piuttosto presentiti.
Fra costoro noi troviamo l’intera scuola di quelli che si potrebbero,
parmi, opportunamente chiamare gli scapigliati della letteratura
nel Cinquecento; una man d’uomini che fanno il letterato come altri
farebbe il capitan di ventura; menan la vita come i _picaros_ dei
romanzi spagnuoli; non han troppa dottrina, ma bensì ingegno, e buon
giudizio ancora, quando deliberatamente non dieno, come del resto fanno
troppo sovente, nel bizzarro e nel paradossale; sono poco rispettosi
dell’autorità, punto teneri della tradizione, ribelli alla regola,
vaghi di novità, e provveduti, per miglior patrocinio de’ proprii
gusti, di una imperturbabile audacia, cui troppo sovente si fa compagna
la sfrontatezza. A questa scuola, di cui non fu ancora chi studiasse
l’indirizzo generale e l’opera comune, appartengono Pietro Aretino,
Antonfrancesco Doni, Niccolò Franco, Ortensio Lando, alcun altro.
Antipetrarchismo, nel Cinquecento, non vuol dire proprio proprio il
contrario di petrarchismo. Se il petrarchismo importa, anzi tutto, una
esagerata venerazione pel Petrarca, l’antipetrarchismo non include
di necessità avversione al grande imitato, ma è più spesso semplice
avversione alle dottrine, agl’intendimenti e alla pratica letteraria
degli imitatori. Al Petrarca stesso pochi si fanno addosso con
deliberato proposito; siane cagione una riverenza vera e sentita, o
il timore di guastar le cose proprie, dando troppo risolutamente di
cozzo nella opinione prevalente. Tuttavia anche di questi più arditi
non mancano. Non parliamo di certi saccentuzzi boriosi che per quattro
_cujus_ che sapevano si tenevano assai da più del Petrarca. In uno di
quei ragionamenti dei _Marmi_ del Doni[63], il Coccio ricorda certi
pedanti, che non istimavan degni il Sannazaro e il Molza di portar
loro dietro il Petrarca; e assai maggior del Petrarca si stima il
pedante Zanobio nella commedia _L’Idropica_ di Battista Guarini. Ma col
Petrarca se la prendevano, e gli davan di buone risciacquate, Lodovico
Castelvetro, che pure rimproverava al Caro l’uso di voci che non erano
nel _Canzoniere_, e Gerolamo Muzio, per tacere di Alessandro Tassoni,
che solamente nel 1602, o 1603, scrisse quelle sue _Considerazioni_
con cui mise il campo a rumore[64]. Per contro non dobbiamo badare più
che tanto a quel matto di Ortensio Lando, quando nella sua _Sferza de’
scrittori antichi e moderni_, mandata fuori sotto il nome di Anonimo
d’Utopia, scappa a dire[65]: «Non è negli trionfi di M. Francesco
una ignoranza espressa d’istoria e languidezza di stile? non vi ha
eziandio ne’ suoi sonetti alcuni ternari che mal si convengono con
gli quaternari? Parlate un poco col mio M. Francesco Sansovini, e
costrignetelo per vita della sua diva ch’ei vi dica gli falli quai ha
già in questo scrittore accortamente osservati, e poi diretemi s’egli è
degno d’esser letto, e che per ispianarlo affaticati si sieno l’Alunno,
il Filelfo, il Velutello, il Gesualdo, il Fausto, il Castelvetro,
Giulio Camillo e il buon Daniello? So io certo ch’egli fu sempre molto
timido nelle cose appartenenti alla lingua tosca». Non è da badargli,
dico, non ostante ciò che di sincero vi può essere in quest’ultima
osservazione, giacchè egli stesso, in un altro scritterello, intitolato
_Una breve esortazione allo studio_, usa tutt’altro linguaggio, e del
Petrarca dice: «mai certo produsse natura il più gentil scrittore».
Gli è che l’amore del paradosso è quello che troppo spesso gli muove
la lingua. E così non dobbiam prender sul serio Bernardino Daniello,
studiosissimo del nostro poeta, quando, in una lettera ad Alessandro
Corvino[66], citando una sentenza tolta dal _Canzoniere_, pone tra
parentesi: _come disse quella pecora del Petrarca_; perchè gli è questo
un semplice scherzo; e uno scherzo più innocente ancora è quello di
Andrea Calmo, quando, in una lettera ad Angelo Barocci[67], chiama il
Petrarca, con parole che parrebbero avere un tantino del derisorio,
_savio trombon de le rime_.
Ma i petrarchisti non eran mica il Petrarca, e coi petrarchisti si
parlava alla libera. Anzi tutto si vuol far loro intendere, per ogni
buon fine, e perchè sappiano quanto e’ pesano, che da quella loro
poesia biascicata e da ruminanti, alla poesia del _Canzoniere_, ci
corre parecchio. Rubin parole al _Canzoniere_ quante più possono; lo
spirito non glielo ruberanno di certo.
Gli altri poeti imitar lo potranno,
E potranno anc’usar le sue parole.
Ma alla sostanza non s’accosteranno[68].
Il rubare è la loro qualità specifica e la loro operazione consueta.
«Volete conoscere un petrarchista in vista?», dice Niccolò Franco,
«guardiate che no sa fare un sonetto, se no ruba versi o non infilza
parole»[69]. E si vanta di non aver rubato in vita sua un mezzo verso
al Petrarca, nè al Boccaccio, «come fanno i poeti de la selva de
l’aglio»[70]. Egli concederebbe la imitazione, ma non può menar buono
il furto: «O petrarchisti (che vi venga il cancaro a quanti sete!)
io ve l’ho pur detto che parliate come il Petrarca, ma che non gli
rubiate i versi con le sentenze»[71]. A una sua loquace lucerna fa
dire: «Lascio questi, (_cioè i poeti che ne’ versi loro risuscitano
tutta la mitologia_) e mentre mi van gli occhi ad un’altra infornata,
che s’infinge di star di banda, m’accosto, e veggo che son quegli che
scartafacciano il Petrarca con Giovan Boccaccio. Veggo quando gli
tolgono i mezzi versi e tal volta i versi interi. Veggo quando van
facendo scelte de le parole, de l’invenzioni e de le sentenze, che
facciano al proposito di quel che scrivono, non curandosi di parer
poveri d’intelletto. E per che si credono di non esser visti ne i
furti che fanno, gli comincio a sgridar dietro: Io v’ho pur visto; io
v’ho pur saputo cogliere; io v’ho pur chiappati, ladri, tagliaborse,
giuntatori, mariolacci! A rubare il Petrarca, ah? A spogliare il
Boccaccio, eh?»[72]. Altrove dice: «Il Petrarca fu sempre e _per omnia
saecula_ sarà il primo, ed egli solo farebbe i sonetti simili ai suoi.
Becchinsi il cervello, chè tra ’l fare e il contraffare ci son più di
diece miglia»[73]. Talvolta, per meglio burlarsi di questi imitatori,
o piuttosto ladri, il Franco finge di lodarli. Così nel dialogo
intitolato _Il Petrarchista_, stampato la prima volta in Venezia nel
1539, egli fa che il Sannio, uno degli interlocutori, dette molte lodi
del Petrarca, soggiunga: «Onde perciò non pur lo dovrebbero i rimatori
imitare e rubare, ma i prosatori liberamente pigliarne, non solamente
tutte le parti del parlare, i modi, le clausole e le figure, che ne
le sue composizioni sono quasi stelle al cielo cosparte, ma ciò che
c’è, _ecc_.»[74]: mentre poi, in altro suo dialogo introduce lo stesso
Sannio a vituperare «certe gentuzze, che se non rubano quattro versi,
non ne sanno mettere due insieme»[75]. Nè si creda ch’egli esageri.
Nel _Dialogo della Rettorica_ dello Speroni Antonio Brocardo racconta
come, essendo ancor giovinetto, si dèsse tutto allo studio del Petrarca
e del Boccaccio, e poi a compor versi. «Allora pieno tutto di numeri,
di sentenzie, e di parole petrarchesche e boccacciane, per certi
anni fei cose a’ miei amici meravigliose: poscia parendomi che la mia
vena s’incominciasse a seccare (perciocchè alcune volte mi mancava i
vocaboli, e non avendo che dire, in diversi sonetti uno stesso concetto
m’era venuto ritratto) a quello ricorsi che fa il mondo oggidì; e con
grandissima diligenzia fei un rimario o vocabolario volgare: nel quale
per alfabeto ogni parola, che già usarono questi due, distintamente
riposi; oltra di ciò in un altro libro i modi loro del descriver le
cose, giorno, notte, ira, pace, odio, amore, paura, speranza, bellezza,
sì fattamente raccolsi, che nè parola nè concetto non usciva di me,
che le novelle e i sonetti loro non me ne fossero esempio. Vedete voi
oggimai a qual bassezza discesi, ed in che stretta prigione e con che
lacci m’incatenai»[76].
In certa lettera che finge scritta al Petrarca, il Franco chiama
gli imitatori una delle due disgrazie più grosse toccate al poeta.
Vero è che in quella risposta della lucerna, già citata, fa del
Bembo sperticatissime lodi, costituendolo duce e moderatore di tutta
una famiglia di poeti, fra cui spiccano Gerolamo Quirino, Gerolamo
Molino, Bernardo Navagero, Bernardo Cappello, il Molza, il Fortunio,
lo Speroni, il Beazzano, il Grazia, Bernardo Tasso, l’Alamanni, il
Varchi, il Rota, il Tansillo[77]; ma notisi che quando scriveva
queste cose, nell’anno 1538, egli si trovava in Venezia, proprio
nell’orbita di quell’astro maggiore dei cieli poetici ch’era allora
messer Pietro Bembo; e così di più altre contraddizioni o menzogne
sue noi potremmo avere spiegazione, se ci fosse dato di confrontarle
con certi casi della sua vita, di quella vita lacera e fortunosa, che
per eccessivo rigore di una giustizia che tropp’altre cose vedeva
e comportava senza punto risentirsi, doveva miseramente finir sul
patibolo. Ma, ad ogni modo, nell’anima sua, e per libero giudizio, il
Franco fu antipetrarchista convinto, e ne vedremo altre prove. Quel
mettere a sacco il _Canzoniere_, con levarne non pur le parole, ma i
versi interi, pareva brutto del resto a molt’altri, e l’Aretino, per
isvergognar quell’usanza, intarsiava di versi tolti appunto di là entro
lo sconcio capitolo _Alla sua Diva_, e con versi tolti similmente di
là cominciava lo stesso Franco alcuni sonetti della sua troppo famosa
_Priapea_[78].
Quelle voci insolite e schife, que’ modi peregrini ed azzimati, tutte
le sdilinquite eleganze onde, togliendole al modello, gl’imitatori
venivano cospargendo e infiorando i loro componimenti, fastidivano
alla lunga chi non avesse in tutto indolciti e smascolinizzati l’anima
e i sensi. Ci erano orecchie cui meglio gradiva una musica di suono
alquanto più grave e magari più aspro. Parlando di Michelangelo
Buonarroti, dice il Berni nella sua epistola a fra Bastiano del Piombo,
apostrofando per l’appunto i petrarchisti:
Tacete unquanco, pallide viole,
E liquidi cristalli e fere snelle:
Ei dice cose, e voi dite parole.
E queste parole, che infilate come perle, lucide e fredde, erano
molta parte del vocabolario degl’imitatori, venivano in uggia a chi
liberamente e a piene mani attingeva al tesoro della lingua viva; e
quei quattro concettuzzi stremenziti che formavano la trama e l’ordito
degl’innumerevoli canzonieri facevano venir l’affanno a chi era uso di
respirar largamente nel mondo vario delle idee e delle cose. «Dico»,
esclama il Franco[79], «che in tal maniera son cresciute ne l’età
nostra l’acutezze de gli intelletti, ed hanno i gattolini aperti
talmente gli occhi, che ci vuol altro che falde di neve, pezze d’ostro,
collane di perle, altro che smaltar fioretti, adacquare erbette,
frascheggiare ombrelle, e nevicare aure soavi per sonettizzare a la
petrarchesca». E altrove: «Veggo in un batter d’occhi monti, colli,
poggi, campagne, pianure, mari, fiumi, fonti, onde, rivi, gorghi,
prati, fiori, fioretti, rose, erbe, frondi, sterpi, valli, piagge,
aure, venti, liti, scogli, sponde, cristalli, fiere, augelli, pesci,
serpi, greggi, armenti, spelunche, tronchi, uomini, dei, stelle,
paradiso, cielo, luna, aurora, sole, angeli, ombre e nebbie»[80]. È
questo, un po’ in iscorcio, il vocabolario dei petrarchisti.
Il Garzoni, biasimati aspramente coloro che ricantavano le vecchie
favole della mitologia, e detti più meritevoli di scusa coloro che
spacciavano le storie dei Reali di Francia, di Buovo d’Antona, di
Erminione, di Drusiana, di Pulicane, di Macabruno e altre sì fatte,
soggiunge, con aperta canzonatura[81]: «E più ragionevolmente fanno i
poetucci moderni, che attendono solamente a sfodrar fuori ne’ sonetti
un lor _sovente_, un _dogliose note_, un _verdi piagge amene_, un
_lieti boschi_, un _ritrosetto amore_, un _pargoletti accorti_, un _bei
crin d’oro_, un _felice soggiorno_, dove non dan molestia ad altri che
alle dive loro, nè sono almeno di tanto stomachevole invenzione come
gli antichi, i quali, se non fanno convertire gli uomini in piante, le
dee in fiumi, le ninfe in fonti, i satiri in augelli, non hanno fatto
cosa di buono. Ma questi limpidetti poeti petrarcheschi almeno trovano
soggetto e parole assai convenienti, perchè in un tratto t’assegnano a
una sfera come intelligenza, a un polo come un cardine, a un orbe come
una stella, e ti fanno apparer dal Nilo al Gange e da Calpe a Tile con
sana cosmografia tutto illustre e glorioso». E l’Aretino, più risoluto
e più energico[82]: «Sterpate da le composizioni vostre i ternali del
Petrarca, e poi che non vi piace di caminare per sì fatte strade, non
tenete in casa vostra i suoi _unquanchi_, i suoi _soventi_, ed il suo
_ancide_, stitiche superstizioni de la lingua nostra: nel replicare
l’istorie ed i nomi discritti da lui, allontanatevigli più che potete,
perchè son cose troppo trite». Meglio ancora biasimava quel gergo
artifiziato Pietro Nelli in una delle sue satire, dicendo[83]:
Mi piace usar vocaboli sanesi
Non tirati con argani, o con ruote,
Perch’io vo’ che i miei versi sieno intesi.
Questi c’hanno oggimai lasciate vuote
Le bisacce al Petrarca e la scarsella,
E pieno ’l mondo d’uopi e di carote,
Quasi mi fanno recer le budella
Col parlar su lo stitico e far mostra,
Come già il corvo, dell’altrui gonnella.
E nel secondo sonetto della sua _Priapea_, il Franco gridava:
Lungi, ser petrarchisti dal bel stile,
Che le rime con gli uopi profumate.
Se c’era dunque chi voleva la lingua pedissequa e stretta ai panni di
messer Francesco e di messer Giovanni, c’era pure, per buona ventura,
chi stimandola uscita ormai di pupillo, la voleva padrona di sè e degli
andamenti suoi. Annibal Caro, nel Proemio a quel suo noto _Commento
di ser Agresto_ ecc., dice che, quanto a lingua, non vuole usare, nè
la boccaccevole, nè la petrarchevole, ma solamente la pura toscana in
uso a’ suoi dì. L’Aretino, che scriveva come gli uscia dalla penna, si
faceva beffe di certe riprensioni che gli venivano dagli Accademici di
Lucca, i quali sempre avevano in bocca: _il verbo vuole essere nelle
prose in ultimo, e cotesto non disse il Petrarca_[84]. Tra quegli
stessi che non s’arrischiavano a usare nelle scritture la lingua
parlata, c’era pure chi si ribellava alla doppia tirannide del Petrarca
e del Boccaccio. «Non so adunque come sia bene», fa dire a Lodovico da
Canossa il Castiglione nel suo _Cortegiano_[85], «in loco d’arricchir
questa lingua e darli spirito, grandezza e lume, farla povera, esile,
umile ed oscura, e cercare di metterla in tante angustie, che ognuno
sia sforzato ad imitare solamente il Petrarca e ’l Boccaccio, e che
nella lingua non si debba ancor credere al Poliziano, a Lorenzo de’
Medici, a Francesco Diaceto e ad alcuni altri che pur sono Toscani,
e forse di non minor dottrina e giudicio che si fosse il Petrarca e
il Boccaccio». In una lettera al Corrado, scritta da Roma l’ultimo di
febbrajo del 1562, il Caro dice a proposito di certe voci non usate dal
Petrarca[86]: «E ’l dire che non si debba scrivere con altre parole,
che con le sue, è una superstizione: e questo punto è stato di già
esaminato e risoluto così dagli uomini di giudicio». Non così bene
risoluto tuttavia che quella tirannide non durasse più o meno grave
tutto quel rimanente secolo. In una curiosa lettera, indirizzata a
Francesco Petrarca dal mondo, ai 5 di decembre del 1570, il Groto,
che altrove confessa avere certo suo sonetto «un poco di parentado»
con altro del sovrano poeta, descrive un viaggio che fece a Bologna
per visitare la _Cavaliera_ Volta. Dice di voler narrare quel viaggio
in versi; chiedere pertanto a esso Petrarca licenza di usare vocaboli
non usati nel _Canzoniere_, giacchè «sono alcuni pedanti, alcune
scimmie, alcuni petrarchisti ed alcuni poeti salvatichi, i quali hanno
introdotto per legge inviolabile, e per regola indispensabile, che
in verso volgare non possono usarsi altre voci di quelle, che usaste
voi, nei vostri componimenti»[87]. E sì che questi _pedanti_, queste
_scimmie_, questi _poeti salvatichi_, erano stati esposti alle risa del
pubblico fin sulla scena. L’Aretino, volendo dare in breve un saggio
di ciò che fosse quella lor lingua, e del costrutto dei loro poetici
discorsi, aveva fatto dire all’Istrione nel Prologo del _Marescalco_:
«Spettatori, snello ama unquanco, e per mezzo di scaltro a sè sottragge
quinci e quindi uopo, in guisa che a le aurette estive gode de lo amore
di invoglia, facendo restío sovente, che su le fresche erbette, al
suono de’ liquidi cristalli cantava l’oro, le perle e l’ostro di colei
che lo ancide».
Quanto all’imitazione, c’era chi non voleva saperne per nulla, e chi
l’ammetteva sì, ma con certo temperamento. L’Aretino, che si fregiava
del nome significativo e pomposo di _segretario della natura_, la
stimava una pusillanimità e viltà degl’ingegni. «Di chi ha invenzione»,
diceva egli, «stupisco, e di chi imita mi faccio beffe, conciosia che
gli inventori sono mirabili e gli imitatori ridicoli»[88]. E altrove
ancora dice molto assennatamente[89]: «il Petrarca e il Boccaccio
sono imitati da chi esprime i concetti suoi con la dolcezza e con la
leggiadria con cui dolcemente e leggiadramente essi andarono esprimendo
i loro, e non da chi gli saccheggia, _ecc._». Il che torna a dire che i
grandi modelli vanno studiati per imparar da essi le vie e il magistero
dell’arte, e non per rifare ciò che essi ottimamente han già fatto.
In un luogo della sua _Apologia_ contro il Castelvetro, Annibal Caro
dice per bocca del Predella, bidello: «Non sarebbe pazzo uno, che,
volendo imparare di camminare da un altro, gli andasse sempre drieto,
mettendo i piedi appunto donde colui li lieva? La medesima pazzia è
quella che dite voi, a voler che si facciano i medesimi passi, e non
il medesimo andare del Petrarca. Imitar lui, vuol dire che si deve
portar la persona e le gambe come egli fece, e non porre i piedi nelle
sue stesse pedate». E più largamente ancora sembra che la pensasse il
buon Guidiccioni, quando in una lettera ad Antonio Minturno scriveva
parergli «viltà lo star sempre rinchiuso nel circolo del Petrarca e
del Boccaccio, e massimamente a quelli i quali s’hanno acquistato con
i lor sudori qualche credito di vera lode»[90]. Potevano gl’imitatori
immaginarsi facilmente d’aver pareggiato il Petrarca in un tempo in
cui, a detta del Sansovino, c’erano cantambanchi che si tenevan da più
di lui, incedevan gonfii e pettoruti e volevano che ognuno facesse loro
di berretta[91]; ma era la loro una sciocca immaginazione, e ciò che il
Folengo diceva di alcuno[92]:
Tal volse del Petrarca sulle cime
Salir, ch’or giace in terra con gran scherno,
era, in parte almeno, vero di tutti, anche dei più famosi.
L’imitare, e l’imitar male, essendo assai più agevole dell’inventare,
ne veniva che infiniti si davano a comporre colla falsariga del
Petrarca innanzi, che, se non avessero avuto quella opportunità e quel
comodo, si sarebbero forse astenuti dall’imbrattar carte. Ognuno che
sapesse contare undici sillabe sulle dita e avesse in capo quattro
dozzine di rime, si credeva da tanto di poter rifare il Petrarca. A
tale proposito si ha nei _Mondi_ del Doni una curiosa scenetta. Siamo
nel _Mondo misto_, dove Momo _conduce le anime a considerare lo stato
loro_. Si presenta un’anima e tra Momo e lei è questo dialogo:
MOMO. Chi fosti tu al mondo?
ANIMA. Scarpellino e poeta.
MOMO. O che discordanza che è questa! come di sartore e barbiere.
Che scarpellavi tu e componevi?
ANIMA. Io m’avevo fatto un bel libro di monti, mari, sterpi, e
valli, tutto in rima.
Di fior, fioretti, ombre, erbe e viole,
Poggi, campagne e poi pianure e colli,
Con fonti, gorghi, prati, rivi ed onde.
MOMO. Oh tu cicali in versi sì petrarchevolmente! Io ne vo’ fare
una querela in Parnaso. Andrai pur là, che tu non istai bene fra
noi altri; va, fatti infrascare di questi lauri.