LA PRIMA GUERRA CIVILE

82. =La guerra mitridatica e la rivoluzione in Roma e in Italia

(87-86).= — Mentre questi gravi eventi si svolgevano in Roma,

Mitridate, forse per tenere d’occhio in tutta la Grecia il partito

avverso, aveva spezzettato l’esercito in numerose guarnigioni. Ma

quando Silla invase la Grecia, i generali Archelao ed Aristione

raccolsero tutte le sparse guarnigioni in Atene, ove si rinchiusero per

dar tempo ad un secondo esercito mitridatico d’invadere la Grecia, e di

pigliare il nemico alle spalle. In Atene, infatti, essi contavano di

mantenersi indefinitamente, come in una città aperta, non disponendo

Silla di una armata, che potesse affrontare l’asiatica. Era anzi

possibile agli assediati bloccare con le navi l’assediante, tagliandone

le comunicazioni con l’Italia.

Il piano dei generali pontici era abile; e trovò un alleato prezioso in

Roma stessa, nel partito che Silla aveva umiliato. Appena lui partito,

il console Cinna aveva riproposto le leggi Sulpicie, anche quella

che distribuiva gli Italici nelle 35 tribù. E di nuovo la terribile

questione aveva messo a ferro e fuoco la repubblica. L’altro console,

Gneo Ottavio, si era opposto; dei tribuni avevano interposto il veto;

l’una e l’altra parte avevano armato bande. Cinna aveva avuto, lì per

lì, la peggio ed era stato costretto a fuggire, inseguito da un decreto

del senato che lo deponeva, sostituiva, e dichiarava _hostis publicus_.

Ma Cinna aveva ritrovato fuori di Roma quell’esercito, che per due

volte era mancato ai democratici. Recatosi a Capua, dove era l’esercito

che sorvegliava la Campania appena domata, e nel quale militavano

molti Italici, si era presentato come il console, illegalmente deposto

dal senato e dal partito degli oligarchi; era riuscito ad ottenere il

giuramento di fedeltà e aveva incominciato a reclutare soldati tra gli

Italici. Intanto Mario ritornava in Italia; e con l’esercito di Capua

accresciuto dalle nuove reclute, Mario e Cinna avevano marciato su

Roma. Il senato aveva chiamato a difendere Roma Gneo Pompeo Strabone

e Q. Cecilio Metello Pio con i loro eserciti, il primo dalla Gallia

Subalpina, il secondo dal Sannio; e sotto le mura di Roma i due

eserciti avevano impegnato una battaglia lunga, accanita, confusa,

interrotta ogni tanto da trattative. Alla fine Mario e Cinna erano

riusciti a forzar la città; e avevano restituito al partito oligarchico

il colpo che questi aveva inferto al partito popolare nell’88. Le

leggi Sulpicie erano state approvate; moltissimi senatori erano stati

trucidati e i loro beni confiscati; Silla era stato dichiarato nemico

pubblico e destituito; il suo patrimonio, confiscato; la sua consorte,

costretta a riparare in Grecia nel campo del marito; Cinna e Mario,

proclamati consoli per l’anno 86.

Il piccolo esercito, che doveva riconquistare la provincia d’Asia, era

dunque abbandonato da Roma al suo destino sotto le mura di Atene. Se

l’esercito che Mitridate preparava in Asia giungeva prima che Atene

capitolasse, Silla e il suo esercito erano perduti. Nessun aiuto o

soccorso potevano aspettare da Roma. Ma Silla non si perdè d’animo.

Qualunque giudizio si voglia dare di questa strana figura, nessuno

storico negherà che fosse un uomo ed un capo. Non conobbe scrupolo,

riposo o paura nel pericolo. Per fabbricare macchine da guerra, fece

atterrare a colpi di scure i boschetti del _Lycaeum_ e i platani

secolari dell’Accademia, all’ombra dei quali aveva filosofato Platone.

Per pagare e mantenere i soldati, dissanguò la Grecia, saccheggiò i

templi più venerati, convertì in monete d’oro e d’argento i tripodi,

i vasi, i gioielli, le opere d’arte, offerte agli Dei da tante

generazioni. Per disputare ai nemici il mare inviò un suo giovane

ufficiale, L. Licinio Lucullo, a procurarsi una flotta tra gli Stati

amici del Mediterraneo, sfidando la crociera delle navi mitridatiche.

Per finire l’assedio, studiò tutte le malizie di guerra. Per mantenere

animosi i soldati partecipò a tutte le loro fatiche, accorse in tutte

le mischie, condusse in persona le colonne d’attacco, e profuse in

mezzo ad essi, a piene mani, l’oro preso nei santuari degli Dei.

Ma Atene resistè tutta l’estate dell’87, resistè tutto l’autunno,

aspettando i soccorsi. Per fortuna l’esercito che Mitridate mandava

in Grecia, impedito dalla difficoltà degli approvvigionamenti,

mal comandato, camminava lento. Caio Senzio Saturnino, governatore

della Macedonia, potè con poche forze trattenerlo, farlo cogliere

dall’inverno e costringerlo a svernare in Macedonia. Ma intanto,

sospeso questo, un pericolo maggiore sorse alle spalle di Silla,

dall’Italia. Mario era morto al principio dell’86. Il console Lucio

Valerio Flacco, nominato in luogo di Mario, aveva proposta una legge,

che condonava tutti i debiti per tre parti su quattro; ed era stato

incaricato di recarsi con 12000 uomini a togliere il comando a Silla.

Silla sarebbe stato, alla primavera, preso tra l’esercito romano e

quello di Mitridate, se non prendeva Atene prima che Mitridate o Flacco

giungesse. Tutto l’inverno si preparò infaticabile; e il 1º marzo,

raccolte tutte le sue forze, diede un disperato assalto; prese la città

prima e poi il Pireo, e costrinse Archelao a imbarcare l’esercito e a

salpare. Silla era così sfuggito alla sicura rovina che lo minacciava;

ma versava ancora in pericolo mortale, dovendo combattere le forze

di Archelao che, quasi intatte, avevano raggiunto per mare, alle

Termopili, il secondo esercito di Mitridate, in cammino dalla Grecia

settentrionale, e quello del console Valerio Flacco, che giungeva

dall’Italia. L’avvicinarsi dell’esercito democratico impose a Silla una

decisione disperata: attaccare ad ogni costo e subito Mitridate, con

la risolutezza consueta. Silla andò incontro all’esercito di Mitridate

e gli diede battaglia presso _Cheronea_, in Beozia, riportando su

Archelao, che ne aveva preso il comando, una grande vittoria (86)[92].

Cheronea era la prima grande vittoria delle armi romane su Mitridate; e

incominciò a sollevare le cadenti fortune di Roma in tutto l’Oriente.

Da qualche tempo le classi ricche dell’Asia, sopraffatte al tempo

della prima invasione, si riavevano, e intrigavano a favore di Roma,

approfittando della mobilità delle plebi e del malcontento, di cui

eran cagione le continue leve fatte da Mitridate. Alla fine dell’87

Efeso, l’opulento emporio, era già insorta contro Mitridate in favore

di Roma. La vittoria di Cheronea infuse nuovo coraggio in tutta l’Asia

al partito romanofilo, che a poco a poco risollevava il capo. Nel

tempo stesso — e non fu minore fortuna — rese possibile una specie

di tacita pace tra Silla e il partito democratico[93]. Così almeno

pare si possa congetturare, per spiegare in modo soddisfacente uno

dei punti più oscuri di questa tenebrosissima guerra. Par che Flacco

fosse un uomo assennato; e che, sbarcato in Epiro, capisse quel che

del resto era chiaro per se stesso: essere una pazzia lanciare due

eserciti romani l’uno contro l’altro, quando Mitridate si preparava a

mandare in Grecia un nuovo esercito per vendicare Cheronea. Silla, a

sua volta, sapeva troppo bene che Mitridate era già da solo un nemico

temibilissimo. Nè è temerario il supporre che i due eserciti romani,

anzichè avventarsi l’uno contro l’altro, preferissero essere condotti

insieme al saccheggio della Grecia e dell’Asia. Sembra dunque che,

non osando Flacco, per la proscrizione che aveva colpito Silla, unir

il suo all’altro esercito, i due generali siano venuti ad un accordo

segreto. Flacco che, essendo console, poteva chiedere ai Bizantini la

flotta, tenterebbe di invadere l’Asia; Silla aspetterebbe in Grecia

Dorilao, che si avvicinava, dopo aver imbarcato nell’Eubea lo scampo

dì Cheronea: diecimila nomini. Questo savio accordo fece dell’86 un

anno felice per le armi romane. Silla attaccò e distrusse l’esercito

di Dorilao a Orcomeno, e poi si ritirò in Tessaglia ai quartieri

d’inverno; Flacco invase la Macedonia, respinse in Asia gli ultimi

resti dell’esercito pontico, passò il Bosforo sulle navi dei Bizantini.

Alla fine dell’86 Mitridate aveva perduto la Grecia e le altre

conquiste in Europa.

83. =Il trattato di Dardano (85).= — Se il partito democratico fosse

stato disposto a seguire in Italia il saggio esempio che Flacco gli

aveva dato in Asia e a revocare la proscrizione di Silla, forse la

guerra d’Oriente sarebbe finita presto e bene per Roma. Ma il partito

della vecchia nobiltà pareva ormai distrutto: uccisi gli uni, fuggiti

gli altri, impotenti per la paura i pochi rimasti. Il partito popolare

era dunque arbitro e padrone della repubblica: delle cariche, dei

comandi, dell’erario, degli eserciti, delle province. Poteva esso darsi

pensiero di questo ultimo capo del partito vinto, che ancora si trovava

in Grecia alla testa d’un piccolo esercito? Nessuno sognava allora che

questo terribile uomo potesse trovare la via di tornare in Italia, e

con tutto il suo esercito. La politica di Flacco era così poco gradita

al suo partito, che l’accordo era stato tenuto segreto: anzi, durante

l’inverno dall’86 all’85 uno dei suoi legati, un certo Fimbria, un

violento democratico, riuscì a sobillare il soldati, a far uccidere

Flacco e a farsi riconoscere generale. L’accordo conchiuso con Flacco

era distrutto e Silla si ritrovò nel pericolo di prima, anzi peggio.

Non poteva attaccar Fimbria, avendo sopra un fianco la minaccia di

Mitridate; non poteva attaccar Mitridate avendo sull’altro fianco la

minaccia di Fimbria; non poteva attaccar Fimbria e Mitridate insieme.

Che fare? Un’altra volta ancora Silla prese un partito arditissimo,

che doveva decidere non solo del suo destino, ma essere il principio

di molti e gravissimi eventi nella storia di Roma. Non potendo

combattere insieme Fimbria e Mitridate, non potendo intendersi con

Fimbria, cercò d’intendersi con Mitridate. Par che Silla riuscisse a

corrompere Archelao, a farsi consegnare la flotta e a persuaderlo a

proporre la pace a Mitridate a queste condizioni: si ritornerebbe allo

statu quo dell’anno 89; Mitridate conserverebbe l’antico regno del

Ponto, riceverebbe il titolo di amico e di alleato del popolo romano,

pagherebbe una indennità di 2000 talenti; consegnerebbe un certo numeri

di navi da guerra. A sua volta Silla largirebbe una amnistia alle città

ribelli dell’Asia. Concedere tali condizioni a un sovrano che aveva

mosso a Roma tanta guerra e trucidato persino migliaia e migliaia di

cittadini romani, era poco meno che un alto tradimento, come si direbbe

adesso, alla stregua delle tradizioni politiche della repubblica.

Avevano fatto molto meno di ciò che Mitridate si era permesso, Antioco

III, che aveva perduto metà del regno; Perseo, che era stato condotto

a Roma in catene; e Cartagine, che era stata rasa dalle fondamenta.

Ma Silla non esitò per salvarsi a far buon mercato della _majestas_

del popolo romano, come, nell’88, del principio che Roma non potesse

esser violata da forza armata. A sua volta Mitridate aveva bisogno di

pace: la sua autorità vacillava in Oriente; l’Asia Minore gli sfuggiva;

Fimbria invadeva, nella primavera dell’85, l’Asia e s’impadroniva di

Pergamo; Lucullo, che era riuscito finalmente a raccogliere una flotta

potente, compariva sulle coste dell’Asia, incitando le città alla

rivolta. Conoscendo le difficoltà in cui Silla si dibatteva, Mitridate

cercò ancora di mercanteggiare; e minacciò perfino di allearsi con

Fimbria.... Ma alla fine accettava la pace così vantaggiosa; e questa

era sottoscritta a Dardano, nella Troade, in seguito a un colloquio tra

il proconsole romano e il monarca del Ponto (85)[94].

84. =Silla in Asia e in Grecia (85-83).= — Fimbria era finalmente

isolato. Silla subito gli si volse contro, e lo circondò col suo

esercito, presso Tiatira, in Lidia. Una buona parte dei soldati e degli

ufficiali, i più devoti a Flacco, defezionarono spontaneamente; gli

altri furono o persuasi dalla corruzione o costretti dalla violenza;

Fimbria stesso, piuttosto che sopravvivere allo sfacelo dell’esercito,

preferì uccidersi. Silla restava così padrone dell’Asia riconquistata,

a capo di un esercito e di una flotta potente, e con il tesoro ricolmo

dalla indennità di Mitridate.

Era giusto, del resto: chè Silla e non altri aveva riconquistato le

perdute province di Oriente, vincendo le battaglie di Cheronea e di

Orcomeno. Ma questa gloria era offuscata da una macchia: il trattato

di Dardano. Silla non l’ignorava; tanto è vero che, fatta la pace con

Mitridate, non ebbe più che un pensiero: riconciliarsi con il partito

che governava in Italia e ottenere l’approvazione di tutto quanto

aveva fatto in Oriente. Presso lui avevano cercato rifugio molti esuli

e proscritti, i quali pretendevano di rappresentare al suo fianco una

specie di Consiglio senatorio, e lo sollecitavano a ripigliar subito

la via dell’Italia allo scopo di perpetrarvi le bramate vendette.

Egli invece preferì rimanere in Asia ed in Grecia e passar quel che

rimaneva dell’anno 85, tutto l’84, e parte dell’83, a trattare con il

governo di Roma, al quale, da Efeso, appena morto Fimbria, ostentando

quasi di ignorare la sua qualità di _hostis reipublicae_, aveva

spedito un’elaborata relazione dell’opera compiuta in Oriente. Nè

chiedeva cose indiscrete: l’approvazione di quel che aveva fatto in

Oriente e il rimpatrio di tutti i proscritti che si erano rifugiati

presso di lui. Ma all’arrendevolezza di Silla rispose dall’Italia una

irremovibile intransigenza. Il partito popolare era ormai insediato

fortemente al governo; e non voleva, accogliendo le domande di Silla,

nè veder ritornare a Roma il partito della nobiltà, nè assumersi

la responsabilità del trattato di Dardano, che l’opinione pubblica

disapprovava pur essendo disposto a goderne i benefici. È vero che nel

senato un partito forte propendeva per il richiamo degli espulsi; è

vero che, quando alle proposte concilianti di Silla fu risposto con

preparativi di guerra, le truppe si ammutinarono; e Cinna stesso,

rieletto console, fu trucidato: serio ammonimento di non prendere

troppo alla leggera la nuova guerra civile che minacciava. Ma quando

mai un partito che si crede sicuro al potere crederà ad un pericolo,

che non minaccia proprio di ora in ora? A guastar per sempre l’accordo

si aggiunsero i cavalieri. Appena ricuperata l’Asia, Silla aveva

imposto alle città della provincia il pagamento delle cinque annualità

arretrate e per giunta una grossa indennità di guerra: ma aveva pure

abolito gli antichi appalti e dichiarato di volere riscuotere i tributi

direttamente, per mezzo di funzionari, dividendo a tale scopo la

provincia, in 44 circoscrizioni. Non voleva, che l’erario spartisse il

bottino della conquista con i pubblicani; e i cavalieri, che già gli

erano avversi, gli giurarono un odio mortale.

Silla intanto ritornava dall’Asia in Grecia, ove passava tutto l’84

e i primi mesi dell’83, sempre trattando per un accordo col partito

democratico, ma nel tempo stesso rinforzando l’esercito decimato

dalla guerra, reclutando soldati nel Peloponneso, in Macedonia, in

Tessaglia. Senonchè nella primavera dell’83 egli dovette convincersi

che era necessario ancora una volta sfoderare la spada. Il partito al

potere non voleva nè riammettere gli espulsi nè approvare il trattato

di Dardano; e aveva fatto ordinare dal senato che tutti gli eserciti

fossero congedati, ossia che egli si arrendesse a discrezione. Anche

a questa nuova guerra Silla si accinse con la consueta risolutezza.

Non era certamente neppure questa una guerra facile. Il nemico aveva

innanzi tutto l’immenso vantaggio di aver dalla sua le finzioni della

legalità. Disponeva dell’erario dello Stato, dei tributi di tutte le

province d’occidente; poteva reclutare soldati in tutta l’Italia,

specialmente dopochè, sotto le minacce della nuova guerra, aveva

finalmente risolta la questione italica, facendo distribuire i nuovi

cittadini in tutte le 35 tribù; poteva infine contare sull’appoggio di

molte famiglie della nobiltà, che riconoscevano il suo governo come il

governo legale. Tali erano, tra i capi, i due consoli dell’anno, Caio

Norbano e L. Cornelio Scipione Asiatico, bisnipote del vincitore di

Antioco; tale il figlio di Mario; tale Gneo Papirio Carbone, console

nell’85 e nell’84; e Gneo Domizio Enobarbo. A questi si aggiungevano

alcuni uomini di natali più oscuri, ma segnalatisi per forza di

ingegno e di volontà nelle guerre dei decenni precedenti: tra i quali

il più insigne era Q. Sertorio. Silla invece non poteva giustificare

l’autorità sua con alcun titolo chiaro e preciso; e alle forze degli

avversari opponeva i tesori dell’Asia, circa 40.000 soldati e quella

parte della nobiltà storica che aveva cercato scampo presso di lui.

È vero però che l’Italia desiderava la pace e un accordo ragionevole

con Silla, essendo stanca di guerre civili e non potendo disconoscere

che, se Silla aveva fatto il trattato di Dardano, aveva anche inflitto

a Mitridate due memorande disfatte. Questo desiderio dell’Italia

era per il governo democratico cagione di grande debolezza; perchè

la repubblica potrebbe armare in Italia solo delle accozzaglie poco

disciplinate, male istruite, tra le quali l’oro avrebbe operato

devastazioni non minori del ferro. Il piccolo esercito di Silla invece

era un blocco d’acciaio, devoto fino alla morte al duce, che lo aveva

arricchito, e maggiori beni prometteva dopo la sicura vittoria.

85. =La prima guerra civile (83-82)[95].= — Il primo anno di guerra

mostrò subito che le probabilità di vittoria non si potevano misurare

dal numero di soldati, di cui ciascun partito disponeva. Sbarcato nella

primavera dell’83 a Brindisi, Silla subito sconfisse presso Capua

l’esercito del console Norbano; indi procedè contro l’esercito del

console Scipione, che trovò non lungi da Teano. Sapendo che Scipione

era incline all’accordo, sapendo che i suoi soldati desideravan la

pace, Silla iniziò trattative. Scipione acconsentì a trattare; i due

generali si videro, discussero insieme lo stato della repubblica, i

rimedi che erano necessarî per ricondurre la pace; e fu conchiuso

infine un armistizio per aspettar la risposta dell’altro console.

Quando, all’ultimo momento, per ragioni che sono oscure a noi e che non

dovettero esser chiare neppure allora, Scipione ruppe le trattative,

rimandando gli ostaggi a Silla. I suoi soldati allora, accusandolo

di aver voluto respingere una pace giusta e ragionevole, gli si

ribellarono e passarono a Silla; Scipione fu fatto prigioniero e,

liberato da Silla, depose il consolato e si ritirò a Marsiglia. Silla

era già padrone dell’Italia meridionale! Questi successi condussero

a lui molti nobili sino allora esitanti: tra gli altri M. Licinio

Crasso e Gneo Pompeo Strabone, figlio di G. Pompeo Strabone, che era

stato console nell’89, giovane ricchissimo, che aveva grandi proprietà

nel Piceno, dove egli si mise a reclutar soldati di sua iniziativa e

fu da Silla riconosciuto comandante delle forze che aveva levate. Ma

gli insuccessi esasperarono invece il governo della repubblica. Il

console Norbano non rispose alle aperture di pace fattegli da Silla; i

senatori, che avevano raggiunto il nemico, furono dichiarati _hostes

publici_; il figlio di Mario, che aveva solo 27 anni, fu eletto

console per l’82 con Gneo Papirio Carbone, per attirare al governo

i veterani del padre; armi ed armati furono approntati dalle due

parti: dal governo, nell’Italia centrale e settentrionale; da Silla,

nell’Italia meridionale. La guerra ricominciò nella primavera dell’82.

Carbone, che raccoglieva in Etruria i contingenti mandati da ogni

parte dell’Italia settentrionale, spedì un suo legato, Carrinate, nel

Piceno, a distruggere le forze che nel Piceno raccoglievano per Silla

Metello Pio e Gneo Pompeo. Ma fu sconfitto da Metello; e il legato

Carbone già accorreva dall’Etruria al suo soccorso, quando fu fermato

e ricondotto indietro da una notizia fulminea: Silla in persona aveva

sconfitto tra Segni e Palestrina il giovane Mario, a cui era stato

commesso di difendere Roma; lo aveva chiuso e assediato in Preneste; si

era impadronito con un ardito colpo di mano di Roma; e già si disponeva

a marciar contro di lui. Rapido, Carbone ritornò sui suoi passi,

per accorrere al soccorso di Roma: ma in Etruria, a Chiusi, trovò

l’esercito di Silla a sbarrargli la strada. Fu appiccata battaglia e fu

aspra e lunga; ma nè a Silla riuscì di disfare l’esercito di Carbone;

nè a Carbone di disfare l’esercito di Silla. Cosicchè Roma restava in

potere di Silla e l’esercito della repubblica diviso in due, parte nel

nord, parte intorno a Preneste e nell’Italia centrale e meridionale.

Ma Silla, il suo esercito, il suo partito si trovavano a loro volta

tra due minacce: l’esercito ancora intatto di Carbone al nord e con

il quale poteva con giungersi l’esercito che Norbano reclutava nella

Cisalpina; ed una vasta insurrezione che si preparava nel Sannio e

nella Lucania. In queste regioni la guerra aveva risvegliato le ultime

faville dell’antico sentimento nazionale; e con il consenso e gli aiuti

del governo repubblicano si preparava un grosso esercito.

Il frangente era dunque critico per le due parti. Un piccolo errore

o un piccolo contrattempo potevano far precipitare le sorti da una

parte o dall’altra. Silla si contentò di far buona difesa sulla

strada di Roma, per tenerla chiusa a Carbone; e cercò di tagliare

le comunicazioni tra Carbone e Norbano. Metello sbarcò con forze

considerevoli, a quanto pare a Ravenna, per marciare di là sulla Via

Emilia e porsi tra i due generali. A sua volta Carbone, posto in quella

difficile situazione, commise un errore, che solo un grande generale

avrebbe schivato: non sentendosi la forza di annientare l’esercito

di Silla, non volendo abbandonar Preneste e Roma al loro destino e

volendo conservare libere le sue comunicazioni con Norbano, divise le

sue forze. Mandò al soccorso di Preneste 8 legioni, spedì a Norbano

altre forze per aiutarlo a fronteggiare Metello, mantenendo il grosso

delle sue milizie a Chiusi. Norbano pare a sua volta aver commesso

lo stesso errore: ricevuti i rinforzi di Carbone, sia che non avesse

pronto ancora tutto l’esercito, sia che fosse a ciò spinto da qualche

ragione a noi ignota, marciò contro Metello con questi rinforzi e con

sola una parte delle sue soldatesche. Così queste forze sparpagliate

soccombettero tutte, una dopo l’altra, mentre il grosso dell’esercito

di Carbone oziava a Chiusi. I rinforzi, mandati al soccorso di

Preneste, non giunsero; Norbano fu sconfitto da Metello a Faenza, e

la sua sconfitta fece passare a Silla parecchie importanti città, tra

le quali Rimini, chiave delle comunicazioni della valle del Po con

Roma. Norbano perse allora la testa; abbandonò il comando; e, montato

su una navicella, fuggì in Oriente: ma la sua fuga fu il segnale di

una catastrofe. Tutta la valle del Po si arrese ai generali di Silla.

Allora anche Carbone, sebbene avesse circa 30.000 uomini, considerò

l’Italia come perduta e fuggì in Africa, dove sperava di poter

continuare la lotta. Sul suo esercito, restato a Chiusi senza capo,

Silla lanciò Pompeo, che lo disfece con poca fatica. Gli avanzi si

dispersero; e un certo numero raggiunse l’esercito sannitico e lucano,

che avanzava dall’Italia del sud verso Roma.

Anche questo era un esercito considerevole per numero, animato da un

feroce spirito di distruzione e di odio. Avrebbe potuto esser funesto

a Silla, se fosse arrivato più presto. Ma arrivava quando ormai la

repubblica aveva perduto tutta l’Italia, e non conservava più, si può

dire, ultimo e inutile baluardo, che Preneste. Tuttavia Silla aveva

dovuto a sua volta, in questa singolare campagna, sparpagliar talmente

le sue non numerose milizie, che il grande esercito degli Italici,

rinforzato dalle reliquie superstiti delle legioni democratiche, riuscì

con un’abile marcia notturna a eludere la vigilanza nemica e arrivò

improvvisamente sotto le mura di Roma, difesa da milizie insufficienti.

È difficile dire quel che avrebbe potuto succedere, se l’energia di un

oscuro pretore, Appio Claudio, non avesse salvato Roma da queste orde

ardenti di un odio fanatico. Invece di cedere al numero, nuovo Leonida,

Claudio oppose un’accanita resistenza, trovando egli stesso la morte

nella battaglia; e die’ tempo a Silla, che campeggiava nelle vicinanze

di Preneste, di accorrere. Il 1º novembre dell’82[96] i due eserciti si

scontrarono alla Porta Collina, non lungi dall’odierna _Porta Pia_. La

battaglia fu accanita, e non in ogni sua fase fortunata per i Sillani.

Il merito maggiore della vittoria va dato a un legato di Silla, e

proprio a Marco Licinio Crasso, che arrivò a tempo con dei rinforzi. I

Sanniti e i Lucani furono sconfitti, e gran parte tratti prigionieri.

Poco dopo anche Preneste capitolava, il giovane Mario si uccideva,

e Silla era padrone dell’Italia e della repubblica. Ma l’impero era

ben lungi dall’essere pacificato. L’Etruria era ancora in fiamme, la

Sardegna, la Sicilia, l’Africa, la Spagna in potere dei Mariani. E

allora l’uomo, che aveva meravigliato il mondo per la sua moderazione,

si tramutò in un carnefice. Mentre nelle province i suoi legati

continuavano a sconfiggere, uno dopo l’altro, i superstiti generali

della democrazia, egli si dava ad estirpare in Roma e in Italia,

con il ferro e con il fuoco, quella ch’egli credeva la radice d’ogni

male. Tutti coloro che avevano favorito il partito democratico, furono

perseguitati con l’esilio, la confisca, la morte. La vendetta ricadde

sui loro figliuoli, sui loro consanguinei, sui più remoti congiunti;

poichè Silla fece decretare che i figli e i nipoti dei proscritti

non potrebbero mai più esercitare alcuna magistratura. Intere città

furono multate di enormi ammende, ebbero demolite le fortificazioni,

incamerata una parte del territorio pubblico e privato. I beni dei

condannati e degli esuli, le terre confiscate alle città italiane,

furono spartite tra i soldati e gli amici del vincitore. Quanti

furono i proscritti e le vittime non si potè mai accertare; i Sanniti

furono nella massima parte distrutti insieme con le loro, un tempo

fiorenti, città — Boviano, Esernia, Telesia — che furono ridotte a

squallidi abituri. Circa 150.000 soldati ottennero terre nel Sannio,

nella Campania, nell’Etruria; degli schiavi, dei liberti, dei plebei,

dei patrizi impoveriti fecero o rifecero, tra il sangue e le rapine,

delle grandi fortune; molti dei proscritti fuggirono tra i barbari, in

Spagna, in Mauritania, presso Mitridate, o si dettero alla pirateria.

86. =La restaurazione sillana (82-79 a. C.).= — Ma confiscare,

trucidare, dar di piglio nel sangue e nella roba dei vinti non bastava.

Silla era troppo grande uomo di Stato. Nell’82 si fece conferire una

magistratura che, antica di nome, era nuova per la forza e l’ufficio:

una dittatura _legibus scribundis reipublicae constituendae_; e compilò

da solo una nuova costituzione, senza l’assistenza e l’impaccio dei

comizi, centuriati e tributi.

Il suo pensiero era ancora quello di Catone: sradicare da Roma e

dall’Italia la tanto temuta e detestata «corruzione», restaurando le

istituzioni dei bei tempi in cui Roma e l’Italia erano una gerarchia

perfetta di classi; in cima una nobiltà poco istruita, ma disciplinata,

in basso una popolazione rurale sottomessa, paziente, agiata e

paga della sua sorte. Si sforzò di annullare ad una ad una tutte le

conquiste plebee e democratiche degli anni precedenti. Restituì le

_quaestiones_ ai senatori; restrinse il potere dei tribuni, togliendo

loro il diritto di intercessione contro i decreti del senato e contro

le proposte di legge, e ammettendolo solo nei casi personali; escluse

coloro, i quali fossero stati tribuni, dalle magistrature maggiori;

assoggettò di nuovo i comizi tributi alla tutela preventiva del

senato, e fors’anco li privò d’ogni potere legislativo, deferendo

questo ai comizi centuriati, che forse furono riformati secondo

l’antico ordinamento di Servio Tullio[97]; soppresse le distribuzioni

frumentarie; abolì o rese vana la censura, rifacendo per tal

guisa inamovibile e onnipotente l’ordine senatorio; abolì la legge

Domizia del 103, che aveva affidato ai comizi l’elezione dei collegi

sacerdotali; fiaccò l’ordine equestre. Dopo averlo decimato con le

persecuzioni e impoverito con le confische, gli tolse il posto d’onore

nei pubblici spettacoli, l’appalto delle imposte asiatiche, il potere

giudiziario; e quando volle riempire i vuoti fatti nel senato dalla

guerra, dalla morte e dalla persecuzione, preferì ai cavalieri gli

uomini più oscuri del terzo stato, magari dei suoi veterani[98].

A queste grandi riforme politiche si aggiunsero altre minori riforme

amministrative. Per accrescere il personale del governo senza

aumentane troppo il numero dei magistrati, Silla creò le così dette

promagistrature per cui, mentre nel primo anno di ufficio, consoli e

pretori avrebbero risieduto in Roma, in un secondo anno si sarebbero

recati, come proconsoli e propretori, a governare le province. Fissò

l’ordine e la successione delle magistrature e ristabilì l’antico

intervallo biennale tra l’una e l’altra, imponendo anzi un minimo

di dieci anni fra due richieste di consolato. Per impedire brighe e

favori, volle che le province fossero anticipatamente assegnate per

sorteggio; accrebbe a 600 il numero dei senatori; istituì parecchie

nuove _quaestiones perpetuae_, affinchè la giustizia penale fosse più

pronta ed estesa; e portò a otto il numero dei pretori, per migliorare

la giustizia civile.

L’antica costituzione era restaurata quasi alla perfezione.

Mancava solo l’abrogazione della legge _Plautia-Papiria_, che aveva

concesso agli Italici la cittadinanza. Ma Silla si fermò a questo

punto. Nessun grande generale romano, a qualunque fazione politica

appartenesse, aveva osato mai oppugnare le richieste degli Italici.

Dai soli generali, anzi, gli Italici avevano ottenuto quel po’ di

vantaggio, di cui ora godevano. Ma se Silla non abrogò la legge

_Plautia-Papiria_, tolse a molti municipi, che l’avevano combattuto, il

diritto di cittadinanza. Nel 79 egli poteva contemplare con orgoglio

l’opera di archeologo, che aveva inalzata. L’opera pareva perfetta e

indistruttibile. Una sola cosa le mancava: l’anima antica, che Silla

non poteva resuscitare; onde l’opera era contraddittoria e sarebbe

per le sue contradizioni, stata caduca. Silla aveva voluto restaurare

lo stato patrizio del V e del IV secolo; ma non aveva potuto rifare —

anima e corpo — l’aristocrazia, che era stata il sostegno di quella

costituzione. Aveva ridotto tutto lo stato, i comizi, il senato,

le magistrature, i comandi, i tribunali in potere, più che di una

vera aristocrazia, di una consorteria composta di amici, sgherri

e carnefici suoi arricchitisi con le confische; di transfughi del

partito mariano; di quasi tutta la vecchia aristocrazia, ormai devota

a lui per gratitudine, per interesse o per paura. Questa consorteria,

le cui parti eran legate insieme soltanto dal prestigio del capo e

dal comune interesse di conservare il potere, era troppo divisa da

interessi, ambizioni ed idee diverse per poter tentare di ricondurre

in Roma l’ordine che aveva regnato sotto il vero regime aristocratico

dei secoli precedenti, massime dopo il grande disordine generato dalla

rivoluzione. Anche questa, come tutte le rivoluzioni, aveva indebolito

le tradizioni. Se Silla pensava di far retrocedere l’Italia di tre

secoli nel cammino della vita e di persuaderla a fuggire l’industria

ed il commercio, le sue campagne in Oriente avevano invece portato

in Italia un gran numero di schiavi e di liberti, che diventerebbero

maestri di nuovi bisogni e di nuovi costumi. Non è quindi da

meravigliare se, prima ancora di abbandonare la dittatura e di coronare

la grande opera di restaurazione, ritirandosi, novello Cincinnato, a

vita privata, egli assistette al primo screpolarsi del suo edifizio.

Già nelle elezioni consolari dell’80, che fu l’ultimo anno della

dittatura di Silla, vinsero due uomini, di cui l’uno era un assai

tepido Sillano, l’altro, M. Emilio Lepido, un avversario dichiarato

del dittatore. Pochi mesi dopo, a soli sessant’anni, nella sua villa di

Pozzuoli, dopo aver dettato le _Memorie_ della sua grande vita, Silla

moriva, lasciando un’opera della quale, in pochi anni, non sarebbero

rimasti più che alcuni sapienti ritocchi amministrativi.

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 50 / 60 题