(218-201)
46. =Cartagine in Spagna.= — Di quanto avvenne a Cartagine dopo il
241, poco sappiamo. Certo è che la repubblica fu governata da una
consorteria di ricche famiglie, di cui Amilcare, il grande guerriero e
statista illustratosi nella guerra con Roma, e la famiglia dei Barca,
a cui apparteneva, furono la colonna; che Cartagine, invece di tentare
la riconquista delle isole perdute, cercò compensi in Spagna. Poco
dopo il 238, Amilcare Barca è in Spagna con un forte esercito, intento
a conquistare la vasta penisola; e non, come si argomentò poi da quel
che successe, per fare della Spagna il ponte da cui assaltare l’Italia.
Perdute la Sicilia e la Sardegna, Cartagine doveva ridursi sulla
difesa, lo svantaggio dell’attaccare l’Italia essendo dalla sua parte.
Nè altri che un uomo di mente malata avrebbe allora potuto vagheggiare
di assalire Roma dalla Spagna, anticipando l’evento per cui tra qualche
anno l’impresa potrà apparire possibile. Cartagine va dunque in Spagna,
perchè si è rassegnata a lasciar la Sicilia e la Sardegna a Roma.
A sua volta, Roma non dovette sulle prime esser malcontenta che
Cartagine impegnasse le sue forze nella conquista della Spagna, invece
di pensare a riconquistare le isole. Non è dunque meraviglia che
Amilcare abbia potuto per nove anni allargare il dominio cartaginese
nella penisola iberica. Caduto nel nono anno Amilcare in battaglia,
Cartagine affidò l’impresa al suo genero, Asdrubale. Asdrubale la
continuò, più trattando che combattendo, ma sempre con fortuna; sinchè,
alla fine, Roma incominciò ad inquietarsi. La Spagna era ricca di
miniere e abitata da gente bellicosa: se Cartagine se ne impadronisse,
non troverebbe nel tempo stesso i soldati e i mezzi per assoldarli?
Conquistando la Spagna, Cartagine non si avvicinava troppo ai Galli,
con i quali Roma era sempre in guerra? Roma cercò allora di amicarsi le
città maggiori, ancora non soggette a Cartagine; con Sagunto conchiuse
addirittura un’alleanza; e nel 226, non sappiamo se poco prima o
poco dopo, ottenne che Asdrubale si obbligasse per trattato a non
varcare con l’esercito l’Ebro[39]. Questo limite imposto in Spagna,
doveva offendere e irritare la grande potenza africana; ma Cartagine
aveva ancora tanto da fare al di qua dell’Ebro, che Asdrubale potè
firmare il trattato senza che le relazioni tra le due grandi potenze
fossero turbate. Par che Cartagine si accontentasse di non ratificare
il trattato firmato da Asdrubale, pur senza rinnegarlo; in modo da
poter sconfessarlo quando volesse, pur rispettandolo finchè le fosse
conveniente. Quand’ecco, nel 221, Asdrubale muore; gli eserciti di
Spagna acclamano a capo il figlio di Amilcare, Annibale, che aveva
allora 26 anni; il senato cartaginese ratifica la nomina dei soldati; e
Annibale subito attacca Sagunto, la città alleata di Roma; la assedia e
la prende nel 219, non badando alle intimazioni e alle minacce di Roma.
Roma allora manda a Cartagine un’ambasceria, minacciando la guerra
se Annibale non le è consegnato; e in pochi mesi la guerra tra le due
grandi potenze mediterranee di nuovo divampa.
47. =La grande causa della guerra e il piano di Annibale.= — Per qual
ragione gli eventi precipitarono così rapidamente? Per l’ambizione
di Annibale e per il suo odio contro Roma, come fu detto e ripetuto?
Annibale era un grande uomo; e non si può credere che impegnasse
Cartagine in una guerra così tremenda, solo perchè il farla gli parve
glorioso e bello. D’altra parte Annibale iniziò e condusse la guerra
d’accordo e con l’appoggio di un grande partito e del governo legale
di Cartagine, il quale deve aver avuto le sue ragioni per affrontare
Roma una seconda volta, dopo avere per molti anni cercato di vivere in
pace. Questa ragione — o almeno la principale — sembra doversi cercare
nella conquista della Gallia Cisalpina fatta dai Romani. Se a Roma non
piaceva che Cartagine si allargasse troppo in Spagna, a Cartagine non
poteva piacere che Roma si insediasse nella valle del Po; sia perchè
si avvicinava alla Spagna; sia perchè si impadroniva di un territorio,
non solo fertile e ricco, ma popolato da quei Galli o da quei Liguri,
tra i quali Cartagine reclutava parte dei suoi eserciti. Secondo
questa congettura — la sola che sembri render ragione dell’improvvisa
inimicizia rinata tra Roma e Cartagine — la seconda guerra punica deve
considerarsi come un effetto della conquista romana della Cisalpina.
Nè basta: la conquista della Cisalpina spiegherebbe anche il piano di
Annibale, che è esso pure un indovinello, come l’improvviso scoppiare
della guerra. Non si possono spiegare le mosse singolarissime di
Annibale se non ricordando che, perdute la Sicilia e la Sardegna, il
vantaggio dell’attacco era passato da Cartagine a Roma, ed ammettendo
che Annibale voleva innanzi tutto recuperare in parte questo vantaggio
iniziale: giungere con un piccolo esercito nell’Italia meridionale,
staccarla forse per sempre dal dominio romano, eccitare alla rivolta
gli alleati e i sudditi, impadronirsi di un porto, inchiodare in Italia
una parte delle forze romane; e allora assaltare la Sicilia dalle
due parti, dall’Italia e dall’Africa; staccata l’Italia meridionale
da Roma, riconquistata la Sicilia e la Sardegna, farne il ponte per
un ultimo attacco dell’Italia, alla testa di una potente coalizione.
Per questa coalizione egli aveva già gettato gli occhi anche sulla
Macedonia e sul nuovo re Filippo, che la presenza dei Romani sulle
coste orientali dell’Adriatico incominciava ad inquietare massime
dopo la breve ma fortunata guerra combattuta da Roma contro Demetrio
di Faro, nel 220. Senonchè assalire l’Italia dalla Spagna con tal
disegno sarebbe stata una pazzia, sinchè la valle del Po fosse stata
indipendente da Roma; l’impresa invece poteva apparire possibile, se
pur rischiosa, subito dopo la conquista, quando le popolazioni galliche
anelavano alla riscossa. Vedremo che Annibale intendeva incominciare la
sua impresa alleandosi con i Galli e facendo della Gallia Cisalpina la
prima base d’operazione contro Roma e l’Italia.
48. =Il passaggio dei Pirenei e delle Alpi (estate-autunno 218).= — Il
piano di Annibale era molto ardito e complicato. Ma Annibale era uomo
da porlo ad effetto. Dopo aver provveduto a munire la Spagna e l’Africa
di sufficienti difese, sui primi dell’estate del 218, egli lasciò
con 50.000 fanti e 9000 cavalli la Spagna cartaginese. Non era certo
esercito che bastasse a conquistare un paese, capace di armare a sua
difesa circa 800.000 uomini[40]; ma noi possiamo spiegare come Annibale
lo giudicasse sufficiente, se si ammette che doveva servire non a
conquistare l’Italia, ma solo a preparare la situazione strategica e la
coalizione, che verrebbe a capo della potenza romana. Il viaggio del
piccolo esercito non fu facile. Al freddo e ai disagi della montagna,
incontrati nei Pirenei, si aggiunsero, nella valle del Rodano, le
molestie di talune popolazioni celtiche; sicchè, passato il Rodano,
l’esercito già era ridotto a 38.000 uomini e ad 8000 cavalli.
Peggio ancora fu quando l’esercito cartaginese cominciò a salire il
versante settentrionale delle Alpi; e quando, sventate le insidie
delle popolazioni alpine e raggiunta in nove giorni la vetta — se al
passo del piccolo S. Bernardo o al passo del Monginevra o al passo
del Moncenisio è gran disputa da secoli — incominciò, sul principio
dell’autunno, la discesa, che durò sei giorni. Ma se il passaggio fu
aspro, cinque mesi e mezzo dopo aver lasciato la Cartagine spagnuola —
Cartagena — Annibale potè piantare le sue tende alle radici delle Alpi,
in territorio amico, con 20.000 fanti e 6000 cavalieri[41].
Che faceva frattanto Roma? Roma era corsa alle armi con molte
illusioni, proponendosi addirittura di attaccare Cartagine nel tempo
stesso in Spagna ed in Africa. Aveva mandato il console P. Cornelio
Scipione in Spagna con sessanta vascelli e due legioni; il suo collega,
Tiberio Sempronio Longo, con altre due legioni e 160 quinqueremi
in Sicilia, affinchè arruolasse le milizie necessarie e assaltasse
l’Africa. Ma la grande mossa di Annibale recise i garetti all’uno e
all’altro disegno. Non appena si seppe nella Gallia Cisalpina che
Annibale si moveva, i Galli Boi e gli Insubri avevano assalito le
colonie romane di Piacenza e di Cremona da poco fondate, costretto
i coloni a rifugiarsi a Modena, e posto l’assedio a questa città. Il
senato, per soccorrere le tre colonie, ordinò a Scipione di mandare
una delle sue legioni nella valle del Po e di reclutare una legione
nuova: l’obbedire richiese tempo, cosicchè, quando il console sbarcò
a Marsiglia con l’esercito, apprese che Annibale già marciava a
grandi tappe verso l’Italia. Che fare? Scipione tentò di inseguirlo;
ma si stancò presto alla corsa; onde, mutato piano, mandò la maggior
parte dell’esercito in Spagna al fratello Cneo, affinchè tagliasse
le comunicazioni tra Annibale e la Spagna; ed egli ritornò a Pisa;
raccolse sotto il suo comando le legioni che operavano nella Gallia
Cisalpina; e con queste mosse incontro ad Annibale nella valle del
Po. Egli sperava di affrontarlo ai piedi delle Alpi, esausto dal
passaggio. Quel che Publio Scipione aveva fatto per proprio consiglio,
l’altro console fece per ordine. Non appena il senato vide chiaro nei
disegni di Annibale, richiamò Sempronio dalla Sicilia; e gli ordinò di
raccogliere l’esercito ad _Ariminum_ (Rimini) sul confine della Gallia
Cisalpina. Invece di attaccare Cartagine in Africa ed in Spagna, Roma
raccoglieva le sue forze nella valle del Po, prima cagione della guerra
e primo campo di battaglia.
49. =Battaglia della Trebbia (dicembre 218).= — Scipione intanto
aveva passato il Po e il Ticino, risoluto ad affrontare l’esercito
cartaginese, che si trovava nei pressi di _Victumulae_, nel Vercellese,
prima che avesse avuto tempo di riposarsi. Ma sulla destra del Ticino,
a circa due giornate di marcia dal fiume[42] l’avanguardia romana
incontrò un corpo di cavalleria nemica, e fu volta in fuga precipitosa.
Il console stesso, gravemente ferito tra i suoi rotti squadroni, potè
a mala pena salvarsi per il valore del suo figliuolo, un giovinetto
diciassettenne, che doveva poi far molto parlare di sè. Scipione
era arrivato troppo tardi: Annibale aveva avuto tempo di rimettere
l’esercito in assetto e di aprire trattative con i Galli, se non di
conchiuderle, perchè la notizia che i Romani giungevano teneva sospesi
i Galli. Uomo di guerra avveduto, il console romano, sebbene sole la
cavalleria e la fanteria leggera fossero state provate nello scontro,
rinunciò dopo quello scontro ad attaccare subito i Cartaginesi; e
rapido ripassò il Po ripiegando su Piacenza, per aspettar il collega
che raccoglieva il suo esercito a Rimini. Annibale potè molestarlo
nella ritirata, non impedirgliela; ma, come era da aspettare, non
appena gli eserciti romani ebbero passato il Po, un certo numero di
Galli si dichiarò per Annibale e un certo numero di ausiliari gallici,
che servivano sotto la bandiera romana, si ribellò.
Annibale, che ormai era padrone del corso del Po sino a Piacenza, potè
comodamente passare sulla riva destra a monte della città. Minacciato
di esser preso alle spalle in Piacenza, Scipione si portò sulla
Trebbia, per coprire, appoggiando la destra alla fortezza e la sinistra
all’Appennino, la via che conduceva all’Adriatico e a Roma e quindi
tutta l’Italia. Alla Trebbia lo raggiunse Tiberio Sempronio Longo.
I due eserciti consolari erano ora forti di quattro legioni e di un
numero pari di ausiliari italici, in tutto poco più di 35.000 uomini. A
questi Annibale opponeva 20.000 fanti, e, grazie ai nuovi contingenti
dei Galli, circa 10.000 cavalieri. Le forze si bilanciavano. Perciò
Scipione opinava di aspettare l’assalto di Annibale e Sempronio invece
voleva attaccare. Le impazienze di Sempronio si spiegano perchè i
Romani dovevano desiderare una battaglia e una vittoria, per trarre
alla propria parte i Galli, i quali stavano ad aspettar gli eventi.
Ma essendoci di mezzo un fiume, e le forze bilanciandosi, l’attaccare
era disegno di molto rischio: e in questo aveva ragione Scipione.
Del dissenso dei consoli e della impazienza di Sempronio approfittò
Annibale per farsi attaccare. Nel mese di dicembre un corpo di
cavalieri numidi passò la Trebbia e assalì il campo romano. Sempronio
(Scipione era ancora malato per la sua ferita) lanciò sul nemico
tutta la sua cavalleria e 6000 uomini di fanteria leggera; subito,
come fosse vinta, la cavalleria numida ripiegò in tumulto sulla riva
sinistra della Trebbia; Sempronio allora, credendo il nemico in fuga e
l’occasione buona, chiamò fuori in fretta tutto l’esercito, che ancora
non aveva mangiato; lo cacciò nelle acque gelide della Trebbia, e via
di corsa all’assalto. Ma, valicato il fiume, i Romani si trovarono
di fronte l’intero esercito cartaginese, fresco, rifocillato, non
intirizzito da un bagno freddo, schierato con la cavalleria ai fianchi
e gli elefanti sul fronte. Le condizioni erano troppo ineguali. Al
primo urto la cavalleria cartaginese rovesciò quella romana e scoperse
i due fianchi della fanteria. Invano le prime due linee del centro
combatterono valorosamente. I Cartaginesi piombarono sui fianchi
di queste, mentre 2000 uomini, nascosti da Annibale in una vicina
imboscata, assalivano alle spalle la terza linea di riserva, e,
sfondata questa, si buttavano sulla seconda e sulla prima. L’esercito
romano sfuggì alla distruzione grazie al valore disperato dei soldati;
ma fu costretto a ritirarsi a Piacenza.
50. =Il Trasimeno (217).= — La sconfitta era grande. Tutta la Gallia
Cisalpina, fuorchè le fortezze romane, era perduta e in rivolta; la via
dell’Italia centrale aperta all’invasore. A compensarla non bastavano
i felici successi di Cneo Scipione, che al di là dei Pirenei era
riuscito a tagliare le comunicazioni tra Annibale e la Spagna. Temendo
che l’Italia fosse assalita dal nord e dal mare, il senato incaricò
i consoli dell’anno successivo (il 217) C. Flaminio, il conquistatore
della Cisalpina, e C. Servilio Gemino, di sbarrare con forze ingenti
le due vie di accesso all’Italia centrale, l’orientale che passava
per Rimini, l’occidentale che passava per Arezzo; rinforzò tutte le
piazze forti, mandò soldati in Sicilia, in Sardegna e sulle città
costiere, chè una flotta cartaginese già era stata fugata dalle acque
del Tirreno; chiese infine aiuti agli Stati amici, e tra questi anche a
Gerone re di Siracusa. La prudenza di Scipione era stata giustificata
dall’evento. Il senato si metteva sulla difesa, cercando di obbligare
Annibale a dar di cozzo contro Rimini o contro Arezzo, come Scipione
aveva tentato di trarlo a rompersi contro la linea della Trebbia.
E il senato aveva ragione, almeno in parte. Se non pensava ancora ad
assaltare l’Italia, Annibale non poteva neppure sostare nella valle
del Po; doveva giungere al più presto con il suo piccolo esercito
nell’Italia meridionale e provocare la rivolta degli Italici. Infatti
subito dopo la battaglia aveva liberato i prigionieri italici,
rimandandoli alle loro case, perchè dicessero ai propri concittadini
che Annibale era venuto a liberare l’Italia e a restituire ad ogni
città quel che Roma le aveva tolto. Nell’inverno aveva rinforzato
l’esercito, arruolando i Galli; e alla primavera del 217 si mosse per
la via occidentale. Senza incontrare resistenza valicò l’Appennino e
giunse a Fiesole; ma qui, avendo saputo che Flaminio lo aspettava con
un forte esercito ad Arezzo, e non volendo prender di fronte questa
fortezza, come non aveva voluto assaltare la linea della Trebbia,
immaginò un nuovo strattagemma, ancora più audace dei precedenti.
Mosse da Fiesole verso Arezzo per la grande via, incendiando e
saccheggiando: poi a un tratto lasciò la strada e si gettò con tutto
l’esercito nelle vaste paludi che l’Arno allora faceva a primavera
nella parte superiore del suo corso, con l’intenzione di girare
Arezzo a settentrione. Per quattro giorni e tre notti l’esercito
camminò nell’acqua e nel fango; ma alla fine sbucava alle spalle di
Flaminio[43]. La mossa era temeraria, poichè in fin dei conti Annibale
si avventurava verso l’Italia meridionale, lasciando alle spalle due
forti eserciti intatti; e se Flaminio avesse aspettato che il suo
collega giungesse da Rimini!... Ma Flaminio era il capo del partito
rurale; e, appena sbucato alle sue spalle, Annibale aveva ripreso
a incendiare e a saccheggiare. Poteva egli, dopo essersi lasciato
sfuggire Annibale di mano a quel modo, lasciarlo devastare le campagne
e rovinare i campagnuoli? Tutti i danni che questi riceverebbero, non
li imputerebbero alla sua imperizia? Flaminio non seppe temporeggiare;
e rincorse l’invasore. Annibale accennò da prima a sfuggire
all’inseguimento; poi, a un certo punto, nelle vicinanze del lago
Trasimeno, rallentò il passo. Smanioso di venire a battaglia, Flaminio
si lasciò attirare in una angusta valle, posta tra due catene di monti
e chiusa all’un capo da una collina elevata e di difficile accesso,
dall’altro, dal lago. Ma in questa valle i Romani, sorpresi alle
spalle, ai fianchi, di fronte dai Cartaginesi appostati, parte furono
gettati nel lago, parte trovarono la morte prima ancora che avessero
potuto disporsi a battaglia. Anche Flaminio, il conquistatore della
valle del Po, uno dei creatori dell’Italia, cadde nella mischia. Pochi
giorni dopo la cavalleria dell’altro esercito, che correva in aiuto di
Flaminio, 4000 uomini in tutto, era distrutta.
51. =Canne (2 agosto 216).= — La seconda vittoria, riportata nel cuore
dell’Italia era maggiore della prima, poichè questa volta un intero
esercito era stato annientato. Lo sgomento a Roma fu indicibile;
la città stessa parve in pericolo; si ricorse ai rimedi eroici; si
ordinò la leva di quattro nuove legioni, e si nominò un dittatore
nella persona di Q. Fabio Massimo: un gran personaggio, che già
era stato console due volte, censore, dittatore; che nel 232 aveva
combattuto felicemente i Liguri, e aveva fama di soldato valoroso
e prudentissimo[44]. Ma Annibale, disdegnando per acerba l’uva che
non poteva cogliere, non assalì Roma; e seguendo il suo piano che lo
portava nell’Italia meridionale, discese a oriente, entrò in Umbria,
e dopo aver tentato invano di prendere Spoleto, passò nel Piceno, e
attraversando il territorio dei Marrucini e dei Frentani si diresse
alla volta dell’Apulia; aggirò insomma, e molto alla larga, Roma, come
poco prima aveva aggirato Arezzo, puntando forse già sino d’allora
sul gran porto di Taranto e cercando di scuotere sul suo passaggio
la fedeltà degli alleati. Ma in Apulia trovò Q. Fabio Massimo, che
si era recato a prendere il comando delle milizie di Servilio colà
ritiratosi da Rimini; e che si attaccò a lui, lo seguì passo passo,
lo molestò senza tregua, cercò di impedirgli il vettovagliamento,
ma rifiutò sempre battaglia. A sua volta Annibale ricominciò con lui
il giuoco, che era così ben riuscito con Flaminio: mise a ferro e a
fuoco le campagne; e poichè Fabio assisteva indifferente al saccheggio
dell’Apulia, torse il suo cammino a occidente; passò nel Sannio e
dal Sannio addirittura nella Campania, devastando sotto gli occhi di
Fabio la parte più ricca e più bella dell’Italia. Ma invano: il savio
dittatore lo lasciò fare e non mutò proposito.
Senonchè quel temporeggiare metteva a duro cimento la pazienza del
popolo romano, il quale non aveva armato tante legioni per lasciar
mezza Italia in balia del nemico. Nè meno vivi erano i lamenti e i
rimproveri degli alleati italici. Così Roma li difendeva e difendeva
i loro beni? Le discordie politiche invelenirono le discussioni
strategiche. L’aristocrazia non aveva risparmiato accuse allo
sventurato generale, che sul Trasimeno aveva perduto la vita insieme
con la battaglia; e affettava di lodare la prudenza di Fabio, quasi
come la necessaria correzione della imprudenza di Flaminio. Il partito
democratico se ne risentì, aizzò il malcontento popolare, accusò
addirittura il senato di protrarre ad arte la guerra: la vecchia
accusa, che ogni tanto rifaceva capolino nelle lotte civili di Roma.
Quando Fabio ebbe deposto la dittatura, nella primavera del 216,
all’aristocrazia riuscì a mala pena di far nominare console uno dei
suoi, L. Emilio Paolo: l’altro console fu C. Terenzio Varrone, ardente
fautore del partito di Flaminio. Le elezioni avevano detto chiaro che
il popolo era malcontento; e questo malcontento crebbe a segno, che
alla fine il senato si risolvè a mutare stile. Deliberò di mandare
una legione nella Cisalpina, per riconquistarla; e ben otto legioni
contro Annibale, ciascuna con un effettivo di 5000 uomini. Aggiungendo
i contingenti alleati, i consoli disponevano di circa 90.000 uomini,
i quali dovevano affrontare in Apulia un nemico che, sì e no, poteva
sommare alla metà. Roma si preparava questa volta ad assalire i
Cartaginesi con forze soverchianti.
Annibale frattanto era tornato in Apulia, forse mirando sempre a
Taranto; e in Apulia i due consoli lo raggiunsero presso l’Ofanto.
Si racconta che tra il console aristocratico e il console democratico
nascesse presto discordia, per l’eterna ragione, che quello consigliava
prudenza e questo non voleva sentirne parlare. Comunque sia, il 2
agosto, i due eserciti erano l’uno di faccia all’altro presso la
sponda meridionale dell’Ofanto, quello romano con la fronte volta a
mezzogiorno, quello cartaginese con la fronte volta a settentrione.
L’esercito romano era schierato secondo il solito modo; anzi Varrone,
ammaestrato dalla esperienza, aveva fatto i manipoli delle tre linee
più profondi del consueto. Annibale invece aveva schierato la sua
fanteria in una linea continua, forse più sottile del solito, e
certamente assai più sottile di quella romana, collocando alle ali
le milizie migliori, quelle africane, e distribuendo la cavalleria
sui fianchi ma in modo che alla sinistra i suoi squadroni fossero
in tali forze da soverchiare il nemico. Poi aveva fatto avanzare
al centro la fanteria, in modo da tracciare una curva convessa, le
cui estremità s’innestassero ai corpi laterali degli Africani di
destra e di sinistra, allineati diritti. Incominciata la battaglia,
prima ancora che le truppe leggiere, le quali solevano dar principio
al combattimento, avessero terminato la loro azione, la cavalleria
romana dell’ala destra era stata sconfitta e tagliata a pezzi dalla
soverchiante cavalleria raccolta all’ala sinistra cartaginese, e
questa senza perder tempo passava ad attaccare l’ala sinistra romana.
Era ormai sicuro: le ali della fanteria sarebbero rimaste tra non
guari scoperte. Intanto la fanteria pesante romana aveva fatto impeto
nel centro della sottile linea cartaginese, ne spianava la curva e
lo costringeva a retrocedere. Questa vittoria apparente delle due
prime linee romane trascinò la riserva (i _triarii_), i comandanti
romani non essendosi accorti che le ali della fanteria cartaginese
non erano ancora entrate in azione; cosicchè, quando la linea romana
piegata in due ad angolo ottuso, fu penetrata abbastanza nel vuoto,
ch’essa con il proprio impeto si apriva dinanzi, i due corpi laterali
degli Africani, fatta una lieve conversione, attaccarono di fianco i
Romani. Il cuneo era preso a sua volta in una tanaglia. Ma l’esercito
di Varrone era tanto più numeroso, che avrebbe potuto far fronte
all’assalto laterale e frontale, se in quel momento la cavalleria
pesante cartaginese, vincitrice dei due corpi avversari, non avesse
assalito i Romani alle spalle. Non ci fu prodezza che potesse liberare
i Romani dall’accerchiamento. Seguì un macello, nel quale caddero
circa 70.000 uomini, un console — Paolo Emilio — due proconsoli, due
questori, ventun tribuni militari, ottanta senatori. Diecimila uomini,
lasciati a guardia dell’accampamento romano, furono dopo la battaglia
assaliti e fatti prigionieri. I Cartaginesi non avevano perduto che
8000 uomini[45].
52. =La lotta per la Sicilia (216-210).= — Immenso fu lo sgomento, non
soltanto in Italia, ma in tutto il mondo mediterraneo. Questa volta
l’Italia meridionale si scosse. I Bruzzi, i Lucani, una parte degli
Apuli, tutti i Sanniti ad eccezione dei Pentri, passarono dalla parte
dell’invasore. Si ribellarono in parte la Magna Grecia e la Campania;
Capua aprì le porte ad Annibale; Filippo di Macedonia, sino ad allora
tentennante, fece finalmente causa comune con Cartagine[46]. Il colpo
era stato così forte, che Roma abbandonò ogni proposito di offensiva;
diede tregua alle sue lotte interne; raccolse quanti soldati potè; li
affidò a un valente generale, il pretore Marco Claudio Marcello, il
quale fu contento di impedire che Annibale si impadronisse di tutta la
Campania e, in questa, di un porto. Annibale invece, ormai stabilito
saldamente nell’Italia meridionale, si volge ad attuare la seconda
parte, la decisiva, del suo disegno: ricongiungersi con Cartagine
attraverso la Sicilia riconquistata. La guerra si allarga e nel tempo
stesso si spezzetta in piccole operazioni parziali.
Gli ultimi mesi del 216 furono spesi in combattimenti poco importanti
tra Annibale e Marcello in Campania. Annibale prese Nocera, Acerra
e Casilino; i Romani salvarono Cuma, Nola e Napoli. Ma la guerra
ridivampò nel 215, e non in Italia soltanto; anzi fuori d’Italia
più che entro i suoi confini. Nella Spagna, i Romani fecero notevoli
progressi a sud dell’Ebro, perchè Asdrubale, che comandava in Spagna,
fu costretto a ritornare in Africa per domare una rivolta di Siface,
re dei Numidi, sobillata dai Romani. A loro volta i Cartaginesi
prepararono grandi rinforzi da mandare in Italia e tentarono un
attacco alla Sardegna che non riuscì. In Italia Cartaginesi e Romani
continuarono a battagliare in Campania ed in Apulia, in scontri di
poco rilievo, senza che Annibale riescisse a conquistare un porto e
senza che Roma riuscisse a riprendere Capua. Cosicchè la guerra sembrò
languire in Italia; ma non rallentò l’alacrità di Annibale che, se
non diede nessuna grande battaglia, in compenso riuscì in quest’anno
a conchiudere un trattato di alleanza con Filippo di Macedonia e
incominciò a porre ad effetto il suo disegno sulla Sicilia. Per sua
istigazione, essendo morto il re Gerone, il vecchio e fido amico di
Roma, suo nipote Geronimo denunciò l’alleanza con Roma e si alleò
con Cartagine. L’attacco alla Sicilia, preparato di lunga mano,
incominciava.
A tirar le somme, gli eventi del 215 erano stati piuttosto sfavorevoli
a Roma, e massime in Sicilia. A Roma non sfuggì che lì doveva decidersi
la guerra, poichè, perduta la Sicilia, Roma sarebbe stata accerchiata
da tutte le parti. Non meno di quattro legioni furono reclutate l’anno
seguente — il 214 — per essere mandate in Sicilia; e furono poste al
comando del miglior generale che Roma avesse: Marco Claudio Marcello.
A sua volta Cartagine fece grandi preparativi per una spedizione
in Sicilia. In Italia invece continuò il minuto guerreggiare, come
continuarono in Spagna i progressi dei Romani, che ampliarono la loro
dominazione nella parte meridionale e incominciarono a riedificare
Sagunto. Una nuova guerra si aggiunse infine alle altre in questo anno,
e contro Filippo di Macedonia. Il Re di Macedonia si era impegnato
a rinforzar la flotta cartaginese di 200 navi e a tentare uno sbarco
sulle coste dell’Italia: ma, non avendo sicure comunicazioni nè con
Annibale nè con Cartagine, e non essendo uomo molto animoso, agì con
poco vigore e non die’ molto filo da torcere a M. Valerio Levino, che
Roma aveva mandato a combatterlo. Cosicchè l’annata sarebbe stata buona
per i Romani, se le cose non fossero precipitate in Siracusa. Poco
dopo essersi alleato con Cartagine, Geronimo era stato ucciso da una
congiura e la monarchia abolita; lì per lì era sembrato che il potere
passasse nelle mani del partito aristocratico, favorevole ai Romani;
ma poco di poi una rivoluzione democratica rovesciava il governo e
riconfermava l’alleanza con Cartagine. Marcello, che da principio era
ricorso alle trattative, non esitò più; marciò contro Siracusa e la
cinse d’assedio.
Nel 213 la guerra continuò a volger favorevole ai Romani in Spagna
ed in Illiria; e non troppo male in Italia, dove essi presero Arpi e
riuscirono ancora a impedire ad Annibale di conquistare un porto. Ma
i grandi eventi si svolgono quest’anno in Sicilia. Cartagine occupa
Agrigento e spedisce una flotta in aiuto di Siracusa; l’isola si
solleva in buona parte contro i Romani; Siracusa si difende con grande
energia — tra i suoi difensori c’era Archimede —; Marcello prosegue le
operazioni di assedio e si difende contro gli attacchi dei Cartaginesi
con straordinario vigore. Dal suo esercito dipende il tutto: se
Marcello prende Siracusa, Roma può sperar di salvare la Sicilia; se
Marcello è distrutto sotto Siracusa, le sorti della guerra pericolano.
Tutto l’anno si combatte accanitamente in Sicilia. Al principio del
212 Annibale riesce finalmente ad impadronirsi di Taranto; del porto
dove l’armata macedone e la cartaginese avrebbero potuto riunirsi,
per disputare a Roma il dominio del mare e terminar la conquista della
Sicilia. Colpo grave per Roma, mentre ancora pendevano incerte le sorti
della guerra intorno a Siracusa! Per rifarsene, il senato ricorse agli
accorgimenti diplomatici e alle armi: stipulò con la lega etolica
un’alleanza, impegnandola a combattere Filippo; approfittò della
lontananza di Annibale, che era andato a Taranto con il fiore delle
sue forze, per stringere d’assedio Capua. Ma ben presto Roma ricevette
un compenso molto maggiore: Siracusa. Non ostante i vigorosi sforzi
fatti da Cartagine per soccorrere Siracusa, Marcello se ne impadronì.
La immensa preda ristorò le stremate finanze della repubblica, e la
vittoria rialzò le sorti delle armi romane in Sicilia. L’isola però
non era ancora riconquistata; perchè i Cartaginesi si mantenevano in
Agrigento, risoluti alla estrema resistenza.
Nel 211, la guerra ricominciò più accanita che mai. Roma potè vantare
una grande vittoria in Italia, riprendendo Capua. Invano Annibale era
accorso da Taranto in aiuto; e aveva tentato perfino, per distogliere
una parte dell’esercito romano dall’assedio e per facilitare una
riscossa degli assediati, di simulare una marcia su Roma. Le forze di
Annibale erano troppo piccole; nè la finta su Roma ingannò i Romani.
La caduta di Capua fu un fiero colpo per il prestigio di Annibale in
tutta l’Italia meridionale, che da questo momento incominciò a dubitare
della sua fortuna. Le tre debolezze di Annibale erano ormai palesi: la
fiacchezza di Filippo di Macedonia, che Roma veniva avvolgendo in una
fitta rete di intrighi diplomatici; le comunicazioni con Cartagine,
difficili perchè Roma era ancor troppo forte in Sicilia e sul mare;
la mancanza di macchine per gli assedi. Si rimprovera di solito a
Cartagine di aver sostenuto Annibale troppo poco: ma come giudicare,
sapendo così male quel che Cartagine fece e quello che era in grado
di fare? Non essendo dubbio che Cartagine molto fece per soccorrere
la Spagna e per riconquistar la Sicilia, è lecito chiedersi se essa
non abbia fatto di più, perchè non poteva, con di mezzo il bastione
della Sicilia, il mare vigilato dalle forze romane e tutti i porti per
molti anni in potere del nemico. Comunque sia, la caduta di Capua era
una sciagura per Annibale, non un colpo mortale. Egli disponeva ancora
di forze ingenti e di numerosi appoggi in Sicilia; i Cartaginesi si
reggevano ad Agrigento, e in quello stesso anno la fortuna si volgeva
ad un tratto contro i Romani in Spagna. Asdrubale, composte le cose di
Africa, era tornato, e aveva ricacciati i Romani al di là dell’Ebro. I
due Scipioni, che comandavano l’esercito, erano stati uccisi e le loro
legioni poco meno che annientate.
53. =La battaglia del Metauro (207).= — Nel 210, mentre in Italia
continuavano i piccoli scontri tra Annibale e gli eserciti romani,
finalmente cadeva Agrigento, e i Cartaginesi sgombravano la Sicilia.
L’isola ritornava in potere di Roma. Il colpo era fiero per Annibale,
a cui falliva per sempre quel sicuro congiungimento con l’Africa
attraverso l’isola riconquistata, a cui è probabile egli mirasse sin
dalle prime mosse. Tuttavia Annibale non si scoraggiò. La vittoria era
costata a Roma carissima. Da parecchi anni si tenevano sotto le armi
più di 20 legioni, oltre i contingenti alleati e la flotta, ossia più
di 200,000 uomini; l’erario era stremato; l’Italia a metà rovinata,
per le devastazioni, le morti, le imposte, lo scempio dell’agricoltura
derelitta, in mezzo a tanto tumulto di armi. In quest’anno poi l’Italia
fu desolata da una terribile carestia, a cui soltanto l’amicizia del re
d’Egitto, che fornì grano, portò sollievo. Annibale pensò che un colpo
vigoroso rovescerebbe il crollante nemico; e poichè, fallito il disegno
della Sicilia, non poteva più aspettar rinforzi dal mare, pensò di
chiamarli per terra, per la medesima via per la quale egli era venuto.
Ora che la Spagna, dopo le vittorie del 211, era di nuovo in potere dei
Cartaginesi, il disegno poteva riuscire. D’accordo con il governo di
Cartagine, il fratello suo, Asdrubale, preparerebbe un forte esercito
in Spagna e con quello rifarebbe il cammino di Annibale, per piombare
sull’Italia, esausta da tanti anni di guerre, congiungersi a lui e
vibrare il colpo decisivo.
Roma ebbe sentore di questo nuovo disegno e mandò in Spagna un uomo
capace: Publio Cornelio Scipione, il figlio del console che aveva
comandato alla Trebbia e che era stato ucciso poco prima in Spagna.
Per la nobiltà del sangue, le prove di valore già date, l’ingegno e
la cortesia dei modi, il giovane Scipione, che nel 211 aveva 24 anni,
era popolarissimo; e a lui molti pensarono, in quel gran bisogno di
generali, con tanti eserciti da comandare, per la impresa di Spagna.
Ma a quell’età egli non poteva essere nè pretore nè console.... Una
legge tolse di mezzo la difficoltà legale, conferendogli l’autorità di
proconsole; provvida legge, chè, appena giunto, nel 209, Scipione tentò
un colpo magistrale: l’assalto di Cartagena, la capitale dell’impero
punico-spagnolo, giudicata da tutti inespugnabile. La città fu presa, o
piuttosto sorpresa con un unico assalto, insieme con le provvigioni, le
riserve metalliche — circa 600 talenti — e un ricco bottino; e subito
in tutta la penisola scoppiò una insurrezione anticartaginese, che
inchiodò i tre generali punici operanti nelle diverse regioni della
Spagna. In questo stesso anno, i Romani riuscivano a ripigliar Taranto,
che fu, come Siracusa, spietatamente saccheggiata.
Il 209 era stato dunque un anno piuttosto buono per i Romani. Ma
intanto Asdrubale allestiva il nuovo esercito; e nel 208, mentre i
Romani perdevano in Italia Marcello, il loro più grande generale,
che fu ucciso in Lucania; e in Oriente riuscivano a muovere contro
Filippo Attalo, Re di Pergamo, Scipione in Spagna non riuscì a fermare
Asdrubale. Gli diede battaglia a _Baecula_, sul _Baetis_; disse di
averlo vinto; ma Asdrubale passò, varcò i Pirenei prima, e poi le Alpi
molto più facilmente che suo fratello, perchè, in dieci anni di guerra,
le popolazioni alpine si erano avvezzate al passaggio degli eserciti.
Nei primi mesi del 207, Asdrubale compariva inaspettato nella valle
del Po, alla testa di un forte esercito; eccitava di nuovo i Galli,
gli Etruschi, gli Umbri alla rivolta. Il terrore dei Romani e degli
Italici, rimasti fedeli, fu immenso. Roma parve perduta, se Asdrubale e
Annibale riuscissero a congiungersi. In fretta e furia il console Marco
Livio Salinatore fu mandato verso il settentrione contro Asdrubale;
il suo collega, Caio Claudio Nerone, fu spedito a mezzogiorno a
fronteggiare Annibale, che era in Apulia. Il primo, giunto a Sena
Gallica, deliberò di aspettar Asdrubale, che intendeva prendere da
Fano la via Flaminia e forse congiungersi con Annibale sulla via di
Roma; Nerone battagliò con varia fortuna contro Annibale, e parve
riuscisse a trattenerlo in Apulia, sebbene probabilmente Annibale non
intendesse ancora avviarsi incontro al fratello, non avendo di lui
notizie e non supponendo che potesse giungere così presto. Quando, un
giorno, intercettata una lettera che Asdrubale spediva ad Annibale,
Nerone viene a sapere che Asdrubale marcia alla volta di Fano e
della via Flaminia. Congetturando a ragione che tra pochi giorni il
collega sarebbe alle prese con Asdrubale, e che una disfatta sarebbe
irreparabile, egli si assume una tremenda responsabilità: sceglie 7000
uomini nel suo esercito, i migliori; corre di nascosto, lasciando
il resto a fronteggiare Annibale, a marce forzate, camminando notte
e giorno, in aiuto di Livio; e giunge proprio come il salvatore, al
momento in cui Livio doveva o lasciar il passo ad Asdrubale sulla via
Flaminia o attaccarlo.... La battaglia ebbe luogo presso il Metauro,
in un luogo che giace non lungi dall’odierna Cagli (nelle Marche).
La bravura di Nerone e i suoi 7000 uomini decisero della vittoria.
Asdrubale fu vinto e ucciso; il suo esercito annientato. Anche questo
nuovo piano di Annibale falliva, per la prontezza di Nerone e per
un accidente singolare: perchè Asdrubale, avendo incontrato minore
difficoltà nelle Alpi, era arrivato in Italia innanzi il previsto.
54. =La controffensiva romana (207-202).= — La battaglia del Metauro
migliorò molto le sorti della guerra per i Romani. Annibale sgombrò
l’Apulia e la Lucania e si ridusse sulla difesa nel paese dei Bruzzi;
la guerra languì in Italia, dove i Romani ridussero l’esercito. Anche
meglio procedettero le cose per Roma, fuori d’Italia. L’anno successivo
— il 206 — i Cartaginesi furon sconfitti da Scipione di nuovo a
Baecula; e quasi tutta la Spagna cadde in potere di Roma. Cartagine
cercò rifarsi, mandando Magone con gli avanzi dell’esercito a tentare
un assalto sull’Italia. Nel 205 Magone prese Genova, arruolò Liguri
e Galli, tentò di sollevare l’Etruria: ma con le poche forze di cui
disponeva non potè far nulla che contasse davvero. In questo stesso
anno anche Filippo di Macedonia, stanco della guerra decennale coi
Greci, coi Romani e coi loro alleati, dopo avere, pochi mesi innanzi,
concluso pace coi primi, regolava definitivamente la sua lunga vertenza
coi Romani in Illiria, e si ritirava dalla guerra.
Si avvicinava il giorno in cui Roma potrebbe finalmente, dopo essersi
così a lungo difesa, attaccare Cartagine. In quell’anno stesso
P. Cornelio Scipione, reduce dalla Spagna, appena eletto console,
chiedeva ai senato di riprendere il piano fallito ad Atilio Regolo
nella prima guerra punica, e vagheggiato un istante al principio della
seconda: portare la guerra in Africa. Scipione era uomo da tanto; e
le condizioni delle armi ormai così favorevoli come non erano state
mai. Ma le difficoltà erano in patria, nella stessa Roma. Dileguato
il pericolo, di nuovo la concordia tra i partiti veniva meno: quel
giovane, che presumeva tanto di sè, e per cui era stata già violata
la legge dell’età, suscitava invidie e diffidenze; molti ricordavano
con terrore la sorte di Atilio Regolo. Insomma, il senato era avverso.
Scipione dovè minacciare di appellarsi all’assemblea delle tribù. Solo
dopo questa minaccia ottenne la provincia di Sicilia, con il permesso
di recarsi nel territorio cartaginese, se l’avesse reputato opportuno;
e potè partire per l’Africa al principio del 204, con 35.000 soldati,
40 navi da guerra e 40 da carico.
Come Annibale al suo primo arrivo in Italia, Scipione pensava staccare
da Cartagine i suoi alleati. A tale scopo egli contava molto su Siface,
il re di Numidia, con cui, fino a poco prima, i Cartaginesi erano
stati in guerra. Ma proprio allora Siface fece pace con Cartagine, cui
portò 50.000 fanti e 10.000 cavalli; onde a Scipione non restò che
intendersi con un altro capo numida, il re Massinissa, un rivale di
Siface, che aveva militato in Spagna con Asdrubale, ma che Cartagine
aveva all’ultimo abbandonato per il suo avversario; onde allora si
trovava senza regno. Scipione dovè dunque incominciare la guerra con i
suoi 35.000 uomini, e con questi pose l’assedio ad Utica. Ma dovette
levarlo, quando i Cartaginesi e Siface si avvicinarono con forze
preponderanti; e ridursi in un campo trincerato, su un promontorio tra
Utica e Cartagine, dove passò l’inverno, avviando trattative di pace,
più per ingannare la vigilanza del nemico che per il serio proposito di
riescire. A primavera infatti, sorprendendoli all’impensata, Scipione
riuscì a sconfiggere separatamente prima i Numidi e poi i Cartaginesi.
Li sconfisse poi una seconda volta in una battaglia campale, in seguito
alla quale Massinissa invase, alla testa di forze romane, il regno di
Siface, vinse e fece prigioniero il Re. Dopo questi rovesci Cartagine
aprì trattative di pace. Scipione chiese, oltre una indennità, la
Spagna. Fu trattato intanto un armistizio, a condizione che Annibale e
Magone sarebbero richiamati dall’Italia. Il triste messaggio raggiunse
il grande cartaginese in Calabria, nell’antica Cotrone, non lungi da
quel promontorio Lacinio, dove, negli ultimi anni del suo soggiorno
nella penisola, su un altare dedicato a Giunone, egli aveva vergato
nel bronzo, in greco ed in punico, quella narrazione delle sue gesta,
che doveva servire di traccia all’opera magistrale di Polibio. Egli
meditava allora, ed ordiva per la seconda volta, un nuovo piano di
alleanza con la Macedonia. Ciò non pertanto obbedì, e, non mai vinto,
sgombrò volontariamente quel suolo, che teneva da più di tre lustri.
Ma l’annunzio della partenza e del ritorno di Annibale, se fu per
l’Italia, come il rimuoversi di uno spavento orribile, riuscì fatale
a Cartagine. Il partito della guerra rialzò il capo. Un’armata romana,
incaricata del rifornimento dell’esercito di Scipione, fu catturata; le
ostilità rinnovate, e Annibale costretto a mettersi a capo di una nuova
guerra, mentre era venuto solo per suggellare una pace.
55. =Zama (202).= — La battaglia decisiva fu combattuta in territorio
numidico, presso Zama. L’ordinamento che quel giorno Annibale dette
ai suoi soldati richiama quello dei più celebri fatti d’arme della
campagna d’Italia. Collocò i mercenari, che Cartagine aveva da poco
arruolati, nella prima linea, fiancheggiati dalla sua eccellente
cavalleria e sostenuti da ottanta elefanti da guerra. Essi dovevano
affrontare i legionari romani, appena questi fossero stati scompigliati
dall’urto degli elefanti, e, se quelle bestie fossero respinte o
fermate, infliggere, sostenuti dalla seconda linea — le milizie
nazionali cartaginesi — una prima sconfitta al nemico, se potessero,
se no, logorare o stancare l’avversario, sia pur facendosi sconfiggere
e terminando col retrocedere. Interverrebbe allora a dar l’ultimo
e decisivo colpo la terza linea, composta di veterani reduci dalle
campagne d’Italia.
Scipione invece dispose, come al solito, l’esercito su tre linee, ma
non, come i generali romani solevano, a scacchiere; bensì lasciando tra
i manipoli delle tre linee intervalli che si corrispondessero, in modo
che tra i manipoli corressero dei corridoi, lunghi quanto l’esercito.
Negli intervalli dei manipoli di avanguardia dispose i veliti, che,
all’arrivo degli elefanti, dovevano, fuggendo e disperdendosi, tirare
gli animali in questi corridoi aperti tra i manipoli, dove sarebbero
stati saettati dalle due parti. Senonchè questo accorgimento riuscì in
gran parte inutile. Spaventati dal suono delle trombe e aizzati dalle
punture delle frecce dei veliti romani, la maggior parte degli elefanti
si rovesciò sulla cavalleria cartaginese dell’ala sinistra, rendendo
così facile al corpo avversario della cavalleria romana di caricarla
e di metterla in fuga. La grande macchina dei successi annibalici, la
vittoria iniziale della cavalleria, era questa volta rovesciata a pro
dei Romani; e l’insuccesso riusciva più grave, perchè l’altra ala della
cavalleria cartaginese era al tempo stesso sbaragliata.
Era dunque urgente per Annibale che la battaglia fosse decisa prima
del ritorno offensivo della cavalleria nemica vincitrice. Ma se la sua
prima linea combattè con onore, gli fu quasi impossibile far muovere
la seconda, quella composta di Cartaginesi arruolati da poco e che,
poco agguerrita, fu presa da panico. I mercenari della prima linea
si credettero traditi, e si gettarono infuriati sulla seconda linea:
sulle due parti dell’esercito cartaginese che si azzuffavano piombò
allora la massa romana, tramutando quel macello in fuga. Ma Annibale
non si die’ per vinto: raccolse alle ali quel che rimaneva della prima
e della seconda linea, mentre Scipione imbarazzato dai cadaveri, che
gli giacevano innanzi, in mezzo al campo, allungava il suo fronte
collocando ai lati la seconda e la terza linea e nel centro quel che
gli restava della prima. Così i due eserciti vennero all’urto finale,
che fu terribile. Le sorti del combattimento apparivano ancora incerte,
allorchè alle spalle delle milizie di Annibale comparve la cavalleria
dei Romani, reduce dall’inseguimento nemico. L’esercito cartaginese fu
avvolto; e la mossa e la sorpresa di Canne si rinnovarono. Dei 60.000
cartaginesi, ben 20.000 rimasero sul campo, ed altrettanti furono fatti
prigionieri; lo stesso Annibale potè salvarsi a stento con un pugno di
cavalieri ad _Hadrumetum_[47].
Da Hadrumetum il generale si recò tosto a Cartagine a consigliare, come
quarant’anni prima, suo padre, dopo le Egadi, la pace. E la pace fu
fatta. Cartagine riconosceva il nuovo regno di Numidia nella persona di
Massinissa; entro i confini che Roma le avrebbe indicati. Si impegnava
a pagare a questa, per cinquant’anni, una contribuzione annuale di 200
talenti; a consegnare, salvo _dieci_, tutte le navi e gli elefanti
da guerra; ad abbandonare, per ora e per l’avvenire, ogni conquista
esterna; a limitare i suoi armamenti, rinunziando alle leve dei
mercenari stranieri; a far guerra in Africa solo con licenza dei Romani
(201). Così, dopo poco più di sessant’anni di guerra, il più grande
Stato dell’Occidente, europeo ed africano, spariva dal numero delle
grandi potenze.
Roma aveva vinto perchè, possedendo la Sicilia, aveva per sè il
vantaggio strategico, cosicchè Cartagine dovè attaccarla con il lungo
giro fatto da Annibale; perchè, per la maggior parte della guerra, si
tenne sulla difesa e non passò all’offesa che sull’ultimo; perchè le
colonie latine rimasero fedeli, cingendola di una corazza di fortezze
invincibili; e perchè dei sudditi, Galli, Italici, Greci ed Etruschi,
solo una parte si ribellò. A queste tre ragioni conviene aggiungerne
una quarta: l’esercito di coscrizione. Gli eserciti romani, reclutati
con leve obbligatorie, erano più scadenti degli eserciti cartaginesi,
composti di soldati di mestiere; onde si spiegano le gravi disfatte dei
primi anni. Ma in compenso Roma potè disporre di forze più numerose;
onde alla fine, la guerra essendo durata così a lungo, la quantità
vinse la qualità.