LA DISTRUZIONE DI VEIO E L’INCENDIO DI ROMA

(fine del V sec.-367 a. C.)

14. =La guerra contro Veio.= — A questo punto, sul finire del V secolo,

e quasi all’improvviso, la repubblica, che dalla sua fondazione si è

tenuta sulla difesa, passa all’attacco. Per quali ragioni? E perchè

assale Veio?

Non è dubbio che un secolo di guerre continue contro i Volsci e gli

Equi, quasi tutte combattute per difendersi e perciò senza frutto,

avevano stancato il popolo romano. Non si potrebbe, se no, spiegare

come in questi tempi i tribuni della plebe osassero così spesso fare

opposizione al senato, incitando la plebe a rifiutare il servizio

militare; e come accusassero così spesso e volentieri i patrizi di

andar attaccando briga con tutti i vicini, per logorare con le guerre

la plebe e dominare sicuri, mentre vera guerra da combattere non era

che tra patrizi e plebei. Queste accuse e questi lamenti dicono chiaro

che questi cittadini, obbligati a servire gratuitamente, erano stanchi

di combattere sempre in guerre di difesa, nelle quali tutt’al più si

riusciva, quando le cose andavano bene, a non perdere il proprio. Il

senato doveva dunque tentare, appena potesse, una di quelle lucrose

guerre di conquista, che per gli antichi erano, ancor più che la

difesa, la giustificazione vera dei carichi militari, imposti a tutti

i cittadini. Ma se è facile rendersi conto del motivo che spinse il

senato all’impresa, è possibile spiegare per quale ragione il senato

posò gli occhi su Veio?

Roma e Veio avevano già parecchie volte incrociato le spade. Le prime

ostilità tra Veienti e Romani risalgono, secondo una tradizione non

scevra di verisimiglianza, alla monarchia. Romolo avrebbe strappato

ai Veientani le saline poste alle foci del Tevere e una parte del

territorio trasteverino, là dove pose sua stanza una delle più arcaiche

genti romane, i Romili; Anco Marzio, la Selva Arsia, ricca di buon

legname per navi. Fece in seguito Veio parte dell’impero etrusco, a cui

Roma presiedè sotto Tarquinio Prisco e i suoi successori? È probabile.

Certo è che, caduta la monarchia, Veio partecipò, e con proprio

vantaggio, alle guerre dell’Etruria contro Roma; che dal 474, per circa

quaranta anni, regnò tra le due città una pace, che sembra essere stata

imposta da Veio; e che questa pace fu rotta di nuovo tra il 437 e il

425, quando nacque guerra tra Fidene e Roma e Veio corse ad aiutare

Fidene. Fidene era, dopo Roma, la città più importante edificata sulla

riva sinistra del Tevere; aiutando Fidene, Veio volle disputare a

Roma il dominio totale del basso Tevere: ma i Romani avendo vinto e,

Fidene essendo stata distrutta, la pace fu di nuovo conchiusa nel 425

con una tregua di 20 anni, ma questa volta a danno e a spese di Veio,

che ormai, distrutta Fidene, venne a dipendere, per la navigazione

del Tevere, da Roma. Se un popolo, che va in cerca di conquiste

e di gloria, facilmente volge le sue mire verso un avversario già

vinto, le ambizioni e le cupidige di Roma furono, allo scadere della

tregua, incoraggiate ai danni di Veio dal precipitare della potenza

etrusca. Già minacciata a mezzogiorno dalle fiorenti colonie greche

della Sicilia, dell’Italia meridionale, e dalle irruzioni dei Sanniti

in Campania, la potenza etrusca era da qualche decennio minacciata

nell’Italia settentrionale da una invasione di popoli barbari, per

quanto affini, per lingua e per origine, a molte parti degli antichi

abitatori dell’Italia: i Celti o Galli che, venuti dal nord, occupavano

sullo scorcio del secolo V una vasta parte dell’Italia settentrionale,

e avevano ridotto di molto il dominio degli Etruschi, dei Veneti, degli

Umbri. In quel momento dunque Veio, se Roma l’assalisse, non avrebbe

potuto sperare aiuto dalle altre città etrusche.

È pure probabile non fosse estraneo all’impresa il proposito di

riconquistare una parte di quell’Etruria, che già aveva appartenuto

a Roma, e che l’oligarchia patrizia aveva perduta. Ma uno dei motivi

più forti, se non il più forte addirittura, fu di sicuro la ricchezza

dell’agro veientano. Le grandi famiglie dell’ordine senatorio e le

ricche famiglie plebee avevano conservato sino ad allora il privilegio

di prendere in affitto la maggior parte delle terre dello Stato: e non

tanto forse per un’altra prepotenza a danno degli umili, quanto per una

ragione di ordine economico. I demani della repubblica, fossero boschi

o terre coltivabili, si componevano di vasti possessi, posti lontano

dalla città, che non potevano essere sfruttati se non da famiglie

provviste di mezzi ed in grado di aspettare a lungo i frutti dei

capitali investiti. Del resto, solo con questi affitti, l’aristocrazia

partecipava ai guadagni delle guerre vittoriose, perchè della preda

mobile, come abbiam visto, la parte che non era distribuita ai soldati,

era versata all’erario. Il privilegio poteva sembrare, sino a un certo

punto, giustificato da ragioni di equità. Se Roma dunque riuscisse

a prendere e a distruggere Veio, a catturare e a vendere schiavi la

maggior parte dei suoi abitanti, tutto l’agro veientano passerebbe alla

repubblica e potrebbe essere affittato alle ricche famiglie patrizie

e plebee, che lo avrebbero coltivato con grande profitto per mezzo di

schiavi.

Certo è, ad ogni modo, che l’impresa fu con molta prudenza preparata

da una riforma, la quale fece obbligo allo Stato di corrispondere un

soldo ad ogni cittadino sotto le armi. La guerra contro Veio poteva

essere lunga; quante occasioni si sarebbero offerte ai tribuni per

disturbare o intralciare l’impresa! Non promettendo alla plebe soltanto

una ricca preda, ma assicurandole subito un guadagno sicuro, si poteva

sperare di spuntare in mano ai tribuni una delle armi più pericolose di

opposizione. I tribuni infatti oppugnarono accanitamente la riforma. Ma

il senato aveva questa volta capito nel tempo stesso il desiderio del

popolo e le necessità dello Stato. La legge fu approvata; e per essa

l’impresa di Veio potè essere felicemente compiuta. Sarebbe inutile

discutere, se l’assedio di Veio durò proprio un intero decennio, come

vogliono gli antichi scrittori, o se il numero degli anni che durò

fu arrotondato per dare all’assedio di Veio una certa simiglianza

con l’assedio di Troia. Ma l’assedio fu lungo, di questo non si può

dubitare; e non ostante l’istituzione del soldo, mise a durissima prova

la pazienza dei Romani, che dovettero passare nelle trincee parecchi

inverni, mentre, a Roma, i capi dell’opposizione plebea cercavano di

approfittare del malcontento popolare contro l’impresa. Fu dunque

necessaria nel senato una grande fermezza. Un dittatore, M. Furio

Camillo, riuscì finalmente a prendere la città, la distrusse, vendè la

popolazione, annettè il territorio, e divise tutta la preda mobile tra

i soldati e la plebe: la preda più ingente che Roma avesse conquistata,

dalla caduta della monarchia.

15. =L’invasione gallica e l’incendio di Roma (390?).= — La

vittoria era stata faticosa, ma grande. La repubblica incominciava a

riconquistare il perduto. Anche lo stato interno della repubblica se

ne risentì. Dopo l’assedio di Veio, si intravede una scissione nel

partito della plebe; perchè i ricchi plebei — o almeno una parte —

se ne distaccano e si accostano, dimenticati gli antichi dissensi,

ai patrizi. Effetto del nuovo prestigio, che al patriziato aveva

conferito la vittoria, o della agitazione che scoppiò tra la plebe a

proposito dell’agro veientano? Forse le due cause concorsero insieme.

La plebe questa volta non volle riconoscere quella spartizione tra

ricchi e poveri del bottino e delle terre, che era entrata nelle

tradizioni; e, dopo aver ricevuto le spoglie della guerra, incominciò

a chiedere che una parte della popolazione di Roma fosse trasportata

a Veio e ricevesse le terre e le case dei Veientani. Questa richiesta

non piacque punto ai patrizi e a molti ricchi plebei; nacque una

lotta furibonda; e il senato non riuscì a far respingere la legge che

ordinava quel trasporto, se non cedendo alla plebe una parte dell’agro

veientano e assegnando sette iugeri a testa. Insomma, subito dopo la

conquista di Veio, nasce dalla vittoria una nuova cagione di discordia;

e chi sa quante mutazioni e rivolgimenti questa nuova discordia avrebbe

generato, se, dieci anni all’incirca dopo aver distrutto Veio, Roma non

avesse subìto la stessa sorte.

I Galli avevano, senza volerlo, aiutato Roma a conquistar Veio,

indebolendo la potenza etrusca nell’Italia settentrionale e nell’Italia

centrale. Ma la necessità, che incalza di sede in sede i barbari,

spingeva di continuo numerose e bellicose colonne a cercare più lungi

terre e bottino. Nel 390, secondo gli uni, nell’inverno dal 388 al 387

secondo altri, nell’inverno del 387-386 secondo una terza opinione[17],

parecchie migliaia di Galli della tribù dei Senoni — una delle tribù

più meridionali, che aveva stanza sull’Adriatico, nella parte costiera

delle odierne Marche — oltrepassato l’Appennino, scendevano impetuose

verso il sud-ovest, saccheggiando le terre etrusche; si spingevano,

quasi senza incontrare resistenza, al di là del lago Trasimeno,

sino alla splendida e potente città etrusca di Chiusi; indugiavano

un poco attorno a Chiusi; ma, non essendo capaci di assediare

città fortificate, e dopo aver devastato il territorio circostante,

proseguivano alla volta del Lazio, mirando forse alla ricca e fertile

Campania. A ogni modo essi dovevano attraversare il territorio romano.

A giudicare da quel po’ che sappiamo intorno ai Galli e alle loro orde,

non avrebbe dovuto essere impresa troppo difficile per Roma e per i

suoi alleati, ricacciare l’invasione alla sorgente o disperderla. Che

cosa accadde invece? Il punto non è chiaro. Par che Roma, giudicando

il pericolo o meno grave o più lontano che non fosse, si lasciasse

sorprendere alla sprovvista. Fatto sta che alla battaglia dell’Allia,

piccolo affluente del Tevere, un esercito romano, che Livio chiama

_tumultuarius_, fu interamente disfatto; e che tutta la popolazione,

alla notizia della sconfitta, sgombrò Roma precipitosamente, lasciando

solo un manipolo di giovani animosi nella rocca Capitolina, sotto il

comando di un valoroso patrizio, M. Manlio. I Galli poterono entrar

nella città senza colpo ferire, saccheggiarla e incendiarla, mentre

la repubblica fuggiasca tentava di organizzare un nuovo esercito

per riconquistarla. Ma come a Chiusi, i Galli invano assediarono

e tentarono di prendere la rocca, difesa da Manlio: l’assedio si

protrasse; la carestia non tardò a tormentare l’imprevidente orda

barbara; sopraggiunse l’estate e, con i calori, la febbre. L’acropoli

resistendo e crescendo il pericolo di essere attaccati alle spalle dal

nuovo esercito, che la repubblica preparava, i Galli s’indussero alla

fine a venire a patti. Un mucchio d’oro pagò lo sgombro del territorio

e la volontaria ritirata.

16. =La ricostruzione di Roma.= — Il male era stato minore della paura;

Roma era stata non distrutta da un nemico implacabile, ma malmenata da

una scorreria di barbari predatori. Ma era pur stata presa, incendiata

e riscattata a prezzo d’oro! Lo spirito pubblico fu sbigottito a tal

segno, che quando, fra le rovine ancora fumanti, l’assemblea centuriata

si radunò per deliberare la ricostruzione della città, i tribuni della

plebe proposero di abbandonare Roma e di riedificarla sulle rovine

di Veio. Già molti Romani, fuggiti da Roma all’avanzarsi dei Galli si

erano rifugiati a Veio, nelle case ancora abitabili dopo dieci anni di

abbandono; non era consiglio migliore restarci per sempre e far sorgere

dalle ceneri della grande città in rovina, un nuovo Stato in cui vinti

e vincitori, patrizi e plebei, potessero finalmente unirsi davvero,

sotto nuove leggi e istituzioni, sfuggendo per sempre alla stretta dei

privilegi e delle tradizioni che soffocavano Roma? La proposta piacque,

massime alla plebe, profondamente percossa e turbata nell’animo

dalla grande rovina. Si oppose il patriziato, campione ostinato

della tradizione; e la lotta fu viva. La tradizione vinse; Roma fu

riedificata, prendendo il materiale che mancava a Veio, là dove,

pochi mesi prima, quando, all’avvicinarsi dei Galli, i simulacri degli

Dei erano stati portati a Veio, si diceva che la Giovinezza e il Dio

Termine avessero chiaramente manifestato la ferma volontà di restare;

là dove da tempo immemorabile aveva bruciato e brillato il fuoco di

Vesta, ed erano caduti dal cielo gli scudi sacri; là dove infine si

favoleggiava che poco prima fosse stato rinvenuto, misteriosamente

sepolto, un cranio d’uomo, segno, a detta degli indovini, che quel

luogo era destinato a diventare il cuore e il cervello del mondo.

Ma quanto diversa dalla Roma dei Re! Per far presto, si abborracciò

la nuova città senza alcun piano o disegno prestabilito; le nuove

casupole, creature della fretta, della miseria e del malvolere, sorsero

disordinate e ineguali; alle strade, larghe e diritte, tracciate dai

Re, furono sostituite viuzze anguste e tortuose, che sconceranno per

secoli la metropoli dell’impero.

17. =Conseguenze della invasione gallica.= — E in questa città

riedificata in fretta ridivamparono le lotte civili, esasperate dalla

miseria. Non ostante tutte le facilitazioni e gli aiuti del pubblico

erario e dei ricchi, la plebe impoverisce di nuovo, come nei primi

tempi della repubblica. Alla rovina della città e alla devastazione

delle campagne si aggiunsero alcune guerre; chè pronti gli Equi, i

Volsci, gli Etruschi e alcuni alleati latini, cercarono di approfittare

delle calamità da cui Roma era oppressa. Di nuovo il Lazio si coprì

d’ipoteche; di nuovo la maggior parte della popolazione cadde nei

debiti e pericolò nei beni e nella libertà; di nuovo la miseria gemè

e tumultuò entro le mura della città, ora implorando, ora esigendo con

le minacce riduzioni dei debiti e leggi agrarie. Ma la plebe non è più

assistita da quegli uomini che con tanto vigore hanno lottato negli

anni precedenti alla guerra di Veio. I tribuni sono muti o fiochi;

i patrizi riescono facilmente ad escludere i plebei dal tribunato

militare; fanno i sordi a tutte le richieste del popolo e si affrettano

solo a recuperare i frutti della vittoria su Veio, incorporando

nel territorio dello Stato i territori conquistati nell’Etruria

meridionale, in cui era tanta ricchezza di terre da affittare. Così

nel 387 furono istituite nei nuovi territori quattro nuove tribù: la

_Stellatina_, la _Tromentina_, la _Sabatina_, l’_Arniensis_.

18. =L’agitazione di M. Manlio Capitolino (385-384 a. C.).= — Non si

può spiegare questo universale abbandono della plebe, se non ammettendo

che la scissione, incominciata dopo l’assedio di Veio, sia andata

crescendo; e che i plebei ricchi, spaventati da quel che chiedevano

i plebei poveri, abbiano fatto, per interesse, causa comune con i

patrizi. Certo è che la plebe non trovò in questi anni altro protettore

che un generoso e glorioso patrizio; quel M. Manlio che aveva difeso

con tanto valore il Campidoglio ed era detto perciò Capitolino. Di

questa singolare figura solo qualche lineamento si scorge a fatica

nella tradizione, troppo ritoccata dagli odi patrizi. Ma non è dubbio

che in tempi, in cui i ricchi, patrizi e plebei, si stringevano in una

lega contro la miseria e le sue collere, questo patrizio, fosse spinto

o da ambizione, come dicono gli antichi scrittori, o da un sentimento

sincero di equità e di zelo civico, si mise a capo, nel 385, di una

agitazione popolare che chiedeva pei poveri terre e addolcimenti alla

legge dei debiti. Grande fu il favore che il popolarissimo difensore

del Campidoglio acquistò presso la moltitudine; ma non minore l’astio,

di cui lo perseguitarono i capi delle due parti, quella patrizia e

quella plebea. I tribuni della plebe non sono meno avversi dei tribuni

militari a questo patrizio, che non chiede più l’eguaglianza politica,

ma soccorsi e sollievi per i poveri, di cui tutti i ricchi — patrizi

e plebei — avrebbero dovuto fare le spese. La lotta fu dunque, per

due anni, piena di violenze e di insidie. Riuscì alla fine ai ricchi

patrizi e plebei di liberarsi di Manlio accusandolo di aspirare al

regno. Manlio fu condannato a morte, con un processo probabilmente

altrettanto iniquo quanto illegale[18]: ma non cessò l’agitazione,

perchè la miseria non cessava, anzi era accresciuta dalle guerre

frequenti. Molti tra i soci latini tentarono di riacquistare la

libertà. Si dedusse qualche colonia: a Sutrium (383), a Setia (382), e

a Nepi (381)[19]. Inutilmente: chè il rimedio era piccolo a paragone

del male. Esasperato il popolo minuto accusò apertamente i patrizi

di inventare una rivolta di alleati o una guerra, appena a Roma si

incominciava a ragionare di debiti o di leggi agrarie, per portar via

da Roma la plebe valida.

Di nuovo l’ostinazione dei patrizi metteva a repentaglio lo Stato,

già tanto indebolito dalla guerra gallica. Per fortuna, il male e

il pericolo crescendo, a poco a poco l’antico partito della plebe si

scosse dal suo torpore; e cautamente, sotto l’usbergo della sacrosanta

potestà tribunizia, ripigliò l’opera di Manlio. Nel 380 i tribuni della

plebe impediscono con il veto che si facciano le leve per una guerra

nata allora allora contro Preneste e che nessun debitore sia tratto in

schiavitù per debiti. Nel 378 di nuovo i tribuni della plebe vietano

che si facciano leve per respingere una incursione di Volsci; e questa

volta il patriziato cede. Si approvò una legge che vietava, sinchè

durasse la guerra, di esigere il tributo e di intentare azioni per

rimborso di crediti. Ma, terminata la guerra, la legge antica riprese

il suo imperio, e la plebe ricominciò a gemere e ad imprecare. Non

pareva esserci scampo da quella inestricabile difficoltà. I blandi e

saltuari espedienti a cui il partito della plebe ricorreva per guarire

il male dei debiti erano inefficaci; non si poteva proporre rimedi

radicali, perchè il partito dei patrizi spadroneggiava nel senato e nei

comizi, e spadroneggiava perchè i plebei ricchi non volevano aiutare

la plebe a scalzar con queste leggi le fondamenta giuridiche della

proprietà. Come uscire dal labirinto?

19. =Le leggi Licinie-Sestie (377-367 a. C.).= — I due tribuni della

plebe dell’anno 377, C. Licinio Stolone e L. Sestio Laterano, trovarono

il filo. Ambedue appartenevano a quella aristocrazia di ricchi plebei,

che, se avversava con i patrizi le leggi richieste dalla plebe,

avversava pure con la plebe i privilegi politici del patriziato.

Infatti, nel 377, essi proposero una legge sui debiti, una legge

agraria e una legge che ammettesse i plebei al consolato. La legge sui

debiti disponeva in favore dei debitori, come forse due secoli e mezzo

prima in Atene, la non meno famosa e discussa _seisachteia_ del saggio

arconte Solone, che dall’ammontare totale del debito fosse dedotta la

somma già pagata per gli interessi, e che il rimanente fosse pagato

a rate in tre anni. La legge agraria disponeva che nessun patrizio

potesse possedere più di 500 iugeri di agro pubblico e che il resto

dovesse essere equamente distribuito tra il proletariato plebeo. Infine

la legge sul consolato aboliva i tribuni militari, ristabiliva il

consolato, ma disponeva che uno dei consoli dovesse esser plebeo.

Intorno a queste leggi molto hanno scritto i critici moderni, per

dimostrare che la tradizione mentisce, e che la legge agraria sarebbe

posteriore di molti anni, forse di qualche secolo[20]. Ma senza alcun

argomento decisivo; e riuscendo solo, con queste divagazioni, ad

oscurare la tradizione che, così come è, ci rende chiara ragione degli

scopi e degli atti dei due tribuni. Non è dubbio che costoro volevano

di nuovo unire tutti i plebei, ricchi e poveri, divisi dall’incendio

di Roma in poi, contro i patrizi, portando sollievo alla miseria

del popolino con le leggi sulle terre e sui debiti e soddisfacendo

un’antica aspirazione dei ricchi plebei con la legge del consolato.

Il consolato doveva compensare a costoro il danno delle altre due

leggi. La mossa era abile, ma non riuscì facilmente; perchè anche

allora non tutti erano disposti a pagare a peso d’oro l’incremento,

non già della potenza propria, ma di quella del proprio ceto. Non è

meraviglia che la lotta abbia durato molti anni — dieci, secondo la

tradizione; — e che in questi anni da una parte e dall’altra si sia

adoperata senza scrupolo l’arma dell’ostruzione legale. I patrizi a

più riprese trovarono tribuni della plebe che opposero il veto quando

i loro colleghi si accingevano a far votare queste leggi: chiarissima

prova che l’opposizione dei ricchi plebei non era stata disarmata

interamente. A loro volta i due autori delle leggi, rieletti tribuni

ogni anno, risposero sospendendo le funzioni vitali dello Stato, sinchè

riuscirono a vincere l’impegno, e a far approvare le tre leggi. Nel

367 la plebe riceveva il sollievo delle due leggi sugli affitti e sui

debiti; e il consolato, la suprema carica della repubblica, cessava

di essere un privilegio patrizio. A compenso fu stabilito che oltre

i due consoli, sarebbe eletto, ogni anno, ma solo tra i patrizi, un

_praetor, qui ius in urbe diceret_, un magistrato cioè per amministrare

la giustizia, e che pure tra i patrizi si eleggerebbero due _aediles

curules_.

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 14 / 60 题