I PRIMI PASSI DELLA REPUBBLICA

(Sec. VI-V a. C.)

8. =Il primo trattato di commercio con Cartagine e la perdita

dell’Etruria.= — Il primo documento sicuro della storia romana che noi

possediamo è un trattato di commercio: il trattato che, nel 510 o 509

a. C., l’anno primo della repubblica, Roma conchiudeva con Cartagine.

Polibio ce ne ha conservato il testo (3, 22). Esso suona così:

«Ai Romani e ai loro alleati è vietato navigare al di là del Bel

Promontorio (il capo Farina, cfr. Pol., 3, 23), salvo che non vi

siano costretti dalla tempesta o dai nemici.... Se alcuno sarà stato

costretto ad approdarvi, non gli sia lecito comperare o prendere

cosa alcuna, salvo il necessario a riparare le navi e a compiere i

sacrifici, e ne riparta entro cinque giorni. Coloro che si recheranno

per ragioni di commercio» [si intende, a Cartagine, nell’Africa al di

qua del Bel Promontorio, e in Sardegna] «non saranno tenuti ad alcuna

imposta, salvo a quella dovuta al banditore o allo scrivano pubblico;

e di quanto sarà venduto in loro presenza la fede pubblica resterà

garante al venditore, e ciò per quanto concerne le vendite fatte in

Africa e fatte in Sardegna. Se poi alcun romano verrà in quella parte

della Sicilia soggetta ai Cartaginesi, i suoi diritti saranno per ogni

verso eguali [a quelli dei Cartaginesi]. I Cartaginesi, d’altro canto,

s’impegnano a non danneggiare le città di Ardea, di Anzio, di Laurento,

di Circei e di Terracina, nè alcun’altra città latina soggetta a Roma.

In modo analogo, essi s’impegnano verso le città del Lazio non soggette

a Roma. Se per caso prendessero alcuna città, la renderanno, senza

danneggiarla, ai Romani; nè costruiranno alcuna fortezza in territorio

latino»[13].

Questo trattato è stato frainteso dagli storici moderni. Eppure il

suo testo parla chiaro: Roma rinuncia a navigare e a commerciare nel

Mediterraneo orientale, e i Cartaginesi promettono in cambio di non far

guerra e danno alcuno al territorio o alle città del Lazio, soggette

o non soggette a Roma. È così vero che la monarchia fu rovesciata

dall’elemento latino ed agrario, sollevatosi contro l’elemento etrusco

e mercantile, che, appena fondata, la repubblica fa un passo indietro

sulle vie del commercio arditamente tentate dagli ultimi monarchi

e compra la pace da Cartagine, restringendo nel Mediterraneo il suo

commercio. Questo è il senso, lo spirito e lo scopo del trattato. Nè

è temerario congetturare che la repubblica si affrettasse a comperare

a questo prezzo la pace da Cartagine, perchè si trovò subito in guerra

con l’Etruria. Se, quando la monarchia fu rovesciata, il dominio romano

in Etruria fosse così vasto come ai tempi di Tarquinio Prisco, noi non

sappiamo: certo è che la repubblica ebbe subito a sostenere una fiera

guerra con gli Etruschi, sia che gli Etruschi soggetti si ribellassero,

sia che gli Etruschi indipendenti approfittassero dell’occasione per

liberare le città soggette, sollecitati, come vuole la tradizione,

da Tarquinio. E neppure è dubbio che la repubblica fu vinta dagli

Etruschi, e che Roma cadde sotto il dominio etrusco per alcuni anni.

Per quanti, è difficile dire con precisione; non molti, a ogni modo,

perchè al principio del V secolo Roma era riuscita, bene o male, a

riacquistare la sua indipendenza.

9. =Le guerre con i Volsci e con gli Equi (principio del V secolo).=

— Ma solo per affrontare nuovi nemici, che da ogni parte l’assaltano.

Tutto il Lazio insorge, rivendicando la libertà e l’autonomia; altre

barbare popolazioni circonvicine — le tribù dei Sabini, ad esempio

— che la monarchia aveva tenute soggette o in rispetto, ritornano

a saccheggiare i territori romani; pericolo ancor più grave, le

popolazioni del Subappennino romano — i Volsci e gli Equi — si

spingono nella pianura del Lazio verso occidente e la costa tirrenica

da Anzio a Circei. Intorno alle guerre incessanti, che la repubblica

dovè combattere contro questi popoli, e massime contro i Volsci e gli

Equi, gli antichi contano molte belle favole e poco di sostanzioso.

Un documento sicuro — il trattato di alleanza, conchiuso nel 493 dal

console Spurio Cassio, che pose fine alla guerra con le città latine,

di cui Dionigi d’Alicarnasso ci ha conservato il testo[14] — ci

dice che, anche con i Latini, come già con Cartagine, la repubblica

pagò del suo le spese dell’accordo, poichè rinunciò alla supremazia

ed al comando, riconobbe l’autonomia delle città latine e la loro

confederazione, e con questa conchiuse un’alleanza difensiva a

condizione di parità e di reciprocanza perfette. Quanto alle guerre

contro i Volsci e gli Equi, che riempiono della loro confusa storia

tutta la prima metà del V secolo, una cosa sola possiamo affermare con

sicurezza: che per più di mezzo secolo Roma si tenne sulla difesa; che

per difendersi fece entrare nella lega latina anche gli Ernici, che

non erano certo Latini e forse erano Sabini; che in queste guerre ebbe

spesso la peggio e non riuscì a impedire che il suo territorio fosse

ogni tanto invaso e saccheggiato.

10. =Le prime disfatte della repubblica e le loro conseguenze.= —

Il piccolo impero, che la monarchia aveva creato, cade dunque nei

primi decenni della repubblica; e insieme decadono l’industria e il

commercio. Se la repubblica, appena fondata, aveva abbandonato una

parte del Mediterraneo a Cartagine, verso il 450 a. C. Roma era, si

può dire, sparita dal novero degli empori di qualche importanza nel

Mediterraneo. Il primo tentativo mercantile di Roma, il primo disegno

di fondare sulle rive del Tevere un grande emporio, simile a Cartagine,

a Corinto, a Taranto, ad Atene e a tante altre città greche, era

dunque fallito. Ma questa rovina del commercio dovette impoverire la

città, e questa povertà fu accresciuta dalle guerre disgraziate. La

preda era il pane delle guerre antiche. Il soldato romano andava alla

guerra, non solo per tenere lontano dal proprio territorio il nemico,

ma con la speranza di entrare nel suo territorio e di prendere quel

che poteva. Fu infatti principio costante della milizia romana che

il generale avesse diritto di disporre delle _manubiae_ — metalli,

bestiame, schiavi — e di spartire il bottino tra lo Stato e i soldati,

ai quali una parte doveva toccare, e di solito non la minore: il che ci

spiega come nei primi secoli Roma potesse imporre a tutti i cittadini

delle prime cinque classi il servizio militare obbligatorio e gratuito.

Ma con questo modo di intendere la guerra, se le guerre vittoriose

potevano, in una certa misura, arricchire il popolo, perchè quelli

almeno che non ci morivano, portavano a casa dei metalli preziosi,

del bestiame, degli schiavi, le guerre disgraziate lo impoverivano,

perchè in queste non solo i soldati militavano senza compenso, ma

parti più o meno vaste del territorio erano o perdute o saccheggiate.

Le lunghe e incerte guerre con i Volsci e con gli Equi impoverirono

dunque la condizione media e la plebe, nei primi cinquanta anni della

repubblica. Molti possidenti si impaniarono nei debiti, perdendo a poco

a poco i beni prima e la libertà poi, giacchè le terribili leggi del

tempo condannavano il debitore insolvente a servire il creditore come

schiavo.

11. =Patrizi e plebei — La lotta per l’eguaglianza civile e politica

(prima metà del V secolo).= — A giudicar dunque dai primi effetti, la

caduta della monarchia fu per Roma una calamità. Eppure la rivoluzione

non aveva fatto subire alle istituzioni di Roma che un leggero ritocco.

Il senato aveva conservato gli antichi poteri, come i comizi centuriati

e, nella forma a cui la costituzione Serviana li aveva ridotti, i

comizi curiati; solo l’autorità regia era stata trasferita a due

magistrati, i _consules_, denominati in origine _praetores_. Eletti

ogni anno dai comizi centuriati, i consoli ricevevano dai comizi

curiati e dal senato l’_imperium_ prima esercitato dai Re, e cioè il

potere militare e giudiziario senza le facoltà religiose, che furono

deferite a un nuovo magistrato denominato _rex sacrorum_; ed avevano,

come i Re, per aiutanti i _quaestores_. Come mai da un mutamento così

piccolo, aveva potuto procedere un effetto così grande? Perchè il

mutamento era piccolo solo in apparenza. La monarchia, combinazione

sapiente del principio elettivo e del principio vitalizio, era stata un

potere vigoroso e fattivo, che aveva retto e diretto davvero lo Stato.

Ma la repubblica, facendo questo potere annuale e dividendolo tra due

magistrati, ognuno dei quali poteva esercitarlo separatamente, l’aveva

indebolito; e quindi aveva trasferito il reggimento dello Stato non dal

Re ai consoli, ma dal Re al senato, che, essendo stabile, primeggiò

nel nuovo ordine di cose. Ma il senato romano era l’organo del

patriziato; e il patriziato era una casta privilegiata e chiusa. Invano

la monarchia aveva cercato di aprirla ad uomini e famiglie nuove;

non appena, scacciati i Re, essa fu arbitra dello Stato, la casta si

affrettò a rifar la serrata; non volle più accogliere genti nuove, si

trincerò nei suoi privilegi come in una fortezza. Questi privilegi —

il divieto di connubio con i plebei, gli _auspicia_ e il diritto di

occupare tutte le cariche — erano diversi ma tutti legati tra di loro,

perchè non c’era atto o cerimonia pubblica che un magistrato potesse

compiere senza aver prima interrogato il cielo o gli uccelli o gli

altri segni della volontà divina. Lo Stato cadde dunque in potere di

una oligarchia piccola, orgogliosa ed esclusiva; tutte le famiglie

povere e le famiglie arricchite nelle ultime generazioni, che non

avevano sangue patrizio nelle vene, furono escluse dal governo.

Ma questa piccola oligarchia chiusa non era in grado di ben governare

e di difendere la repubblica. Questo è il segreto della storia dei

primi decenni della repubblica, che invano gli antichi scrittori

hanno cercato di nascondere in mezzo alle leggende. Quale ne fosse

il difetto capitale, se un troppo cieco attaccamento alla tradizione

latina, se un soverchio spirito di casta, se lo scarso numero o

l’intelligenza manchevole, o il poco favore della fortuna, noi non

sappiamo. Certo è invece che questa oligarchia non seppe conservare

le conquiste della monarchia; dovè acconciarsi a trattare i Latini da

pari a pari; difese male e a stento Roma dagli attacchi dei Volsci e

degli Equi, e forse fu più sollecita della prosperità propria che del

benessere generale; onde fu presto bersagliata da una opposizione,

che prese di mira tutti i suoi privilegi. Questa opposizione nasce

quasi con la repubblica, e cresce rapidamente, a mano a mano che le

guerre poco fortunate screditano la piccola oligarchia dominante. I

plebei ricchi, esclusi dal potere, fanno lega con i plebei poveri e

tormentati dalla miseria; questi chiedono l’addolcimento delle leggi

sui debiti e leggi agrarie, quelli protestano contro i privilegi dei

patrizi; tutti lamentano la parzialità e l’incertezza delle leggi,

l’arbitrio con cui l’oligarchia dominante le applica, gli abusi e

le prepotenze dei magistrati patrizi non minori di quelle dei Re,

reclamando con audacia crescente l’eguaglianza civile e politica dei

ceti. Le armi di cui possono servirsi sono poche, in principio; ma il

senato stesso, senza pensarci e senza volerlo, ne mette loro in mano

qualcuna abbastanza potente. Così già nel 495 a. C. — la data è stata

contestata dalla critica moderna, ma senza seri motivi — il senato

aveva diviso tutto il territorio romano in 21 tribù e distribuito in

quelle tutti i cittadini, in quanto proprietari di qualche bene nel

distretto, incaricando ogni tribù di provvedere, in caso di guerra,

al pagamento dell’imposta fondiaria e alla leva delle milizie. La

riforma sembra aver avuto soltanto uno scopo amministrativo; ma par

possibile congetturare che ben presto i malcontenti ne fecero un’arma

di opposizione politica; che i capi delle tribù, preposti ad un ufficio

così importante, divennero in breve gli organi del malcontento della

maggioranza, ossia dei plebei. Così si può spiegare come qualche

anno dopo — la data non è sicura nè presso gli antichi, nè presso

i moderni — i patrizi dovessero consentire che nei vecchi comizi

curiati, nei quali la ragione democratica del numero prevaleva, e che

sembravano ormai sopravvivere a se medesimi, si eleggesse ogni anno

un magistrato nuovo, due _tribuni plebis_, che difendessero il loro

ceto contro ogni sopruso dei patrizi e dei loro magistrati[15]. Fu la

prima arma vigorosa di cui i plebei disposero; e non perdettero tempo

per rinforzarla. Già nel 471 a. C. il numero dei tribuni è portato

a quattro o a cinque e l’elezione passa dai comizi curiati ai comizi

tributi, ossia all’assemblea generale delle tribù: mutamento questo di

molta importanza, perchè se i nuovi comizi tributi non differiscono

molto, quanto al numero e al genere dei partecipanti, dai comizi

curiati, in compenso però, non essendo ancora un’assemblea elettorale

o legislativa, possono radunarsi senza l’autorizzazione del senato e

senza nessuna di quelle formalità liturgiche, di cui tanto i patrizi

abusavano a scopo politico[16]. Nè a questi primi passi la plebe si

ferma. Poco dopo i tribuni ricevono, come aiutanti, gli _edili della

plebe_; si arrogano prima una potestà coercitiva, _ius prensionis_,

contro chiunque — fosse anche un magistrato — avesse osato offendere

o danneggiare un plebeo; poi il _ius intercedendi_ o il privilegio,

veramente regale, di sospendere con un _veto_ qualunque atto del

governo e perfino le assemblee costituzionali, qualora il popolo fosse

chiamato a deliberare su proposte, che avessero potuto presumersi

contrarie agli interessi plebei; poi ancora il _ius agendi cum plebe_,

la potestà di convocare la plebe a comizio, e di discutere con questa

i suoi particolari interessi e quanto nella politica generale dello

Stato fosse legato a questi interessi, nonchè il diritto di presentare

leggi nei comizi tributi; infine, e più tardi, la facoltà di trattare

con il senato su quanto toccasse gli interessi dei loro rappresentanti

(_ius agendi cum patribus_). Prima ancora che tutti questi poteri

fossero loro conferiti, nel 462 il tribuno C. Terentilio Arsa propose

di affidare ad una commissione di cinque, il compito di preparare una

legge, che delimitasse i poteri dei consoli, ponendo fine a quel loro

impero non meno arbitrario e assoluto — a quanto diceva il tribuno —

del potere regio.

12. =Il decemvirato e le «Dodici tavole» (451-449 a. C.).= —

L’oligarchia patrizia, non avendo autorità bastevole per resistere

su tutti i punti alla agitazione della plebe, indebolita come era

dalle guerre disgraziate, aveva ceduto sulla questione dei poteri

dei _tribuni_ e aveva lasciato che nel cuore dello Stato sorgesse

un potere legalmente incaricato di fare l’ostruzione a vantaggio

dell’opposizione. Ma alla proposta di Terentilio Arsa si oppose

invece con vigore, perchè, invece di accrescere il potere della

plebe, limitava i poteri del patriziato. Nacque una furibonda contesa

che, interrotta ogni tanto dalle incursioni dei Volsci e degli Equi,

inasprita da violenze e da processi, durò dieci anni.

Alla fine si addivenne a una transazione. Tre ambasciatori, Spurio

Postumio Albino, A. Manlio, P. Sulpicio Camerino furono, se vogliamo

credere a Livio, mandati in Grecia a studiare le leggi di quel paese;

e quando costoro furon tornati, i tribuni proposero che per l’anno

prossimo tutte le magistrature patrizie e quelle plebee, nonchè i

rispettivi corpi politici — consoli, questori, tribuni, assemblee

curiate, centuriate e tribute — fossero sospese; e in loro vece fosse

creata una nuova magistratura, il decemvirato: dieci magistrati che al

tempo istesso governerebbero lo Stato e redigerebbero una costituzione,

nella quale fossero incluse quelle disposizioni capitali di diritto

civile e penale, che, negli Stati primitivi, sono ancora parte del

diritto pubblico. Questa nuova costituzione doveva valere per i patrizi

e per i plebei; i magistrati incaricati di compilarla potevano dunque

essere patrizi o plebei.

La legge fu, dopo qualche contrasto, approvata. Ma eletti furono

solo dieci patrizi, i quali in un solo anno (451) condussero a

compimento l’opera ponderosa. Alla fine del 451, ben dieci tavole di

leggi rendevano testimonianza del lavoro compiuto. La storiografia

tradizionale, vergata quasi esclusivamente da penne patrizie, celebrerà

più tardi con i più alti elogi la moderazione e la saggezza di quei

primi legislatori. Ma ben diverso sembra essere stato il giudizio dei

plebei e dei patrizi sulla nuova costituzione, appena fu pubblicata. E

non è impossibile, pur in mezzo alle incerte notizie della tradizione

storica, intravedere il motivo di tanto malcontento. Non è dubbio che i

decemviri avevano cercato un compromesso tra il privilegio patrizio e

l’eguaglianza che stava a cuore alla plebe. Il compilare quelle leggi

con chiarezza e il pubblicarle erano già due grandi concessioni alla

plebe, due grandi limitazioni dell’onnipotenza patrizia. Senonchè è

naturale che i patrizi, per bilanciare queste concessioni, abbiano

cercato di conservare quanti più privilegi potessero. Inoltre,

istituendosi il decemvirato, si erano aboliti anche i tribuni plebei e

i comizi tributi; e il compenso dovesse apparir magro; tanto è vero che

in quel primo anno i decemviri erano stati tutti patrizi.

I plebei dunque si dolsero di aver perduto i loro magistrati senza

avere ottenuto quanto era loro diritto; i patrizi a loro volta

accusarono la nuova costituzione di aver troppo largheggiato con i

plebei a loro danno. Anche questo compromesso scontentava tutti; e

peggio fu l’anno seguente, quando i plebei riuscirono a far eleggere

decemviri tre candidati plebei. Una parte del patriziato, la più

avveduta, non vide di mal’occhio questa vittoria della plebe; anzi

lo stesso Appio Claudio, il più autorevole dei decemviri, la favorì,

sperando placasse il risentimento per tante altre aspirazioni

insoddisfatte: ma accanto ai pochi savi c’erano, anche nel patriziato,

gli arrabbiati, e questi vollero subito un compenso. Nel secondo anno

del decemvirato due nuove tavole sancirono solennemente il divieto

dei matrimoni tra patrizi e plebei. Esasperati da questa politica

della bilancia, i due partiti furono concordi almeno nel detestare

egualmente e voler morto il decemvirato; il che ci spiega come la

tradizione, raccolta da T. Livio, abbia potuto raccontare che dal

primo anno al secondo il decemvirato si sarebbe ad un tratto mutato

in una illegale tirannide. Abolita ogni guarentigia; la capricciosa

volontà dei decemviri, sola legge; patrizi e plebei, compagni ormai

di sventura e vittime della stessa violenza; alla fine dell’anno

prolungati arbitrariamente, dagli stessi decemviri, i propri poteri.

Non il decemvirato era mutato, ma il sentimento di tutti i partiti,

che, dopo aver troppo sperato, avevano ad un tratto disperato della

nuova costituzione. Nè il decemvirato potè resistere a lungo alla

coalizione degli interessi lesi, ai sospetti dei patrizi e dei

plebei, allo spirito di tradizione così forte. Qualche errore (il noto

episodio di Virginia, non è forse tutto romanzo, come romanzo non è

l’episodio iniziale dei Vespri siciliani) e una sconfitta diedero al

suo vacillante potere le ultime spinte, quelle che lo fecero cadere.

Sui primi del 449 Sabini ed Equi invadevano ancora una volta il

territorio romano. Otto decemviri presero il comando degli eserciti

romani. Solo Appio Claudio, la colonna del minacciato governo, rimase

con un collega plebeo in Roma, dove il pericolo era maggiore. Ma quei

duci improvvisati furono sconfitti; l’esercito si ribellò; e, sotto

il comando degli ufficiali minori, marciò su Roma, dove l’antica

costituzione fu ristabilita. Così il decemvirato spariva, lasciando,

come la monarchia, una rinomanza non buona ed un’opera insigne: la

legge civile e penale, che aveva cancellato tante antiquate differenze

tra i ceti sociali e che sarebbe stata per secoli il fondamento di

tutto l’ordine giuridico e, in parte anche, dell’ordine politico.

13. =I «Tribuni militares consulari potestate».= — Il secondo

cinquantennio del V secolo è migliore del primo per le vicende

esterne. Roma respira. I Volsci e gli Equi l’assalgono più di rado

e più mollemente: segno che le forze crescono a Roma e che scemano

ai suoi nemici. Roma però si tiene ancora sulla difesa. Si riaccende

invece, cinque anni dopo che il decemvirato è caduto, la grande contesa

dell’eguaglianza politica e civile. Nel 444 il tribuno della plebe

C. Canuleio propone di abrogare la legge delle Dodici tavole, che

interdiceva il connubio di patrizi e plebei; e i suoi nove colleghi

propongono di riconoscere console chi il popolo elegga, patrizio o

plebeo. La cittadella dei privilegi patrizi era assalita nel tempo

stesso da due parti, nella famiglia e nello Stato. La resistenza fu

quindi ardente e tenace, non eguale però sui due punti, per quanto tra

i privilegi familiari e i privilegi politici del patriziato, ci fosse

un nesso: gli _auspicia_. Ma, come tutte le caste chiuse, il patriziato

romano si assottigliava e impoveriva, mentre la plebe si rafforzava

di nuove famiglie arricchite di fresco; perciò la legge Canuleia,

se feriva l’orgoglio della casta patrizia, poteva rinsanguarla di

nuove intelligenze e di nuove ricchezze. Se non fu facile, non fu

neppur troppo difficile a Canuleio di spuntarla, tanto più che i

patrizi speravano, contentando la plebe su questo punto, di indurla

a rinunciare all’altra domanda. Ma si ingannarono: incoraggiati dalla

fortuna di Canuleio, gli altri nove tribuni mantennero la proposta; a

loro volta i patrizi si opposero disperatamente. Si fece pace alla fine

con una transazione. Fu proposto e approvato che, negli anni in cui il

senato lo credesse opportuno, fossero eletti, non più due consoli, ma

tre _tribuni militares consulari potestate_, i quali sarebbero scelti

dal popolo liberamente, tra i patrizi o tra i plebei. Il senso di

questa singolare transazione non è chiarissimo. Considerando che il

_tribunus militum_ era il comandante militare subordinato al console,

si può attribuire ai patrizi l’intenzione di salvare almeno formalmente

il proprio privilegio, concedendo ai plebei una specie di consolato

mutilo e monco. Certo è invece che la transazione gettò non cenere,

ma olio sul fuoco. A tutte le altre discordie si aggiunse una nuova

ragione di continui litigi: il decidere ogni anno se si dovessero

eleggere dei consoli o dei _tribuni militari_. I plebei volevano

i tribuni; i patrizi, i consoli. La transazione insomma indebolì

ancora più la suprema autorità dello Stato, che la repubblica aveva

già tanto indebolita; cosicchè fu forza usare ed abusare di quella

che era l’_ultima ratio_ della costituzione romana: la _dittatura_.

Sospesa la costituzione, i consoli nominavano, approvante il senato, e

per non più di sei mesi, un _dittatore_: un magistrato, come sembra,

di origine forestiera, osca od etrusca, munito di pieni poteri, nel

quale era ricostituita per breve tempo l’unità e l’autorità del potere

regio. Destreggiandosi con mosse avvedute, facendo uso accortamente

delle armi che forniva la costituzione, prevalendosi della maggiore

esperienza politica, che è frutto del lungo governare, negli estremi

frangenti nominando un dittatore, i patrizi riuscirono ad impedire

per quaranta anni e più che neppur un plebeo fosse eletto tribuno

militare, e riuscirono anche a togliere una parte dei suoi poteri

al vacillante consolato, per il giorno in cui cadesse in potere dei

plebei. Poichè i consoli erano troppo occupati nelle guerre, i patrizi

proposero, e fecero approvare nel 443 a. C., che si nominasse la nuova

magistratura dei _censori_ — ai quali furono passati molti carichi e

uffici dei consoli, tra i più gravi: il censimento della cittadinanza,

la compilazione del ruolo dei senatori, l’amministrazione delle rendite

ordinarie dello Stato, i pubblici appalti, la sorveglianza dei costumi

di tutti i cittadini — patrizi e plebei. Potere formidabile, perchè

armato di inappellabili sanzioni.

La tenace resistenza patrizia spiega come, nell’ultimo quarto del

secolo, i plebei non tentino più di scalare d’assalto la rocca del

potere, il consolato; ma cerchino di prenderla con una specie di

lungo e paziente assedio, conquistando ad una ad una le magistrature

minori, come i forti esterni che la difendevano. Nel 421 la plebe

ottiene che il numero dei questori sia portato a quattro e che anche i

plebei possano essere eletti a questa magistratura; nel 409 conquista

per la prima volta la maggioranza nel collegio questorio. È vero

che i questori non sono più, come nei primi lustri della repubblica,

magistrati criminali; ma dei cassieri o pagatori, ai quali è commesso

di custodire il tesoro pubblico e di sorvegliarne le entrate e le

uscite. Tuttavia, con questa riforma della costituzione, il primo

passo, che è sempre il più difficile, era fatto; tanto è vero che poco

dopo alla plebe riuscì di raddoppiare il numero dei tribuni militari e

di ottenere che dei sei tribuni una parte _dovesse_ essere plebea.

Roma antica, Vol. 1/3 · 第 11 / 60 题