Questo voltafaccia della psiche popolare che dal compiangere il delitto
passa a commiserare colui che l'ha commesso, si considera dai più come
una malattia dello spirito. E sia. In verità una scienza nuova, e già
gloriosa, cerca negli uomini le traccie della degenerazione; e le trova
in quelli che soli esamina; che sono o i geni o i delinquenti. Perchè
in questi due ordini d'esseri umani le trova, anzi, ella è giunta a
riconoscere una parentela tra loro. Ma perchè non istudia essa l'uomo
normale? l'uomo che nè commette crimini da esser chiuso in prigione,
nè fa capolavori da meritare il Pantheon? Chi sa? ella troverebbe che
non v'è uomo al mondo, per mediocre che sia, nè troppo santo nè troppo
cattivo, nè alto nè basso, che non abbia alcune delle anormalità da
loro segnalate nei delinquenti e nei geni.
D'ognun di noi studiando l'albero genealogico, forse troverebbe
qualche figura a cui fermarsi; studiando d'ognun di noi le abitudini,
troverebbe qualche particolarità di cui sospettare: dorme troppo,
dorme poco costui; piange per nulla, ride per nulla; è distratto, è
contratto; esce di notte, non esce di notte; s'adira all'improvviso,
ha una calma continua... Io credo che l'uomo normale non esista; e come
sarebbe a quei dotti impossibile dimostrare che esiste, cercandolo per
tutto il mondo, come colui che cercava l'uomo felice di cui aver la
camicia, così è facile a ognuno, con una sola parola, dimostrare che
non esiste: non esiste l'uomo normale, perchè questi sarebbe l'uomo non
evoluto, ossia il non-uomo ancora. Chiamerebbero essi degenerata la
Terra, perchè non è più gas? e in Giove troverebbero essi avanzata e
nel Sole già cominciata la degenerazione? È questione di parole. Essi
trovano nel tal genio o nel tal delinquente certi strani timori... Ma
non sanno essi che l'uomo è l'animale che teme ciò che le bestie non
temono? non sanno essi che l'uomo è l'animale che sa di morire? Trovano
che il tal altro, genio o delinquente, aveva tenerezza per la sorella e
per la madre. Ma non sanno essi che l'uomo è colui che ama la femmina
anche all'infuori della spinta sessuale? Trovano in tutti, credo, i
geni e i delinquenti, l'epilessia... Ma tutti, tutti portiamo in noi
lo squilibrio della fatale ascensione, per cui dal _pithecanthropos
alalos_ si svolse l'_homo sapiens_, e dall'_homo sapiens_ o ragionevole
si svolge l'_homo_, che io dirò _humanus_...
E qui, dame gentili, mi rivolgo a voi, perchè temo che vi sembri
già che io non abbia accolto il vostro pio invito, se non per farvi
ascoltare una lezione d'empietà. No, dame gentili. Io vi ricorderò
alcunchè del libro sacro a cui credete, e vedrete, che ciò che io ho
detto, non contradice a ciò che là è scritto.
Non è, questo, un vano esercizio di arte sofistica: trovare il nesso
e la somiglianza tra le idee e i sistemi e le credenze più disparate,
è servire fedelmente la causa della concordia dell'irrequieto genere
umano che non si pacificherà, credete, con la soppressione di questo
o quello, ma con la persuasione di tutti. Dice dunque la Bibbia che
l'uomo fu creato in istato di grazia e di libertà. Subito però (i
teologi computano questo tempo a poche ore) fu cacciato dall'Eden; e
ciò che si racconta di lui, dopo che fu cacciato, è subito l'uccisione
del fratello commessa dal fratello. Non vi è antropologo il quale non
debba ammettere che la bestia che diventò l'uomo, era potenzialmente
uomo anche quand'era bestia. Era una bestia quella che aveva in sè il
suo destino futuro. Nata dal limo, aveva in sè il soffio di Dio. Ma,
non ostante questo soffio, ella si mostrò più bestia delle bestie le
quali non uccidono così facilmente le loro simili. Si mostrò più bestia
delle bestie, non ostante che edificasse le case e le città. Perchè la
Bibbia appunto seguita a narrare che fu Caino, la bestia che uccise il
fratello, che edificò le prime città!
«O dunque era molto _sapiens_ questa bestia primitiva? E non era cioè
bestia, ma _homo_!» così obbiettate. E avreste ragione, se l'_homo
sapiens_ svoltosi dalla bestia primitiva, fosse l'uomo veramente uomo.
Non era, non è.
È un vecchio concetto, codesto, e non vero, che sia l'intelligenza che
distingua l'uomo dal bruto. Non è vero: le case le edifica anche la
rondine, e di fango impastato come noi; e la lucciola ha saputo, con
lunga esperienza, scegliere tali sostanze con cui aver luce nelle sue
notti, e con lunga esperienza ha saputo l'ape scegliere tale cibo con
cui fare il miele e la cera; e le formiche hanno i loro granai, e i
castori hanno le loro città. L'intelligenza e la conservazione della
vita sono tra loro in tal nesso, che se chiamate istinto naturale
quest'ultima, dovete chiamare istinto anche quella prima. E istinto
vuol dire qualcosa a cui non possiamo sottrarci e che s'impone come
una necessità. E non c'è mirabile opera umana, non c'è macchina, non
c'è traforo di monti, non c'è navigazione di mari, non c'è volo tra le
nubi, non c'è asservimento di forze cieche e libere, che, considerati
da esseri più perfetti, i quali dimorino in altri pianeti, non
facessero loro pensare che noi abbiamo ubbidito, con ciò, alla stessa
necessità a cui i conigli, che so io, gli uccelli e gli insetti alati
e le lucciole e i ragni. Quando e dove l'abitatore dei pianeti lontani
comincerebbe a pensare che noi siamo essenzialmente diversi dai ragni
tessitori e dalle lucciole fosforescenti?
Quando e dove vedesse, che noi facciamo qualcosa contro quell'istinto,
quando e dove riconoscesse che noi abbiamo conquistato o andiamo
conquistando — che cosa? — _la libertà!_ quando cioè e dove stupisse,
che alle madri degli uomini non basta dare il loro latte ai loro
piccoli e provvedere al loro sostentamento, fin che non siano atti
a fornirselo da sè; ma vogliono anche educarli, istruirli, tremare e
piangere e tribolare per loro tutta la vita; che ai padri degli uomini
non basta aver fecondata la femmina, ma si trattengono presso lei, e
non solo l'aiutano ad alimentare i piccini, ma diventano i loro più
attivi, più pensosi, più solleciti guardiani e maestri; che, cosa più
mirabile ancora, queste madri e questi padri pensano ai figli degli
altri; che, cosa da esaltarsene in sè, quel figlio più puro dei cieli,
ci sono tra gli uomini quelli che rinunziano a godere, perchè altri non
pianga, a mangiare, perchè altri non digiuni, a vivere, perchè altri
non muoia. Ora, come mai — quell'essere superiore esclamerebbe — come
mai in questa povera razza d'esseri deboli, caduchi, efimeri, ha potuto
fiorire questa pianta inseminata della _volontà_? come questo genere
d'animali bipedi senza ali ha potuto _liberarsi_ dai legami della
sua egoistica e cauta e fredda ragione? chi ha portata la _pietà_ in
terra? quando l'_homo_, così _sapiens_, ha potuto, non in virtù della
sua sapienza, ma contro contro contro la sua sapienza stessa, tanto
superiore a quella degli altri animali terreni; quando l'_homo sapiens_
ha potuto divenire _homo humanus_? per qual miracolo è avvenuto in
questo selvaggio pianeta, dopo il fiero regno della _ragione_, il dolce
regno del _sentimento_?
Ecco l'avvento! Quel che è cominciato già, sebbene non abbia ancora
conquistata tutta la terra, è il regno della pietà, cioè della volontà,
cioè della libertà! Tutto lo dice e lo grida.
La pietà vuole entrare, dove le era precluso l'adito: oltrepassa
le gabbie di ferro, tenta le massiccie porte del carcere, sulla cui
soglia sta la giustizia in armi. «Sono vittime anch'essi, i tuoi rei,
o giustizia, come le loro vittime. Portano la pena di questo movimento
intimo, che ha scossi i nervi dell'antico bruto, che ha insegnato a lui
spasimi e dolcezze nuove, che gli ha appreso a ridere e a piangere! È
un disordine nell'anima di tutti: le fibre del cervello non hanno più
in alcuno quella loro primitiva regolarità. Il sentimento, cosa nuova,
porta come il suo bene, così il suo male. Non essere così ragionevole,
o giustizia. Perdona più che puoi». — Più che posso? — Ella dice di non
potere affatto. Se gli uomini, ella soggiunge, fossero a tal grado di
moralità da sentire veramente quell'orrore al delitto, che tu dici, si
potrebbe lasciare che il delitto fosse pena a sè stesso, senza bisogno
di mannaie e catene, di morte o mortificazione. Ma... Ma non vede
dunque la giustizia che quest'orrore al delitto gli uomini lo mostrano
appunto già assai, quando abominano, in palese o nel cuore, il delitto
anche se è dato in pena d'altro delitto, ossia nella forma in cui
parrebbe più tollerabile?