In mezzo a una settimana di lotta e di passione[39] cominciano, o
giovani dell'Ateneo Messinese, le vostre feste. Tra il fragore della
battaglia, che si combatte per tutta l'Italia, nessuno forse bada
al vostro inno sommesso, che s'inalza in disparte. Forse v'è a chi
spiace questo remoto scampanìo che festeggia una sagra mentre intorno
imperversa la mischia. È una chiesa, per così dire, che non sembra
accorgersi d'essere in un grande campo di battaglia, e manda, tra
le grida e i gemiti e gli scoppi e gli squilli, il suono della sua
modesta e segreta esultanza. O forse ad alcuno tocca il cuore, quel
suono, e riconduce il suo spirito convulso e irritato alle placide
memorie della prima giovinezza. Oh! anni senz'odio! oh!
ingenui fremiti di guerra contro nemici che non si vedevano e non
si credevano e non si volevano! oh! sogni di vittorie, in cui fosse
il vincitore, sì, cinto di fiori e di luce, e il vinto non fosse!
Chè questa del giovane è la divina, o diciamo, umana contradizione:
dominare, ma che nessuno sia servo; godere, ma che nessuno pianga per
la sua gioia! A qualcuno dunque può giungere con un senso di dispetto
la vostra appartata esultanza; a qualcuno forse, con una punta di
rammarico. A me fa l'effetto... perdonate l'umile paragone... del lume
che brilla, in una sera di temporale, all'impannata d'una casipola di
pescatori. Scrosciano i tuoni, mugge il vento, infuria il mare: in quel
tugurio brilla quel lume. Per il temporale non si pesca. E i pescatori
racconciano là dentro, conversando tranquillamente tra le convulsioni
del cielo e del mare, le reti per la pesca del domani.
Chè del domani, o giovani, io voglio parlarvi. Della nostra Università
nobili ingegni hanno scritta la storia e la cronaca. Voi la sapete,
questa cronaca e storia, che non è senza glorie, ma conta certo
più traversie che glorie. Una bolla papale fondava lo studio nel 16
Novembre 1548, un bando nel 29 aprile del 1550 (tre secoli e mezzo fa)
ne annunziava l'apertura.
Così fu accesa la fiaccola che languì sulle prime, combattuta da venti
contrarî, e poi divampò risoluta nel secolo decimosettimo,
e parve spenta nell'ultimo quarto di quel secolo, e a metà del secolo
seguente diede qualche guizzo, mostrando di non essere ancora spenta
del tutto, e ricominciava nel 1829 una nuova vita, e il 19 Marzo
1885 brillava come non mai, preparandosi a gettar la luce nel remoto
avvenire. Tra ottantacinque anni, o giovani, pensate (io non voglio
essere profeta malauguroso), qualcuno tra voi berrà ancora il dolce
lume: lo berrà in un calice tremulo, ne verserà molto, ma qualche
stilla pur ne berrà. Questo, forse unico, avanzato alla commemorazione
nostra secolare, questo vecchione, questo patriarca, il quale ora da
non so qual angolo sgrana su me i suoi occhioni di fanciullo destato
all'improvviso, ebbene, assisterà, questo decrepito, tremolante nel
capo e nel viso di piume candidissime, a quello che allora si chiamerà
il primo centenario della vera fondazione dell'Ateneo.
L'Ateneo, o giovani, è ancor più giovane di voi! Quel patriarca udrà in
quella lontana celebrazione, udrà appena con l'orecchio illanguidito,
pronunziare qualcuno de' nostri nomi; e, oda o non oda, sembrerà con
lo scrollìo continuo del capo antichissimo assentire a tutti quei
nomi, con un cenno benevolo di ricordo e riconoscimento e forse lode
o forse pietà. E il cenno così benevolo lo farà certo per il nome
del _vindice_, per il nome di Giuseppe Oliva (allora non
si dirà più _commendatore_), di Giuseppe Oliva che propugnò e ottenne
quel mirabile concorso del Comune, della Provincia e della Camera di
Commercio, per il quale il nostro Ateneo nacque piuttosto che rinacque.
Chè l'Ateneo sorse, o risorse (non dimentichiamo!) da un impeto d'amore
e d'orgoglio e di fede cittadina. E noi, lettori e studenti, non
dobbiamo dimenticarlo mai; e giustificare quell'impeto e assecondare
quell'orgoglio e rispondere a quella fede, sì che, in quel primo
centenario della risurrezione, quel bianchissimo vecchio, che ora freme
tra voi del brivido della vita nuova, senta passare sul capo, già sacro
alla morte, il soffio delle cose immortali.
Pensiamo all'avvenire. Il nocciolo d'olivo è deposto nella terra.
Pensiamo al molle liquore di pace che si spremerà dall'albero, quando
anche esso non debba che governare la nostra lampada sepolcrale.
Secondo l'ingiuria che spesso mi si fa, di chiamare «poeta» me lettore,
che torna a dir buon musico un condottiere d'esercito; secondo questa
ingiuria, che io tollero in pace, perchè ve n'è di peggiori; per
esempio, quella di chiamarlo carnefice, un condottiero, e pedante, un
lettore; secondo quella placida ingiuria, io sarei dunque, o giovani,
molto idoneo a quest'uffizio di indovino. In verità il poeta è o
dev'essere l'uomo che non vive se non nel futuro, il cui
mietere è il seminare stesso, e che gode il rezzo degli alberi che
pianta e che non adombreranno se non la sua tomba. Oltre tomba è la
sua vita e la sua ricchezza e la sua gioia, se il poeta è poeta, e non
modista, non cercatore di plausi e lusingatore di passioni; s'egli è
la voce nuova che cerca i cuori dove echeggiare; i quali non sempre o
non mai trova nel suo tempo; se non è l'eco, moltiplicata e compiacente
e artifiziosa delle grida che già sono nelle bocche, e che sono le
solite, e non sono sempre le buone e le vere. Io sarei dunque, se
fossi un vero poeta, idoneo all'uffizio di esploratore e narratore
dell'avvenire. Proviamoci, a ogni modo.
Ecco: prima di tutto, e qui la poesia non c'entra, il presente mi
spaura. In questi giorni due Stati europei in Africa danno gli ultimi
tratti, e sono per spirare dopo una lunga guerra. Chi li uccide? Chi
usa sino all'ultime conseguenze il diritto del vincitore? Il popolo
sino ad ora vindice di tutte le libertà, assertore di tutti i diritti.
Pure, si dirà, al vinto rimarrà la sua autonomia amministrativa,
rimarranno le sue tradizioni nazionali, rimarrà quel vero fuoco di
Vesta, che è la lingua. Il popolo inglese, si dirà, non conquista
all'usanza d'un altro, non dirò popolo, ma impero, che ai popoli che,
non dirò vince, ma soggioga e opprime e calpesta, confisca e la lingua
e la religione e il nome. Giova sperarlo. Ma un fatto che
sembra piccolo e che s'avvera vicino a noi e a spese nostre, limita la
mia e la vostra speranza. Eccolo. Nell'isola di Malta tra quindici anni
(e magari si promette di prorogare questa data) la lingua ufficiale
sarà quella del popolo (ma è bell'ora di dire impero anche qui), quella
dell'impero che occupa l'isola.
M'ingannerò; ma s'è aperta nel mondo una lotta, oltre le tante
altre che già ci sono, una lotta presso cui le già antiche degli
imperi orientali, e poi di Roma latina e poi di Roma, per così dire,
germanica, sono un nulla. Si stanno edificando delle Babilonie e
delle Cartagini e delle Rome, mostruose, enormi, infinite. Esse
conquisteranno, assoggetteranno, cancelleranno, annulleranno, intorno
a sè, tutto, e poi si getteranno le une contro le altre con la
gravitazione di meteore fuorviate. Che sarà di noi? Perchè ciò a me
sembra fatale e necessario; come, in un altro ordine di cose, altro
fato e altra necessità mi apparisce. Questa. Le ricchezze gravitano a
trovarsi insieme nel medesimo tesoro. Il campicello è assorbito dal
campo, il campo dalla tenuta, la tenuta dal latifondo, e via via.
Intere nazioni, sto per dire, sono espropriate della loro proprietà
fondiaria. Ahimè chi possiede i campi della terra Saturnia madre di
biade e madre d'eroi? Li possiede il creditore ipotecario. E questo chi
è? È generalmente anonimo, ed è un creditore collettivo. Ma
a poco a poco, questa collettività si riduce e semplifica; i più forti
ingoiano i più deboli: verrà tempo, in cui si potrà dinotare per nome
l'unico possessore di tutto il mondo: un tiranno al cui servizio è un
genere umano di schiavi.
Verrà tempo... Verrà davvero? Oh! non è possibile! Eppure sembra
fatale e necessario, come la progressione geometrica. Ma sarebbe
inconcepibile! E sì. E perciò il genere umano, quello almeno che
intravede se non prevede, rilutta disperatamente, come chi precipita
per un pendìo ancor dolce verso un abisso infinito, e si aggrappa a
ogni cespuglio che incontra.
Il genere umano precipita verso l'abisso della monarchia unica e del
possessore unico. Si presenta ai nostri occhi l'orribile visione della
galera terraquea in cui tutti gli uomini lavoreranno meccanicamente,
parlando, o a dir meglio tacendo, in una sola lingua, ubbidendo al
cenno invisibile del solo despota che impera nella unica Babilonia.
Ma il genere umano rilutta, in ogni modo, con ogni suo sforzo. Lo
sforzo più grande è di coloro che dicono: Se le ricchezze tendono
ad accentrarsi, lasciamole accentrare e mettiamole a disposizione
di tutti. A parer mio, il loro programma è ben semplice. Il mondo (o
diremo, il capitale) tende, pende, scende a essere d'uno? Sia di niuno,
cioè di tutti. Bene. Ma è possibile scindere questo problema
dall'altro? L'un problema è evitare che le ricchezze si accentrino in
pochi sin che vadano a finire in un solo Moloch. L'altro è evitare
che i singoli popoli siano assorbiti dai più forti sin che vadano a
finire in un solo impero. E lascio qui di trattenermi in questo campo
estraneo ai miei studii, se non alle mie angoscie, per dire e dire
alto, che logicamente quelli che repugnano a che la ricchezza sia
di pochi, devono repugnare a che i popoli più piccoli e più deboli
siano preda dei più grandi e dei più forti; e perciò, come nella lotta
economica, sostengono gli operai contro i padroni, e i meno ricchi de'
padroni contro i più ricchi, così nella lotta politica devono sostenere
le nazioni contro gl'imperi, e le idealità e tradizioni singole e
particolari contro le assorbenti ambizioni che già si mostrano come
le prime nuvole di un uragano, che livella, perchè distrugge. In
due parole semplici, e facilmente intelligibili a tutti, io, per non
concludere con un enigma, dico che io auguro come uomo all'umanità, e
come italiano e come tale che, secondo il suo dovere d'insegnante, ha
compito la catarsi d'ogni passione politica, all'Italia, l'avvento del
«socialismo patriottico»; d'una religione, dico io (vecchia o nuova?
In queste cose l'umanità fa da sè!), d'una religione che si annunzi
più e meglio con una lunga serie di fatti, di sacrifizi e
di martirii intimi, che con una fila, più o meno lunga, d'articoli di
fede o di scienza, d'una religione che abbia la sua ara massima per
tutta l'umanità, e le are minori per tutti i popoli, e le are anche più
piccole e forse più dilette, per ogni casa: are in cui non arda che un
fuoco: fuoco inconsumabile acceso da un amor solo.
In quest'attesa e speranza, qual destino sarà delle Università
nell'avvenire? della nostra in ispecie?
È fuor di dubbio ch'elle saranno autonome, o non saranno. L'Università
che emana dallo Stato, e dallo Stato è retta e diretta, è un meccanismo
dispendioso per fare avvocati e medici e professori uniformi, come
spilli e aghi, non è il grande e libero laboratorio del pensiero.
La autonomia non consisterà nella sola facoltà di amministrare da
sè le sue scarse rendite; ma si estenderà a ciò che tocca più da
vicino l'essenza stessa dell'Università: alla nomina, per esempio,
degl'insegnanti. Sarà la città e la regione, saranno gli studenti
stessi, che nell'interesse loro faranno la scelta migliore. E la
faranno, perchè di qui innanzi «non si farà di nòccioli»; non basterà,
voglio dire, agli studenti avere strappata una laurea a professori
indulgenti e compiacenti: occorrerà che da maestri seri e severi
derivino un'arte che valga alla vita e al decoro e all'onore. Non
saranno giudici dei meriti d'uno scienziato quelli che
professano la stessa scienza.
Vi sembra forse assurda questa previsione? vi sembra strano il dire
che ciò sarà bene? Rispondo interrogando: Vi sembra così giusto e così
naturale che il vasaio giudichi del vasaio e il fabbro del fabbro e il
poeta del poeta? Sin dai tempi remotissimi si riconobbe questo fatto di
debolezza umana:
Figulo a figulo è nero, col fabbro ha ruggine il fabbro,
l'ha col pitocco il pitocco, ce l'ha con l'aedo l'aedo.
Sono debolezze umane, ripeto; e tutti, se vogliono un consiglio sul
medico da chiamare, per un esempio, sentono che è meglio che consultino
un malato che sia tornato a salute, di quello che un altro medico.
Noi siamo abbastanza equanimi quando si tratta di portare avanti e
magari di glorificare quelli che sappiamo o crediamo nostri inferiori;
ma quando si tratta di pari? quando si tratta di superiori? Eh! via:
allora non ci sentiamo provvisti di tanta virtù, e ci sentiamo propensi
con tutto il cuore, tanto da essere ingannati sulla vera natura del
nostro sentimento, ci sentiamo propensi per il discreto ingegno e per
la attività discreta. Ma si dirà: Codesto caso, di giudici che debbono
giudicare ingegni superiori ad essi, è raro... Oh! io vi dico che, sia
o non sia raro, raro non deve essere. Sempre, in materia di
scienza, deve darsi questo caso! Noi vediamo che il mondo progredisce.
E il mondo non sarebbe progredito, se a mano a mano gli scolari non
fossero stati migliori dei maestri. E non progredirà più, se questa
vicenda non continuerà. Così è. Noi insegnanti, noi scienziati e noi
scrittori, nello stato presente delle cose, dobbiamo al progresso
dell'umanità due contributi: la nostra attività e studio e ingegno:
uno; la virtù di ravvisare e segnalare i migliori di noi, ai quali
consegnare la fiaccola accesa: e due. Non è troppo pretendere? Basti
l'attività e studio e ingegno; quanto a quella virtù, risparmiateci.
I migliori di noi, ravvisateli e sceglieteli da voi. Chè in fin dei
conti, a voi sarà più facile che a noi anche il ravvisarli. Noi abbiamo
per lo più la catalessi dello scienziato o dell'artista: malattia
originata dal guardare, fisso e sempre, un punto solo... E poi, da
codesto sistema di concorsi, possono venire altri guai. Già di per
sè la contenzione, la lotta, la guerra, che in tal modo si suscita ed
eccita, è un guaio tanto maggiore in quanto ella è, così, proclamata
necessaria in fatto e diritto. E no: nessuna guerra, nemmeno questa
così piccina, è necessaria, se non perchè necessaria la gridiamo
noi. Dacchè il genere umano s'è accorto d'essere trascinato da questa
forza, che è la lotta per l'esistenza, essa lotta ha cessato d'essere
ineluttabile. Può, sì, uno che è portato via da una forte
corrente, esserne perduto, anche dopo che se n'è accorto, d'esserne
portato e perduto; ma ella non è veramente fatale se non per chi non
se n'accorge nè prima nè dopo nè mai. A ogni modo, o voi dalla riva,
siete o crudeli o stolti quando gridate ai notatori: Non giova volere
e contrastare: lasciatevi andare! Il fatto è che il genere umano fa
da secoli e secoli (da assai prima che quella legge fosse bandita e
chiarita) sforzi _sovraumani_ contro questo fato ch'esso pretende sia
bestiale e non umano. Col promuovere e incoraggiare siffatte perpetue
risse tra gli uomini di studio e di pace, lo stato gode a provarsi di
far arretrare verso la bestialità quelli che sono più risolutamente
avviati verso l'umanità!
Ma via: si attenui col nome d'emulazione codesta gara; si affermi
ch'essa è per una ghirlanda di gattice, così poca cosa e grande onore:
io temo che il sistema dei concorsi porti ad annullare nel mondo
della scienza quella virtù che è sommamente necessaria, se non alla
salvazione eterna degli scienziati, alla vita e alla prosperità della
scienza: la virtù della modestia. Sto per dire che in un concorso a
tali alti uffizi, bisognerebbe nominare chi non ha concorso; chi s'è
tratto in disparte invece di mettersi avanti e dire: Io mi sobbarco;
chi si lascia pregare e ripregare per mostrare ai giudici il
poco o punto che ha fatto e che fa meravigliare altrui e arrossir lui.
Ma vi pare? Un lettore d'università a qualunque facoltà appartenga,
deve essere già filosofo: deve, cioè, già coordinare i suoi particolari
particolarissimi studi a un tutto organico. Chi esamina con la lente
la graffiatura d'un codice o scruta al microscopio l'intestino d'una
zanzara, deve già sapere in qual celletta della grande arnia esso,
come ape, ha da deporre il suo granellino di polline. Anzi no: l'ape
sa che a questa o quella celletta il suo granellino è buono. Non è
simile all'ape lo scienziato, e nemmeno allo scalpellino, che picchia,
sì, in disparte dagli altri sur una pietra che deve essere parte del
comune edifizio, ma ha da altri la misura e la forma. Lo scienziato è
come un lavoratore alla grande torre, che Nembrod lasciò a mezzo, e che
ora l'umanità continua a edificare verso, non contro, il cielo: egli
non può intendersela, sapete, con gli altri lavoratori: perchè il suo
lavoro sia utile, bisogna che, prima di cominciare, vada a veder da
sè l'opera tutta di tanti secoli e di tante mani e ingegni. La torre
di Babele?! direte voi. Sì; torre di Babele o di confusione, se ci
contentiamo di parole e se ci affidiamo ai discorsi, invece di andare
a riconoscere _de visu_ il pensiero, il quale, non si vede se non
dall'opera stessa, al punto in cui ora ella è.
Ora si rischia, coi nostri concorsi, di far perdere ai giovani la
conoscenza di tanta difficoltà e importanza d'uffizio, e la coscienza
della loro inferiorità al sublime compito. Si daranno essi a produrre,
prima d'aver cominciato o, almeno, prima d'aver finito di studiare. Non
faranno più studi, ma saggi, non più libri, ma titoli, non più opere,
ma contributi: soltanto saggi, titoli, contributi. O api operaie,
senz'arnia! O scarpellini rumorosi, senza fabbrica! E guai, se sia
per venir tempo in cui sembri più idoneo a insegnare e propagare una
scienza, chi vuol prevenirla e preoccuparla, che chi intende farsene
prima servo e poi padrone! Guai, se noi lasceremo che i giovani
s'innamorino prima della cattedra che dell'arte! Guai! Guai! Per
ora, non c'è che dire, tutto è andato bene; ma non bisogna, credo,
conservare un istituto che può finir male. A ogni modo il sistema non
sarà abbandonato per gl'inconvenienti che abbia presentati esso (non
se ne può, credo raccontare alcuno), quanto per i vantaggi che dà a
sperare l'altro: il sistema d'origine. Qui, come in tante altre cose,
sembra fatale il ritorno alle sorgenti.
Si tornerà dunque al sistema di origine. Quale e quanto ne sarà il
benefizio! Accennerò il principale.
Gl'insegnanti non voleranno, come ora è necessità per loro, a guisa
di spole, su e giù per l'Italia, ma si fermeranno nel
luogo dove tanto onore fu lor fatto e ivi formeranno la loro scuola
e stabiliranno una tradizione. Di più si creerà un magnifico collegio
di dottori, stretti alla studentesca e alla regione e alla città; che
si identificheranno, per così dire, con la natura e con l'anima di
quelle. Essi descriveranno la forma e la flora del paese, misureranno
e narreranno il loro mare e il loro suolo, studieranno il corpo e la
psiche del loro popolo, racconteranno di questo glorie e proclameranno
le necessità. L'Ateneo sarà la grande officina delle idee, sarà il
grande laboratorio delle esperienze, sarà il campo e la peschiera
modello, la scuola modello, l'ospedale modello, il... sì, voglio dirlo:
il parlamento modello. Lì saranno discussi i problemi, di lì saranno
illuminate le coscienze, di lì verranno, al popolo incerto, al popolo
che vagola nel buio, le designazioni politiche, non, come troppo spesso
succede, da un'anticamera o da una cassaforte. Arderà lì, o giovani
cari, il fuoco immortale che dia luce e calore, non incendio; di lì
sgorgherà la corrente calda di amore e di pietà, che feconda al bene
tutti i cuori più gelidi e nebbiosi, di lì usciranno i canti soavi o
eroici, le persuasive istorie, i libri austeri e gai che ammaestrano e
consolano, e migliorano.
Non ne usciranno, credete, soltanto avvocati o professori. Chè nemmeno
v'entreranno soltanto quelli che aspirano a essere professori
o avvocati. V'entreranno gli agricoltori per avere il consiglio del
miglior concime e del miglior aratro, vi entreranno gli operai a
perfezionare la macchina che li aiuta nel loro lavoro, vi entreranno
tutti quelli che hanno un dubbio, un cruccio, un odio, per trovare la
salute nella grande clinica, che non ha solo medici per il corpo, ma
veggenti per l'anima. Tutto il popolo vi entrerà... O a dir meglio,
sarà essa che si estenderà a tutto il popolo. Deriveranno da essa tutte
le scuole, tutti gli ospedali, tutte le officine, tutte le industrie
e coltivazioni del paese, ed essa, nel mezzo alla pacifica attività
che prese le mosse da un suo impulso, starà sempre aperta e sempre in
azione, migliorando e perfezionando sè stessa e i figli suoi.
Questo sarà il frutto della libertà. Ma mi direte, o giovani: Non
fu già profetato che le Università minori spariranno, quando saranno
lasciate sole alla lotta con le maggiori? Non è delle minori la nostra?
minore per età, minore per potenza di danaro? Io vi rispondo con
profonda convinzione che la nostra Università non è delle minori. Prima
di tutto, che vuol dire minore in fatto d'università? Quando in Messina
insegnava il Maurolyco o il Malpighi, di quale università era minore la
nostra?
Ma sia: meno di danaro porti con se meno di scienza. Bene:
ricordiamoci. Questa Università fu dai maggiori vostri domandata,
voluta, litigata, ridomandata, rivoluta, rivendicata, pagata e
ripagata, protetta anche con la forza, quasi a furia di popolo,
ostinatamente, violentemente: ciò quando poteva parer ragionevole
e paterno consiglio quello che già nel 1752 Carlo di Borbone dava a
Messina: «che rivolgesse il pensiero alle industrie e ai commerci»;
ciò quando nella desolante uniformità di principii e di metodi e di
fini poteva parere superfluo un Ateneo oltre quindici o sedici altri;
poteva anzi parere dannoso, nella esuberante fabbricazione di spostati,
che si faceva e fa nella patria nostra. Ebbene quando l'Università
sarà trasmutata in un cuore, che governi la circolazione della vita,
e dia lumi ai commerci e forze alle industrie, per non dir altro;
allora quelli che l'hanno pagata e ripagata senza averne un vantaggio
si ritrarranno quando il vantaggio lo possono avere? E poi è troppo
ben collocata questa Università, perchè si pensi mai a farla sparire.
Questo è il luogo dove si stringono due mani invisibili. È lo stretto
e, mi si perdoni il bisticcio, la stretta. Qui la penisola si tende
verso l'isola col suo selvoso Aspromonte; qui la Sicilia si protende
verso l'Italia col suo candido Faro. La Calabria e la regione Mamertina
sono le due mani, che l'Italia e la Sicilia si stringono: sono, se
volete meglio, le due labbra con le quali si danno un bacio d'amore
indissolubile.
Qui è il ponte, o giovani: e le teste di ponte, per dirla militarmente,
si fortificano. Ebbene l'Università è questa fortezza! E non cadrà
mai, se prima potrà per l'autonomia che è inevitabile, e poi se vorrà,
e vorrà certamente questa figlia della volontà ostinata de' vostri
maggiori, e poi se vorrà trasformarsi ed estendersi.
O giovani, io sto per dirvi cosa che vi prego di accogliere e meditare
nell'anima. È una specie di rimprovero che io dirigo, non a voi, o
nuovi della vita, ma a noi, a noi, quasi vecchi o già vecchi.
Ecco. L'Università si deve estendere nell'avvenire, ho detto. Ora
dico: Perchè non si è estesa per il passato? E aveva un grande compito
da adempiere e non l'ha adempiuto. Essa (io parlo delle università
in genere, in genere anzi di tutti gli studi che fanno capo, tutti,
all'università), essa, l'Università italiana, ha mancato al suo dovere;
ha lasciato commettere un delitto atroce. Voi sapete che l'Italia si è
estesa, se non si è estesa l'Università italiana. Migliaia e migliaia
di lavoratori ogni anno lasciano la patria. Vanno ad aprire strade, a
forar monti, a tagliar istmi per altri popoli, coltivano anche a coloro
i campi e badano gli armenti, come gli antichi ergastoli. Altri fanno
men nobili arti, non pochi tendono la mano.
In nessun luogo neanche dove sono in gran numero e da gran tempo,
sono trattati, oh! no davvero, come meriterebbero i discendenti del
più gran popolo dei tempi antichi e i cittadini d'una grande nazione
e gli artefici, spesso, della ricchezza di quelle nazioni nuove.
C'è oltre alla nostra Italia, o giovani, un'Italia errante, che è da
per tutto e non è in nessun luogo, una Italia faticante, un'Italia
veramente schiava, che spesso riceve oltraggi per giunta al salario,
per la quale spesso tace anche la pietà. O Italia divisa ed errante e
faticante e schiava e oltraggiata e tiranneggiata e derisa e vilipesa,
tu sei il nostro rimorso, perchè potevi essere il nostro onore e la
nostra ricchezza; e sei, invece, il dolore e persino qualche volta,
la vergogna! Sei il nostro rimorso. E intendo non dell'Italia stato,
non della borghesia italiana, ma della Università italiana, prendendo
questa parola come complesso di tutto ciò che s'insegna e s'apprende,
d'arte e di dottrina: l'Italia pensante ha tradito la sua sorella
povera: l'Italia lavorante.
L'ha reietta, l'ha lasciata partir sola, l'ha dimenticata colà, dove
la fame la balestrò; l'ha dimenticata colà, dove ella si trovò priva
di chi la consigliasse, ammaestrasse, guidasse, difendesse, ornasse!
Non dovevamo lasciarli partir soli, i nostri poveri emigranti! E
non dobbiamo lasciarli più partir soli, e dimenticarli soli. Ecco
la estensione universitaria che l'Italia doveva e deve sperimentare!
Giovani ingegneri che qui non avete che costruire, e medici che siete
troppi per i malati che nel paese della malaria e della miseria sono
pur tanti, e voi eloquenti e generosi intenditori e critici delle
leggi e dello stato e della società, e voi maestri di scienze e voi
maestri di lettere ed arti, là oltre i monti e oltre i mari, sono
i vostri fratelli che non hanno difesa e non hanno assistenza e non
hanno direzione e non hanno spesso più idealità e non hanno qualche
volta più rispettabilità, e non ottengono giustizia, e sono privi
della parola della patria lontana! Possibile che alle terre vergini
la grande colonizzatrice, che fu l'Italia, non abbia saputo dare che i
picconi? Io dico queste cose con la coscienza torba. Queste cose non si
predicano a parole, ma a fatti. Per queste cose non si dice: Andate,
ma: Venite. Io non ho quindi il diritto, di dirlo. Eppure... Eppure
quelli infelici che qui erano, se volete, servi, ma là, oltre i monti
e oltre i mari, sono iloti, cioè servi di stranieri, mi sembra che mi
accennino e mi chiamino. Anche me. Sì, io, cui s'imputa piuttosto che
si riconosca la più inutile delle arti, io che sono considerato qua un
disutile, là avrei avuta la mia missione e il mio fine: narrare quei
dolori e quegli strazi e quelle ingiurie: sommuovere qua i cuori che
obliano, e là consolare quelli che non obliano; e per la mia parte, che
può essere la parte d'ognun di voi, o giovani buoni e forti, piantare
i termini, là, delle nuove terre saturnie e fondare le nuove città
pelasgiche.
La nostra Università collocata sul mare e fra terre che danno tante
vite all'emigrazione, a me par destinata più d'ogni altra a compiere,
col mezzo de' suoi alunni, la riconquista dell'Italia nomade. E ciò
ha già cominciato. Un medico che di qui parta e vada là ad esercitare
la sua arte, è più benemerito del nome italico, che qualunque uomo di
stato, sia pure il più energico e il più previdente. Una nave che tra
gli emigranti lavoratori, abbia qualche giovane laureato, dalla fronte
pensosa e dagli occhi pietosi, porta a bordo la fortuna d'Italia.
Quella nave s'incammina a ben più umana e più durevole conquista, che
le caravelle di Cortez e di Pizzarro! Oh! l'ardente e luminosa Sicilia
deve restituire all'Italia i Mille che l'hanno aiutata a redimersi!
Salpino, quando che sia; e non importa se tutti insieme, e senz'altre
armi che di luce intellettuale, salpino i mille di Sicilia, e vadano a
soccorrere, a unire, a redimere l'Italia transoceanica! Chi sa: forse
un destino fulgido pende sul nostro Ateneo: egli è forse il _lido
di Quarto_ della pacifica spedizione. E chi sa: col tempo egli avrà
fondato di là dell'Oceano un istituto filiale e fraterno; e l'uno e
l'altro sarà lambito dalla medesima corrente ideale che fa germinare
i medesimi prodotti in latitudini diverse. E tra l'uno e l'altro
una corrente di giovani generosi andrà e verrà, che qua porti lo
spirito del rinnovamento e là rechi lo spirito della tradizione. Donde
s'inalzerà la ideale città del buon vivere su fondamenta solide, perchè
ella non crolli al vento come un edifizio fantastico, e in alto in alto
s'aderga, dove è l'aria pura d'ogni miasma e d'ogni perverso fermento.
Queste gioconde speranze mi ragionano nell'anima in questo giorno,
che ride pacifico in una settimana di lotta e di passione. Sono
queste speranze fondate su due facili previsioni: sulla previsione
che le università saranno col tempo, come tante altre cose, lasciate
a sè stesse, con tutto ciò che è ragionevole che conservino e che
acquistino; sulla previsione, che sempre più salda si farà l'unione
delle parti d'Italia. L'una previsione è conseguenza dell'altra.
Non c'è bisogno di legare insieme i fratelli, perchè si scaldino al
medesimo focolare e si assidano alla medesima mensa. Soltanto, brilli
nel focolare il fuoco, e fumi sulla mensa la vivanda! L'unione d'Italia
viene da necessità d'amore, non da fato di forza! E qui specialmente
si può bandire questa verità, in questa città che si è slanciata più
volte verso l'Italia, che ancora non esisteva politicamente, con eroica
impazienza; in questa isola, che diede, dalla nobile Palermo, il segno
dell'aurora italiana, con le sue campane; in faccia a quel lido Calabro
che portò primo quel sacro nome, e se ne ricordò sempre e sempre se ne
mostrò degno.
E voi giovani calabro-siculi avete pensato a questa verità, quando,
in tanta copia di persone più degne di me, tra tanta gloria di miei
illustri colleghi e vostri concittadini e maestri, avete scelto, a
inaugurare le vostre feste, me, benchè, anzi perchè non siciliano
o calabrese. E avete forse pensato che chi è stato adottato in una
famiglia, e, senz'obbligo alcuno da parte di lei, ospitato e amato, non
è generalmente quello che ricambia con minor affetto l'affetto della
sua madre d'elezione.
Cominciate, dunque, le vostre feste. Cominciate con un pensiero di
gratitudine per gli enti locali che conservarono questa sede di studi,
predestinata, se il cuore non mi inganna, a più alto avvenire; per
coloro che insisterono e insistono al fine che questa sede abbia ciò
che le spetta e ciò che le conviene, per i suoi diritti acquisiti e per
i suoi destini futuri.
Cominciate le vostre feste, rivolgendo un pensiero di fratellanza
ai vostri compagni e ai nostri colleghi delle due altre università
siciliane, che sono in ispirito con voi; ai vostri compagni e ai nostri
colleghi di tutte le università italiane, che lavorano al medesimo
vostro ideale e vedono le vostre medesime visioni, di libertà e di
giustizia, di conservazione e difesa patriottica ed umana pace e
concordia.
E siate felici, e ciò che è migliore augurio, fate felici.