Guardo e riguardo il suo punto fermo, onor. Martini.[37] Cedo alla
tentazione e metto una mia virgola sotto il suo punto. Permette?
Ella è stato il ministro dell'istruzione più caro alla gioventù
studiosa. Poichè questo aggettivo è diventato ambiguo, come «sacro»,
che vale anche «esecrando», e può, nell'un dei sensi, della frase
che le ho indirizzata fare un'ingiuria che ella avrebbe ragione di
respingere, mi affretto a dichiararle, onor. Martini, che la gioventù
studiosa di cui parlo, è quella... degl'insegnanti.
Purtroppo, in Italia non studiano se non i professori (così ci
chiamano), e più tra loro studiano, e meglio, il che è consolante, i
più giovani. Dalla tribuna e dai giornali si annunzia ogni giorno, che
l'Italia ha fatto un passo più giù per i gradini delle fatali Gemonie;
e intanto, in parte, ove codesti giornalisti e uomini politici non
guardano o non vedono, si ascende: si lavora a rimettere a nuovo le
vecchie glorie, a conquistarne di nuove, a guadagnare, se non quelle
cime donde un tempo vedevamo gli altri in basso, almeno tali alture
dove gli altri, e siano pure più su, ci possano scorgere e dirci:
«Ah! ci siete anche voi? Da bravi!» Oh! sarà una bella sorpresa per i
nostri valentuomini che non guardano, come altezzosi, non vedono, come
presbiti che sono, se non in su e lontano, e che, predicando di anno
in anno che il nuovo non è ancora e il vecchio non è più, finiranno un
bel giorno con l'annunziare finita l'Italia; sarà per loro uno stupore,
voglio credere, progrediente in letizia, sentirsi ripetere in coro:
«Come, finita? e l'arte italiana? e la scienza italiana?» Stupiranno
e si allieteranno allora codesti uomini dalla mala luce e dalle ciglia
alzate; per ora trovano, credo, magro il compenso che questa gioventù
studiosa prepara al danno che, in fin dei conti, essi procacciano o non
evitano alla patria. E lo sanno anche loro, i bravi e modesti giovani,
non consolati nè d'un poco di agiatezza nè d'un lampo di gloriola
nè d'un sorriso di assentimento; lo sanno anche loro che il compenso
è magro: essi fanno il loro mestiere, nè è di loro cambiarlo con un
altro, nemmeno più facile, come, per esempio, il vostro, o reggitori e
sindacatori nostri, che non vedete o non guardate!
È dunque tale gioventù studiosa d'insegnanti, onor. Martini, quella
che le vuol bene e da lei sperò ed ebbe, e spera (senza far torto a
nessuno) e avrà ancora. Io ho cercato qualche volta e credo d'aver
trovato perchè, in un crocchio qualunque d'insegnanti, il suo nome
come di ministro passato o futuro (specialmente futuro, peraltro)
ha minor numero d'oppositori: minore dico; chè non si può, anzi non
si deve, piacere a tutti. Ecco il perchè, o meglio, uno dei perchè;
il principale però, a mio parere. I ministri che l'hanno preceduto,
on. Martini, buoni, bravi, cortesi tutti, ebbero quasi tutti rivolta
l'industria del loro ingegno ed esplicata la tenerezza del loro cuore a
prò bensì della gioventù studiosa, ma di quell'altra... di quella che
studia poco. Si sono accontentati gli scolari: quanto ai maestri... È
stato come in una rissa; dove chi accorre a sedarla, nell'accarezzare
il piccino frignone, guarda a stracciasacco il grandicello. Oh! si
capisce la premura maggiore per l'avvenire più integro e più lungo di
promesse e speranze, la maggiore simpatia per il passato più breve
e puro di pensiero e di tristezza; ma pietà pietà per quelli che
appena entrati nella vita guardano già l'avvenire con diffidenza e il
passato con rimpianto! Questi sono giorni di «passo»:[38] migrano in
questi giorni da nord a sud, e da sud a nord, i giovani professori,
con appena un po' più di masserizie che le rondini, accompagnati quasi
sempre da una loro mogliettina che non ebbe più dote d'una rondine e fu
sposata per amore e primavera. Sono giovani: amateli. Che importa, se
li invecchia un poco qualche visetto (patitino, per lo più) di bimbo?
È la prima cova, quella. Che fa se li invecchia, prima delle rughe,
quello star sopra sè, gravi e quasi tristi, per l'abitudine d'avere
avanti a sè gli scolari, per la necessità di dover fare da babbi ai
loro fratelli minori? Fratelli, fratelli, e non più. Ma è come nelle
famiglie chiuse e solette; che la mamma, per accarezzare i piccini, si
dimentica, e a poco a poco si disavvezza, di accarezzare i grandicelli;
e questi per il mancare delle carezze della infanzia prendono a poco a
poco la serietà dell'adolescenza; e la madre si sente da quella serietà
nuova sempre più contrariata a riprendere con loro la soavità antica:
oh! ma si provi! Appena ella preme con la mano quasi sospesa, un poco,
i capelli del suo fanciullone, questo le concede tutto il collo, tutto
il capo, tutto il viso, e ritrova con la sua bocca la cara adorata
bocca, e scivola sulle ginocchia materne, e dà e riceve i baci d'una
volta, e risente e ripete le paroline d'un tempo. C'è solo, di qua e di
là, qualche lagrima ora, che allora non c'era.
Dove ero rimasto? Ah! A lei i giovani vogliono bene, onor. Martini,
perchè ella mostra loro quel, diciamolo affetto, ma è un sentimento,
che esercitato tra uguali, e da inferiore a superiore, si chiamerebbe
più propriamente «rispetto». Perciò sperano da lei i giovani; e lo
dico io che non sono più giovane e non uso sperare più, e non sarò
quindi sospettato; e lo affermo io, che sperimentai codesta sua
bontà riguardosa, che era di superiore perchè pareva d'uguale; io con
altri molti, e quindi sarò creduto. Fu per la famosa Commissione, si
ricorda? quando ella convocò una ventina di professori secondari (che
scandalo!) di latino, per ragionare e consultare... di che. Dio mio? di
banchi, di scuola, di abbecedari? No: lo scandalo fu grande, perchè ci
convocò a discorrere appunto di latino. Noi? Proprio noi. Ma secondari
proprio? Secondarissimi: c'era l'Ercole, il Ronca, il Brilli, il Cima,
il Decia, il Setti, il Murero, il Tincani, il Bonino: c'ero anch'io.
C'erano da un venti (e potevano essere quaranta e cento) di questi
anfibi che hanno il loro pascolo nello stagno, a volte melmoso, della
scuola, e il loro svago nel prato sempre fiorito della scienza; di
questi cari esseri che tirano con la forte rassegnazione dell'alfana
la carretta dell'insegnamento tutto il giorno, e alla sera aprono le
ali dell'ippogrifo nel cielo libero dell'arte: gente che meglio d'ogni
altro «al mondo» aveva decifrate e illustrate iscrizioni osche, che
meglio d'ogni altro «al mondo» aveva descritta la cultura del Medio
Evo, che aveva derivato dalla ricca Germania tesori d'erudizione
per l'Italia immiserita, che aveva scritto volumi, non solo grossi
ma belli. Povera gente! di cui non si parla mai nei giornali, e
non si parlò, per esempio, in una recente disputa sul decadimento
della letteratura italiana, perchè non scrive romanzi. Ebbene quei
professori, giovani allora dal più al meno, molto amarono lei, on.
Martini, per quella sua fiducia, alla quale risposero come poterono.
E meglio avrebbero risposto, se la fiducia fosse stata — ma non era a
lei lecito concederla — più piena. Non le era lecito, perchè sa quale
e quanta avrebbe dovuto essere quella fiducia, per fruttare? Tale
e tanta: «Cari amici, eccovi regolamenti, programmi, orari, leggi e
decreti: bruciate tutto e rifate tutto!»
Sicuro! e noi avremmo rifatto tutto. Che meraviglia? È superbia, se
un calzolaio si assume di far nuove le scarpe che gli si portano
a rattoppare? meraviglia, se le fa? In vero io, e, credo, tutti
gl'insegnanti d'Italia, abbiamo _in pectore_, i nostri bravi orari,
regolamenti e programmi; e quelli tra noi che non sono già vecchi,
avranno probabilmente agio di decretarli e promulgarli. Sì; perchè è
impossibile che lo Stato pensi ancora per molto tempo ad essere, con
tanti altri grattacapi, il gran Preside dei Licei e il gran Direttore
dei Ginnasi, e, con tante spese, a pagare, quasi senza alcun rimborso,
l'istruzione professionale, e a pagarla, con tanto nuovo fervore
d'uguaglianza e di giustizia, quasi soltanto ai figli di quelli che
la potrebbero comprare coi loro danari. Il giorno in cui lo Stato si
libererà di questa briga, oh! sarà un gran giorno per gli spiriti
alacri, vigorosi, impazienti d'Italia! Io ho pensato (se non sarò
prima andato nel paese ricco di zolle con la donna bianco vestita),
quali saranno i miei compagni; gentili sacerdoti dell'Ideale; lassù,
a cavaliere di quella piccola, antica città, piena di memorie e di
sogni; le cui campane nell'ora del tramonto echeggiando nella valle
sembrano, udite di lassù, persuadere blandamente i vivi a ritirarsi,
a chiudersi, a dormire nelle belle case bramantesche, perchè dalle
necropoli etrusche e romane possano i morti due o più millenni prima
uscire senza timore a godersi il fresco della notte ambrosia. Il Liceo
o Ginnasio (ci decideremo per uno de' due nomi: uno è di troppo), su
quell'altura, pare il tempio di Minerva, che videro gli esuli d'Ilio,
prima apparizione di culto umano, in alto, tra quell'oscuro succedersi
di colli sotto la caligo mattinale... Non ricordate? Quattro cavalli
bianchi macchiavano il verde d'una prateria; e quegli stranieri
gridavano (la voce arrivava fioca e come stanca tra lo sciacquìo
del mare), gridavano, e c'era un bel vecchione tra loro: _Italiam!
Italiam!_
Il mio Liceo somiglia dunque a quel tempio, ed è la gemma della città,
ed è l'orgoglio e la gioia de' buoni cittadini, che vi vengono a
passeggiare intorno, nelle belle sere, per il grande viale di platani
e pioppi, scansandosi qualche volta rapidamente avanti la corsa di
due giovinetti, che fanno la ginnastica a modo loro e mio. E... come
vivremo, compagni miei? Meglio d'ora, molto meglio. Quando si parla di
scuole secondarie si sdrucciola sempre a ragionare di stipendio. Ecco,
io vorrei che non se ne parlasse e non se ne fosse parlato mai; ma per
altro un ragionamento in proposito l'ho fatto anch'io; ed è questo, e
credo che torni: se si considera e somma il valore proprio (che si deve
indurre, detraendo quello che si ha a detrarre, dall'utile che recano)
delle licenze ginnasiali e liceali d'ogni anno, si trova che fanno
un totale molto molto molto superiore al danaro che lo Stato sborsa
per paga a chi insegna e per altro. Sicchè in verità lo Stato è bensì
generoso coi discenti, ma a spese dei docenti. Vivremo dunque meglio,
cari compagni. E i poveri? Gl'ingegni sfortunati? Non dubitate: li
sapremo bene scovare noi, nelle soffitte e nei tuguri, questi ingegni
sani, semplici, primitivi; e quando li restituiremo con l'agiatezza
e la gloria alle loro mamme piangenti di gioia e di riconoscenza,
troncheremo i dolci loro ringraziamenti, con i nostri, spiegando come —
il suo caro ragazzo, signora, coi suoi ottimi successi ci ha chiamati
tanti nuovi alunni, che, non per farle torto, ma possiamo consegnarle
una buona sommetta, guadagnata da lui stesso, per i suoi primi passi
nella carriera... — Così diremo, e il nostro cuore sarà beato.
Ma ho divagato di nuovo? No, perchè questo volevo dire, on. Martini,
che, siccome nelle nostre scuole classiche avremo allora anche il
sanscrito, e leggeremo Kâlidâsa, e ci inebbrieremo delle musiche de'
Kinnara e de' Gandharva, noi ora vorremmo che, per una ragione o per
un'altra, non si pregiudicasse l'avvenire, togliendo ora o rendendo
facoltativo il nostro greco. Rendendo facoltativo! Ma ci ha pensato
abbastanza alla stranezza di questa idea? Ma non è tutto facoltativo lo
studio? Chi obbliga?... Noi, si risponde: sì, noi obblighiamo i nostri
giovani a procacciarsi un certo tipo e una certa dose di cultura,
quale ci pare adatto e sufficiente per entrare nelle Università. Ora
il greco non ci pare necessario, per tutti. Sta bene: ma perchè tanta
premura, tanto rovello, tanta insonnia, direi, a ciò che i giovani
se la procaccino questa cultura, col tipo e nella dose richiesti?
L'insegnante ha un gran registro, dove sono segnate a ogni momento le
pulsazioni di codesta cultura: sette, otto, cinque meno, cinque più.
Badate, tastate a ogni quarto d'ora, abbiate sempre tra le dita i polsi
giovanili. Adagino con la roba nuova: interrompetevi, provate. Ogni
due mesi o ogni mese (secondo ministri) rivista generale: l'uno dopo
l'altro passino tutti (trenta o quaranta in ogni scuola) avanti il
sig. professore, e ripetano il poco che egli ha potuto dire di nuovo, e
mostrino — di settimana in settimana, di mese in mese — quali progressi
hanno fatto «nella difficile arte del comporre». Alla fine dell'anno
scolastico, il professore compulsi i suoi registri, sommi e divida,
dopo aver di nuovo tastato, interrogato, rivisto: cinque e tre quarti,
può dar l'esame; cinque e un quarto, non può. Poi, esame di primo
appello: quindici o venti giorni passati in rivedere, interrogare,
tastare: sei, idoneo; cinque, non idoneo. Poi, di lì a tre mesi,
esami di secondo appello: altri quindici giorni buttati a tastare,
interrogare e rivedere. Perchè perdere tanto tempo? Donde tanta premura
minuziosa, seccante e dannosa a forza di voler essere amorevole? Lo
imaginate voi il buon legnaiolo che ha uno o due apprendisti, il quale
non seghi e non pialli, si può dire, più, per esaminare mese per mese,
giorno per giorno, ora per ora, i progressi de' suoi due garzoncelli
nel segare e nel piallare? Poveri bimbi! Por loro sono pedate, se non
imparano, e anche quando imparano; e apprendono guardando e imitando,
e se apprendono, buon per loro; se no, a casa o a un altro mestiere!
Perchè tanta pietosa cura per i nostri giovinetti delle scuole
secondarie, che sono in fin dei conti professionali e non altro; per
i giovinetti fortunati anche nel resto, che hanno tiepida, per lo più,
la casa e abbondevole la mensa? Cura pietosa che non fa poi alcun bene
a quelli per i quali pare necessaria, e porta infinito male ai pochi o
molti pei quali è superflua. Quanto sarebbe meglio fare che tutti gli
orari, programmi e regolamenti riuscissero nel loro complesso a questa
«orazion picciola»: Cari giovinetti, quando eravate nelle elementari,
noi vigilavamo su voi, perchè imparaste: vigilavamo, sì, per il vostro
bene, ma ora possiamo confessare che quel vostro bene si confondeva
col bene nostro, con quello di tutti. Ora le cose mutano. Voi studiate
principalmente per voi. Non diciamo che alla società non sia per
venire utile e onore dai bravi medici e dai bravi ingegneri; ma i bravi
medici e i bravi ingegneri non mancano alla società mai, perchè ci sono
sempre quelli che diventano tali per loro irresistibile inclinazione
contro tutti gli ostacoli, oltre ogni eccitamento. Che ce ne siano
quaranta invece di venti, è sì un bene grande, ma non necessario:
i venti lavorerebbero per quaranta, se rimanessero in venti. Dunque
noi faremo a meno di esortarvi e di vigilarvi; e far perdere il tempo
preziosissimo ai pochi o molti che vogliono riuscire e provano immenso
diletto nello studiare oggi e proveranno domani grande utile e gloria
nell'esercitare; e diminuire così anche il frutto e l'onore che la
società può ritrarre da loro; per tener dietro agli altri, molti o
pochi, che vogliono essere pregati e ripregati (carini!), lisciati,
accarezzati, per far cosa non utile che a loro stessi. Somigliano
questi ai bimbi che fanno le bizze e vogliono mangiare senza aprir la
bocca. Or bene, noi non siamo mamme, nè sopra tutto mammine tenerine,
che con le moine si mettano attorno a quella boccuccia per farla
aprire, nè infine così irragionevoli e crudeli, che, a tavola (la
scuola è un convito), facciano freddare la minestra agli altri, non
permettendo loro di cominciarla finchè non si sia deciso di assaggiarla
il bimbettino. Avete dunque tutti facoltà di studiare, libertà di non
studiare. Fate voi, chè fate per voi». Ma che assurdo è questo che nel
mercato ci sia chi offre per una certa somma un certo numero di cose —
greco, latino, matematiche, filosofia — e il compratore dica, che sì,
il prezzo gli va e la merce gli torna, ma delle cose ne vuole una meno?
Passiamo che quella sia cosa di cui non sappia che farsi. Ma via! porta
a casa anche quella, chè tu non abbia col tempo a sentirne la mancanza;
e a ogni modo non danneggiare gli altri compratori, che possano già
vederne l'utilità, e vedano in tanto i mercatini riporre e certo non
fabbricar più nè portar più in piazza la giunta mal gradita! E se
questa «giunta» non fosse poi tanto da buttar via? Se questo «greco»
non fosse poi tanto inutile?
Ma questo, onor. Martini, lo dice anche lei, che è utile, utilissimo.
O dunque? Ma lo crede meno utile che il resto. E anche tra il resto
c'è il meno e il più utile, non è vero? Per esempio, il latino è delle
discipline che avanzano, tolto il greco, la meno utile. Come no? Non
sa lei che il latino, senza greco, s'intende poco, sì come lingua,
sì come letteratura? Dirò meglio: si frantende. Pensi, onor. Martini,
allo pseudo-umanesimo succeduto all'umanesimo vero, pensi al latino de'
seminari (ora si vanno rimettendo), pensi la goffaggine di quell'arte,
la nullità, falsità e cecità di quella critica! Sapevano il latino quei
maestri d'umanità e retorica? A ogni momento ce li ricordano per farci
vergognare della nostra ignoranza; e non è vero che lo sapessero, quel
loro latino campato in aria, solo solo, pieno di licenze e bizzarrie,
che essi ammiravano, ne' suoi scrittori, per partito preso, per
astio, si può dire, alla modernità. Senza il greco non si capisce la
differenza in latino tra poesia e prosa, e tra prosa d'uno e prosa d'un
altro. Senza il greco, il latino è possibile saperlo, come (io cerco un
paragone per dispensarmi dal dimostrare io ciò che tutti gl'intendenti
dànno per dimostrato), come sapere scrivere senza saper leggere. Senza
il greco dunque il latino non può sostenersi. Ed ella lo sa di certo,
che l'uno porterebbe via l'altro e che Omero ritornerebbe con Virgilio
a braccetto nell'asfodelo prato; sebbene... Sebbene, mi ricordo,
tra i cari giorni passati per sua benignità in Roma, una sera bella
tra tutte e un conversare più d'ogni altro memorabile. La sera del
banchetto, ella ci disse: Altro che greco! si tratta di difendere il
latino minacciato anch'esso, e come! E io pensai che tanto fosse come
in un incendio gridare che bisogna salvare il primo piano e che perciò
si deve abbattere il pian terreno. E potevo anche aggiungere, venendo
da lei, così autorevole, la proposta dell'abolizione, che lei, proprio
lei, appiccava fuoco al pianterreno appunto per salvare il primo piano,
il quale, s'intende, senza quell'incendio non avrebbe corso altri
pericoli. Ma l'aggiunta sarebbe stata ingiusta, perchè è vero, pur
troppo vero, che da molti, da troppi, si parla contro il greco e contro
il latino. E contro l'antico italiano? contro Dante? Eh! io non vedrei
davvero con quali ragioni si potesse difendere lo studio della Divina
Comedia contro chi avesse costrette alla fuga l'Eneide e l'Iliade.
Non sarà certo la teologia scolastica che le parerà i colpi degli
utilitari: nè le otterrà grazia presso i pietosi della giovinezza la
sua relativa facilità. Oh sì! Destinate due fanciulli, di pari ingegno
e voglia, uno all'Iliade, l'altro alla Comedia: giungerà prima quello
a intendere l'ira d'Achille, nel testo greco, attraverso il Curtius
e lo Schenkl, che l'altro a seguire Dante nel suo viaggio dalla selva
selvaggia alla divina foresta, e da questa all'empireo.
Un paradosso? No davvero. Piuttosto è una asserzione gratuita quella
che il greco si apprende difficilmente e che in realtà nelle nostre
scuole non si apprende. I principii trovano il giovinetto quasi
sempre curioso, voglioso, animoso. Li impara, generalmente, bene, e li
ricorda con una fedeltà mirabile. Ma è vero che i suoi passi non sono
sempre così lunghi: presto è costretto (dico, costretto) a pestare
le sue orme. Come mai? Mancano nelle nostre scuole certi strumenti
necessari. E li fabbricheremo, stia certo, onor. Martini; se ci darà
tempo. Ma intanto mancano: manca, per esempio, una collezioncina ricca
e svariata di scrittori con apposito vocabolario per il passaggio
dagli ormai frusti esercizi dello Schenkl e d'altri a una lettura più
larga. Già negli esami della quarta e quinta ginnasiale noi non ci
accorgiamo di proporre a quei poveri giovinetti un logogrifo piuttosto
che un tema, una tortura più che un logogrifo, un'assurdità crudele.
Dobbiamo provarli nella grammatica, ed esigiamo che ci rispondano
in lessicografia. Essi si scervellano, con effetto, per lo più, di
nostre ignoranti risa, non a definire quale caso sia di quel nome e
quale tempo di quel verbo, ma a rintracciare fra trenta o quaranta
significati di una parola, quale sia quello che si adatti a ognuna
delle parole del tema e che non contrasti a quello della precedente
e della seguente, che è anche esso da rintracciare in due colonne di
un vocabolario usato e veduto forse quel giorno per la prima volta.
Quella è la prova che dà il primo scoraggiamento, quasi un disinganno,
al piccolo alunno. Il quale cambia spesso poi lo scoraggiamento in
disgusto e in odio, per molte ragioni che non tutte dipendono da lui,
e delle quali la più grande è quella, che di una lingua e di una
letteratura vissuta per quasi due millenni e mezzo con tante forme
e con tante differenze da dialetto a dialetto, da genere letterario
a genere letterario, da scrittore a scrittore, noi non sappiamo o
non abbiamo saputo finora circoscrivere a mano a mano i periodi da
studiare, e fornire a ciò i sussidi necessari. Ma li forniremo: intanto
si è incominciato. Con tutto questo, i giovani che escono dal Liceo
sapendo almeno tanto di greco quanto sanno di latino, non sono pochi; e
non sono rari quelli che lo ricordano poi almeno quanto la filosofia e
la matematica; e nelle facoltà letterarie è più facile trovare chi si
dedica al greco che chi si dia al latino e forse all'italiano; il che
è segno non sempre e non solo di una maggiore genialità persuasiva e
attrattiva nel professore di greco all'università sopra gli altri suoi
colleghi, ma anche di maggior frutto e di maggior diletto trovato in
quello studio dall'alunno nelle scuole secondarie. Creda, on. Martini,
che prima di cedere per cotesta ragione al decreto demolitore del
nostro greco, noi pretenderemo una perizia comparativa. Se il greco si
deve abolire perchè non si sa, cioè si sa poco dai più, noi domanderemo
quale altra materia si sappia molto da questi molti o da questi troppi.
La matematica? la filosofia? la fisica? l'italiano? Eh! via!
Di questo palio di ciuchi non daremo lo spettacolo, suppongo, e ci
appiglieremo ad altre ragioni e ad altri sistemi. Che la cultura sia
più intensa e più semplice, è desiderio comune. A proposito, che cosa è
questa cultura? Confesso che non ne ho avuto sempre idea chiara: adesso
mi pare che ella debba essere il preparamento dello spirito a ricevere
non solo una istruzione speciale e professionale, ma anche, e più,
ogni seme ideale, che sparga la scienza e l'arte. Nè si tratta solo di
fornire estimatori all'arte e propagatori alla scienza (sebbene, se
solo questo fine si raggiungesse, gli scrittori italiani potrebbero
vendere i loro libri in Italia!), ma di tener pronto il terreno ai
germi, che il genio dell'umanità semina, passando come una meteora, a
capriccio: ai germi che sbullettando e sfronzando diventano le grandi
opere d'arte e le grandi scoperte scientifiche, mirabili sempre non
tanto a vedere quali elle sono, quanto a pensare come e donde elle
nacquero.
Bene: questa cultura è dunque ben necessaria, se si vuole che l'Italia
ricominci a dare anche lei le vegetazioni singolari di cui sono così
feraci le altre nazioni e le altre razze. Semplifichiamola dunque
pure, se semplificare vale migliorare. Si dovrà per questo togliere il
greco? Strano, cominciare da quella lingua che fornisce il linguaggio
a tutte le scienze, da quella letteratura, che procaccia ispirazione e
dà norma e regola a tutte le arti, da quello spirito che anima ancora
del suo primo impulso, già così lungi, il pensiero umano! O non sarebbe
meglio provare, niente più che provare, con altro? Prima di tutto si
potrebbe diminuire l'orario delle lezioni, cessando d'insegnare quello
che si suole imparare da sè e non si può imparare se non da sè. Ci sono
complessi di cognizioni cui l'industria degl'ingegni moderni presenta
in giornali e libri con precisione, diremo, uguale, con chiarezza
uguale, se si vuole, e con ampiezza e allettamento molto maggiori
di quelli con cui possa presentarli un povero professore che ha due
polmoni soli e insegna quando vuole l'orario e non quando lo scolare
è più disposto ad attendere e intendere. Si pretenda che i giovani
li abbiano, tali complessi di cognizioni, si dia loro anche qualche
utile avviso in proposito, si forniscano loro biblioteche sufficienti
a questo fine, e si veda ogni anno, ogni tre anni, ogni cinque anni,
ogni quanti anni vi pare, se li hanno acquistati e conservati: ma non
si facciano perdere loro nell'ascoltare dall'insegnante, nel riudire
dai compagni, nel dire alla loro volta una piccola parte di quei
complessi, tante ore quante agli occhi rapidi e alla mente raccolta
basterebbero per acquistarli e capirli tutti interi. Per questo verso
dunque c'è da semplificare, e non importa che io dica in quante e
quali discipline. Ma ce n'è una, tra esse discipline, alla quale chi
comanda, vorrebbe dare sempre più ore e lavoro, per la quale invece e
il lavoro e le ore potrebbero essere diminuite. È l'italiano. Prima
di tutto quel famoso esercizio di comporre a che cosa è diretto? A
fare degli scrittori? Gli scrittori, degni di questo nome, che hanno
cioè uno stile, vale a dire una individualità, una ragione di essere
chiamati scrittori, sono necessariamente «autodidatti». A dare l'abito
del pensiero e del ragionamento? Ma a ciò non servono forse meglio
le scienze che s'insegnano, dalla filosofia alla matematica o dalla
matematica alla filosofia? E si badi che questo esercizio del comporre
è propriamente in contrasto o almeno non è mai d'accordo con le dette
scienze ragionative. Domando io ai miei bravi colleghi di italiano, se
pur assegnando spessissimo temi di etica e di politica, si accorgano
mai che i giovani scrittori hanno appunto un altro maestro per
provvederli d'idee e agguerrirli di ragionamenti in proposito a tali
temi. Domando poi ai miei bravi colleghi di filosofia, se hanno mai
trovato un professore d'italiano che non abbia respinte, riempiendole
di segnacci e di punti ammirativi, le pagine delle loro lezioni che i
poveri alunni (caso strano, perchè gli alunni non se ne accorgono quasi
mai, che un tema filosofico loro assegnato è filosofico di quella tale
filosofia che insegna appunto il professore di filosofia) abbiano,
i poveri alunni, trascritte, per rispondere al tema del professore
di italiano. E quante altre domande farei se potessi dilungarmi. Chi
può accorgersi mai, leggendo un «componimento», che il suo autore è
istradato a osservare e conoscere la natura, dai professori di storia
naturale e di fisica? Quando mai vi apparisce un argomento matematico?
Anche la storia, che pure vi fa capolino, è generalmente solo quella
dei rapporti tra le vicende politiche e le letterarie; storia così
arbitraria, falsa, convenzionale, appassionata, noiosa, che nulla più.
Dunque, semplifichiamo, semplifichiamo! Smettiamo di oltraggiare nel
tempo stesso la scienza e l'arte, di collare ogni settimana buoni
ragazzi, invitandoli a dimostrare (niente meno nel secolo di Darwin!)
con ragionamenti ed esempi (sì deduttivamente e sì induttivamente,
come Platone e come Aristotele) la verità di... un assioma. Chè per lo
più è un assioma, e più è chiaro e indimostrabile (per quanto in tal
proposito non sia luogo a più o meno), più il tema pare bello e adatto.
Toccano quindi per lo più questi temi chiari ai bimbetti delle prime
classi del ginnasio, i quali se la cavano ripetendo prima l'enunciato,
poi negando il suo contrario, quindi interrogando in forma positiva e
forma negativa per ribadire che l'enunciato è vero e il suo contrario
è falso; dopo di che vien la volta dello esempio: Viveva nei contorni
della Toscana una famiglia composta di padre e madre e un figliuolo
chiamato Luigi... Nè solo l'esercizio di comporre è troppo, per non
dir di troppo, in questa forma. Dall'orario dell'italiano si può
sottrarre tutto il tempo che si dà alla lettura in iscuola dei libri
o supremamente dilettevoli o supremamente noiosi. I primi lasciateli
godere al giovinetto liberamente, in casa, nelle ore in cui la sua
mente apre le ali; gli altri rimandateli ai topi di biblioteca, che se
li rodano.
Del resto io dico di semplificare e non di restringere. Io non intendo
una ragione che per molti è la massima e forse l'unica. Vogliono questi
meno ore, meno materie, punte lingue difficili, punte materie astruse,
perchè la salute dei giovani ci patisce. Quanto a questo, bisogna, cari
babbi e care mamme, rassegnarsi. Sapete dell'Aedo, cui la Musa, amò
sopra tutti? «Degli occhi bensì lo privò, ma gli dava l'arguto canto».
Così è, presso a poco, per tutti quelli cui la Musa, la dea d'ogni
scienza e di ogni arte, ama, per poco che ami. Non li accecherà a
dirittura, ma li renderà, presto o tardi, più o meno, miopi. Ben altro
fa la Terra, che pure è madre, di quelli che zappano la sua corteccia o
frugano le sue viscere! Ed ella dà il dolore senza adeguato compenso,
nè ideale nè materiale. E i vostri figli, il compenso, l'hanno, e
qualche volta insigne, e spesso superiore ai loro meriti: e non si
dà quasi più il caso, per lo studio, di divenire gobbi, come si dà, e
senza che ne facciate troppi lamenti, per la bicicletta.