ECO D'UNA NOTTE MITICA

Oh! io torno al Manzoni e ai Promessi Sposi! Che libro vivo, fresco,

nuovo! Sì, nuovo, non ostante che d'allora in poi ci siamo provati,

dietro le orme di stranieri, in tante novità! Ma erano, dunque,

novità vecchie, nate con le grinze. Ma erano piante esotiche che, nel

terreno non loro, o non attecchivano o subito tralignavano. Eppure dai

Promessi Sposi avremmo potuto imparare a fare analisi psicologiche,

pitture d'ambiente, descrizioni naturali (la vigna di Renzo, ricordate?

e ripensate il Paradon dove tutto fiorisce a un tempo, e le piante

inselvatichite fanno doppi i loro fiori), da non invidiare Flaubert,

i Goncourt, Zola; e nei Promessi Sposi avremmo trovato in formazione

tanti generi di romanzo che poi tennero e tengono il campo, cadendo

e sparendo via via, perchè in essi è fatto elemento principale di

vita quello ch'è il più piacevole ma il più fuggevole dei pregi: la

novità. Ma i nostri vecchi dal grande capolavoro manzoniano imitarono,

non impararono; e si sa che l'imitazione in arte è ciò che è la

putrefazione in natura: dissolve un genere per dar luogo a un altro;

e imitarono poi ciò appunto che persino all'autore pareva la cosa

manchevole e assurda del suo quadro: la cornice! Quanto poi alla

freschezza, alla vita, alla grazia, all'ordine, alla proporzione, al

sorriso di malizia, al senso d'eleganza, queste cose sono rimaste nel

quadro.

Dunque io torno al Manzoni e al suo immortale romanzo. Lo lessi la

prima volta in un agosto come questo, in monti come questi:[35] quanti

anni sono? Molti, molti, molti. Lo leggevo, finite le scuole e chiusi

gli esami, in quei primi giorni di vacanza, che vi compensano, con la

loro ineffabile pace, dei molti mesi di fatica e di soggezione. Sono

come la pioggia estiva dopo l'afa a lungo durata: si gode come «in

quella rinfrescata, in quel sussurrìo, in quel brulichìo dell'erbe e

delle foglie tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre»; si mettono

«certi respironi larghi e pieni!» O divino Manzoni, io risento ora

sfogliando il tuo libro quello che sentivo allora leggendo nel cassetto

del tavolino i tre piccoli tomi ben rilegati di un'edizione milanese;

quando rapito, assente, altro, provavo in me (ma allora non avrei

saputo citare Aristotele), mediante la pietà e il timore, compiersi

la catarsi di così fatte passioni. Se non sapevo citare Aristotele,

avevo per altro letto qualche poco di latino; e la mia mente, passando

dalla difficile all'agevolissima lettura, non si sentiva staccare, nè

a poco a poco nè a un tratto, dai suoi studi consueti, nei quali, per

giungere in cima a vedere la luce, bisognava farsi largo a traverso

monti di vocabolari e selve di grammatiche: no: godeva anzi come

una sensazione doppia, un piacere complesso, formato di novità e di

ricordo. Rileggo «la notte degli imbrogli e dei sotterfugi» e quel

piacere complesso, quell'incognito indistinto, si ripresenta al mio

spirito. Io vedo la casetta di Lucia «in fondo al paese» con «la chioma

folta del fico che sopravanzava il muro del cortile»; vedo anche il

casolare disabitato dove «vanno le streghe» per solito, e ora sono

postati i bravi col Griso. «Egli, col grosso della truppa, rimane

nell'agguato ad aspettare». Si fa sera, si fa «quel brulichìo, quel

ronzìo (non ci rincresca rileggere le parole del Manzoni: dacchè è

libro di testo nelle scuole, si legge più poco), quel ronzìo, che si

sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo

alla quiete solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi

in collo i bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini, ai

quali facevan dire le divozioni della sera; venivan gli uomini con le

vanghe e con le zappe sulle spalle. All'aprirsi degli usci si vedevan

luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva

nelle strade barattare i salati e qualche parola sulla scarsità della

raccolta e sulla miseria dell'annata; e, più delle parole, si sentivano

i tocchi misurati e sonori della campana, che annunziava il fluir del

giorno». I promessi, con Agnese e i testimoni, vanno a sorprendere il

curato: «Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla

casetta e preser la strada fuori del paese... Per viottole, tra gli

orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero».

Nelle tenebre? Dopo la sorpresa, che non riesce, il curato si affaccia

a una finestra. «Era il più bel chiaro di luna; l'ombra della chiesa,

e più in fuori l'ombra lunga e acuta del campanile, si stendeva bruna

e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza: ogni oggetto si

poteva distinguere, quasi come di giorno». Di lì a poco Ambrogio suona

a stormo: «Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto:

i giovanetti, sdraiati sul fienile, tendon l'orecchio, si rizzano.

Cos'è? Cos'è'? Campane a martello! Fuoco? ladri? banditi? Molte donne

consigliano, pregano i mariti di non muoversi, di lasciar correre gli

altri: alcuni s'alzano e vanno alla finestra: i poltroni, come se si

arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi, i più bravi

scendono a prender le forche e gli schioppi per correre al rumore:

altri stanno a vedere». Intanto i bravi si erano mossi dalla capanna

delle streghe. Il Griso «si mise in testa un cappellaccio, sulle

spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese

un bordone da pellegrino, disse: — andiamo, da bravi: zitti e attenti

agli ordini —; s'incamminò il primo, gli altri dietro». Nella casetta

non trovano la lepre; «non c'è nessuno. Torna indietro, va all'uscio

di scala, guarda, porge l'orecchio; solitudine e silenzio». Poi «il

Griso sale adagio adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che

scricchiolasse; ogni passo di quei mascalzoni che facesse rumore... Si

metton tutti, con men cautele, a guardare, a tastare per ogni canto,

buttar sottosopra la casa. Mentre costoro sono in tali faccende, i

due che fan la guardia all'uscio di strada sentono un calpestìo di

passini frettolosi che s'avvicinano in fretta... il calpestìo si ferma

appunto all'uscio... Menico mette il piede dentro, in gran sospetto,

e si sente a un punto acchiappar per le braccia... Zitto! o sei

morto. Lui invece caccia un urlo». Ebbene? Ebbene, queste avventure

del paesello innominato mi fanno lo effetto d'intese o lette altre

volte, come di tutt'altri tempi e luoghi, di tutt'altre persone, con

tutt'altri costumi. Dove, quando mai? Quei passini specialmente, i

passini frettolosi di Menico, mi sembrano echeggiare da una profondità

infinita... Ah! ho trovato. Qual maraviglia! Pare un sogno, in cui una

persona ora è quella, ora un'altra, e si trovano insieme sensazioni

vecchie e recenti, intrecciate e commesse a fare mostri di visioni,

poi sparite subitamente in parte e in parte rimaste, come in un paese

montano sotto la nebbia mattutina si vedono castelli e piantagioni per

aria e un grigio uniforme tra e sotto loro. Ho trovato! ho trovato!

Quale incanto vedere il lavorìo, forse inconscio, dell'ingegno che

crea, e assistere alla genesi dell'opera d'arte!

Badiamo, io non dico di aver trovato una delle fonti del Manzoni,

nè intendo fare uno studio critico e un lavoro d'indagini. Nemmeno

pretendo che quello che dico sia proprio e infallantemente vero:

mi accontento del verosimile. Sopratutto non si pensi a imitazione.

Già tra l'imitazione e le fonti spesso noi confondiamo; e scoprendo

fonti di qualche opera d'arte, noi diciamo o intendiamo o facciamo

involontariamente credere d'aver tolto qualche fronda alla corona di

lauro dell'artista. Il che è curioso parecchio, specialmente se si

tratta di poeti epici, che di necessità, per istituto dell'arte loro,

raccontano per disteso cose già in parte sapute, e raccontano quelle

perchè proprio l'uditore vuol di quelle conoscere maggiori particolari,

e le avventure che le precederono e quelle che le seguirono. Sicchè

il poeta, quando per caso deve narrare d'un personaggio nuovo e

straniero ai soliti cicli, è costretto a prestargli, a fingergli,

ad asseverargli una fama che non ha. Insomma, e per tutti i generi

oltre che per l'epico, quando si fanno o si leggono certi studi

«crenologici», bisogna aver in mente due cose per tenere in misura e

in tono i nostri giudizi; due cose: l'una, che lo scrittore non può

inventare propriamente, chè non è la natura esso, o Dio; l'altra, che,

se anche lo scrittore potesse inventare proprio, il lettore gliene

sarebbe tutt'altro che grato, e respingerebbe l'opera sua. Dunque io

non parlo d'imitazione che il Manzoni abbia fatto, nè di fonti a cui

abbia derivato: voglio fare un cenno, un cenno solo, di qualche cosa

di più e di meno nel tempo stesso; adombrare appena lo studio d'una

grande mente nell'atto stesso che genera l'opera grande, la quale a lui

medesimo, se volesse o potesse fare l'analisi degli elementi semplici

di cui è composta, parrebbe più mirabile di un sogno scomposto nelle

sue spirituali molecole. Premesso questo, sapete donde io sento che

echeggiano i passini frettolosi di Menico? Dalla più grande e famosa

città dei miti, dalla città degli Dei, da Troia, nella sua ultima

notte.

Manzoni amava e studiava Virgilio, da cui derivò anzi, si può dire,

un, non voglio dire se pregio o difetto, carattere della sua maniera:

quel prender parte con un sorriso, con un sogghigno, con una lagrima a

ciò che narra; quell'assistere i suoi personaggi con un cenno ora di

compassione, ora di rimprovero, ora d'ironia. Un esempio o due, come

vien viene. Renzo lascia Lucia e Agnese la sera di quel giorno che

doveva essere, e non fu, così felice per lui, «col cuore in tempesta,

ripetendo sempre quelle stesse parole: — a questo mondo c'è giustizia,

finalmente. — _Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non

sa più quel che si dica_». Don Abbondio si scervella su Carneade:

«Tanto _il pover uomo_ era lontano dal prevedere che burrasca gli si

addensasse sul capo!» È il momento decisivo per Geltrude (così sin

allora egli la chiama), che deve rispondere al prete sulla sincerità

e libertà della sua vocazione. «Per dare quella risposta, bisognava

venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata, raccontare

un storia... L'_infelice_ rifuggì spaventata da quest'idea». La madre

di Cecilia (chi non capisce subito di chi voglio parlare?) «stette a

contemplare quelle così indegne esequie della prima, finchè il carro

non si mosse, finchè lo potò vedere; poi disparve. E che altro potè

fare se non posar sul letto l'unica che le rimaneva, e mettersele

accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo

cade insieme col fiorellino ancora in boccia al passar della falce che

pareggia tutte le erbe del prato». Quest'ultimo passo mi dispensa dal

cercare i tanti luoghi di Virgilio dove egli mostra, per così dire,

il suo viso o commosso o sdegnato tra i personaggi e i fatti da lui

creati (ricordate Aen. I 716 e segg.: 'Essa con gli occhi, essa con

tutta l'anima, sta fissa in lui, e talora nel grembo lo tiene, e non sa

_Didone_ qual potente Dio a lei _infelice_ sia sopra!'); mi dispensa,

dico, dal cercare altri esempi, perchè me ne suggerisce uno che val per

molti: la chiusa dell'episodio di Eurialo e Niso (Aen. IX 435 e segg.),

in cui la commozione tenera e forte del poeta si rivela con una soave

comparazione di fiori e con una promessa calda, divina, d'immortalità.

Mutate il romano antico in cristiano moderno, il poema in romanzo:

il «_Fortunati ambo_» di Virgilio diventa il «_tiratela a voi, lei e

la sua creaturina_» del Manzoni, in persona di Renzo. Ma qui dunque

il Manzoni avrebbe imitato Virgilio? Non credo: il Manzoni, che certo

aveva pianto più d'una volta nel leggere quella chiusa, nel momento in

cui scriveva la sua «madre di Cecilia», forse non la ricordava nemmeno.

A ogni modo, egli ha creato, e precisamente dove non si può negare che

abbia imitato: nel paragone del fiore, così comune nella poesia antica

e moderna. Ha creato per quel particolare nuovo del bocciuolo che cade

col fiore sbocciato: il bambino del fiore! Piccola cosa? Queste piccole

cose sono la poesia, solo queste: le grandi sono sovente vampate di

retorica, che è una bella, bellissima arte, ma non è la poesia.

Come dunque per queste lagrime, così anche per i passini di Menico

può darsi che il Manzoni non pensasse a Virgilio, mentre scriveva. Ma

la sua fantasia, senza che esso se ne rendesse forse conto, elaborava

elementi virgiliani. La notte degli imbrogli e dei sotterfugi è

l'ultima notte di Ilio trasformata in modo che nessuno, nemmeno

Manzoni, sospetterebbe la strana trasformazione. Eppure è così.

L'impressione generale è la stessa. In tutte e due le mirabili

creazioni, al brusìo, festivo e straordinario in Virgilio, consueto

nel Manzoni, della sera, succede il silenzio notturno interrotto poi

da grida, suoni, apparizioni, che finiscono là a un vecchio tempio

di Cerere, dove si sono raccolti i destinati all'esilio — spunta sui

cocuzzoli del monte la stella del mattino — qua nella chiesa d'un

convento, donde i fuggiaschi vanno alla riva del lago e s'imbarcano.

«Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e

sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar

leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo».[36]

Con una grande pace, pace di singhiozzi dopo lo scroscio del pianto,

pace di dolore tutto in sè raccolto, quando il dolore si gusta nel

nostro segreto come un piacere, terminano le due notti. Gli esuli di

Ilio si volgono al chiaror del giorno, a rivedere la patria — i Danai

occupavano in armi le soglie —; al chiaror della luna guarda Lucia il

palazzotto di Don Rodrigo e il suo paesello e la sua casetta, col fico

che sopravanzava il muro del cortile. L'esilio... Si direbbe che il

Manzoni, nell'anima semplice di Lucia, abbia voluto fare l'analisi,

che Virgilio non poteva fare, dei sentimenti di quelli antichi, che

lasciavano piangendo i lidi della patria, le nude spiagge, dove la

patria non era più se non qualche maceria e qualche fumacchio.

Nell'una notte e nell'altra è un bel lume di luna. Notevole è che

nella narrazione di Virgilio ora c'è', ora pare non ci sia (cf. II

340 e 360, 397, 621). Era giuoco di nuvole? d'ombre? Ma sopra tutto

un verso, molto «suggestivo» ci ferma, il 255: _A Tenedo, tacitae

per amica silentia lunae._ Tutti ammirano, e inclinano, bontà loro, a

concedere, per questo e alcuni altri versi, a Virgilio un sentimento

quasi moderno della natura. Nel fatto, che cosa vuol dire quel verso?

Ha voluto veramente il poeta mescolare e far tutt'una della sensazione

della vista e di quella dell'udito? O ha voluto significare che la luna

non s'era ancora levata, o che, levatasi, si era, per provvidenza di

Dei in favore de' Greci, nascosta tra le nuvole? Qualche argomento, che

non è opportuno riportare qui, mi farebbe credere quest'ultima cosa:

che fosse tra le nuvole, allora. Ma io vorrei saperne un'altra: che

cosa ne pensasse il Manzoni, il quale, secondo me, deve aver derivata

da quella frase, consciamente o inconsciamente, molta ispirazione. In

vero è curioso osservare che anche nella sua notte la luna vien fuori

dopo, come quella che non era nel primo quarto — parrebbe — essendo che

Renzo continua la sua strada «nelle tenebre crescenti», e si avvia con

Lucia e gli altri alla casa del curato «nelle tenebre», mentre poco

dopo, quando esso curato apre la finestra, può vedere che è il «più

bel chiaro di luna». Era la luna spuntata nel frattempo? Può darsi,

e può anche darsi che il Manzoni interpretasse il luogo di Virgilio

in un modo analogo. Ma ogni modo, a questo solo volevo concludere che

il chiaro di luna nella notte manzoniana serve a segnare il contrasto

tra le inquiete operazioni degli uomini e la placida indifferenza

della natura. «I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro

guardavano i monti, e il paese rischiarati dalla luna, e variato qua e

là di grand'ombre». Virgilio, tutto insieme, se ne è passato; ma quel

famoso verso, così dubbio, sembra a molti che basti a suggerire una

quantità di idee poetiche. Ha, per esempio, ispirato il Leopardi nel

suo Bruto:

E tu, dal mar cui nostro sangue irriga,

Candida luna, sorgi,

E l'inquïeta notte e la funesta

All'ausonio valor campagna esplori.

Che, in fatti, il Leopardi pensasse a Virgilio e a Troia, si presume da

quel che segue:

dalle somme vette

Roma antica ruina;

che deriva dalle parole di Ettore, pronunziate poco dopo quel

tranquillo veleggiare al lume silenzioso della luna: _ruit alto a

culmine Troia_.

Ma i passini di Menico? Eccoli. Il doloroso gruppo della famiglia

fuggente era già alla porta della città e si poteva considerar salvo

«quando a un tratto all'orecchio parve che venisse un trito scalpitio».

Però nella mente del Manzoni (ripeto, forse ne era conscio, forse

no) questo minuto calpestìo si contaminò, si confuse coi passi di

Iulo, di cui poco prima Enea racconta: «alla destra si aggavignò il

piccolo Iulo e segue il babbo coi suoi passettini non misurati ai

miei». Il Manzoni sentì il suono di tali piccole péste di bimbo sul

suolo della patria morta, nell'oscurità notturna. E la casa in fondo

al paese? col fico sul cortile? Eccola: «quantunque la casa d'Anchise,

appartata, sia in fondo, coperta d'alberi». Ben altro rumore è quello

che sente al suo svegliarsi Enea: tuttavia l'effetto dei _ton, ton,

ton, ton_, è proporzionalmente, e con un sapor di comico, lo stesso

che quello del grande incendio o della grande piena. Panto che fuor

di sè corre alla casa di Enea, ricorda quel tale «tutto trafelato,

che stentava a formar le parole»; e le parole di Panto, pur nella

solennità epica degli esametri, quando accennano al cavallo che

versa armati, richiamano alla mente queste altre, sebbene contadine:

«che fate qui, figliuoli? non è qui il diavolo: è giù in fondo alla

strada, alla casa d'Agnese Mondella: gente armata; son dentro; par

che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa che diavolo c'è». E

il pellegrino, cioè Griso, or mi pare Sinone, or, coi suoi bravi in

agguato, fa pensare ai Greci nascosti nel cavallo, or ha l'aria dei

Troiani travestiti da Greci (sebbene questi li ricordi più il bravo da

Bergamo: Corebo che diventa Grignapoco!), or assomiglia nè più nè meno

che a... Enea che arringa gli ultimi campioni d'Ilio. Si sa: il bravo

non ha l'eloquenza dell'eroe: maggior concisione, per altro: «andiamo

da bravi: zitti e attenti agli ordini». Così una volta, e l'altra:

«Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme;

e poi anderemo: così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben

insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i

villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti». Qui la salvezza

è nell'unione; in Virgilio, può essere solo nella disperazione. E gli

eroi di Enea somigliano nelle tenebre della notte un branco vagabondo

di lupi famelici, e i bravi del Griso, una mandria di porci, cui il

cane rimette in ordine.

Sì, sì: è un sogno pieno di bizzarre e incerte parvenze; il «casolare

diroccato» ha ora l'idea della macchina «_feta armis_», ora le

sembianze del «vecchio tempio deserto di Cerere», nello stesso modo

che Menico ora è Iulo, che sgambetta vicino al babbo, ora par tutto...

Androgeo: «a un tratto... si accorse d'essere incappato in mezzo

ai nemici. Stupì; e ritirò indietro a un punto il piede e la voce.

Come chi pestò un serpente, che non aveva veduto... Così Androgeo

esterrefatto... voleva andarsene». Ma non tutto vorrei credere effetto

dell'immemore accozzarsi d'idee e sensazioni. Come a me pare che il

Manzoni con la sua analisi della divulgazione misteriosa del segreto

(cap. XI), «che d'amico fidato in amico fidato gira e gira... tanto

che arriva all'orecchio di colui o di coloro» ecc., abbia, dirò così,

tradotto in sorriso vernacolo la stupenda descrizione epica della Fama

(_Aen._ IV, 173); così credo che volutamente e pensatamente in un altro

luogo dei _Promessi Sposi_, nel cap. VII che precede la notte degli

imbrogli, abbia trasformato, volgarizzando ma vivificando, in Renzo e

Lucia, nientemeno che Enea e Anchise. Oh! Lucia! Eppure è così. Lucia

non si vuol persuadere al matrimonio di sorpresa, e pensa al filo che

ha il padre Cristoforo. Come finalmente si persuade? Renzo comincia a

andare in su e giù per la stanza, a proferire parole sempre più chiare

di minaccia contro Don Rodrigo, tra lo spavento e i pianti delle due

donne, finchè: «Ebbene! gridò Renzo, con un viso più che mai travolto:

io non vi avrò; ma non v'avrà neanche lui. Io qui senza di voi, e lui

a casa del...» E allora Lucia piange, supplica, con le mani giunte,

gli si butta in ginocchioni davanti; e Renzo: «Che bene mi volete voi?

che prova mi avete data? Non v'ho io pregata, e pregata, e pregata?

E voi: no! no! — Sì, sì, rispose precipitosamente Lucia...» Or bene,

leggete del solito libro dell'Eneide i versi 634-704. Anchise, il

vecchio fulminato, ricusa di salvarsi. Nulla può smuoverlo. Enea allora

dichiara che non sopravivrà nemmeno lui e tornerà tra i nemici per

morire: morire senza vedere la strage de' suoi: «_Arma, viri, ferte

arma_... La moglie gli si oppone sulla soglia, abbracciandogli le

ginocchia (era dunque in ginocchioni) e tendendogli il figlioletto. Qui

avviene un prodigio e il vecchio finalmente cede, dopo avere avuta di

quel prodigio la sanzione divina. Era più ostinato di Lucia, Anchise!

Ma si assomigliano, non è vero? Salvo che in Lucia è, oltre Anchise,

anche Creusa. E Renzo a Enea? Oh! più che non si possa credere. Enea

sta per fare una cosa irragionevole: glielo dice bene Creusa: «Se vai

per morire, porta anche noi; se hai qualche speranza dell'effetto delle

tue armi, resta qui a difenderci». Come sarebbe andata a finire la

cosa, se non interveniva il prodigio? Probabilmente, Enea non avrebbe

messo in opera il suo proposito e Anchise si sarebbe persuaso. E qui

ci domanderemmo: «Aveva _Enea_ pensato di che profitto poteva essere

per lui lo spavento di _Anchise_ e _Creusa_? E non aveva adoperato

un po' d'artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro

autore protesta di non ne saper nulla...» Queste parole del Manzoni,

mutati quei due nomi, sembrano suggerite dalla lettura di Virgilio.

Noi sappiamo, noi Italiani, fedeli al genio italiano, che due grandi e

perfette anime ha guidate e ispirate l'anima cortese Mantovana: Dante e

Manzoni.

Per questo, io ragazzo, leggendo nel collegio, dentro il cassetto

del mio tavolino, i bei tre tomi dell'edizione milanese, provava una

sensazione doppia, di cui un elemento mi sfuggiva. Nella scuola io

aveva già studiato il secondo libro dell'Eneide, e mi ero commosso

all'esclamazione: «_O patria, o divum domus Ilium!_» come ora mi

commovevo per l'addio ai monti, alla casa natia, alla chiesa del

paesello. E così allora, senza rendermi conto delle somiglianze,

seguii trepidando, nella loro fuga, sì la famiglia d'Enea, sì Renzo

e Lucia, con un amore e una tenerezza particolari per i due bimbi che

camminavano tra i grandi facendo due passini per ognun de' loro.

Miei Pensieri di varia Umanità · 第 63 / 93 题