Oh! io torno al Manzoni e ai Promessi Sposi! Che libro vivo, fresco,
nuovo! Sì, nuovo, non ostante che d'allora in poi ci siamo provati,
dietro le orme di stranieri, in tante novità! Ma erano, dunque,
novità vecchie, nate con le grinze. Ma erano piante esotiche che, nel
terreno non loro, o non attecchivano o subito tralignavano. Eppure dai
Promessi Sposi avremmo potuto imparare a fare analisi psicologiche,
pitture d'ambiente, descrizioni naturali (la vigna di Renzo, ricordate?
e ripensate il Paradon dove tutto fiorisce a un tempo, e le piante
inselvatichite fanno doppi i loro fiori), da non invidiare Flaubert,
i Goncourt, Zola; e nei Promessi Sposi avremmo trovato in formazione
tanti generi di romanzo che poi tennero e tengono il campo, cadendo
e sparendo via via, perchè in essi è fatto elemento principale di
vita quello ch'è il più piacevole ma il più fuggevole dei pregi: la
novità. Ma i nostri vecchi dal grande capolavoro manzoniano imitarono,
non impararono; e si sa che l'imitazione in arte è ciò che è la
putrefazione in natura: dissolve un genere per dar luogo a un altro;
e imitarono poi ciò appunto che persino all'autore pareva la cosa
manchevole e assurda del suo quadro: la cornice! Quanto poi alla
freschezza, alla vita, alla grazia, all'ordine, alla proporzione, al
sorriso di malizia, al senso d'eleganza, queste cose sono rimaste nel
quadro.
Dunque io torno al Manzoni e al suo immortale romanzo. Lo lessi la
prima volta in un agosto come questo, in monti come questi:[35] quanti
anni sono? Molti, molti, molti. Lo leggevo, finite le scuole e chiusi
gli esami, in quei primi giorni di vacanza, che vi compensano, con la
loro ineffabile pace, dei molti mesi di fatica e di soggezione. Sono
come la pioggia estiva dopo l'afa a lungo durata: si gode come «in
quella rinfrescata, in quel sussurrìo, in quel brulichìo dell'erbe e
delle foglie tremolanti, gocciolanti, rinverdite, lustre»; si mettono
«certi respironi larghi e pieni!» O divino Manzoni, io risento ora
sfogliando il tuo libro quello che sentivo allora leggendo nel cassetto
del tavolino i tre piccoli tomi ben rilegati di un'edizione milanese;
quando rapito, assente, altro, provavo in me (ma allora non avrei
saputo citare Aristotele), mediante la pietà e il timore, compiersi
la catarsi di così fatte passioni. Se non sapevo citare Aristotele,
avevo per altro letto qualche poco di latino; e la mia mente, passando
dalla difficile all'agevolissima lettura, non si sentiva staccare, nè
a poco a poco nè a un tratto, dai suoi studi consueti, nei quali, per
giungere in cima a vedere la luce, bisognava farsi largo a traverso
monti di vocabolari e selve di grammatiche: no: godeva anzi come
una sensazione doppia, un piacere complesso, formato di novità e di
ricordo. Rileggo «la notte degli imbrogli e dei sotterfugi» e quel
piacere complesso, quell'incognito indistinto, si ripresenta al mio
spirito. Io vedo la casetta di Lucia «in fondo al paese» con «la chioma
folta del fico che sopravanzava il muro del cortile»; vedo anche il
casolare disabitato dove «vanno le streghe» per solito, e ora sono
postati i bravi col Griso. «Egli, col grosso della truppa, rimane
nell'agguato ad aspettare». Si fa sera, si fa «quel brulichìo, quel
ronzìo (non ci rincresca rileggere le parole del Manzoni: dacchè è
libro di testo nelle scuole, si legge più poco), quel ronzìo, che si
sente in un villaggio, sulla sera, e che, dopo pochi momenti, dà luogo
alla quiete solenne della notte. Le donne venivan dal campo, portandosi
in collo i bambini, e tenendo per la mano i ragazzi più grandini, ai
quali facevan dire le divozioni della sera; venivan gli uomini con le
vanghe e con le zappe sulle spalle. All'aprirsi degli usci si vedevan
luccicare qua e là i fuochi accesi per le povere cene: si sentiva
nelle strade barattare i salati e qualche parola sulla scarsità della
raccolta e sulla miseria dell'annata; e, più delle parole, si sentivano
i tocchi misurati e sonori della campana, che annunziava il fluir del
giorno». I promessi, con Agnese e i testimoni, vanno a sorprendere il
curato: «Zitti zitti, nelle tenebre, a passo misurato, usciron dalla
casetta e preser la strada fuori del paese... Per viottole, tra gli
orti e i campi, arrivaron vicino a quella casa, e lì si divisero».
Nelle tenebre? Dopo la sorpresa, che non riesce, il curato si affaccia
a una finestra. «Era il più bel chiaro di luna; l'ombra della chiesa,
e più in fuori l'ombra lunga e acuta del campanile, si stendeva bruna
e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza: ogni oggetto si
poteva distinguere, quasi come di giorno». Di lì a poco Ambrogio suona
a stormo: «Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto:
i giovanetti, sdraiati sul fienile, tendon l'orecchio, si rizzano.
Cos'è? Cos'è'? Campane a martello! Fuoco? ladri? banditi? Molte donne
consigliano, pregano i mariti di non muoversi, di lasciar correre gli
altri: alcuni s'alzano e vanno alla finestra: i poltroni, come se si
arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi, i più bravi
scendono a prender le forche e gli schioppi per correre al rumore:
altri stanno a vedere». Intanto i bravi si erano mossi dalla capanna
delle streghe. Il Griso «si mise in testa un cappellaccio, sulle
spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese
un bordone da pellegrino, disse: — andiamo, da bravi: zitti e attenti
agli ordini —; s'incamminò il primo, gli altri dietro». Nella casetta
non trovano la lepre; «non c'è nessuno. Torna indietro, va all'uscio
di scala, guarda, porge l'orecchio; solitudine e silenzio». Poi «il
Griso sale adagio adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che
scricchiolasse; ogni passo di quei mascalzoni che facesse rumore... Si
metton tutti, con men cautele, a guardare, a tastare per ogni canto,
buttar sottosopra la casa. Mentre costoro sono in tali faccende, i
due che fan la guardia all'uscio di strada sentono un calpestìo di
passini frettolosi che s'avvicinano in fretta... il calpestìo si ferma
appunto all'uscio... Menico mette il piede dentro, in gran sospetto,
e si sente a un punto acchiappar per le braccia... Zitto! o sei
morto. Lui invece caccia un urlo». Ebbene? Ebbene, queste avventure
del paesello innominato mi fanno lo effetto d'intese o lette altre
volte, come di tutt'altri tempi e luoghi, di tutt'altre persone, con
tutt'altri costumi. Dove, quando mai? Quei passini specialmente, i
passini frettolosi di Menico, mi sembrano echeggiare da una profondità
infinita... Ah! ho trovato. Qual maraviglia! Pare un sogno, in cui una
persona ora è quella, ora un'altra, e si trovano insieme sensazioni
vecchie e recenti, intrecciate e commesse a fare mostri di visioni,
poi sparite subitamente in parte e in parte rimaste, come in un paese
montano sotto la nebbia mattutina si vedono castelli e piantagioni per
aria e un grigio uniforme tra e sotto loro. Ho trovato! ho trovato!
Quale incanto vedere il lavorìo, forse inconscio, dell'ingegno che
crea, e assistere alla genesi dell'opera d'arte!
Badiamo, io non dico di aver trovato una delle fonti del Manzoni,
nè intendo fare uno studio critico e un lavoro d'indagini. Nemmeno
pretendo che quello che dico sia proprio e infallantemente vero:
mi accontento del verosimile. Sopratutto non si pensi a imitazione.
Già tra l'imitazione e le fonti spesso noi confondiamo; e scoprendo
fonti di qualche opera d'arte, noi diciamo o intendiamo o facciamo
involontariamente credere d'aver tolto qualche fronda alla corona di
lauro dell'artista. Il che è curioso parecchio, specialmente se si
tratta di poeti epici, che di necessità, per istituto dell'arte loro,
raccontano per disteso cose già in parte sapute, e raccontano quelle
perchè proprio l'uditore vuol di quelle conoscere maggiori particolari,
e le avventure che le precederono e quelle che le seguirono. Sicchè
il poeta, quando per caso deve narrare d'un personaggio nuovo e
straniero ai soliti cicli, è costretto a prestargli, a fingergli,
ad asseverargli una fama che non ha. Insomma, e per tutti i generi
oltre che per l'epico, quando si fanno o si leggono certi studi
«crenologici», bisogna aver in mente due cose per tenere in misura e
in tono i nostri giudizi; due cose: l'una, che lo scrittore non può
inventare propriamente, chè non è la natura esso, o Dio; l'altra, che,
se anche lo scrittore potesse inventare proprio, il lettore gliene
sarebbe tutt'altro che grato, e respingerebbe l'opera sua. Dunque io
non parlo d'imitazione che il Manzoni abbia fatto, nè di fonti a cui
abbia derivato: voglio fare un cenno, un cenno solo, di qualche cosa
di più e di meno nel tempo stesso; adombrare appena lo studio d'una
grande mente nell'atto stesso che genera l'opera grande, la quale a lui
medesimo, se volesse o potesse fare l'analisi degli elementi semplici
di cui è composta, parrebbe più mirabile di un sogno scomposto nelle
sue spirituali molecole. Premesso questo, sapete donde io sento che
echeggiano i passini frettolosi di Menico? Dalla più grande e famosa
città dei miti, dalla città degli Dei, da Troia, nella sua ultima
notte.
Manzoni amava e studiava Virgilio, da cui derivò anzi, si può dire,
un, non voglio dire se pregio o difetto, carattere della sua maniera:
quel prender parte con un sorriso, con un sogghigno, con una lagrima a
ciò che narra; quell'assistere i suoi personaggi con un cenno ora di
compassione, ora di rimprovero, ora d'ironia. Un esempio o due, come
vien viene. Renzo lascia Lucia e Agnese la sera di quel giorno che
doveva essere, e non fu, così felice per lui, «col cuore in tempesta,
ripetendo sempre quelle stesse parole: — a questo mondo c'è giustizia,
finalmente. — _Tant'è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non
sa più quel che si dica_». Don Abbondio si scervella su Carneade:
«Tanto _il pover uomo_ era lontano dal prevedere che burrasca gli si
addensasse sul capo!» È il momento decisivo per Geltrude (così sin
allora egli la chiama), che deve rispondere al prete sulla sincerità
e libertà della sua vocazione. «Per dare quella risposta, bisognava
venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata, raccontare
un storia... L'_infelice_ rifuggì spaventata da quest'idea». La madre
di Cecilia (chi non capisce subito di chi voglio parlare?) «stette a
contemplare quelle così indegne esequie della prima, finchè il carro
non si mosse, finchè lo potò vedere; poi disparve. E che altro potè
fare se non posar sul letto l'unica che le rimaneva, e mettersele
accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo
cade insieme col fiorellino ancora in boccia al passar della falce che
pareggia tutte le erbe del prato». Quest'ultimo passo mi dispensa dal
cercare i tanti luoghi di Virgilio dove egli mostra, per così dire,
il suo viso o commosso o sdegnato tra i personaggi e i fatti da lui
creati (ricordate Aen. I 716 e segg.: 'Essa con gli occhi, essa con
tutta l'anima, sta fissa in lui, e talora nel grembo lo tiene, e non sa
_Didone_ qual potente Dio a lei _infelice_ sia sopra!'); mi dispensa,
dico, dal cercare altri esempi, perchè me ne suggerisce uno che val per
molti: la chiusa dell'episodio di Eurialo e Niso (Aen. IX 435 e segg.),
in cui la commozione tenera e forte del poeta si rivela con una soave
comparazione di fiori e con una promessa calda, divina, d'immortalità.
Mutate il romano antico in cristiano moderno, il poema in romanzo:
il «_Fortunati ambo_» di Virgilio diventa il «_tiratela a voi, lei e
la sua creaturina_» del Manzoni, in persona di Renzo. Ma qui dunque
il Manzoni avrebbe imitato Virgilio? Non credo: il Manzoni, che certo
aveva pianto più d'una volta nel leggere quella chiusa, nel momento in
cui scriveva la sua «madre di Cecilia», forse non la ricordava nemmeno.
A ogni modo, egli ha creato, e precisamente dove non si può negare che
abbia imitato: nel paragone del fiore, così comune nella poesia antica
e moderna. Ha creato per quel particolare nuovo del bocciuolo che cade
col fiore sbocciato: il bambino del fiore! Piccola cosa? Queste piccole
cose sono la poesia, solo queste: le grandi sono sovente vampate di
retorica, che è una bella, bellissima arte, ma non è la poesia.
Come dunque per queste lagrime, così anche per i passini di Menico
può darsi che il Manzoni non pensasse a Virgilio, mentre scriveva. Ma
la sua fantasia, senza che esso se ne rendesse forse conto, elaborava
elementi virgiliani. La notte degli imbrogli e dei sotterfugi è
l'ultima notte di Ilio trasformata in modo che nessuno, nemmeno
Manzoni, sospetterebbe la strana trasformazione. Eppure è così.
L'impressione generale è la stessa. In tutte e due le mirabili
creazioni, al brusìo, festivo e straordinario in Virgilio, consueto
nel Manzoni, della sera, succede il silenzio notturno interrotto poi
da grida, suoni, apparizioni, che finiscono là a un vecchio tempio
di Cerere, dove si sono raccolti i destinati all'esilio — spunta sui
cocuzzoli del monte la stella del mattino — qua nella chiesa d'un
convento, donde i fuggiaschi vanno alla riva del lago e s'imbarcano.
«Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e
sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l'ondeggiar
leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo».[36]
Con una grande pace, pace di singhiozzi dopo lo scroscio del pianto,
pace di dolore tutto in sè raccolto, quando il dolore si gusta nel
nostro segreto come un piacere, terminano le due notti. Gli esuli di
Ilio si volgono al chiaror del giorno, a rivedere la patria — i Danai
occupavano in armi le soglie —; al chiaror della luna guarda Lucia il
palazzotto di Don Rodrigo e il suo paesello e la sua casetta, col fico
che sopravanzava il muro del cortile. L'esilio... Si direbbe che il
Manzoni, nell'anima semplice di Lucia, abbia voluto fare l'analisi,
che Virgilio non poteva fare, dei sentimenti di quelli antichi, che
lasciavano piangendo i lidi della patria, le nude spiagge, dove la
patria non era più se non qualche maceria e qualche fumacchio.
Nell'una notte e nell'altra è un bel lume di luna. Notevole è che
nella narrazione di Virgilio ora c'è', ora pare non ci sia (cf. II
340 e 360, 397, 621). Era giuoco di nuvole? d'ombre? Ma sopra tutto
un verso, molto «suggestivo» ci ferma, il 255: _A Tenedo, tacitae
per amica silentia lunae._ Tutti ammirano, e inclinano, bontà loro, a
concedere, per questo e alcuni altri versi, a Virgilio un sentimento
quasi moderno della natura. Nel fatto, che cosa vuol dire quel verso?
Ha voluto veramente il poeta mescolare e far tutt'una della sensazione
della vista e di quella dell'udito? O ha voluto significare che la luna
non s'era ancora levata, o che, levatasi, si era, per provvidenza di
Dei in favore de' Greci, nascosta tra le nuvole? Qualche argomento, che
non è opportuno riportare qui, mi farebbe credere quest'ultima cosa:
che fosse tra le nuvole, allora. Ma io vorrei saperne un'altra: che
cosa ne pensasse il Manzoni, il quale, secondo me, deve aver derivata
da quella frase, consciamente o inconsciamente, molta ispirazione. In
vero è curioso osservare che anche nella sua notte la luna vien fuori
dopo, come quella che non era nel primo quarto — parrebbe — essendo che
Renzo continua la sua strada «nelle tenebre crescenti», e si avvia con
Lucia e gli altri alla casa del curato «nelle tenebre», mentre poco
dopo, quando esso curato apre la finestra, può vedere che è il «più
bel chiaro di luna». Era la luna spuntata nel frattempo? Può darsi,
e può anche darsi che il Manzoni interpretasse il luogo di Virgilio
in un modo analogo. Ma ogni modo, a questo solo volevo concludere che
il chiaro di luna nella notte manzoniana serve a segnare il contrasto
tra le inquiete operazioni degli uomini e la placida indifferenza
della natura. «I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro
guardavano i monti, e il paese rischiarati dalla luna, e variato qua e
là di grand'ombre». Virgilio, tutto insieme, se ne è passato; ma quel
famoso verso, così dubbio, sembra a molti che basti a suggerire una
quantità di idee poetiche. Ha, per esempio, ispirato il Leopardi nel
suo Bruto:
E tu, dal mar cui nostro sangue irriga,
Candida luna, sorgi,
E l'inquïeta notte e la funesta
All'ausonio valor campagna esplori.
Che, in fatti, il Leopardi pensasse a Virgilio e a Troia, si presume da
quel che segue:
dalle somme vette
Roma antica ruina;
che deriva dalle parole di Ettore, pronunziate poco dopo quel
tranquillo veleggiare al lume silenzioso della luna: _ruit alto a
culmine Troia_.
Ma i passini di Menico? Eccoli. Il doloroso gruppo della famiglia
fuggente era già alla porta della città e si poteva considerar salvo
«quando a un tratto all'orecchio parve che venisse un trito scalpitio».
Però nella mente del Manzoni (ripeto, forse ne era conscio, forse
no) questo minuto calpestìo si contaminò, si confuse coi passi di
Iulo, di cui poco prima Enea racconta: «alla destra si aggavignò il
piccolo Iulo e segue il babbo coi suoi passettini non misurati ai
miei». Il Manzoni sentì il suono di tali piccole péste di bimbo sul
suolo della patria morta, nell'oscurità notturna. E la casa in fondo
al paese? col fico sul cortile? Eccola: «quantunque la casa d'Anchise,
appartata, sia in fondo, coperta d'alberi». Ben altro rumore è quello
che sente al suo svegliarsi Enea: tuttavia l'effetto dei _ton, ton,
ton, ton_, è proporzionalmente, e con un sapor di comico, lo stesso
che quello del grande incendio o della grande piena. Panto che fuor
di sè corre alla casa di Enea, ricorda quel tale «tutto trafelato,
che stentava a formar le parole»; e le parole di Panto, pur nella
solennità epica degli esametri, quando accennano al cavallo che
versa armati, richiamano alla mente queste altre, sebbene contadine:
«che fate qui, figliuoli? non è qui il diavolo: è giù in fondo alla
strada, alla casa d'Agnese Mondella: gente armata; son dentro; par
che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa che diavolo c'è». E
il pellegrino, cioè Griso, or mi pare Sinone, or, coi suoi bravi in
agguato, fa pensare ai Greci nascosti nel cavallo, or ha l'aria dei
Troiani travestiti da Greci (sebbene questi li ricordi più il bravo da
Bergamo: Corebo che diventa Grignapoco!), or assomiglia nè più nè meno
che a... Enea che arringa gli ultimi campioni d'Ilio. Si sa: il bravo
non ha l'eloquenza dell'eroe: maggior concisione, per altro: «andiamo
da bravi: zitti e attenti agli ordini». Così una volta, e l'altra:
«Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme;
e poi anderemo: così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben
insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i
villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti». Qui la salvezza
è nell'unione; in Virgilio, può essere solo nella disperazione. E gli
eroi di Enea somigliano nelle tenebre della notte un branco vagabondo
di lupi famelici, e i bravi del Griso, una mandria di porci, cui il
cane rimette in ordine.
Sì, sì: è un sogno pieno di bizzarre e incerte parvenze; il «casolare
diroccato» ha ora l'idea della macchina «_feta armis_», ora le
sembianze del «vecchio tempio deserto di Cerere», nello stesso modo
che Menico ora è Iulo, che sgambetta vicino al babbo, ora par tutto...
Androgeo: «a un tratto... si accorse d'essere incappato in mezzo
ai nemici. Stupì; e ritirò indietro a un punto il piede e la voce.
Come chi pestò un serpente, che non aveva veduto... Così Androgeo
esterrefatto... voleva andarsene». Ma non tutto vorrei credere effetto
dell'immemore accozzarsi d'idee e sensazioni. Come a me pare che il
Manzoni con la sua analisi della divulgazione misteriosa del segreto
(cap. XI), «che d'amico fidato in amico fidato gira e gira... tanto
che arriva all'orecchio di colui o di coloro» ecc., abbia, dirò così,
tradotto in sorriso vernacolo la stupenda descrizione epica della Fama
(_Aen._ IV, 173); così credo che volutamente e pensatamente in un altro
luogo dei _Promessi Sposi_, nel cap. VII che precede la notte degli
imbrogli, abbia trasformato, volgarizzando ma vivificando, in Renzo e
Lucia, nientemeno che Enea e Anchise. Oh! Lucia! Eppure è così. Lucia
non si vuol persuadere al matrimonio di sorpresa, e pensa al filo che
ha il padre Cristoforo. Come finalmente si persuade? Renzo comincia a
andare in su e giù per la stanza, a proferire parole sempre più chiare
di minaccia contro Don Rodrigo, tra lo spavento e i pianti delle due
donne, finchè: «Ebbene! gridò Renzo, con un viso più che mai travolto:
io non vi avrò; ma non v'avrà neanche lui. Io qui senza di voi, e lui
a casa del...» E allora Lucia piange, supplica, con le mani giunte,
gli si butta in ginocchioni davanti; e Renzo: «Che bene mi volete voi?
che prova mi avete data? Non v'ho io pregata, e pregata, e pregata?
E voi: no! no! — Sì, sì, rispose precipitosamente Lucia...» Or bene,
leggete del solito libro dell'Eneide i versi 634-704. Anchise, il
vecchio fulminato, ricusa di salvarsi. Nulla può smuoverlo. Enea allora
dichiara che non sopravivrà nemmeno lui e tornerà tra i nemici per
morire: morire senza vedere la strage de' suoi: «_Arma, viri, ferte
arma_... La moglie gli si oppone sulla soglia, abbracciandogli le
ginocchia (era dunque in ginocchioni) e tendendogli il figlioletto. Qui
avviene un prodigio e il vecchio finalmente cede, dopo avere avuta di
quel prodigio la sanzione divina. Era più ostinato di Lucia, Anchise!
Ma si assomigliano, non è vero? Salvo che in Lucia è, oltre Anchise,
anche Creusa. E Renzo a Enea? Oh! più che non si possa credere. Enea
sta per fare una cosa irragionevole: glielo dice bene Creusa: «Se vai
per morire, porta anche noi; se hai qualche speranza dell'effetto delle
tue armi, resta qui a difenderci». Come sarebbe andata a finire la
cosa, se non interveniva il prodigio? Probabilmente, Enea non avrebbe
messo in opera il suo proposito e Anchise si sarebbe persuaso. E qui
ci domanderemmo: «Aveva _Enea_ pensato di che profitto poteva essere
per lui lo spavento di _Anchise_ e _Creusa_? E non aveva adoperato
un po' d'artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro
autore protesta di non ne saper nulla...» Queste parole del Manzoni,
mutati quei due nomi, sembrano suggerite dalla lettura di Virgilio.
Noi sappiamo, noi Italiani, fedeli al genio italiano, che due grandi e
perfette anime ha guidate e ispirate l'anima cortese Mantovana: Dante e
Manzoni.
Per questo, io ragazzo, leggendo nel collegio, dentro il cassetto
del mio tavolino, i bei tre tomi dell'edizione milanese, provava una
sensazione doppia, di cui un elemento mi sfuggiva. Nella scuola io
aveva già studiato il secondo libro dell'Eneide, e mi ero commosso
all'esclamazione: «_O patria, o divum domus Ilium!_» come ora mi
commovevo per l'addio ai monti, alla casa natia, alla chiesa del
paesello. E così allora, senza rendermi conto delle somiglianze,
seguii trepidando, nella loro fuga, sì la famiglia d'Enea, sì Renzo
e Lucia, con un amore e una tenerezza particolari per i due bimbi che
camminavano tra i grandi facendo due passini per ognun de' loro.