Direi: quello che non hanno fatto ancora, e che dovevano fare, per
impedire che la scienza fosse quello che è sinora, un sole senza
calore, luce e non vita. Essi devono far penetrare nelle nostre
coscienze il mondo quale è veramente, quale la scienza l'ha scoperto,
diverso, in tante cose, da quel che appariva e appare. Per un esempio:
il sentimento, che proviamo alla visione del cielo stellato, è in
noi molto diverso da quello che era nel nomade dei primi tempi?
Esso fissava l'occhio in qualche gruppo di stelle che facevano un
disegno ricordevole. Unendo i punti luminosi trovava che quel gruppo
assomigliava a una bestia o a un uomo o a una cosa: bestie, uomini,
cose del suo vicinato. In questa lenta e oziosa operazione l'occhio
del pastore che disegnava nel cielo, si velava e si chiudeva. Quando
si riapriva, dopo qualche po' di tempo, trovava che il suo leone o
il suo plaustro o il suo cacciatore aveva viaggiato. Si trovava in
un luogo diverso del primo. E così vedeva che il cielo si moveva
incessantemente. Non anche per noi si move il cielo, e noi restiamo
immobili? Chi di noi, pur sapendo di astronomia molto più di me che non
ne so nulla, sente di roteare, insieme col piccolo globo opaco, negli
spazi silenziosi, nella infinita ombra constellata? Ebbene: è il poeta,
è la poesia che deve saper dare alla coscienza umana questa oscura
sensazione, che le manca, anche quando la scienza gliene abbonda. E
non dico che la poesia non ci si sia provata; ma in parte ed ancora
in modo imperfetto. Ricordo un punto sul quale si esercita la poesia:
la infinita piccolezza nostra a confronto dell'infinita grandezza
e moltitudine degli astri. Ricordo il Leopardi e il Poe, e potrei
ricordare molti altri. Tuttavia sulle nostre anime quella spaventevole
proporzione, non ostante che i poeti nuovi fossero aiutati, nel
segnalarla allo spirito, dai poeti della prima èra, quella spaventevole
proporzione non è ancora entrata nella nostra coscienza. Non è ancora
entrata... perchè, se fosse entrata, se avesse pervaso il nostro essere
cosciente, _noi saremmo più buoni._