IX.

Ma non quella fu l'ultima voce del poeta. Il Poeta, lontanando tra

la luce pallida della luna occidente, accennò a una ginestra. Ad

essa parlò nella tenebra che cresceva e in cui correva un bagliore

d'incendio. Le parole che egli indirizzò agli umili steli, sono pur

tristi; ma quegli steli hanno un fiore. Come nel Tramonto della luna,

tra lo sparir delle ombre, nell'ombra unica e totale e sempiterna,

s'inalza quel mesto canto del carrettiere, dalla sua via (dalla via

umana, dalla vita); così nell'ultimo lugubre poema, tra una che io

direi desolata macerie di pensieri e di imagini sinistre, spicca quel

fiore col suo profumo che _il deserto consola_.

C'è dunque nel deserto della filosofia Leopardiana un _fiore gentile_

che manda il suo profumo d'odore dolcissimo

quasi

i danni altrui commiserando, al cielo.

Oh! quali danni! Ecco un deserto di lava e di cenere, ecco al ricordo

una silenziosa campagna memore d'un impero perduto, ecco su noi un

cielo notturno gremito di stelle, ecco sotto noi una terra che ha

nel suo seno città sepolte: vediamo uno scheletro di città messo

all'aperto, una fiamma che guizza tra le rovine come una fiaccola

misteriosa che si aggiri in un palazzo vuoto. Su tutto domina il

simbolo della distruzione: il monte sterminatore. E si hanno un volo e

una caduta di una terribilità vertiginosa. Sopra il monte ardente, il

cielo stellato. Guardate quelle stelle, poi quella nebbia di stelle,

concepitene la grandezza. Ecco, il monte è sparito, la terra non è che

un granello di sabbia. Un pomo cade dall'albero, senza sforzo, per la

sua maturità. Questo piccolo tonfo vuol dire la rovina d'un popolo di

formiche. I boati profondi del Vesevo sterminatore non sono nemmeno

comparabili a quel lieve tonfo d'un pomo marcio che si schiaccia a

terra. Noi inabissiamo in pensiero, come ci accade talora in sogno,

quando ci abbandona a un tratto il peso.

Miei Pensieri di varia Umanità · 第 37 / 93 题