Ma ti restavano con la loro infinita bellezza la terra e il cielo. Non
ricordi, Tristano, gli occasi del tuo borgo, fiammeggianti dietro monti
lontani, e la siepe dell'_ermo colle_, e la luna pendente su esso, e
la pioggerella mattutina che picchiava alla tua villetta, e le stelle
dell'Orsa scintillanti sul giardino, e le lucciole erranti per le
siepi, e lo schiarirsi del cielo dopo la tempesta, e il suo incupirsi
dopo il crepuscolo, e il ritornare sotto la luna le ombre sparite allo
sparire del sole? Non ricordi i gorgheggi dell'usignolo nell'ozio dei
campi; e il canto del passero solitario dalla torre: il canto che erra
in disparte nella valle, mentre nel borgo è il rombare delle campane
e il crepitare dei mortaretti; e il cadenzato gracidìo delle rane
e lo stormire dei cipressi e i silenzi altissimi dei meriggi, e il
cantarellare di donna che sfaccenda nella casa serrata, e la canzone
che nella notte del dì di festa muore a poco a poco lontanando per i
sentieri, e i tocchi della campana che veniva a farti compagnia nelle
notti di veglia e di paura? Ricordi, certo. Ma ora giaci sull'erba,
neghittoso e immobile; guardi il mare, la terra e il cielo; e sorridi
d'un sorriso amaro.
Vanità anche quest'infinite bellezze.