Queste cose io ripensavo aggirandomi per i luoghi dove Giacomo Leopardi
soffrì più che non visse, e meditò che la vita è dolore. Il sole era
veramente dileguato, gli uccelli si erano taciuti, pace avevano infine
le nuvole, i monti di Macerata spiccavano appena nell'azzurro, la valle
del Potenza era bruna e silenziosa. Appena appena gli ulivi facevano
sentire qualche brivido secco, e un cipresso nereggiava sul colle dello
«Infinito». E io imaginai il Poeta, ancora giovinetto, seduto ancora
dietro la siepe: un fanciullo macilento, dal viso pallido e senile, coi
capelli neri e gli occhi azzurri. Erano i primi anni del secolo, e a
me pareva che quel fanciullo che si rifiutava di guardare così bello
e lontano accavallamento di monti, la valle e il fiume, e si faceva
riparo d'una siepe di sterpi per veder più lungi, in una lontananza
senza fine, rappresentasse la coscienza umana di quei primi anni. Un
soffio di vento che muove appena le foglie è la voce del presente,
della vita. Che è essa rispetto all'infinito silenzio? Un canto
d'artigiano che passa, ecco il suono dei popoli antichi, ecco il grido
degli avi famosi:
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Così meditava dopo il grande fragorìo della rivoluzione e dell'impero
il giovinetto smunto, dal viso senile, in questo borgo solitario. Egli
era ben disilluso degli sforzi umani per raggiungere l'inafferrabile
felicità, e non credeva nel progresso e non credeva nella scienza.
Altri, presi dal medesimo sconforto, nei medesimi tempi, si volgeva
a Dio: egli non credeva nemmeno a Dio. E tutta la vita egli rivolse
all'Ignoto interrogazioni, le quali sapeva dover restare senza
risposta.
E il fanciullo senile è ancora là, sente stormire le foglie e naufraga
nel mare dell'Infinito. O siede, in forma di pastore, su un sasso della
prateria, guardando la luna (appunto la luna falcata si mostrava su
Monte Lupone) e chiedendo:
Che vuol dir questa
Solitudine immensa? ed io che sono?
Sì: la coscienza umana chiede ancora quello che chiedeva allora.
Dobbiamo credere che ciò sia un sintomo di malattia o degenerazione? O
dobbiamo credere che sia naturale del pastore in tal modo affannarsi,
come della sua greggia il posare? Non so: certo io rammento che
qualunque sia la risposta che noi ci sentiremo dare, ella ci consiglia
il bene. Che il fare bene non è solo la conclusione ultima della
filosofia cristiana del Manzoni, ma anche di quella sconsolata del
Leopardi. Poichè questi dopo avere mostrata la vanità del tutto, a
parte a parte, della gloria, della libertà, del progresso, della vita;
ha la visione dell'umanità futura, stretta insieme e ordinata, «negli
alterni perigli e nelle angosce della guerra comune».
Il poeta del dolore conclude adunque, non troppo diversamente dal poeta
della speranza, così: noi stiamo tutti male: aiutiamoci dunque tra noi
infelici, difendiamoci, amiamoci.
Non diversa la conclusione, come non dissimili le premesse. Perchè?
Elle furono poste, ripeto, da tutti e due in quei primi anni del
secolo, durante e dopo quel tanto «affaticare» che parve non fosse
giovato a nulla. Parve al Leopardi nella sua fanciullezza, e seguitò
a parer dopo, perchè in lui la fanciullezza fu tutta la vita. E per
ciò egli è il poeta a noi più caro, e più poeta e più poetico, perchè
è il più fanciullo; sto per dire l'unico fanciullo che abbia l'Italia
nel canone della sua poesia. O mesta voce di fanciullo, ineffabilmente
mesta, quando anche si volgeva a Gesù! La dolce fede divina già
non gl'impediva, nel suo tempo felice, nel suo sabato, di credere
all'immedicabile infelicità umana; come il mancare poi di essa fede non
gli impedì di credere al grande ma unico e non solito, ahimè, nè facile
conforto: allo amore!