Non paia strano ch’io cominci il mio ragionamento col combattere il
titolo, che io stesso gli ho dato.
Le parole: _Origine della Lingua italiana_, presentano la questione nel
modo come è concepita dai più, e sono anche il titolo più comune, col
quale viene trattata. Io quindi le ho messe nel frontespizio, per non
rendermi singolare, ma insieme per aver subito occasione di dimostrare,
che esse non rispondono bene a una trattazione rigorosa della materia,
e conducono necessariamente fuori di strada chi le accetta per guida.
Infatti, è o non è lingua italiana quella usata da monsignor Giovanni
della Casa nel suo famoso _Galateo_? Sicuro, è lingua italiana; e così
bisogna chiamarla, non foss’altro, perchè non si saprebbe chiamare
diversamente.
Eppure, io trovo che la prima parola di codesto libro è un
_conciossiacosachè_, parola che di certo non fu mai usata parlando; e
trovo che il cavalier Lionardo Salviati, volendo fare il maggiore degli
elogi al medesimo libro, dice che in «cosa che appena par da credere,
l’Autore la moderna legatura delle parole, ed il moderno suono, mentre
continuo l’aveva nell’orecchie, si potette dimenticare.»[1]
Quindi, accanto a quella usata dal Casa, e da essa più o meno diversa
per vocaboli e per costrutti, c’era un’altra lingua italiana, cioè la
parlata. Di quale, dunque, di queste due lingue dovrò io raccontare
l’origine?
Della parlata, soprattutto,—mi par di sentirmi rispondere. E sta bene.
Ma, _parlata_, dove? È chiaro che la lingua parlata, a cui il Salviati
contrappone la scritta del Casa, è la fiorentina, o tutt’al più la
toscana. Ma perchè dovrei io restringermi a discorrere della sola
parlata fiorentina o toscana, se quelle di Torino, di Venezia, di
Genova, di Bologna, di Roma, di Napoli, di Palermo, e via dicendo,
hanno tutte in fondo la medesima origine? Non sarebbe questo un piantar
male la questione, di maniera che tutto il ragionamento ne rimarrebbe
poi, più o meno, viziato?
Perciò io dico che tratterò dell’_Origine degl’idiomi italiani_.
E non basta. Questi idiomi, per comune consenso oramai, son derivati
dal latino. Ma dal latino son derivati ugualmente (salvo il basco e
il neoceltico, che conservano ancora gran parte del loro antico fondo
originale, e dei quali faremo un cenno più innanzi) tutti i cento o
mille idiomi parlati in Portogallo, in Spagna, in Francia, in tutto
il sud–est del Belgio e in più parti della Svizzera e della Penisola
Balcanica. Dunque, sarò più esatto, se dico che tratterò dell’_Origine
degl’idiomi neolatini in generale, e particolarmente degl’italiani_,
giacche è quasi impossibile parlar della _specie_, senza toccare un
poco anche del _genere_.
Il seguito del mio discorso proverà, spero, che questi preliminari
erano tutt’altro che oziosi. Qui intanto basterà aggiungere, che
comunemente però, e per delle buone e anche delle cattive ragioni,
s’usa dire che le lingue neolatine, o romane, o romanze, son sei:
italiano,[2]—francese,—provenzale,[3]—spagnolo,—portoghese,—rumeno
o valacco.