XXXVII.

Come Lorenzo andasse in traccia di Niso e dovesse far capo ad Eurialo.

Leggendo la sua parte di quel dramma intimo, che i lettori conoscono

oramai per intero, Lorenzo Salvani rimase fortemente turbato.

Nell'animo suo, lo sapete, era un certo che di femmineo; però egli,

senza trascorrere a pronti ed acerbi giudizi, intendeva tutti i

dolorosi rivolgimenti, per cui, come in altrettante filiere, aveva

dovuto trascorrere, assottigliarsi, l'affetto di Lilla, giovinetta

innamorata senza ardimento, donna amante senza saldezza di propositi;

non abbastanza generosa per darsi tutta quanta; d'indole buona, ma di

consuetudini guasta; una di quelle donne, in fine, le quali son nate

per sacrificare la vita a chi le inganna, o per uccidere chi le ama

davvero; povere figlie d'Eva, sì veramente, alle quali la logica

diritta del cuore è offuscata da false sembianze di vero, non

abbastanza notate da prima, e troppo notate e troppo ingrandite di

poi.

L'orgoglio era il peccato capitale di Lilla. Dalle lettere scritte

nella sua solitaria dimora campestre ella appariva soltanto una donna

infelice; la puntigliosa morale che governa il mondo, o crede di

governarlo, poteva condannarla; ma la logica del cuore, che non sa

d'impedimenti umani, nè di patti giurati, notando nel fatto di quella

donna, non già un pervertimento di sensi, sibbene l'impulso di un amor

prepotente, l'assolveva, la rendeva degna di compianto. Senonchè

l'anima debole era trascorsa all'eccesso dei nuovi consigli; si

rifaceva al debito antico, ma rinnegando ogni senso di tenerezza

umana; s'argomentava di far sentire la schietta voce della virtù

sospettata, ed altro non parlava in lei che l'orgoglio offeso. La

superbia aveva vinto l'amore, triste istoria, solito epilogo di tanti

romanzi!

Lorenzo mise l'ultima lettera accanto alle altre nel cofanetto, lo

chiuse e di bel nuovo lo depose nel cassettone. Egli conosceva

finalmente l'arcano dei natali di Maria; ma che farne? come trarne

giovamento per lei?

Innanzi di metter mano su quel carteggio, egli aveva fatto il disegno

di raccomandare la sua sorella adottiva alle cure del generoso

Assereto. Ma dopo aver letto que' fogli che in così strana e

inaspettata maniera gli mostravano Maria figliuola d'un Montalto, e

congiunta di sangue ad Aloise, il primo consiglio più non gli parve il

migliore. Aloise, era al pari dell'Assereto uno schietto amico, un

gentiluomo, un vero uomo; per giunta si chiariva esser egli l'unico

protettore naturale, autorevole, della fanciulla; a lui dunque si

spettava la custodia dell'arcano.

Le quali cose meditate, e diremo quasi librate sulla bilancia, Lorenzo

Salvani diè di piglio alla penna, per scrivere una lettera ad Aloise

di Montalto. Ma egli aveva a mala pena incominciato, che ancora mutò

consiglio, parendogli meglio fatto di andare egli stesso a cercar

dell'amico. Molte cose si dicono agevolmente a voce, che sulla carta

richiedono eterni rigiri di frasi, e poi si teme di non averle dette

per modo che altri le intenda a puntino. Suonavano in quel mentre le

nove del mattino; certo, Aloise era in casa; lo andar da lui tornava

più agevole e più spedito dello scrivere.

Rassettandosi in fretta per andar fuori, aperse l'uscio della camera;

ma nella sala d'entrata s'imbattè in Maria che appunto veniva a

chieder di lui.

--E la vostra colazione?--diss'ella, notando come Lorenzo si fosse

avviato all'uscio.

--Non ne ho voglia, stamane;--rispose il giovine.--Del resto, non

starò fuori più di un'ora.--

Ma in quella che Lorenzo parlava, la giovinetta aveva potuto scorgere

com'egli fosse pallido in viso e turbato.

--Che avete, Lorenzo? Voi siete ammalato....

--No, buona sorella, non ho nulla; ho letto molto e ho bisogno d'aria.

Addio; tra un'ora e mezzo alla più lunga, sarò di ritorno.--

E senza aspettar altro, si volse all'uscio, lo aperse e partì. Dieci

minuti dopo, era in via Balbi e scampanellava all'uscio del marchese

di Montalto.

Ma Aloise, per dirla nello stile di Lucullo, non era dormito quella

notte in casa di Aloise, e il servo non seppe dire a Lorenzo nè dove

fosse, nè quando sarebbe ritornato; soltanto sapeva e diceva che da

due giorni il suo padrone era fuori.

Che fare? A Lorenzo venne in mente il Pietrasanta, l'amico fedele del

Montalto, come quegli che certo avrebbe saputo dirgli se fosse

possibile, e quando, di abboccarsi con lui. E difilato si mosse per

andarlo a cercare, ben sapendo ove stesse di casa. Per fortuna non

doveva andare lontano, poichè il palazzo dei Pietrasanta era sulla

piazza della Nunziata.

Giunto al portone e saputo che il marchesino non era uscito, Lorenzo

salì al secondo piano e scampanellò all'uscio di casa. Un servo in

mezza livrea venne ad aprirgli, per rispondergli asciuttamente, poi

ch'ebbe udita la sua domanda, che Sua Eccellenza era a letto, e quando

era a letto non si poteva scomodarla.

--Dategli questo;--soggiunse Lorenzo, sporgendogli un suo biglietto da

visita,--e v'accorgerete di non aver fallito a svegliarlo, od

altrimenti a disturbarlo. Io aspetterò qui.--

Il servo sì strinse nelle spalle, e lasciatolo solo nella vasta

anticamera, andò, sebbene di male gambe, a far l'imbasciata. Dopo tre

o quattro minuti, che Lorenzo spese a contemplare un Noè del

Grechetto, che entrava nell'arca con ogni generazione d'animali,

ricomparve il servitore, ma stavolta tutto inchini e sorrisi, per

dirgli:--Entri, signor avocato; il mio padrone l'aspetta.--

Percorse due o tre sale sontuosamente arredate, nelle quali se ne

stavano contegnosi e muti una dozzina di antenati d'ambo i sessi;

sulla tela, s'intende. Lorenzo Salvani fu guidato alla camera

dell'amico, più che dagli atti ossequiosi del servitore, dalla voce

medesima del Pietrasanta, il quale gridava dalla sua cuccia:

--Siate il benvenuto, amico Salvani! Venite con me a deliziarvi nello

spettacolo dell'alba!

--Dell'alba?--chiese Lorenzo, accompagnando le parole col suo placido

sorriso, in quella che entrava nella camera del Pietrasanta:--volete

dire quella de' tafani?

--Non ne conosco altre, io; sebbene pel fatto di San Nazaro, dovrei

dire il contrario. Ma un fiore non fa primavera; la mia alba,

eccola.... __Bell'alba è questa__!--

E usando di quella dimestichezza che era tra lui e Lorenzo, il

Pietrasanta si sollevò quasi in piedi sul letto, col lenzuolo

ravviluppato intorno alla persona, per dare immagine dell'alfieresco

personaggio a cui rubava il suo famoso emistichio.

--Ma lasciamo la tragedia in disparte;--proseguì l'allegro giovanotto,

ricadendo col gomito sul guanciale.--lo vi ho fatto entrar qui, perchè

non aveste ad aspettar troppo il mio scendere __dalle molli piume__.

Licenziatemi quest'altra frase, vi prego, poichè stamane sono nel

classico, e appunto quando giungevate voi stavo pensando a due

personaggi dell'Eneide.

--Oh diamine! E chi sono, costoro?

--Ve lo dico subito. Ma, prima di tutto, sedetevi. Guardate, là,

presso a voi, c'è un mazzo di spagnolette. I fiammiferi sono qui, sul

tavolino. Io fumo come il Vesuvio, reggia di Vulcano, o come l'Etna,

quando Encelado si fa lecito di respirare.

--Ma davvero siete classico, stamane!--disse Lorenzo, mentre, per

contentare l'ospite amico, accendeva una spagnoletta.

--A proposito di fumo, Teodoro!--proseguì il Pietrasanta, chiamando il

servitore, che fu sollecito a comparir sulla soglia.--Apri quella

finestra, ma lascia chiusa la persiana, «perchè la brezza mattutina un

varco--trovi, e il raggio del dì non ci percuota.--Vanne!» Ed eccovi

ora, in disadorna prosa, a che stavo pensando, mio caro Salvani,

innanzi che veniste voi. Pensavo a que' due amici inseparabili che

Virgilio ha dipinti, Niso ed Eurialo. Ho tradotto dieci anni or sono

quell'episodio sulle panche di retorica, e m'è rimasto impresso. Che

bella cosa! dicevo tra me; che bella cosa, era l'amicizia ne' tempi

andati! Niso ed Eurialo nel Lazio, Damone e Pizia a Siracusa, Oreste e

Pilade in Grecia, Castore e Polluce in cielo.... Mitologia, tempi

eroici, bellissime cose! Ma di presente tutto è mutato!--

Lorenzo Salvani sorrideva sempre. Il sorriso era stampato, Siam per

dire, sulle sue labbra, a dissimulare l'interno affanno, come

dissimula il volto una maschera di carnevale.

--Ma che vuol dire tutto questo sfoggio di erudizione?--dimandò egli.

--Vuol dire che a' tempi nostri non ci sono più amici. Non mi dite di

no; non parlo per voi, Salvani, che vedo così di rado, e non ne so

veramente il perchè; parlo pel signor Aloise di Montalto, giovine

biondo e infido, Niso che s'infischia d'Eurialo, Damone che manda

Pizia a quel paese, Oreste che.... Non ridete Salvani! Sono venti

giorni, senza mettere in conto questo, incominciato appena, che Aloise

non viene da me, e quando io vado da lui, non lo trovo in casa.

--Diamine! E così, sono venti giorni che non lo vedete?

--Oh, non dico già questo. Qualche volta lo vedo, ma è una fortuna che

io debbo guadagnarmela con gravi stenti, con lunghi pellegrinaggi,

come a' tempi delle crociate.

--Ah, capisco,--disse Lorenzo;--c'è qualche donna di mezzo.

--Sicuro, una donna. Oh le donne, le donne! __Gens inimica mihi

tyrrhenum navigat aequor__!--gridò il Pietrasanta, con più enfasi di

Giunone nel suo abboccamento con Eolo.--Ma scusatemi, Salvani; per

raccontarvi i miei mali, dimentico che siete probabilmente venuto per

parlarmi d'altro.

--No, appunto venivo da Eurialo perchè non avevo trovato Niso in casa.

--Ah, vedete? Ci ho gusto che vi sia toccato quello che tocca a me. Ma

ditemi, può fare Eurialo quello che avrebbe fatto Niso, e con tanto

piacere, per voi? Son tutto vostro, Salvani.

--Grazie;--rispose Lorenzo.--Desideravo parlargli; ma poichè non lo

trovo, gli scriverò una lettera, e voi vi darete la briga....

--Di fargliela avere?--interruppe il Pietrasanta.--Sicuramente. Se

oggi non viene, domani lo scoverò io.--

Un moto delle labbra di Lorenzo dimostrò ad Enrico Pietrasanta che non

bastava ancora.

--Si tratta di cosa grave?--dimandò egli, mettendo la sua gaiezza

mattutina in disparte.

--Gravissima; almeno per me.

--Diamine! e perchè non dirmelo subito? Ed io che stavo a

ciaramellare, a ridere.... Scusatemi, Lorenzo!...

--Vi pare?--interruppe Salvani, stringendo affettuosamente la mano che

gli stendeva l'amico.--Voi siete un'anima nobile, Pietrasanta.

Rendetemi un servizio e dimostratemi, contro la vostra opinione di

quest'oggi, che l'amicizia non è un nome vano. Aloise ha da avere,

oggi medesimo, una mia lettera, e da venire, da correre a Genova,

appena l'avrà letta.--

Enrico stette un tratto sovra pensieri, come se misurasse in cuor suo

tutte le probabilità del negozio; quindi rispose con breviloquenza

cesarea:

--L'avrà, la leggerà, verrà. Teodoro!... Ehi, dico, Teodoro!...

--Eccellenza!--esclamò il servitore, ritornando come un automa in

sull'uscio.

--Fa attaccare il mio __brougham__.... no, anzi il mio __landau__, per

le undici in punto.

--Eccellenza, le undici son già suonate.

--Non importa; fa attaccare prima che ribattano.

--Corro subito.

--Avete già scritta la lettera?--chiese Enrico a Lorenzo.

--No, ma se permettete....

--Teodoro!

--Eccellenza!

--Condurrai il signor Salvani nel mio studio. Là troverete ogni

cosa,--soggiunse il Pietrasanta, volgendosi a Lorenzo;--io intanto

salto giù e mi vesto in.... fretta. E bada tu, Teodoro, quando il

signor Salvani avesse a venire altre volte, fallo entrare, e subito, a

qualunque ora, come l'altro mio amico Aloise.

--Non ne dubiti. Eccellenza; ora che lo so....--Lorenzo sorrise

mestamente, come volesse dire: sarà inutile, oramai! E seguì Teodoro

che lo condusse nello studio, elegantissimo stanzino dove il

Pietrasanta non istava di certo lunghe ore assorto, sebbene ci avesse

una piccola libreria e due trionfi di pipe turche colle canne di

gelsomino.

Rimasto solo là dentro, Lorenzo andò alla scrivania. Sullo scannello

stavano preparati a ricevere il battesimo dell'inchiostro due o tre

quinterni di finissima carta a filone, che portava la lettera E,

sormontata da una corona marchionale, stampata d'inchiostro azzurro,

sul margine dei fogli. Il primo di questi, su cui caddero gli occhi di

Lorenzo, oltre quel segno stampato, recava un cominciamento di

epistola, e la frase vocativa: «__Ma bien-aimée__» dinotava due cose:

che Enrico Pietrasanta teneva carteggio colle donne (__gens inimica

sibi__), e che non usava sempre finir le sue lettere.

--Egli è felice!--esclamò Lorenzo, leggendo involontariamente quelle

due paroline. Indi, messo da banda quel foglio, incominciò a scrivere

la sua lettera ad Aloise. Ma era un lavoro difficile. Scrisse,

cancellò, riscrisse, e finalmente, dopo avere inchiostrati tre fogli,

che andarono a pezzi nel cestino, gli venne fatto di metter insieme

questi paragrafi:

«_Amico_,

«Forza di eventi che tornerebbe inutile ora di starvi a chiarire, mi

costringe a lasciar sola, senza aiuto, senza consiglio, la mia buona e

santa sorella adottiva. Io la confido alle cure di Giorgio Assereto e

alle vostre, ma più assai alle vostre, per quelle ragioni che

intenderete agevolmente, quando avrete letto un antico carteggio che

sta chiuso in una cassettina d'ebano, segreto di famiglia che ho

dovuto leggere anch'io, questa mattina medesima. Mostrate questa

lettera a Maria di Montalto (ella può portare questo nome, se non

forse al cospetto del mondo, certo agli occhi di un gentiluomo come

suo cugino Aloise) ed ella vi dirà dove si trovi la cassettina.

«Voi e il mio vecchio compagno Assereto sarete per quella infelice due

fratelli, in cambio di uno che ella perderà; sarete l'anima di Lorenzo

Salvani in due; il suo consiglio di famiglia, a gran pezza migliore

d'ogni altro che potrebbe darle la legge; perchè a voi non occorrono

articoli di codice, e l'amicizia, l'onore, sono i più sicuri canoni di

giurisprudenza del mondo.

«Addio, Aloise, mio avversario di un'ora, e mio amico di tutta la

vita; e se non avessimo a vederci più, dite alla gentile Maria che mi

perdoni questa diserzione della custodia che m'aveva affidato mio

padre; ed ella, e voi, e l'Assereto, amate un pochino la memoria del

vostro, infelice ma non immemore,

«LORENZO SALVANI.»

Ciò scritto, rasciugò due lagrime che erano venute fuori ad

offuscargli la vista; chiuse il foglio nella sopraccarta, e vi scrisse

sopra:

«_Al marchese Aloise di Montalto. Sue mani._»

In quel mentre, capitava sull'uscio dello studio il Pietrasanta, già

vestito a mezzo, anzi per due terzi, poichè aveva già fatto il nodo

della cravatta, opera capitale nella acconciatura d'uno zerbinotto par

suo.

--Così presto?--chiese Lorenzo.

--O che, credete ch'io non sappia fare alla svelta, quando occorre?

Son venuto in maniche di camicia, temendo che aveste già finito da un

pezzo e vi annoiaste ad attendermi.

--No; appunto ora ho finito di scrivere.

--Tanto meglio. Venite dunque; metto la corazza, il sorcotto, e il

cimiero, e sono ai vostri comandi.--

La corazza era il panciotto, come i lettori avranno già indovinato; il

sorcotto era una attillata giacca di velluto; il cimiero un cappellino

di paglia, fasciato d'una larga fettuccia nera, i cui capi pendevano

svolazzanti fuor della tesa, ma non tanto da nascondere la

discriminatura delle chiome, che scendeva diritta e sottile fino al

basso della nuca.

Come si fu vestito di tutto punto, prese dalle mani del servitore la

sua mazzetta di giunco indiano, col pomo d'argento, e il fazzoletto

imbevuto d'acque odorose; quindi dalle mani dell'amico la lettera, che

ripose accuratamente nel portafoglio, ed ambedue uscirono sulle scale.

Giù nel portico era già la carrozza ad attendere, col suo cocchiere

gallonato a cassetta, collo staffiere allo smontatoio, e una coppia di

cavalli rovani che scalpitavano, aspettando il segnale del loro

automedonte.

--A rivederci, dunque, se non venite anche voi per un tratto di strada

con me.

--No, debbo scendere verso Banchi; a rivederci, e grazie!

--Che! che! faccio un po' di moto. A stasera, Salvani.

--Stasera!--ripetè macchinalmente Lorenzo. E fatto un ultimo saluto

all'amico, se ne andò pedestre verso una delle strade inferiori della

città.

--Eccellenza, dove si va?--chiese lo staffiere che era salito a

cassetta, daccanto al cocchiere.

--Veh che bestia! Io, s'intende, non tu! A Quinto, villa Vivaldi; e di

buon trotto!--

I rossi e i neri, vol. 1 · 第 43 / 54 题