Della relazione che c'era tra le opere di Sant'Agostino e la "Società
del Parafulmine".
Egli fu nell'anno di grazia 1834, che ebbe principio in Genova la
__Società del Parafulmine__, fiorentissima società anonima, la quale,
sebbene non avesse avuta la sanzione del governo, tirava innanzi senza
paura, come il cavaliere Baiardo, ma non già senza macchia.
Che cos'era questa società, e a che razza di negozi s'applicava? Non
era una società politica, quantunque fosse segreta; coloro che ci
avevano mano non congiuravano contro alcuno dei poteri costituiti, e
il signor Governatore non li teneva d'occhio. Non era una società di
buontemponi, quantunque tutti amassero mangiar bene e ber meglio, e
convenissero di sovente a geniale convito. Che diamine di società era
dunque cotesta del Parafulmine? Una brutta società, veramente; diciamo
anzi bruttissima.
Ecco in che modo essa ebbe principio, e nome, e tutto quello che
bisogna per la fondazione di una società.
Una notte di carnevale, una brigata di giovanotti, usciti dalla veglia
delle maschere, s'erano radunati a cena in una sala remota di una
delle migliori trattorie che ci fossero allora tra porta Pila e porta
San Tommaso. Scorreva il Bordò e lo Sciampagna, perchè i giovanotti
erano ricchi e potevano spendere; ma non scorreva neppure un filo di
vera gaiezza, perchè quei dodici (chè tanti erano colà convenuti) non
avevano nessuna avventura galante da raccontare, ed erano, qual più,
qual meno, tutti adirati colle signore donne, che non s'erano punto
curate dei fatti loro.
La qual cosa si chiariva dai loro discorsi; i quali avrebbero potuto
essere raccolti e messi alle stampe come il più fiero trattato contro
il bel sesso. Ma se non furono stampati i discorsi, altra cosa ne
venne fuori, e di molto rilievo, che siamo per raccontare.
I ragionamenti del nuovo cenacolo volgevano su questo punto: le donne
esser più facili ad amare gli scemi che non gli uomini di vaglia;
concetto adulatorio che rispondeva alla vanità offesa dei dodici
commensali, e sul quale ognuno di loro si faceva a ricamare ogni sorta
di ghirigori, secondo i consigli della propria esperienza.
Costoro certamente sragionavano; chè pur troppo le signore donne son
condotte ad amar uomini d'ogni risma, e fortuna vuole che più
facilmente abbiano a dolersi poi degli uomini di vaglia anzi che degli
scemi. Gli uni e gli altri arrecano disinganni; ma gli ultimi hanno
questo di meno cattivo, che non lasciano eredità di rimpianti.
Un tale, per cavar qualche costrutto dalla discussione, aveva proposto
che si dovesse trovare uno spediente per domare quelle creature
ribelli. Costui era stato più sventurato di tutti, poichè giungeva
sempre tardi all'assedio, quando altri aveva già condotte le parallele
fino agli spaldi della rocca.
--Lo spediente!--gli risposero.--Si fa presto a dirlo; ma come
trovarlo, che giovi a tutti i casi? La tattica è una sola, ma pur
troppo bisogna temperarla, rimutarla, secondo le forze e gli
accorgimenti del nemico.--
Queste considerazioni erano giustissime, e la discussione risicava di
non approdare a nulla, se non era uno dei colleghi, il quale aveva
parlato poco fino a quel punto, e che, percuotendosi la fronte colla
palma della mano, si alzò e disse con piglio d'oratore inspirato:
--Signori, ho un'idea, la quale provvede a tutti i casi, e non ha
mestieri di mutarsi mai. Quelle armi, di cui patiamo difetto, le
avremo; saremo potenti, e le ribelli ci cascheranno ai piedi,
implorando misericordia.
--Ottimamente! Le armi! Mostraci le armi!--gridarono, quasi ad una
voce, undici curiosi.
--Anzitutto, signori, mettiamo le fondamenta; cominciamo dal
principio. Siamo tutti giovani, agiati, non brutti, nè stolidi; e
tuttavia abbiamo tutti cagione di lagnarci del bel sesso. Perchè? Qui
bisogna cercar le ragioni del male. Io, con vostra licenza, le trovo
nella educazione troppo gretta e difettosa delle donne. A Genova, lo
sapete, trionfano ancora il provinciale cugino, il cavaliere servente,
__il patito__; animali pazienti che non si scuorano dei dinieghi, che
mandano giù i sarcasmi e i rimbrotti, che aspettano le occasioni, e
approfittano dei momenti di noia, dei dissapori domestici, di ogni
cosa che li aiuti a inoltrarsi d'un passo. A costoro non paiono gli
anni più lunghi che a noi le settimane; la loro servitù diventa come
un'appendice del matrimonio, e riesce del pari beatamente noiosa, o
noiosamente beata, come vi torna meglio. Nè vuolsi dimenticare che la
più parte delle donne sono oche....
--Oh diamine!
--Sì, che c'è da ridere? Belle, bianche, fatte a pennello, ma oche.
Però queste lungaggini non le disamorano; tutto ciò che diventa
consuetudine di anni non le turba, non le spaventa. E di questa guisa,
senza sale nè pepe, in un guazzetto d'olio, si condisce e galleggia la
più insipida delle passioni.
--È vero! è vero!--gridarono gli ascoltatori, battendo delle mani.--Ma
come vincere queste oche? Come entrare in Campidoglio?
--Attenti!--proseguì l'oratore.--L'esordio e l'esposizione sono
finiti; ora vengo al buono. Avete voi mai pensato, o signori,
all'utile che si può cavare dai segreti del prossimo?--
A questa improvvisa dimanda, gli undici rimasero silenziosi e turbati.
Dopo una breve pausa, uno di loro che era il più giovine, si provò a
dire che l'approfittarsi de' segreti altrui non era la più bella cosa
del mondo.
--Verissimo,--ripigliò l'oratore, senza turbarsi punto,--ma
intendiamoci bene, o signori; qui si tratta di segreti donneschi.
--Oh, la cosa cangia d'aspetto!--
E in questa sentenza del giovine convennero tutti gli altri. Si
trattava di segreti donneschi, cose da nulla, come vede, graziosi
peccati, e non c'era più nessun male a scrutarli; la moralità era
largamente custodita. Però tutti quanti respirarono, come uomini che
si fossero levati un peso dallo stomaco, e non badarono più ad altro
fuorchè allo svolgimento della nuova teorica.
--__In primis et ante omnia__,--disse l'oratore,--e considerando che
qui non si tratta di politica nè d'altri importanti negozi, voi
potrete ammettere con me che il fine giustifica i mezzi.
--Lo ammettiamo....
--E poi, è certo ugualmente che non si vuol far male a nessuno. Noi
non miriamo ad altro che a domare le creature ribelli, a diventar
terribili, e metter fuori di sella gli scemi.
--Sì certo! Ma come?
--Aspettate; ho appena cominciato. Ognuno di voi saprà che il
conoscere il segreto di taluno vi rende in certo qual modo padrone di
lui.
--Sì,--gridarono tutti,--è cosa nota.
--Adagio, signori! La massima è vera, ma non riesce sempre sicura
nella pratica. Molte volte, anzi il più delle volte, questa padronanza
non è intiera, epperò non torna efficace. Perchè? Ve lo dirò io.
Perchè di questo tale non conoscete interamente il segreto. Vi pare di
averlo colto, e non ne scorgete che un lato. Il segreto, o signori, è
come un poliedro, figura geometrica, che offre molti lati allo
sguardo, e ogni riguardante ne vede uno, o due, o tre, ma non tutti
veramente se non andandogli in giro; la qual cosa non tutti possono, o
non credono utile di fare. Ora questa utilità nel caso nostro è
provata, e per evitare il pericolo del non potere, bisogna che ciò che
molti vedono e sanno dei segreti di una tale, sia messo in comune. Uno
per tutti e tutti per uno, è l'impresa del progresso in ogni cosa. Se
ognuno di noi avesse a farsi le sue camicie, i suoi stivali, i suoi
vestiti, e anzitutto farsi la tela per le camicie sullodate, conciar
la pelle per gli stivali, tessere il panno pei vestiti, e via di
questo passo fino alle prime preparazioni della materia, io penso che
andremmo tutti nudi come all'uscita del paradiso terrestre. Uniamoci,
o signori; facciamo un potente sodalizio a nostro vantaggio
particolare.--
Gli ascoltatori tutti erano rimasti ammirati per tanta saviezza
dell'oratore, e in cuor loro già lo avevano nominato presidente della
nuova società, di cui metteva così profondamente le basi.
--Avete dunque capito;--proseguì egli, pigliando ansa a ragionare
della impressione che il suo discorso faceva,--qui bisogna lavorar
tutti per modo che i segreti delle belle, delle loro famiglie, dei
loro aderenti, siano studiati, vagliati, e notati sul libro mastro
della società, e ogni giorno la mèsse delle nostre scoperte si
accresca, formando come un vasto granaio pei tempi di carestia.
--La pensata è buona,--interruppe uno degli undici,--ma vedo molto
difficile il mandarla ad effetto. Per giungere a quello che tu dici,
in una sola città, ci vorrebbero centinaia di compari, e allora dove
n'andrebbero gli utili, divisi e suddivisi tra mille?
--Tu hai bevuto troppo, e non capisci nulla!--disse a lui di rimando
l'oratore.--Qui bastiamo in dodici, e uno di più guasterebbe il
negozio. Ognuno di noi conosce un lato dei segreti di cento e più
donne. Vi par troppo? Pensateci un tratto; ricordatevi; frugate nei
ripostigli della vostra memoria! Talvolta, in un crocchio di amici,
non avete udito dire chi fosse l'amante della tale, e della tal altra?
Un piccolo scandalo avvenuto, e commentato per cinque o sei giorni
dall'universale, non vi ha egli messo sulla traccia di molte cosette
ignorate? O non avete, passeggiando per una via fuori mano, veduto una
coppia d'innamorati? A teatro, mentre il tenore stuonava una
dichiarazione d'amore, non avete colto uno sguardo tra un palchetto e
un punto della platea? Di questi fatterelli ognuno di noi ha
certamente udito e veduto le migliaia. Ma pur troppo il difetto di
unità nelle osservazioni, la sbadataggine, la noncuranza per una cosa
che direttamente non ci risguarda, fanno sì che tanti preziosi
aneddoti, tante ghiotte considerazioni non approdano a nulla, poi si
dimenticano, e quando verrebbero a taglio non si sa più cavarne un
costrutto.
--È vero! verissimo!--gridarono gli altri in coro.--Tu parli come un
savio della Grecia.
--Grazie tante! Ma andiamo innanzi. Pensate un poco voi altri, di
quanta efficacia sarebbe il mettere tutto questo contingente di
appunti quotidiani a pro' del nostro consorzio, e scriverlo sul gran
libro per ordine alfabetico. Non passa un anno, e la storia di una
bella signora si trova là dentro, scritta da cima a fondo, come se ci
avesse posto mano Plutarco. E adesso veniamo all'utilità del negozio.
Uno dei colleghi è innamorato della tale; s'è posto a corteggiarla, e
non sa come venirne a capo; risica, per poca conoscenza del suo umore,
di fallire la strada, di pigliar la più lunga, o di pigliarne una che
lo conduca in un ronco. Che fa egli, essendo dei nostri? Apre il libro
mastro a quella tal lettera dell'alfabeto; legge e rilegge il capitolo
che narra la vita e i miracoli della dama; vede che cosa ella abbia
fatto in suo vivente; quali affetti l'abbiano consolata o desolata;
quali argomenti di tristezza ella abbia avuti, o abbia tuttavia in
casa; in quali aneddoti, in quali storielle sia stata protagonista; di
quali persone si fidi, e di quali no; che piccoli fatti ci siano che
ella crede ignoti al mondo, e che la vigilanza assidua di taluno ha
scoperti e la malevolenza propalati. Vestito, anzi catafratto di
questa armatura, il Don Giovanni scende in campo, combatte e vince,
poichè conosce il lato debole della sua bella nemica.--
Un applauso universale soverchiò le ultime parole del discorso, e un
brindisi proposto al valente oratore fu accolto da tutti con una
sollecitudine degna di miglior causa.
--Bello! sublime!--gridavano.--È un profondo concetto, e merita che ti
s'innalzi un monumento.
--Ha da essere più duraturo del bronzo;--gridò il più giovine, quel
degli scrupoli,--Orazio lo insegna. Il monumento degno dell'amico sarà
dunque nel mandar prontamente ad effetto la sua buona pensata.
Cominciamo subito dal poco, e andremo facilmente al molto. Il
presidente lo abbiamo; io mi profferisco come segretario per la
compilazione delle note, e domani potremo tenere una prima seduta.
--Dove?
--In casa mia. Per domani dunque, e ognuno prepari la sua parte di
note.
--Sì, sì,--gridarono tutti,--per domani!--
Era un ignobile spettacolo, in verità! Quei giovanotti avevano sulle
prime arrossito un tantino al pensiero di cavar profitto dai segreti
del prossimo; ma udito poscia che si trattava soltanto di donne, la
loro coscienza non aveva più sentito un rimorso. E tutti avevano
madre, sorelle, ed un sacrario di affetti domestici, gelosamente
custoditi!
Ma così allora si educavano i giovani spensierati. In tal guisa
cresceva una generazione di malveggenti, i quali, come in gioventù si
disponevano a commettere bricconate amorose, si preparavano per l'età
matura a commetterne in ogni ragione di cose, e sempre in apparenza di
galantuomini.
La società, come è agevole argomentare, fu fatta, e s'intitolò del
__parafulmine__, per guardarsi dai tradimenti, o dalle malizie
femminili. Poverini! Erano essi che si guardavano.
Nel giro di pochi mesi, il libro della società del Parafulmine divenne
doppiamente nero, e certo il più nero non fu l'inchiostro col quale
erano scritte tutte quelle prelibate notizie. I dodici compilatori
cavavano profitto da ogni cosa; scandali grossi e piccoli, segreti
gelosi, induzioni, raffronti, tutto andava a rimpinzare la loro
raccolta.
E venne giorno che, maravigliati dell'opera loro, se ne accesero a tal
segno da lavorare pel solo piacere di lavorare, la qual cosa nel campo
letterario fu significata col famoso precetto: __l'arte per l'arte__.
L'incentivo era grande; perchè infatti lo scandalo risponde assai bene
ai gusti dell'uomo, e tale che si addormenta se vi fate a svolgere un
teorema filosofico, sta poi ad udirvi con tanto d'orecchi se gli
narrate del più veniale tra tutti i peccati di una graziosa donnina.
Ora i soci del Parafulmine mettevano in quel loro negozio tutte le
forze dell'ingegno, facendo a chi recasse maggior copia di note. Non
c'era storia che rimanesse dimezzata o manchevole, poichè non usavano
porsi attorno ad una donna, senza piluccarne ogni minuzia, e in breve
ora gli appunti dell'uno confortavano e supplivano nelle lacune gli
appunti dell'altro.
Intanto, cosa che parrà strana, non ci fu alcuno di loro che violasse
il segreto della combriccola. I messeri del Parafulmine erano
vincolati della comunanza della vergogna, in quella istessa guisa che
i galeotti sono appaiati dalla catena. Ma per essi, in famiglia, non
c'era vergogna; e ci fosse anco stata, l'utile che ne derivava ad
ognuno l'avrebbe fatta tacere. Perchè infatti, come già i lettori
avranno argomentato, le note biografiche della società non si tenevano
più nei ristretti confini delle avventure galanti. Le indagini
erotiche avevano posto i nostri cacciatori sulle tracce di miglior
selvaggina, e v'ebbero uffizi parecchi ed onori che ripetevano la loro
origine da quelle note acconciamente sfruttate.
Nel 1844, cioè dieci anni dopo l'instituzione della confraternita, i
socii s'erano ridotti a cinque. Qualcheduno, ammogliato, aveva preso
un nuovo indirizzo; qualchedun altro era andato in America; due erano
morti. Ma intanto il libro era cresciuto a dismisura per notizie
d'ogni fatta, nelle quali tutta la società più o meno elegante era
passata in rassegna; sicchè poteva dirsi una vera enciclopedia dei
sette peccati capitali, ad uso dei compilatori superstiti.
Ma ohimè, ogni bel giuoco dura poco; e anche la società del
Parafulmine doveva morire. Egli avvenne che il segretario della
confraternita ammalò gravemente, e bisognò mandare pel medico, il
quale a sua volta mandò pel confessore. Il più saldo sostegno del
Parafulmine non istette saldo egualmente contro la morte, e il
pensiero della vita eterna lo assalse, lo soverchiò, con tutte le sue
immagini paurose. La confessione fu ampia, e grande il pentimento; ma
l'assoluzione costò salata, perchè il confessore, saputo del libro,
orribile fattura di dodici scapestrati, volle fosse dato alle fiamme
innanzi che l'infermo ricevesse il conforto della manna celeste.
Ma come fare per darlo alle fiamme? Il buon confessore si tolse egli
quel grave incarico, ed anzitutto portò via i dodici volumi, i quali
(così egli diceva) davano odore di zolfo.
E tuttavia quel cattivo odore non tolse che il reverendo personaggio
rimanesse grandemente ammirato per la novità e il pregio dell'opera.
Egli era un uomo di senno, il confessore, e si chiamava padre
Bonaventura Gallegos, __de Societate Jesu__.
Da quel giorno ne passarono quaranta; e il buon padre Bonaventura non
uscì quasi mai dalla sua camera, dove aveva riposto il suo bottino,
senza darsi pensiero dell'odore di zolfo, che avrebbe potuto mettere
in sospetto i suoi santi colleghi. Egli forse aveva pensato che
bastasse non dirne parola ad alcuno, tenendo il libro sotto chiave,
quando per qualche negozio fosse costretto ad uscire. In quanto alle
lunghe ore che passava nel silenzio e nella solitudine, c'era una
buona ragione da chiuder la bocca ai curiosi. Il padre Bonaventura
meditava un commento alle opere di Sant'Agostino; perciò non doveva
sapere di strano ch'egli rimanesse volentieri nella sua camera,
assorto nello studio dell'autore suo prediletto.
E per studiare con maggior profitto, mandò le __Opera omnia__ del
vescovo d'Ippona al legatore, perchè le rilegasse a nuovo,
inframmettendovi i fogli di carta bianca consacrati alle sue dotte
annotazioni teologiche; le quali in buona sostanza non erano altro che
gli appunti biografici della società del Parafulmine. Sant'Agostino fu
per tal guisa rilegato in ventiquattro tomi, che parevano fatti a
bella posta per dare alloggio alle ventiquattro lettere dell'alfabeto;
e l'arguto lettore intenderà il rimanente; come, ad esempio, l'erede
universale del Parafulmine, da quel savio uomo ch'egli era, facesse
fruttare e crescere il patrimonio ad interessi composti. Da dodici
anni scriveva, scriveva sempre, conducendo a perfezione il suo
commento; sicchè, giunto al 1857, cominciava a pensare che la carta
bianca gli sarebbe indi a non molto mancata. Però gli era venuto in
mente di lasciare Sant'Agostino, per commentare gli scritti di
Tertulliano, già acconciamente interfogliati in anticipazione.
È noto adunque che cosa scrivesse il padre Bonaventura, a che studi
profondi si desse, in cambio di andarsene a dormire, dopo la partenza
del marchese Antoniotto. Egli aveva squadernato sullo scrittoio il
volume decimonono di Sant'Agostino, o, se più vi garba, la lettera T
della sua preziosa enciclopedia, e stava facendo qualche giunterella
alla biografia dei Torre Vivaldi.
Là entro potevate leggere vita e miracoli del marchese Antoniotto,
della madre di lui, del padre e d'altri aderenti alla famiglia. Veniva
quindi la storia della bella Ginevra dagli occhi verdi, a gran pezza
più lunga di quella del marito. E non era già perchè ci fosse molto a
dire della bella marchesa, ma perchè, rispetto alle donne, il padre
Bonaventura diventava più facilmente prolisso. Degli uomini notava i
fatti, stringendoli in brevi parole; delle donne poi o, per dir
meglio, di certe donne, notava le opere, i pensieri e perfino le
ommissioni. Egli a ragione pensava, la vita delle donne essere una
trama così sottile e delicata di nonnulla, da non doversi dimenticare
la più piccola cosa. Se la bilancia degli imponderabili non fosse
stata trovata dai fisici, certo il padre Bonaventura l'avrebbe
scoperta egli, per adoperarla in quelle biografie femminili.
Ora, se il tempo non stringesse, e le fila del dramma, fatte più
numerose, non ci persuadessero della necessità di badare anzitutto a
raccoglierle, vorremmo esporre ai lettori ciò che ha spigolato il
padre Bonaventura intorno alla vita ed ai più riposti pensieri della
bella Ginevra. La quale, a dir vero, quantunque sia tra le più
spiccate figure del quadro, non ci ha ancora lasciato scorgere una
parte del suo cuore, rimanendo per tutti enigmatica come la sfinge
egiziana.
Ma questo si rechino in pace i lettori, condonando la passeggera
molestia alle ineluttabili necessità del racconto. Una cosa già sanno;
che l'entrata di Aloise dai Torre Vivaldi era un accorgimento del
padre Bonaventura. Un'altra ne diremo loro: che il gesuita, aperto il
volume decimonono delle Opere di Sant'Agostino, si pose diligentemente
a notarvi il ricevimento del giovine, come gli era stato narrato dal
marchese Antoniotto, aspettando che una lettera di Ginevra, alla
viscontessa della Roche-Huart di Parigi, venisse a chiarirgli tutti i
minuti particolari del felicissimo evento, ingrossando così la
biografia dei Torre Vivaldi. Molt'altre ce n'erano già, debitamente
trascritte, che la bella Ginevra andava scrivendo da sei anni alla sua
amica di collegio, e che una mano misteriosa andava a sua volta
ricopiando e rimandando a Genova, in quel medesimo palazzo dond'erano
uscite.
Ginevra adunque, quell'anima chiusa, commetteva i suoi pensieri alla
carta traditora? Sì veramente, questo era il punto debole di una
armatura per tanti rispetti fortissima. Fin dai primi giorni del suo
matrimonio, la bella vittima delle consuetudini aristocratiche e delle
arti gesuitiche collegate, aveva per costume di svelare, di raccontar
sè medesima alla compagna d'infanzia. Il cuore della gentildonna,
stretto dalle leggi della fredda cerimonia, gelato dalle catene, a
gran pezza più fredde, del talamo, si schiudeva alle ricordanze
dell'amicizia lontana, prolungava nella vita adulta le libere e dolci
confessioni della spensierata adolescenza. Ed erano lettere minuziose,
delibazioni d'ogni cosa udita o veduta, scavazioni d'ogni più lieve
affetto sentito, giudizi intorno alle costumanze della civil
compagnia, donne ed uomini passati in rassegna; infine che vi diremo?
debolezze umane considerate dall'alto, e considerate da un angelo; ma
da un angelo il quale non si peritava di rasentarle col sommo delle
piume e intingervisi un pochettino. Poichè, se la donna è un angelo, e
tuttavia rimane in terra, bisogna dire che sia un angelo a cui qualche
peccatuzzo faccia tarde le ali e impedisca il ritorno a casa.
E adesso, per farvela breve, lettori umanissimi, vi diremo che in quel
carteggio della bella Ginevra si leggeva un nome, che, per essere
quello di un uomo non mai avvicinatosi a lei, appariva troppo spesso
ripetuto; il nome di Aloise Montalto.
Come ci fosse scritto, e perchè, sarà detto più oltre.