VIII.

Dove si legge vita e miracoli della signora che aveva scritto la

lettera.

La contessa Matilde Cisneri, che ora è in Francia, abitava nel tempo

di questa narrazione una palazzina di là dall'Acquasola. Oggi la

cerchereste invano, questa palazzina, perchè ha da essere caduta nel

taglio di una tra le nuove strade aperte verso la montagna, se pure

non è rimasta sopraffatta tra due file di casamenti nuovi, che bene

non ci ricorda.

Era una donna celebre, la contessa Matilde; una delle dieci o dodici

apostolesse della moda, le quali si contendono, o si spartiscono il

dominio dei cuori; regine elette per suffragio universale, ma che

ripetono tuttavia il loro diritto divino dalla bellezza e dal censo;

le quali, se vanno a spasso, ci hanno il corteggio di parecchi

cavalieri, e in teatro vedono aprire e chiudere di continuo l'uscio

dei loro palchetti, per la ressa dei visitatori; talune buone e

talaltre cattive secondo la loro natura e quella di chi le attornia;

donne che tutti saettano dei loro sguardi e assediano dei loro

sospiri; delle quali ognuno vi racconta la vita, o si argomenta di

raccontarvela, perchè essendo esse più in mostra di tante altre, ogni

loro parola, ogni gesto, sono interpetrati per diritto e per rovescio,

epperò ad un terzo di vero si appiccicano molto agevolmente due terzi

di falso.

La contessa di cui parliamo, nata col titolo, avrebbe dovuto perderlo

andando sposa ad un ricco intraprenditore di opere pubbliche; ma

questi era morto, lasciando lei erede usufruttuaria. Non aveva

carrozza; ma a Genova la mancanza di una carrozza non è poi molto

grave. Per contro aveva un palchetto in prima fila al teatro Carlo

Felice, e ci andava con una sua vecchia amica, la quale, non sapendo

staccarsi dal mondo e dalle sue vanità, si appuntellava alla rinomata

bellezza di una giovine, per non uscirne del tutto, avendo poi l'aria

di tenere la vedovella in quasi materna custodia. Da qualche tempo la

contessa era infastidita dei suoi adoratori consueti. A Genova, come

in ogni altra città, v'è uno stuolo vagabondo di questi personaggi, i

quali fanno in una sola sera, e nel tempo di una sola rappresentazione

di teatro, più giri che uno sciame di pecchie. Altri direbbe

calabroni, ma noi ci atteniamo alla immagine più graziosa. Ora alla

contessa Matilde questo farfalleggiare non andava molto a genio, nè

più le garbava quello scambiare di futilissimi discorsi, o il dover

nutrire la conversazione di ciò che faceva l'Erminia, l'Amalia, la

Fanny, od altra delle dive, semidive e ninfe della giornata.

D'altra parte (e forse qui era da trovarsi la vera ragione) da qualche

tempo ella non risplendeva più nel «ligustico cielo» come una stella

di prima grandezza. Al suo entrare in teatro, ella non vedeva più,

come prima, voltarsi le teste di tutti gli Adoni, con quel piglio di

curiosa attenzione che sembra dimandarne altrettanta. Gli astronomi

del teatro guardavano qualche regina di più fresca consecrazione, o

qualche sposina, o qualche bella fuggitiva d'altra città, regina

forestiera, venuta a rivaleggiare di pompa e di leggiadria con le

padrone del campo.

Ella insomma non era più nel novero delle prime, sebbene il suo

specchio non avesse punto smesso dal dirle, e con ragione, che la

bellezza le fioriva sempre le guance. Vanità delle cose umane! Neppur

la bellezza bastava a combattere gli effetti della consuetudine; e

quel che era peggio, molte delle nuove venute erano più belle di lei,

nè i giovinetti, nè i vecchi che la pretendevano a giovinotti, quando

si recavano a farle la visita d'uso, rifinivano mai dal tenerle

discorso di questa o di quella delle sue fortunate rivali.

Il tedio della contessa Matilde era grande, anzi sterminato a

dirittura. Già due volte aveva parlato, così tra un nastro e un

ventaglio, di voler morire, perchè a questo mondo non si era compresi

mai, e faceva delle elegie alla luna, ma avendo tuttavia il buon gusto

di non metterle in versi. Anche qualche gita al camposanto non sarebbe

stata male; ma quella mancanza d'alberi per incorniciare le tombe

l'aveva subito distolta dal malinconico pellegrinaggio, e dai pensieri

che vi fanno capo. Anche laggiù regnava la menzogna, e, peggio assai

che detta a fior di labbro, scolpita nel marmo.

Gli amici di casa, vogliamo dire i più intimi, non la riconoscevano

più. Nessuna cosa poteva rallegrarle lo spirito. Era ella in uno di

que' tali momenti in cui si piglia un amante, se si riesce a trovarlo

autentico; uno di quelli amanti teneri e feroci ad un tempo, i quali

si fanno della donna amata una divinità ed una vittima, e mettono un

pizzico di pepe nelle sciocca monotonia della vita.

Aloise di Montalto, con la sua svelta persona, ed il viso improntato

di nobile alterezza, che ricordava il verso di Dante __Biondo era e

bello e di gentile aspetto__, sarebbe stato l'uomo adatto a temperarle

quella mestizia profonda, a farle parere ancor bella la vita, e

soprattutto a far crepare di rabbia tutte le rivali sullodate, e di

gelosia mista a rimorso tutti i pianeti che s'erano lasciati attrarre

nell'orbita di quelle nuove stelle, o comete che fossero.

Ma ella aveva fatto i conti senza Aloise. Il giovine Montalto amava, e

non era lei la donna che lo faceva sospirare. Ora, con tutto il suo

accorgimento femmineo, la contessa non aveva indovinato ciò; aveva

creduto che Aloise fosse un uomo come tutti gli altri, ai quali basta

una languida occhiata per farli girare, come le banderuole dei tetti,

al più lieve soffio di vento. Per sua maggiore disdetta, la prima

parola che ella aveva detto ad Aloise, nella veglia delle maschere al

teatro Carlo Felice, lo aveva punto sul vivo.

--Che cosa vai tu a fare ogni giorno sul belvedere dei Giardinetti,

accanto alla villa Di Negro?--gli aveva sussurrato ella all'orecchio,

ripetendo una frase udita da altri.

Aloise andava appunto colassù ogni giorno e ci passava le ore intiere;

ma c'era un grosso perchè, una viva debolezza del suo cuore. Egli

infatti non andava a nessun ritrovo di amore, su quel belvedere dei

Giardini pubblici, e non istava a guardar altro che un comignolo di

tetto.

Già da parecchi mesi egli faceva quel pellegrinaggio ogni giorno; ma

nessuno sapeva che cosa guardasse, perchè egli non se n'era aperto mai

con alcuno, nemmeno col Pietrasanta che gli era amicissimo. Laonde,

non è a dire come gli recasse molestia sentirsi toccare quel tasto da

una maschera che egli aveva facilmente conosciuta per la contessa

Matilde.

Tutti sanno che al tempo di questa narrazione, le veglie del teatro

Carlo Felice si tenevano soltanto nelle sale del Ridotto. Le signore

eleganti salivano in pompa magna a darvi una scorsa, o mettevano una

mascheretta al viso, e un domino di seta sulla loro abbigliatura da

teatro, onde era facile il riconoscerle, come se fossero andate a

fronte scoperta.

Aloise dunque aveva arrossito a quella dimanda pungente della contessa

Matilde, e tremando in cuor suo che ella avesse potuto indovinare un

segreto non confidato da lui ad anima viva, rispose asciutto alla

contessa Cisneri:

--Che cosa t'importa? Vo a studiare filosofia.

--Tu, filosofia! E su quale problema di grazia?

--Sulla curiosità di voi altre donne.

Allora venne la risposta della contessa: «non sei gentile» e tutto il

rimanente, di cui ebbe a scontar la pena il Collini, che accompagnava

la signora mascherata.

Il dialogo avvenuto fra i due era per la contessa il pizzico di pepe

che abbiamo accennato più sopra. Aloise era uno scortese superbo, di

cui avrebbe saputo vendicarsi in ogni occasione; il Collini, fino a

quel giorno non avvertito da lei, s'era ingrandito di schianto fino

alla misura di un eroe.

Ma quella era stata una meteora. Quarantott'ore dopo, ella sapeva

della viltà di Ernesto Collini, e di Aloise gravemente ferito per mano

di un cavaliere incognito (stile da romanzo storico) che il capitano

Nelli di Rovereto andava dipingendo alle signore, gentile come una

fanciulla e prode come Ettore Fieramosca.

La contessa Matilde non istette molto a pensare, e fattasi raccontare

ogni cosa a puntino dagli amici del Nelli e del Pietrasanta, formò

nella mente il più audace disegno che donna concepisse mai per vincere

il tedio della vita. Il giorno dopo, una letterina profumata era già

alla posta, coll'invito a Lorenzo Salvani di recarsi da lei, per cose

d'urgenza.

Lorenzo era dunque aspettato nella mattina del giovedì, e c'era avviso

ai servi che, entrato il signor Salvani, la contessa non era in casa

per altri.

Adesso il cortese lettore si prenda l'incomodo di venire con noi nella

palazzina Cisneri, e senza farci annunziare dal servitore in livrea di

panno nero coi bottoni dorati e la lettera C sormontata da una corona

comitale, passeremo per un androne lastricato a quadretti bianchi e

neri, saliremo una breve scala di marmo, ed entreremo senza chiedere

licenza in una spaziosa anticamera, tutta adorna di quadri a olio,

paesi e marine di dugent'anni fa, che si potevano guardare ed anco

trovar belli in una pinacoteca, ma che in quella sala non erano

guardati da nessuno, sopraffatti per giunta da quattro tele più

grandi, che rappresentavano gli antenati della contessa.

Uno di questi era un omaccione, grasso, rubicondo, con gli occhi

sgusciati a guisa delle tartarughe; ed era il bisavolo, come

ragionevolmente appariva dall'abito di velluto, tagliato alla foggia

del settecento e dalla parrucca incipriata con la coda a sacchetto.

L'altro era il trisavolo, magnifica arigusta avviluppata in un robone

di velluto cremisino che aveva dovuto sostenere importanti uffici, non

sappiamo dove, ma in qualche luogo di certo.

Mancava l'avolo, perchè (diceva la contessa) egli non aveva mai voluto

farsi fare il ritratto. Il conte Cesare era un benedetto uomo, pieno

di stravaganze, che non c'era verso di cavargliele dal capo. Aveva il

temperamento sanguigno, il conte Cesare! Del resto, gran soldato; e

Napoleone I, che s'intendeva d'uomini, avrebbe dato un occhio del capo

per averlo dalla sua; ma lui duro. Il conte Cesare, che non voleva

farsi fare il ritratto, era morto di un colpo apopletico. Bella morte,

per un gentiluomo!

Come ognuno vede, se mancava il ritratto a olio, suppliva il bozzetto

a voce. Il Cigàla, quel faceto giovinotto che molti dei nostri lettori

si ricorderanno di aver conosciuto, e che è morto da valoroso nella

giornata di Montebello, sospettava fortemente della autenticità di

quei ritratti, e sosteneva di averli veduti nel fondo di una bottega

da rigattiere. In quanto al conte Cesare, lo diceva un ritratto di

fantasia, per meglio colorire i due accennati.

Gli altri due erano ritratti di donne. Una era la moglie del conte

Cesare, la quale non partecipava punto alla ripugnanza del marito per

la pittura. L'altra era una gentildonna della famiglia, andata a

nozze, non si sapeva più bene se con un Pallavicino di Parma o con un

Visconti di Milano.

Il prete di casa le sapeva a menadito, tutte quelle storie; ma il

poveraccio era morto! La contessa Matilde ne aveva sentito parlare,

quand'era piccina, ma non le aveva tenute a mente. Della qual cosa non

è a dire quanto le dolesse; perchè le ricordanze di famiglia sono una

seconda religione, e bisogna tenersele care.

Il padre della contessa, l'unico ritratto di cui il faceto Cigàla non

avesse mai dubitato, era in miniatura, e si poteva vederlo nel salotto

verde, sopra la spalliera del gran canapè, sul quale la contessa era

usa sedersi, quando non le tornasse meglio sdraiarsi su d'un piccolo

sofà, accanto alla finestra, per leggiucchiare i giornali.

Faremo un breve ritratto dell'ultima discendente di tanti egregi

personaggi, dicendovi che era bionda, bianca nel viso come tutte le

bionde, ed amava portare i capelli tirati indietro, ma con una fila

ordinata di ricciolini minuti sulla fronte, come una dama francese del

Seicento. Ella poi, bionda com'era, reputava ottima la tappezzeria

verde, le cortine verdi, che facevano risaltare assai bene la sua

bianca figura.

Siamo dunque entrati nel salotto verde, e non ci ha neppur visti dal

vano di un uscio socchiuso, o dal buco di una toppa, la vispa

Cecchina, una cameriera che sa tutto, che vede tutto, vero ministro

degli affari interni in gonnella di lana, a scacchi rossi e neri, e

grembiale di seta.

Invisibili come un eroe di poema epico, a cui un Nume benigno ha

concesso l'accappatoio di una nuvola, possiamo guardare a nostro

bell'agio la bionda contessa, che è appunto sdraiata sul piccolo sofà

daccanto alla finestra, con un tavolincino di lacca giapponese posto

lì presso, che la mano della signora possa giungervi senza incomodo, a

scegliere tra una rivista francese, due giornali di mode, uno di

politica, e un volume del Leopardi.

Il qual volume, sia detto ad onor del vero, stava aperto sulla lastra

verniciata, parendo rimasto a bocca aperta per la meraviglia del

trovarsi in quella compagnia.

La contessa Matilde non leggeva. Appunto pochi momenti innanzi aveva

deposto il libro, aperto alla pagina di Consalvo, a cui consola la

triste agonia il primo bacio di Elvira. Col capo arrovesciato sulla

soffice spalliera tondeggiante del sofà, gli occhi socchiusi in atto

di meditazione profonda, una mano raccolta al seno e l'altra

mollemente abbandonata lungo le pieghe di una veste di color

pavonazzo, stretta alla vita e stretta al collo, dov'era terminata da

una gorgieretta a cannoncini insaldati, l'avreste detta una bella

figura del Vandyck, spiccatasi dalla sua tela, e diventata di carne,

d'ossa e di seta, per far grazia a voi, prelibati lettori.

Qual era l'argomento delle sue meditazioni? Ecco qua: la contessa

Matilde pensava che era prossimo il tocco, e che, seguendo la

consuetudine delle visite, l'ignoto ed affettato Lorenzo Salvani, non

avrebbe tardato molto a giungere.

E infatti, il tocco era passato di poco, che un giovanotto chiuso in

una specie di cappa che portava allora il nome di lord Raglan,

commetteva i suoi stivalini inverniciati su per la salita della

palazzina Cisneri. Giunto lassù, detto il suo nome, e gettato il

__raglan__ sulle braccia del domestico, salì nell'anticamera che il

lettore conosce. Lo stesso domestico, passatogli innanzi, e alzata la

portiera del salotto, annunziò alla contessa la venuta del signor

Lorenzo Salvani.

--Fatelo entrare!--disse ella con una voce che noi non chiameremo

argentina, a cagione dell'abuso che si è fatto ormai di simili

aggettivi.

A Lorenzo il cuore «balzava in petto» davvero, e non già per far

servizio alla rima come nei melodrammi, Il giovinotto era intrepido,

anzi audace ai pericoli, ma pur sempre timido come un adolescente, al

cospetto di una donna, e più d'una donna veduta per la prima volta. Ma

bisognava farsi innanzi, ed egli entrò nel salotto, a fronte alta, per

isforzo di volontà, impacciato nondimeno e confuso. Il verde di quel

salotto gli aveva ferito lo sguardo; il viso di quella bionda creatura

seduta lo aveva abbagliato.

La contessa era rimasta nella sua prima postura fino al comparire di

Lorenzo sulla soglia; ma, vedutolo appena, con sapiente magistero

aveva sollevata la testa e sporgeva la mano come per accennargli la

via che egli aveva a tenere per giungere a lei.

Il salotto di una bella signora che non si è mai veduta, a cui non si

è mai parlato, è infatti come una lunga strada, anzi come una distesa

di mare, su cui c'è grande bisogno della bussola: ed anche allorquando

si vede il porto, bisogna studiare il modo di giungervi, senza dar

nelle secche.

--Signore,--disse la contessa al giovine, come fu giunto vicino a

lei,--ho ardito chiamarvi da me come si usa con un vecchio amico. È

però giusto che, come ad un vecchio amico, vi stringa la mano, mentre

vi ringrazio della vostra sollecitudine.--

Che cosa rispose Lorenzo Salvani a quelle cortesie, a quella stretta

di mano e a quel lungo sorriso che accompagnava gli atti e le parole?

Qualche cosa egli balbettò di certo; ma nè ella l'intese, nè egli

avrebbe saputo ripetere. Questo avviene pur sempre nei primi incontri,

ed ognuno dei nostri lettori lo saprà per sua particolare esperienza.

Comunque sia, non è qui il caso di stare a cercare che cosa avesse

detto. Egli strinse, o piuttosto si lasciò stringere la mano dalla

contessa, arrossì un pochino e prese il posto che la signora gli

offriva su d'una sedia a bracciuoli, accanto al sofà. Quell'atmosfera

(se la donna è un corpo celeste, perchè non avrebb'ella pure la sua

atmosfera?) quell'atmosfera, pregna di tutti i profumi della bellezza,

lo aveva inebbriato.

Ahimè, povero uomo! Egli è sempre così che tu cominci i tuoi romanzi,

senza sapere dove ti condurrà la catastrofe!

Cionondimeno, se Lorenzo Salvani avesse vissuto un po' meno tra i

libri e alquanto più nel consorzio dei vivi, egli non sarebbe rimasto

sopraffatto a quel modo, e in quella atmosfera ci avrebbe trovato più

quintessenza di violette, che non arcano profumo di donna gentile. Ma

che farci oramai? Era quello di Lorenzo Salvani il primo segno, il

barlume de' suoi primi ardori per una donna vera. Egli non aveva fino

a quel punto messo il suo cuore fuor che in quelli amori di sedici

anni, così candidi, così vaporosi, per una donna di cui non s'è mai

udita la voce; che si vede soltanto per le vie a diporto, e nemmeno

tutti i giorni; della quale si vorrebbe essere casigliani, entrare in

dimestichezza coi parenti, e financo, Dio ci perdoni, col ciabattino

che le adorna il portone di casa; e alla quale nondimeno non si sente

la fiera bramosia di stringere la persona tra le braccia, per ricevere

la scossa elettrica di quel condensatore vivente.

Lorenzo non aveva ancora amato davvero. Non erano certo mancate le

follie della prima giovinezza; ma le ali del pensiero non v'erano

punto rimaste impaniate. Però quella entrata nel salotto della

contessa Matilde era come l'apparizione di un nuovo mondo per lui; era

il pianeta di Venere, nel quale egli si vedeva sbalzato, come per

effetto d'incantesimo. Era egli Astolfo nella Luna, o Rinaldo nella

dimora di Alcina, o Ruggero nei giardini d'Armida? Tutti questi eroi

avevano perduta in ugual modo la bussola; però il lettore può

scegliere.

A Lorenzo mille pensieri ed immagini di questa fatta passarono, come

un baleno, nella mente, e insieme un desiderio prepotente di essere

amato da quella graziosa donna dai capelli biondi e dalla lunga veste

di color pavonazzo, che gli stava mollemente seduta di rincontro.

Era quella forse la donna della veglia mascherata, alla quale il

marchese di Montalto aveva detto parole scortesi? Era quella la

signora di cui si parlava tanto, per le sue acconciature, per le sue

fogge di vestire, per la sua vita brillante? Era un angelo, o una

sirena? Poteva amarlo, lo amava di già, o non l'avrebbe amato mai?

Tutti questi pensieri erano e ad un tempo non erano nell'animo suo; si

aggirava in una regione fantastica, e gli mancava il tempo di

coglierne distintamente i contorni.

--Signor Salvani,--diss'ella,--voi dunque mi perdonate il fastidio che

ho dovuto recarvi?

--Che dite mai, signora contessa?--rispose Lorenzo.--Io ringrazio

anzitutto la buona ventura che mi ha fatto salire in questo

paradiso.--

Per un esordio di conversazione non c'era male. La contessa fece un

grazioso cenno del capo, e giovandosi dell'ultima parola di Lorenzo,

proseguì:

--Un paradiso, dite benissimo, quantunque non vi siano angeli, nè

santi.--

Lorenzo aveva già fatto il gesto di chi vuole rispondere qualche cosa;

ma la contessa non gliene diede il tempo.

--Oh, non mi state a dir altro in contrario!--soggiunse ella.--Io so

bene che voi, signori, non patite penuria di complimenti.

--Complimenti, signora contessa! È una brutta sentenza, e soprattutto

pronunziata senza ascoltare le parti, quella che voi infliggete ad un

uomo il quale non si disponeva a dir altro che la verità. A me infatti

sembra che gli angioli almeno ci siano.

--E questo,--ripiccò sorridendo la contessa Matilde,--non è forse un

complimento?--

Lorenzo stette un tratto silenzioso e raccolto in sè medesimo, a guisa

di chi vuole si ascolti attentamente quello che sta per dire; quindi

si fece a parlare in tal modo:

--Signora contessa, abbiatemi per iscusato, ve ne prego, se appunto la

prima volta che ho la fortuna di parlare con voi, comincio a disputare

come un accanito dialettico. Ma che cos'è infine un complimento?

--Voi saprete assai meglio di me la definizione del vocabolo, signor

Salvani; ma qualunque cosa esso sia, non potrete levargli il carattere

di una frase esagerata.

--E sia pure;--proseguì Lorenzo,--ma perchè si dice, questa frase

esagerata? Una cagione riposta ci ha pure da essere. E che cosa sono,

di grazia, le immagini e le metafore nello scrivere, se non modi

svariati ed efficaci a colorire meglio un pensiero? Certamente non si

potrà dir bella ad una brutta; ma si dicesse pure, non sarebbe

esorbitanza di frase, sibbene una bugia addirittura, e l'uomo che la

dicesse dovrebbe arrossire, temendo che fosse giustamente tolta in

mala parte. Ora ditemi, signora contessa, arrossisco io forse per

timore, nel dirvi, come faccio, che gli angioli ci sono, in questo

vostro paradiso?--

Qui cominciò tra quelle due persone che non si erano mai vedute, l'una

delle quali non sapeva ancora per qual ragione fosse chiamata al

cospetto dell'altra, una di quelle conversazioni, tessute a ghirigori

fantastici, nelle quali non si dice nulla, o quasi, e tuttavia si

lasciano intendere tante cose.

Matilde ragionò di molto con lui; della sua solitaria dimora, fino a

cui non giungeva il frastuono della città; del Leopardi, che ella

leggeva con affetto indicibile, e di cui ella intendeva i concetti

assai meglio che pel passato, quando l'animo suo non s'era anche

educato alla scuola dei patimenti; del vivere ristretto e fastidioso

di Genova; dei sereni piaceri della campagna, e di mille altre cose,

vere o false, ma dette sempre con molta grazia e con un'aria di

schietta semplicità da innamorare ognuno che fosse stato a sentirla.

Potete dunque argomentare quale prova facesse sull'animo di Lorenzo.

Assorto come era in una ebbrezza profonda, non le chiese, anzi

dimenticò affatto di chiederle la cagione per cui essa lo aveva

chiamato in casa sua, e si lasciava andare a discorrere di mille cose,

come il marinaio addormentato che sogna la sua innamorata si lascia

cullare nel suo burchiello, confidato alla cura delle onde tranquille.

La contessa poi sapeva toccar quelle corde che gli andassero più a

genio, e, come è virtù di molte donne, s'innalzava agevolmente al pari

di lui, faceva suoi i pensieri del giovine e li metteva fuori in tal

modo da far sembrare che ella non avesse mai pensato diverso.

Erano le quattro dopo il meriggio, e quella benedetta conversazione

non era anche finita. I quattro tocchi della campana si fecero udire

in mezzo ad una di quelle tali pause che si riscontrano nel dialogo

più vivo, come una radura che lascia veder l'orizzonte, nel fitto di

una boscaglia.

--Dio mio! le quattro!--esclamò la contessa.--Si dimentica il tempo in

vostra compagnia, signor Salvani; e veramente mi duole di non avervi

ancora parlato di quella tal faccenda per la quale vi avevo pregato di

venire da me. Oggi intanto non sarebbe più tempo. Venite domani?

--Se così vi aggrada,--rispose Lorenzo sollecito.

--E se così aggrada a voi,--soggiunse la contessa.

--Oh, di questo potete esser certa, signora. Non si parte da casa

vostra senza portar via qualche cosa....

--Qualche cosa?

--Eh, sicuro; il desiderio di ritornarvi.

--Se è così, tanto meglio; portatene via molto, signor Salvani; io non

me ne lagnerò certamente.--

Il nostro Lorenzo se ne tornò a casa col cervello scombussolato, senza

pensare, senza intendere cosa alcuna, ma leggiero, leggiero come un

uomo felice. I tristi pensieri lo assalsero dopo l'arco

dell'Acquasola, quando fu per discendere in città. Gli risovvenne

allora della sua vita senza speranza, della povertà che lo stringeva

ai lati, cose tutte che egli sentiva doppiamente acerbe, poichè egli

aveva veduto la donna da cui gli sarebbe stato dolce l'essere amato.

I rossi e i neri, vol. 1 · 第 14 / 54 题