VI.

Nel quale si dimostra che l'Enfisema non è un personaggio greco.

L'aspettare è la più brutta, la più fastidiosa delle occupazioni,

anche quando non si abbia altro da aspettare che un amico, per andar

di brigata a desinare in campagna; figuriamoci poi quando sia per un

così grave negozio, come quello per cui Lorenzo e l'Assereto

aspettavano il dottor Collini.

I preliminari di un duello e il tempo che scorre dalla disfida ai

colpi, sono la pietra di paragone del coraggio di due avversarii. Ai

tempi antichi, quando i gentiluomini portavano tutti la spada al

fianco, il combattimento si faceva di sovente appena avvenuta la

provocazione. Oggi, in cambio, manca l'uso dell'arma e manca per

conseguenza l'occasione di far subito. Bisogna anzitutto mettersi in

balìa di due padrini, i quali trattano, e qualche volta anco

bistrattano la faccenda. Poi si ha da dormirci su; poi bisogna

svegliarsi fuor d'ora, vestirsi, uscire e andar sul terreno, aspettare

che i padrini s'intendano su cento minuzie, scelgano il luogo,

misurino il campo, dividano, giuochino a sorte il lato migliore,

visitino il petto e le braccia, diano le armi, i segnali e via

discorrendo. Di questa guisa, un uomo di poco animo ci ha tempo a

pentirsi d'essere andato tanto oltre; un uomo di polso ci ha tempo a

sbadigliare di molto, come un povero viaggiatore sul disagiato sedile

di una carrozza. Ma il Collini non era un uomo di polso, e Lorenzo

Salvani lo aspettava inutilmente da un pezzo.

Guardò l'orologio per la ventesima volta; erano le quattro e cinquanta

minuti.

--Oh, insomma!--gridò egli allora,--Assereto, levati su!--

L'Assereto balzò in piedi tutto confuso, stropicciandosi gli occhi.

--Perchè svegliarmi?--esclamò egli.--Facevo un sogno così bello!

Figurati; sognavo che il tuo Collini era venuto, con un cuor da leone,

tutto armato di feroci propositi. Ma vedo bene che bisognerà notare di

falsità il detto di Omero.

--Qual detto?--chiese Lorenzo, in quella che ambedue, seguiti dal

taciturno Michele, si avviavano verso la viottola di San Nazaro.

--Non sai? nel primo libro dell'Iliade, dove Achille dice che «__da

Giove anco il sogno procede__». Ora il mio è stato un sogno inspirato

da Momo, il Dio dello scherno. Il Collini non è venuto; andiamo noi.

--__Tu dixisti__,--rispose il Salvani, imitando la burlesca gravità di

Giorgio Assereto.--Soltanto ti prego di studiare il passo, perchè la

viottola è lunga, e mancano appena otto minuti alle cinque.--

A mezza strada trovarono la loro vettura, svegliarono il loro medico,

che russava beatamente nel fondo; pigliarono le spade, e poi giù a

passo di corsa fino a San Nazaro.

Il sole non era anche spuntato dallo scoglio di Portofino, dove i

primi Genoati credevano che stesse a dormire; ma i primi colori

dell'aurora dipingevano timidamente il cielo e le digradanti costiere

ligustiche. Il rancio, il rosato e il verdognolo, magnifici colori che

l'alba tiene in serbo nella sua tavolozza d'estate e d'autunno,

cedevano qui il luogo ad una tinta pallida, tra turchiniccia e

cenerognola, unico segno della mattutina risurrezione del creato.

Sul ripiano davanti alla chiesuola stavano quattro persone aspettando.

Il marchese di Montalto, con un lungo pastrano nero abbottonato fino

al collo, stava con le mani in tasca appoggiato al muro. Il medico

guardava il mare, dando le spalle ai nuovi arrivati. Il marchese

Pietrasanta e il conte Nelli di Rovereto, colla sua divisa di capitano

e con la sua cappa cenericcia sulle spalle, guardavano verso lo sbocco

della viottola.

Lorenzo e l'Assereto si fecero innanzi, salutando con molto garbo, e

gli altri risposero del pari. Il Montalto non fece altro che metter la

mano al cappello, e stette nella medesima postura di prima.

--Signori,--disse Lorenzo,--io spero che non ci ascriveranno a colpa

lo averli fatti aspettare.

--Mai no;--rispose il Pietrasanta,--sono le cinque in punto.

--Questo so bene, signor marchese,--soggiunse il Salvani,--ma a noi

duole di essere giunti dopo le Signorie loro al ritrovo.--

Gli altri si strinsero nelle spalle, quasi volessero dire: che ci

abbiamo a far noi?

Lorenzo intese la mimica, ma finse di non addarsene.

--Signori,--soggiunse egli, con un sorriso malinconico, da cui

trapelava l'angustia dell'animo,--aspettavamo il signor Collini. Ma, a

quanto sembra, egli è stato trattenuto in città da altre faccende, che

avrà reputate più urgenti.--

Un altro sorriso, ma di ineffabile disdegno, fu quello che sfiorò le

labbra del marchese di Montalto. Gli altri si contentarono di tacere,

aspettando la fine del discorso. Infatti Lorenzo, per nulla turbato

proseguì:

--Siamo stati ad attenderlo fino all'ultimo. Egli ha mancato alla sua

fede, e noi siamo venuti qua, per significare alle Signorie loro tutto

il nostro rammarico.--

Il marchese di Montalto sorrise da capo. I suoi padrini si volsero a

lui per vedere che cosa dicesse; ed egli allora, levatosi con piglio

di noncuranza dalla sua prima postura, e cavandosi il cappello,

pronunziò queste poche parole:

--Francava la spesa di alzarsi così per tempo, per riuscire a

ciò!...--

Il sangue si rimescolò tutto nelle vene al Salvani, e una vampa di

fuoco gli corse alla fronte; tuttavia si contenne:

--Signori,--ripigliò a dire,--non avevo finito. Io ed il mio onorevole

collega Giorgio Assereto significavamo alle Signorie loro il nostro

rammarico, perchè questo era debito nostro. Siamo stati a recare un

cartello di sfida al marchese Aloise di Montalto da parte del signor

Ernesto Collini. Questi mancando al ritrovo, a noi correva obbligo di

far loro le nostre scuse. Dopo di che, io, come primo padrino del

signor Collini, mi metto a disposizione del marchese di Montalto.--

Il Pietrasanta e il Nelli, sebbene prevedessero questa fine, non

poterono rattenersi da un senso di meraviglia, cagionato forse

dall'accorto e cortese giro di frasi con cui il giovane Salvani

l'aveva preparata. Essi lo guardarono in viso; era pallido, ma non del

pallore della paura, poichè gli occhi suoi scintillavano per l'interno

corruccio che egli durava fatica a frenare. L'Assereto, a cui le

ultime parole del Montalto non avevano fatto minor senso, si era posto

accanto all'amico, con un cipiglio da vecchio __hidalgo__ spagnuolo.

Michele, fermo a distanza legale, sorrideva ad uno de' suoi baffi, che

andava tirando con molta compiacenza.

--Tanto meglio!--riprese il Montalto, rendendo con la superba

esclamazione impossibile ogni mezzo di onesto componimento; poi,

parlando a voce bassa coi padrini, soggiunse:--in verità, con questa

gente non avrei sperato mai più di finirla così.--

Lorenzo, che aveva un udito finissimo, non perdette una sillaba di

quel discorso fatto in disparte, ma stimò acconcio di tenerlo per sè.

Allora l'Assereto, il quale, per la deliberazione di Lorenzo Salvani,

diventava egli il ministro plenipotenziario, fece il muso anche più

arcigno di prima, ed invitò, con quella fredda cortesia che è l'arte

somma dei padrini, la parte avversaria a misurare il terreno e a

metter le condizioni.

Intanto Lorenzo era rimasto a guardare la marina, e si accendeva un

sigaro. Aloise di Montalto, poco discosto da lui, ragionava di cose

vane col suo medico.

Il terreno, dentro le mura della chiesuola fu in breve ora misurato e

diviso. A Lorenzo toccava in sorte di dare le spalle all'ingresso; di

guisa che, se il combattimento durava, egli avrebbe finito coll'avere

il sole in faccia. Le spade, tratte a sorte, eran quelle di Lorenzo.

Furono fatti entrare i due avversarii, i quali si erano già cavati il

pastrano, il soprabito e la sottoveste, rimanendo in maniche di

camicia. Il conte Nelli di Rovereto prese il suo posto da un lato, e

l'Assereto dall'altro, ambedue colla spada in mano. Mastro del

combattimento fu nominato il Nelli, senz'altra formalità, perocchè

Lorenzo aveva detto all'Assereto, che cedesse quell'ufficio, per

abbondanza di cortesia, senza rimetterlo alla sorte.

I medici ed il Pietrasanta, che rimaneva fuor di quistione, si

piantarono sulla porta. Michele aveva dovuto ritirarsi; ma, da

quell'uomo di partiti che egli era, girando attorno alle mura, aveva

trovato finalmente un buco, dal quale gli veniva fatto veder dentro a

suo bell'agio; e potete immaginarvi che vi si mettesse con molta

curiosità.

Come il Montalto e il Salvani si trovarono l'uno al cospetto

dell'altro, il conte Nelli di Rovereto prese a parlar loro in questo

modo:

--Signori, abbiamo deliberato che voi combattiate fino a tanto che uno

sia ferito per modo da non poter più tenere la spada. Io, mastro di

combattimento, vi darò il segnale di fermarvi quando mi paia che uno

di voi sia toccato dalla punta dell'avversario, e il signor Assereto,

dal canto suo, potrà fare lo stesso, quando si avveda di qualche

ferita, che io, stando da questo lato, non potessi vedere per bene.--

L'Assereto s'inchinò in atto di assentimento. Il Nelli proseguì:

--Quando uno di voi scivolasse sul terreno, che mi pare un po'

sdrucciolo per l'umidità del mattino, e si trovasse nel caso di dover

indietreggiare fino ad una di quelle due linee che abbiamo segnate da

una parte e dall'altra, sarà debito del suo avversario fermarsi al

nostro comando, ed ambedue smettere il combattimento, sotto pena di

essere notati di slealtà. Ma noi sappiamo che ciò non farete, essendo

gentiluomini. E adesso, signori, a voi!--

Dopo questa frase sacramentale, i due avversarii, salutati alla lesta

i padrini, incrociarono le spade.

Sulle prime non fu altro che un giuoco di finte. I due avversarii si

studiavano a vicenda, per vedere se l'accennar d'un colpo passasse

senza che fosse parato dall'altro. Lorenzo Salvani stette molto a

spiegare il suo giuoco; egli parava largo anzi che no, a guisa di

principiante. Senonchè egli fu presto costretto a stringere, perchè il

Montalto, stanco di quelle schermaglie, aveva ingaggiato un assalto,

con due botte diritte molto vigorose.

Lorenzo parò facilmente col forte della lama, e con la punta minacciò

gagliardamente a sua volta. A quel punto, ambedue si accorsero di

avere a stare attenti. Il Montalto era un esercitato schermidore,

ricco di partiti e di bella apparenza. Lorenzo era più sodo, e non

faceva di molte novità; ma un avversario accorto come il Montalto non

poteva negare che quello era un osso duro a rodere, assai più che non

facesse a prima giunta vedere.

Alla seconda botta del Montalto, Lorenzo aveva risposto con una

seconda legatura del ferro, minacciandolo così da vicino, che il

marchese dovette balzare indietro e battere la lama dell'avversario

con un colpo vigoroso di terza. Lorenzo sollecito avea dato innanzi di

un passo, e la lama del Montalto, non potendo andare più oltre a

cercargli il petto, gli offese con la punta il dosso della mano; e

siccome ambedue avevano voluto tirar senza guanto, si vide sulla mano

di Lorenzo qualche goccia di sangue.

Il mastro di combattimento fu sollecito a fermarli, ed egli

coll'Assereto e i due medici si fecero a guardar la ferita.

--Non è nulla;--disse Lorenzo, poichè ebbero guardato.--Non è nemmeno

una scalfittura.--

Si rimisero in guardia; e qui davvero cominciò il combattimento.

Lorenzo incalzava cosiffattamente, che il marchese di Montalto dovette

balzare indietro due volte. Ma questi, tornando all'assalto, si avvide

che il Salvani si studiava di non cedere d'un passo, e non abbandonava

mai il terreno guadagnato. Allora il duello fu continuato di pie

fermo, e i padrini dovettero poco dopo intromettersi, che già i due

avversarii stavano elsa ad elsa, guardandosi e sorridendo.

Ambedue i padrini ruppero in un grido di ammirazione.

--Bravi! bravi, perdio!--esclamò il conte Nelli, il quale, da buon

gentiluomo, non faceva più da padrino, ma da giudice imparziale.--Signori,

voi siete due valenti avversarii. Io, con licenza del signor Assereto, vi

prego a farla finita, e chi ardirà dire che non vi siete diportati da

prodi cavalieri avrà da aggiustarla con noi.

--Signor conte,--disse Lorenzo, voltando a terra la punta della sua

spada,--io di buon grado ascolterei i vostri consigli e la vostra

preghiera, che tanto onora il vostro carattere. Ma per quanto io senta

degno di stima il mio avversario, non posso dimenticare l'asciutta

accoglienza che è stata fatta testè alle nostre prime parole, quando

siamo venuti, con tanta nostra confusione, ad annunziare il brutto

tiro del signor Collini. Non posso dimenticar la frase del signor

marchese Aloise di Montalto, nè il suo riso sardonico, nè certe parole

che ho dovuto udire, sebbene pronunziate a mezza voce con voi. Ora, io

ho molta stima pel marchese Montalto, e non mi farei lecito mai di

pensare che egli potesse ritrattare nessuno de' suoi gesti, o nessuna

delle sue parole.

--Io vi ringrazio;--disse il Montalto, con molta cortesia di gesto e

di accento,--e queste vostre parole m'insegnano a stimarvi di più.

--Sicchè?...--dimandò il mastro di combattimento.

--Sicchè, mio caro Rovereto,--rispose il Montalto,--noi ci rimetteremo

in guardia, con vostra licenza.

--E Dio v'aiuti;--soggiunse il bravo capitano.--Signori a voi!--

Il duello ricominciò. Ma Aloise di Montalto fu questa volta assai più

guardingo e fece a studiar molto le parate. Il giovane cominciava a

sentire dentro di sè un tal poco di pentimento per certi suoi modi, e

da quel leal gentiluomo ch'egli era badò più a schermirsi che a ferire

l'avversario.

Ma Lorenzo Salvani non era uomo da accettare simiglianti cortesie, e

appena si fu avveduto che il Montalto tirava soltanto a difesa, spiccò

un salto indietro, e piegando la spada a terra, parlò in questa guisa:

--Signor marchese, o assalite voi pure, o ch'io mi metterò ad

imitarvi, e tireremo innanzi di questo passo fino al dì del giudizio

universale.

--Oppure a quello di San Bellino, che casca tre giorni

dopo;--soggiunse tra sè il vecchio Michele, che stava dal suo buco a

guardare la scena.

--Avete ragione!--esclamò Aloise di Montalto.--Volete vincermi di

cortesia, e ne avete il diritto. Ecco dunque, io vi contento.--

E così dicendo, si rifece al primo giuoco. Le spade giravano,

s'inseguivano, si legavano e si districavano con una rapidità

meravigliosa, senza dar tregua a quell'armonico soffregamento

dell'acciaio, che fa ribollire il sangue nelle vene ai più dolci di

tempera. Ma ogni bel giuoco dura poco; certe battute di terza e di

quarta, che erano il forte del marchese di Montalto, non furono più

così aggiustate come prima, e Lorenzo, che se ne avvide, incalzò.

Finse una botta al sommo del petto, appoggiandola con una forte

spaccata di gambe, e poi, girando il pugno, passò incontanente al

fianco. Il Montalto non fu in tempo a respingere l'assalto, e la

parata bassa che egli fece, giunse a mala pena a sviare un tratto la

lama dell'avversario, la quale, in cambio di andargli al petto, lo

colse in quella parte del costato, dove s'incurva verso le spalle.

Lorenzo, fatto il colpo, trasse la spada a sè, rimettendosi in

guardia. Ma fu inutile: il Montalto era caduto a terra, e il sangue

spicciava dalla ferita.

Allora tutti quanti accorsero per rialzare il caduto, e il dottor

Mattei, ottimo giovanotto che faremo conoscer meglio ai nostri lettori

quando ci venga a taglio, cortesemente aiutato dal suo collega in

Esculapio, si fece a visitar la ferita.

Egli alzò dapprima la camicia, e con una pezzuola inzuppata d'acqua

ripulì tutt'intorno alle labbra della ferita; per la qual cosa il

Montalto, che nella repentina commozione del fatto era quasi uscito di

sensi, si riebbe ed aperse gli occhi, sorridendo agli astanti.

Ma a costoro il sorriso del giovine non poteva bastare. Essi stavano

tutti muti, con tanto d'occhi, aspettando il responso, ed interrogando

gli sguardi del Mattei, che continuava la sua esplorazione.

--Penetrante?--gli chiese il collega, in quel gergo che i profani

intendono così poco.

--Probabilmente:--rispose il Mattei,--la ferita è tra la settima e

l'ottava costa, e dalla natura del colpo si può argomentare che vada

dal basso all'alto nella cavità toracica.

--E,--disse l'altro con esitanza,--non c'è lesione?...

--Questo vedremo ora,--soggiunse il Mattei, guardando attentamente il

collega e il ferito.--

Aloise intese la mimica, e fu pronto a mettere innanzi la sua parola.

--Parlate pure, mio caro Mattei;--disse egli,--con me potete dir tutto

liberamente.

--Non temete,--interruppe il chirurgo;--io non ho l'uso di tacere la

verità ai malati della vostra tempra. E poi, ancorchè il polmone fosse

tocco, non ci sarebbe quel gran male che il volgo crede, ogni qual

volta si tratta di simili lesioni. Aspettate, ora faccio un

esperimento.--

Così dicendo, il buon discepolo di Chirone cavò fuori un moccolo, lo

accese e lo accostò alle labbra della ferita.

--Vedete?--disse egli allora sorridendo con aria trionfale al

collega.--La fiamma non si muove, e questo è buon segno. Ora guardate

i tessuti circostanti alla ferita; essi non offrono alcuna traccia di

enfisema. La qual cosa significa,--proseguì egli voltandosi ai

profani,--che non c'è sfogo d'aria e che il polmone non ha ricevuto la

visita del ferro. E nemmeno è lesa l'arteria intercostale, come

possono vedere dalla pochezza del sangue spicciato dalla ferita.

--Non è dunque altro che una ferita leggiera?--chiese il Pietrasanta.

--Leggiera! Intendiamoci;--soggiunse il chirurgo;--per me non ci sono

ferite leggiere, tranne le scalfitture; ed anco queste ci hanno i loro

malanni, secondo i luoghi. Questa poi è una ferita bella e buona, e se

fosse consentito dalle regole d'arte esplorarla con uno specillo, mi

riprometterei di misurarvela profonda di sei centimetri o sette. Il

marchese di Montalto si metta in riposo, e lasci fare a me ed alla

natura, quella gran medichessa che ne sa dieci volte più di noi tutti.

--Potete immaginarvi, caro dottore,--disse Aloise,--che io seguirò i

vostri consigli. Io non ho nessuna voglia di morire, e sono molto

lieto di non avere in corpo quel tal personaggio greco di cui

parlavate poco anzi.

--Ah, volete dir l'__enfisema__? Certamente gli è un personaggio

fastidioso;--rispose il Mattei, che stava molto volentieri alla

celia,--ma se egli non è venuto ora, non vien più di certo.--

Le parole del medico e la buona cera di Aloise avevano rasserenato la

comitiva. Ma appunto allora, e in quella che i due medici stavano

intenti a riunire le labbra della ferita con alcune strisce di

sparadrappo ed una acconcia fasciatura, fu notata la presenza di due

personaggi, i quali assistevano in disparte alla scena.

I rossi e i neri, vol. 1 · 第 12 / 54 题