Nel quale si dimostra che l'Enfisema non è un personaggio greco.
L'aspettare è la più brutta, la più fastidiosa delle occupazioni,
anche quando non si abbia altro da aspettare che un amico, per andar
di brigata a desinare in campagna; figuriamoci poi quando sia per un
così grave negozio, come quello per cui Lorenzo e l'Assereto
aspettavano il dottor Collini.
I preliminari di un duello e il tempo che scorre dalla disfida ai
colpi, sono la pietra di paragone del coraggio di due avversarii. Ai
tempi antichi, quando i gentiluomini portavano tutti la spada al
fianco, il combattimento si faceva di sovente appena avvenuta la
provocazione. Oggi, in cambio, manca l'uso dell'arma e manca per
conseguenza l'occasione di far subito. Bisogna anzitutto mettersi in
balìa di due padrini, i quali trattano, e qualche volta anco
bistrattano la faccenda. Poi si ha da dormirci su; poi bisogna
svegliarsi fuor d'ora, vestirsi, uscire e andar sul terreno, aspettare
che i padrini s'intendano su cento minuzie, scelgano il luogo,
misurino il campo, dividano, giuochino a sorte il lato migliore,
visitino il petto e le braccia, diano le armi, i segnali e via
discorrendo. Di questa guisa, un uomo di poco animo ci ha tempo a
pentirsi d'essere andato tanto oltre; un uomo di polso ci ha tempo a
sbadigliare di molto, come un povero viaggiatore sul disagiato sedile
di una carrozza. Ma il Collini non era un uomo di polso, e Lorenzo
Salvani lo aspettava inutilmente da un pezzo.
Guardò l'orologio per la ventesima volta; erano le quattro e cinquanta
minuti.
--Oh, insomma!--gridò egli allora,--Assereto, levati su!--
L'Assereto balzò in piedi tutto confuso, stropicciandosi gli occhi.
--Perchè svegliarmi?--esclamò egli.--Facevo un sogno così bello!
Figurati; sognavo che il tuo Collini era venuto, con un cuor da leone,
tutto armato di feroci propositi. Ma vedo bene che bisognerà notare di
falsità il detto di Omero.
--Qual detto?--chiese Lorenzo, in quella che ambedue, seguiti dal
taciturno Michele, si avviavano verso la viottola di San Nazaro.
--Non sai? nel primo libro dell'Iliade, dove Achille dice che «__da
Giove anco il sogno procede__». Ora il mio è stato un sogno inspirato
da Momo, il Dio dello scherno. Il Collini non è venuto; andiamo noi.
--__Tu dixisti__,--rispose il Salvani, imitando la burlesca gravità di
Giorgio Assereto.--Soltanto ti prego di studiare il passo, perchè la
viottola è lunga, e mancano appena otto minuti alle cinque.--
A mezza strada trovarono la loro vettura, svegliarono il loro medico,
che russava beatamente nel fondo; pigliarono le spade, e poi giù a
passo di corsa fino a San Nazaro.
Il sole non era anche spuntato dallo scoglio di Portofino, dove i
primi Genoati credevano che stesse a dormire; ma i primi colori
dell'aurora dipingevano timidamente il cielo e le digradanti costiere
ligustiche. Il rancio, il rosato e il verdognolo, magnifici colori che
l'alba tiene in serbo nella sua tavolozza d'estate e d'autunno,
cedevano qui il luogo ad una tinta pallida, tra turchiniccia e
cenerognola, unico segno della mattutina risurrezione del creato.
Sul ripiano davanti alla chiesuola stavano quattro persone aspettando.
Il marchese di Montalto, con un lungo pastrano nero abbottonato fino
al collo, stava con le mani in tasca appoggiato al muro. Il medico
guardava il mare, dando le spalle ai nuovi arrivati. Il marchese
Pietrasanta e il conte Nelli di Rovereto, colla sua divisa di capitano
e con la sua cappa cenericcia sulle spalle, guardavano verso lo sbocco
della viottola.
Lorenzo e l'Assereto si fecero innanzi, salutando con molto garbo, e
gli altri risposero del pari. Il Montalto non fece altro che metter la
mano al cappello, e stette nella medesima postura di prima.
--Signori,--disse Lorenzo,--io spero che non ci ascriveranno a colpa
lo averli fatti aspettare.
--Mai no;--rispose il Pietrasanta,--sono le cinque in punto.
--Questo so bene, signor marchese,--soggiunse il Salvani,--ma a noi
duole di essere giunti dopo le Signorie loro al ritrovo.--
Gli altri si strinsero nelle spalle, quasi volessero dire: che ci
abbiamo a far noi?
Lorenzo intese la mimica, ma finse di non addarsene.
--Signori,--soggiunse egli, con un sorriso malinconico, da cui
trapelava l'angustia dell'animo,--aspettavamo il signor Collini. Ma, a
quanto sembra, egli è stato trattenuto in città da altre faccende, che
avrà reputate più urgenti.--
Un altro sorriso, ma di ineffabile disdegno, fu quello che sfiorò le
labbra del marchese di Montalto. Gli altri si contentarono di tacere,
aspettando la fine del discorso. Infatti Lorenzo, per nulla turbato
proseguì:
--Siamo stati ad attenderlo fino all'ultimo. Egli ha mancato alla sua
fede, e noi siamo venuti qua, per significare alle Signorie loro tutto
il nostro rammarico.--
Il marchese di Montalto sorrise da capo. I suoi padrini si volsero a
lui per vedere che cosa dicesse; ed egli allora, levatosi con piglio
di noncuranza dalla sua prima postura, e cavandosi il cappello,
pronunziò queste poche parole:
--Francava la spesa di alzarsi così per tempo, per riuscire a
ciò!...--
Il sangue si rimescolò tutto nelle vene al Salvani, e una vampa di
fuoco gli corse alla fronte; tuttavia si contenne:
--Signori,--ripigliò a dire,--non avevo finito. Io ed il mio onorevole
collega Giorgio Assereto significavamo alle Signorie loro il nostro
rammarico, perchè questo era debito nostro. Siamo stati a recare un
cartello di sfida al marchese Aloise di Montalto da parte del signor
Ernesto Collini. Questi mancando al ritrovo, a noi correva obbligo di
far loro le nostre scuse. Dopo di che, io, come primo padrino del
signor Collini, mi metto a disposizione del marchese di Montalto.--
Il Pietrasanta e il Nelli, sebbene prevedessero questa fine, non
poterono rattenersi da un senso di meraviglia, cagionato forse
dall'accorto e cortese giro di frasi con cui il giovane Salvani
l'aveva preparata. Essi lo guardarono in viso; era pallido, ma non del
pallore della paura, poichè gli occhi suoi scintillavano per l'interno
corruccio che egli durava fatica a frenare. L'Assereto, a cui le
ultime parole del Montalto non avevano fatto minor senso, si era posto
accanto all'amico, con un cipiglio da vecchio __hidalgo__ spagnuolo.
Michele, fermo a distanza legale, sorrideva ad uno de' suoi baffi, che
andava tirando con molta compiacenza.
--Tanto meglio!--riprese il Montalto, rendendo con la superba
esclamazione impossibile ogni mezzo di onesto componimento; poi,
parlando a voce bassa coi padrini, soggiunse:--in verità, con questa
gente non avrei sperato mai più di finirla così.--
Lorenzo, che aveva un udito finissimo, non perdette una sillaba di
quel discorso fatto in disparte, ma stimò acconcio di tenerlo per sè.
Allora l'Assereto, il quale, per la deliberazione di Lorenzo Salvani,
diventava egli il ministro plenipotenziario, fece il muso anche più
arcigno di prima, ed invitò, con quella fredda cortesia che è l'arte
somma dei padrini, la parte avversaria a misurare il terreno e a
metter le condizioni.
Intanto Lorenzo era rimasto a guardare la marina, e si accendeva un
sigaro. Aloise di Montalto, poco discosto da lui, ragionava di cose
vane col suo medico.
Il terreno, dentro le mura della chiesuola fu in breve ora misurato e
diviso. A Lorenzo toccava in sorte di dare le spalle all'ingresso; di
guisa che, se il combattimento durava, egli avrebbe finito coll'avere
il sole in faccia. Le spade, tratte a sorte, eran quelle di Lorenzo.
Furono fatti entrare i due avversarii, i quali si erano già cavati il
pastrano, il soprabito e la sottoveste, rimanendo in maniche di
camicia. Il conte Nelli di Rovereto prese il suo posto da un lato, e
l'Assereto dall'altro, ambedue colla spada in mano. Mastro del
combattimento fu nominato il Nelli, senz'altra formalità, perocchè
Lorenzo aveva detto all'Assereto, che cedesse quell'ufficio, per
abbondanza di cortesia, senza rimetterlo alla sorte.
I medici ed il Pietrasanta, che rimaneva fuor di quistione, si
piantarono sulla porta. Michele aveva dovuto ritirarsi; ma, da
quell'uomo di partiti che egli era, girando attorno alle mura, aveva
trovato finalmente un buco, dal quale gli veniva fatto veder dentro a
suo bell'agio; e potete immaginarvi che vi si mettesse con molta
curiosità.
Come il Montalto e il Salvani si trovarono l'uno al cospetto
dell'altro, il conte Nelli di Rovereto prese a parlar loro in questo
modo:
--Signori, abbiamo deliberato che voi combattiate fino a tanto che uno
sia ferito per modo da non poter più tenere la spada. Io, mastro di
combattimento, vi darò il segnale di fermarvi quando mi paia che uno
di voi sia toccato dalla punta dell'avversario, e il signor Assereto,
dal canto suo, potrà fare lo stesso, quando si avveda di qualche
ferita, che io, stando da questo lato, non potessi vedere per bene.--
L'Assereto s'inchinò in atto di assentimento. Il Nelli proseguì:
--Quando uno di voi scivolasse sul terreno, che mi pare un po'
sdrucciolo per l'umidità del mattino, e si trovasse nel caso di dover
indietreggiare fino ad una di quelle due linee che abbiamo segnate da
una parte e dall'altra, sarà debito del suo avversario fermarsi al
nostro comando, ed ambedue smettere il combattimento, sotto pena di
essere notati di slealtà. Ma noi sappiamo che ciò non farete, essendo
gentiluomini. E adesso, signori, a voi!--
Dopo questa frase sacramentale, i due avversarii, salutati alla lesta
i padrini, incrociarono le spade.
Sulle prime non fu altro che un giuoco di finte. I due avversarii si
studiavano a vicenda, per vedere se l'accennar d'un colpo passasse
senza che fosse parato dall'altro. Lorenzo Salvani stette molto a
spiegare il suo giuoco; egli parava largo anzi che no, a guisa di
principiante. Senonchè egli fu presto costretto a stringere, perchè il
Montalto, stanco di quelle schermaglie, aveva ingaggiato un assalto,
con due botte diritte molto vigorose.
Lorenzo parò facilmente col forte della lama, e con la punta minacciò
gagliardamente a sua volta. A quel punto, ambedue si accorsero di
avere a stare attenti. Il Montalto era un esercitato schermidore,
ricco di partiti e di bella apparenza. Lorenzo era più sodo, e non
faceva di molte novità; ma un avversario accorto come il Montalto non
poteva negare che quello era un osso duro a rodere, assai più che non
facesse a prima giunta vedere.
Alla seconda botta del Montalto, Lorenzo aveva risposto con una
seconda legatura del ferro, minacciandolo così da vicino, che il
marchese dovette balzare indietro e battere la lama dell'avversario
con un colpo vigoroso di terza. Lorenzo sollecito avea dato innanzi di
un passo, e la lama del Montalto, non potendo andare più oltre a
cercargli il petto, gli offese con la punta il dosso della mano; e
siccome ambedue avevano voluto tirar senza guanto, si vide sulla mano
di Lorenzo qualche goccia di sangue.
Il mastro di combattimento fu sollecito a fermarli, ed egli
coll'Assereto e i due medici si fecero a guardar la ferita.
--Non è nulla;--disse Lorenzo, poichè ebbero guardato.--Non è nemmeno
una scalfittura.--
Si rimisero in guardia; e qui davvero cominciò il combattimento.
Lorenzo incalzava cosiffattamente, che il marchese di Montalto dovette
balzare indietro due volte. Ma questi, tornando all'assalto, si avvide
che il Salvani si studiava di non cedere d'un passo, e non abbandonava
mai il terreno guadagnato. Allora il duello fu continuato di pie
fermo, e i padrini dovettero poco dopo intromettersi, che già i due
avversarii stavano elsa ad elsa, guardandosi e sorridendo.
Ambedue i padrini ruppero in un grido di ammirazione.
--Bravi! bravi, perdio!--esclamò il conte Nelli, il quale, da buon
gentiluomo, non faceva più da padrino, ma da giudice imparziale.--Signori,
voi siete due valenti avversarii. Io, con licenza del signor Assereto, vi
prego a farla finita, e chi ardirà dire che non vi siete diportati da
prodi cavalieri avrà da aggiustarla con noi.
--Signor conte,--disse Lorenzo, voltando a terra la punta della sua
spada,--io di buon grado ascolterei i vostri consigli e la vostra
preghiera, che tanto onora il vostro carattere. Ma per quanto io senta
degno di stima il mio avversario, non posso dimenticare l'asciutta
accoglienza che è stata fatta testè alle nostre prime parole, quando
siamo venuti, con tanta nostra confusione, ad annunziare il brutto
tiro del signor Collini. Non posso dimenticar la frase del signor
marchese Aloise di Montalto, nè il suo riso sardonico, nè certe parole
che ho dovuto udire, sebbene pronunziate a mezza voce con voi. Ora, io
ho molta stima pel marchese Montalto, e non mi farei lecito mai di
pensare che egli potesse ritrattare nessuno de' suoi gesti, o nessuna
delle sue parole.
--Io vi ringrazio;--disse il Montalto, con molta cortesia di gesto e
di accento,--e queste vostre parole m'insegnano a stimarvi di più.
--Sicchè?...--dimandò il mastro di combattimento.
--Sicchè, mio caro Rovereto,--rispose il Montalto,--noi ci rimetteremo
in guardia, con vostra licenza.
--E Dio v'aiuti;--soggiunse il bravo capitano.--Signori a voi!--
Il duello ricominciò. Ma Aloise di Montalto fu questa volta assai più
guardingo e fece a studiar molto le parate. Il giovane cominciava a
sentire dentro di sè un tal poco di pentimento per certi suoi modi, e
da quel leal gentiluomo ch'egli era badò più a schermirsi che a ferire
l'avversario.
Ma Lorenzo Salvani non era uomo da accettare simiglianti cortesie, e
appena si fu avveduto che il Montalto tirava soltanto a difesa, spiccò
un salto indietro, e piegando la spada a terra, parlò in questa guisa:
--Signor marchese, o assalite voi pure, o ch'io mi metterò ad
imitarvi, e tireremo innanzi di questo passo fino al dì del giudizio
universale.
--Oppure a quello di San Bellino, che casca tre giorni
dopo;--soggiunse tra sè il vecchio Michele, che stava dal suo buco a
guardare la scena.
--Avete ragione!--esclamò Aloise di Montalto.--Volete vincermi di
cortesia, e ne avete il diritto. Ecco dunque, io vi contento.--
E così dicendo, si rifece al primo giuoco. Le spade giravano,
s'inseguivano, si legavano e si districavano con una rapidità
meravigliosa, senza dar tregua a quell'armonico soffregamento
dell'acciaio, che fa ribollire il sangue nelle vene ai più dolci di
tempera. Ma ogni bel giuoco dura poco; certe battute di terza e di
quarta, che erano il forte del marchese di Montalto, non furono più
così aggiustate come prima, e Lorenzo, che se ne avvide, incalzò.
Finse una botta al sommo del petto, appoggiandola con una forte
spaccata di gambe, e poi, girando il pugno, passò incontanente al
fianco. Il Montalto non fu in tempo a respingere l'assalto, e la
parata bassa che egli fece, giunse a mala pena a sviare un tratto la
lama dell'avversario, la quale, in cambio di andargli al petto, lo
colse in quella parte del costato, dove s'incurva verso le spalle.
Lorenzo, fatto il colpo, trasse la spada a sè, rimettendosi in
guardia. Ma fu inutile: il Montalto era caduto a terra, e il sangue
spicciava dalla ferita.
Allora tutti quanti accorsero per rialzare il caduto, e il dottor
Mattei, ottimo giovanotto che faremo conoscer meglio ai nostri lettori
quando ci venga a taglio, cortesemente aiutato dal suo collega in
Esculapio, si fece a visitar la ferita.
Egli alzò dapprima la camicia, e con una pezzuola inzuppata d'acqua
ripulì tutt'intorno alle labbra della ferita; per la qual cosa il
Montalto, che nella repentina commozione del fatto era quasi uscito di
sensi, si riebbe ed aperse gli occhi, sorridendo agli astanti.
Ma a costoro il sorriso del giovine non poteva bastare. Essi stavano
tutti muti, con tanto d'occhi, aspettando il responso, ed interrogando
gli sguardi del Mattei, che continuava la sua esplorazione.
--Penetrante?--gli chiese il collega, in quel gergo che i profani
intendono così poco.
--Probabilmente:--rispose il Mattei,--la ferita è tra la settima e
l'ottava costa, e dalla natura del colpo si può argomentare che vada
dal basso all'alto nella cavità toracica.
--E,--disse l'altro con esitanza,--non c'è lesione?...
--Questo vedremo ora,--soggiunse il Mattei, guardando attentamente il
collega e il ferito.--
Aloise intese la mimica, e fu pronto a mettere innanzi la sua parola.
--Parlate pure, mio caro Mattei;--disse egli,--con me potete dir tutto
liberamente.
--Non temete,--interruppe il chirurgo;--io non ho l'uso di tacere la
verità ai malati della vostra tempra. E poi, ancorchè il polmone fosse
tocco, non ci sarebbe quel gran male che il volgo crede, ogni qual
volta si tratta di simili lesioni. Aspettate, ora faccio un
esperimento.--
Così dicendo, il buon discepolo di Chirone cavò fuori un moccolo, lo
accese e lo accostò alle labbra della ferita.
--Vedete?--disse egli allora sorridendo con aria trionfale al
collega.--La fiamma non si muove, e questo è buon segno. Ora guardate
i tessuti circostanti alla ferita; essi non offrono alcuna traccia di
enfisema. La qual cosa significa,--proseguì egli voltandosi ai
profani,--che non c'è sfogo d'aria e che il polmone non ha ricevuto la
visita del ferro. E nemmeno è lesa l'arteria intercostale, come
possono vedere dalla pochezza del sangue spicciato dalla ferita.
--Non è dunque altro che una ferita leggiera?--chiese il Pietrasanta.
--Leggiera! Intendiamoci;--soggiunse il chirurgo;--per me non ci sono
ferite leggiere, tranne le scalfitture; ed anco queste ci hanno i loro
malanni, secondo i luoghi. Questa poi è una ferita bella e buona, e se
fosse consentito dalle regole d'arte esplorarla con uno specillo, mi
riprometterei di misurarvela profonda di sei centimetri o sette. Il
marchese di Montalto si metta in riposo, e lasci fare a me ed alla
natura, quella gran medichessa che ne sa dieci volte più di noi tutti.
--Potete immaginarvi, caro dottore,--disse Aloise,--che io seguirò i
vostri consigli. Io non ho nessuna voglia di morire, e sono molto
lieto di non avere in corpo quel tal personaggio greco di cui
parlavate poco anzi.
--Ah, volete dir l'__enfisema__? Certamente gli è un personaggio
fastidioso;--rispose il Mattei, che stava molto volentieri alla
celia,--ma se egli non è venuto ora, non vien più di certo.--
Le parole del medico e la buona cera di Aloise avevano rasserenato la
comitiva. Ma appunto allora, e in quella che i due medici stavano
intenti a riunire le labbra della ferita con alcune strisce di
sparadrappo ed una acconcia fasciatura, fu notata la presenza di due
personaggi, i quali assistevano in disparte alla scena.