Qui si mostra con la prova in mano come gli angeli non siano poi tutti
in paradiso.
Qualche lettore curioso vorrà sapere dell'altro intorno a quella
testolina di fanciulla, che insieme abbiam vista apparire dal vano di
un uscio, e di cui, con pochi e rapidi tocchi abbiamo anche abbozzato
una specie di ritratto. E noi vogliamo contentarlo, questo lettore
curioso, anche a costo di non far correre abbastanza spedito il
racconto.
Maria era bella, come si è detto, ma non di quella bellezza tutta
seste, misure e proporzioni, che piace nelle statue, ed è muta e
fredda com'esse; bensì di quella viva e calda e prepotente bellezza,
che è tutta espansione, accoppiando la soave euritmia delle forme al
raggio divino dell'anima, per modo che tutto parli in lei e commuova,
perchè tutto palpita e vive. Il carattere di quella bellezza faceva
senso, la grazia angelica de' suoi contorni soggiogava gli occhi e gli
spiriti. I capelli neri, che traevano all'azzurro intenso come la
classica ala del corvo, i neri occhi, le lunghe ciglia, il naso
profilato, la bocca vermiglia, il volto ovale, l'incarnatino delle
guance, i delicati contorni del collo, erano tanti ingredienti coi
quali uno scrittore esercitato avrebbe potuto comporvi una bellissima
testa, e che noi, non sapendo far meglio, vi mettiamo qui alla
rinfusa, perchè vogliate formarvela da voi, coll'aiuto della vostra
immaginazione.
Maria aveva di poco passati i suoi diciott'anni; ma il suo cuore,
castissimo sacrario di nobili affetti, ne aveva quindici appena. Però
gli occhi della fanciulla splendevano di una luce modesta, non
scintillavano ancora. Per lei tornava a mente il primo verso d'un
celebrato poema del Moore, nella amorosa versione del Maffei: «Sul
mattin della vita era il creato». La scienza del bene e del male non
aveva ancora profferto il suo fatale insegnamento a quella gentil
creatura.
Tra Lorenzo e Maria correva una certa somiglianza. Ambedue avevano
neri i capelli e spaziosa la fronte: ma il volto di Maria era bianco
incarnato, quello di Lorenzo era bianco pallido; se il giovane fosse
vissuto un tratto alla vampa del sole, quel volto sarebbe diventato
bruno, poichè c'era sangue marinaro nelle vene dei Salvani. Inoltre,
gli occhi di Maria erano d'un nero turchiniccio, dai riflessi
d'indaco; quei di Lorenzo d'un lionato carico, e li faceva parere neri
la profondità delle occhiaie, sotto la guardia delle sopracciglia
prominenti.
Più forte tra i due era la somiglianza del carattere, frutto evidente
di una parità di educazione, che può farsi in noi come una seconda
natura. Senonchè, le esterne sensazioni conducevano l'animo di Maria
alla dolce gaiezza, o alla malinconia rassegnata, quello di Lorenzo
alla pazza allegria, o alla tristezza profonda. Non c'era gradazione
di tinte, nello spirito di Lorenzo Salvani. Ambedue, del resto,
sentivano altamente di sè, anime dignitose e preparate ad ogni maniera
di sacrifizi. L'impresa dell'armellino: «__malo mori quam foedari__»
(anzi che macchiarmi morire) pareva fatto bella posta per quelle due
nobilissime creature.
Era nobile di natali Maria? Lorenzo, qualche volta, celiando, le dava
un certo nome! Ma i natali di quella che egli chiamava celiando «la
bella marchesina» erano rimasti un segreto fra il colonnello Salvani e
sua moglie. Lorenzo teneva in un ripostiglio del suo cassettone,
gelosamente nascosto e chiuso, uno scrignetto d'ebano, nel quale il
gran segreto aveva a trovarsi di certo: ma i parenti l'avevano dato in
custodia a Lorenzo, col patto che fosse il dono di nozze dei Salvani
alla cara fanciulla.
--Un giorno qualcheduno ti amerà,--aveva detto la signora Luisa,--di
un amore diverso da quello di mio marito e dal mio. Quell'uomo, se tu
lo ricambierai d'affetto sarà degno veramente di te; ed allora
meriterà di sapere da che sangue sei nata. Svelartelo ora sarebbe
impossibile; e dirti soltanto il nome di tuo padre, che fu onesto,
buono e generoso, potrebb'essere un grave pericolo, per te e per
altri. Egli ti confidò come un sacro deposito a Rigo Salvani, e noi
dobbiamo rispettare la sua volontà.
--E mia madre?--aveva chiesto Maria.
--Tua madre è felice. Quel giorno ch'essa chiederà di te, meriterà
davvero di esser tale. Per ora ti basti. Ne sei forse accorata?
--Oh, no! sarei un'ingrata. Finalmente, non siete voi la mia madre
vera, da cui tutto mi viene? Se mio padre, colui che mi amava è morto,
l'anima sua si è tutta trasfusa in voi altri, per farmi la più
fortunata tra le orfane.--
Queste parole esprimevano allora i veri sentimenti di Maria; ma non è
da credere che l'idea di quel segreto non gravasse talvolta sull'anima
sua con tutte le ansie di un dubbio doloroso. La povera fanciulla si
sentiva troppo sola al mondo, specie da quando la signora Luisa e il
colonnello Salvani erano andati a riposare, l'uno accanto all'altro,
nelle zolle del camposanto. Ella per giunta aveva inteso bene lo stato
critico di Lorenzo, poichè questi l'ebbe condotta a dimorare in
Genova, col veterano Michele. Per nessun'altra cosa al mondo il
giovane Salvani si sarebbe piegato a vendere la casa paterna, se non
fosse stato l'obbligo di proseguire l'opera pietosa dei parenti verso
di lei. Questo aveva inteso Maria, e gliene serbava nel cuore una
gratitudine infinita. I nuvoli della fronte di Lorenzo essa li
conosceva a puntino, come il marinaio le seccagne della sua rada
natale. Erano ben neri, quei nuvoli, e a grado a grado più frequenti e
durevoli. Che dolore per lei, che assisteva alla rovina quotidiana del
suo fratello d'adozione, senza che fosse in potere suo di recarvi un
rimedio efficace!
E non sapeva ancor tutto; ignorava lo spediente delle ottanta lire al
mese, che Lorenzo andava a guadagnarsi a tarda sera nel fondo di una
bottega. Sentiva nondimeno le angustie di lui; e non potendo molto,
aveva presto pensato di aiutare col poco. Si era indettata per ciò col
vecchio Michele. Di giorno, le ore che Lorenzo passava fuori, o nella
sua camera a scrivere, la magnanima giovinetta le spendeva a ricamare;
e parecchie della notte egualmente. Da quelle sue dita maestre
uscivano lavori delicatissimi, che il bravo Michele, per mezzo di
certe conoscenze, trovava modo di spacciare presso qualche merciaio; e
a volte, quando si trattasse d'opere più vistose e più fini, non
arrossiva di metterle in lotteria.
Per altro, intendiamoci; se non arrossiva di spacciar la roba a quel
modo, coll'obbligo di andare attorno e di sollecitare la gente, si
ricattava di quell'audacia mettendo le poste salate. E se taluno gli
diceva: «costa troppo», egli dava di piglio alla sua roba, e se ne
andava difilato, senza più accettare nemmeno quel prezzo ch'egli
stesso aveva chiesto da prima. Spregiare a quel modo un lavoro della
sua Minerva celata, era un peccato da non portare speranza di
assoluzione.
Quelle ore che Lorenzo passava in casa, erano ore di allegrezza e di
festa. Il povero giovane studiava di molto, e non si prendeva uno
svago a cui non partecipasse Maria. Ed era bello vederla, con la sua
lunga veste di seta nera, o di mussolina bianca (che d'altri colori
non usava adornarsi mai), col suo cappellino di paglia di Firenze
all'estate, e di velluto nero all'inverno, prigione troppo stretta al
volume della nerissima capigliatura, andar leggera leggera al braccio
del suo caro fratello.
Michele non aveva mai voluto andar fuori con essi. E sì che il povero
veterano delle __Tapera di Don Venanzio__ e di porta San Pancrazio ne
aveva una voglia spasimata! Ma anche Michele ci aveva il suo segreto,
che non aveva confidato nemmeno alla sua bella padroncina. Egli non
voleva che dalla sua compagnia nessuno argomentasse che quegli occhi
neri, i quali guardavano a mala pena la strada, e quelle dita
affusolate, chiuse in un guanto perlato, fossero quegli occhi e quelle
dita che si affaticavano su certi ricami, ch'egli andava attorno a
spacciare.
Quella bella e virtuosa famigliola viveva in un modesto quartierino
che abbiamo fatto conoscere fin da principio ai lettori, composto sul
davanti di due camere da letto, separato da una terza che faceva
uffizio di camera da lavoro e di sala da pranzo. La camera di Lorenzo
metteva nella sala d'entrata; quella di Maria in un corridoio, per
dove si andava alla cucina. Dalla cucina, poi, si saliva ad una
cameretta, ricavata nella impalcatura del tetto, nella quale dormiva
Michele; e da questa cameretta si usciva sul terrazzo, ch'era tutto
ornato di pianticelle, da giardino e da orto, cura particolare del
vecchio servitore ne' suoi ozii mattutini.
Dall'altra parte della sala d'ingresso non c'era altro che l'uscio del
salottino, malinconica stanza, che è sempre la stessa ed egualmente
arredata in tutte le case di modesta fortuna, col suo canapè barocco,
fasciato di lana a rabeschi, il tavolincino ovale poggiato su d'una
gamba sola davanti al canapè; il piccolo tappeto da piedi tra l'uno e
l'altro; quattro sedie a bracciuoli e una poltroncina; quattro
battaglie litografate del '48, con la cornice dorata da tanto al
palmo; le cortine di mussolina bianca traforata a fogliami, rialzate
da due borchie d'ottone sui lati; finalmente un albo con venticinque
ritratti, che il visitatore si crede in obbligo di sfogliare,
osservando i mezzo svaniti gruppi di famiglia, la sposina in piedi,
che posa una mano sulla spalla del marito comodamente seduto, i due
amici in maniche di camicia, che fanno le viste di trincare alla
salute della macchina fotografica, la balia con l'erede presuntivo
sulle braccia, e via discorrendo.
Nel salottino di Lorenzo Salvani il terribile albo non c'era, non
essendo ancora venuto l'uso della fotografia a buon mercato; e l'altra
costumanza dell'albo bianco, trappola di poeti e di pittori, era in
uno de' suoi intervalli di felicissimo riposo.
Maria, del resto (che in simili faccende gli uomini non contano mai),
anche se la costumanza dell'albo fosse stata viva e fiorente, non
l'avrebbe seguita di certo. La fanciulla aveva altro da pensare, e il
gusto di certi trastulli donneschi non lo sentiva affatto. Non amava,
per esempio, i fiori sul davanzale, nè i canerini in gabbia; amava
tutte le creature del buon Dio, ma senza far preferenze.
Nel giorno da cui prende cominciamento la nostra narrazione, Maria
aveva fatte le maraviglie della visita ricevuta da Lorenzo. Il giovine
non chiudeva la sua casa a nessuno, ma nessuno ci andava, perchè egli
non concedeva diritti di dimestichezza a nessuno. Sapevano tutti
ch'egli aveva una graziosa sorella; lo vedevano uscire con essa, ma
non c'era verso di potersi accompagnare. Eglino del resto andavano
sempre a diporto per istrane vie, a guisa di chi va per le sue
faccende. Le strade Nuove e l'Acquasola, ritrovo di gente
sollazzevole, non vedevano quella coppia fraterna se non molto di
rado, e sempre di passata.
Abbiam dunque detto che la visita del signore sconosciuto aveva fatto
maravigliar la fanciulla. Lorenzo, dopo quella visita, era uscito in
fretta, senza dirle nulla; ed era questa una grossa novità. Era
tornato due ore dopo, e si era seduto al suo tavolino, senza andare
neanco a salutarla. Che voleva dir ciò?
Non istette molto a saperlo. Un'ora dopo il ritorno del fratello (il
lettore ha già inteso perchè usiamo chiamarli alla breve fratello e
sorella), Maria si spiccò dal suo lavoro, per andare sul terrazzo a
respirare un po' d'aria; chè la giornata, come abbiamo già detto, era
bellissima, e tiepida, a malgrado della stagione.
Nel salire la scala, udì Michele, che era nella sua cameretta sotto il
tetto e canterellava una sua prediletta romanza spagnuola:
Mis ojos te vieron
Rosaura querida;
Mortal fuè la herida
De mi corazon.
Michele cantava sempre spagnuolo, con quel suo accento americano che
fa rabbrividire ogni buon cittadino della __Castilla vieja__. Ma egli
non si curava più che tanto della purezza dell'accento, e tirava
innanzi. Dopo la canzoncina di Rosaura, veniva quell'altra:
Pescadorcita mia
Desciende à la ribera,
Y escucha placentera
Mi cantico de amor;
Sentado en su barquilla,
Te canta su cuidado,
Cual nunca enamorado
Tu tierno pescador.
Il veterano di Montevideo ne aveva un centinaio, di queste canzoni, e
quando lavorava attorno a qualche cosa, le sciorinava tutte, una dopo
l'altra, con una costanza mirabile.
--Bravo, Michele!--gli disse la giovinetta, entrando nella camera.
--Oh, signorina! Domando mille perdoni. È una delle mie vecchie
cantilene, che non mi lasciano mai, come certi dolori aromatici che ho
buscati laggiù.--
Michele intendeva di parlare di dolori reumatici; ma la corretta
pronunzia di certi vocaboli non era il suo forte.
--Povero Michele!--soggiunse la giovinetta, non badando ai dolori
aromatici, ai quali era avvezza, come a tanti altri suoi __lapsus
linguae__.--Cantate, cantate; è una cosa che rallegra lo spirito. Ma
che cosa fate voi ora. Dio mio? Quelle spade!...--
--Oh nulla, signorina. È il signor Lorenzo che mi ha comandato di dar
loro una ripulitura. Sono belle armi, perdiana! Veda come si piegano!
Le ho vedute adoperare dal signor colonnello, e le so dir io che fu un
famoso scontro. Ho veduto allora una botta di terza, data così a
tempo, che non l'ho scordata mai più, e mi corre l'acquolina in bocca
al solo pensarvi.--
Così dicendo, il belligero servitore aveva smesso di pulire il ferro,
e andava giostrando in aria come un vecchio spadaccino che prova i
suoi colpi di riserbo.
A Maria tutti quei discorsi e quella mimica non dicevano nulla di ciò
che voleva sapere.
--Ma voi non mi dite il perchè di questa novità!--esclamò ella.--Mio
Dio! che cos'è egli avvenuto? Forse Lorenzo....--
E la povera fanciulla impallidì, e fu costretta ad appoggiarsi alla
parete, tanta era l'improvvisa commozione.
--Oh, la non si spaventi, signorina!--gridò Michele, deponendo la
spada e facendosi tutto sollecito accanto a lei.--Da quanto ho potuto
capire, egli è solamente padrino. E poi, fosse anco lui, il signor
Lorenzo sa pure tenerla in mano, una lama. Quello è un uomo che, non
fo per dire, darebbe dei punti a suo padre.--
La fanciulla non istette ad aspettar la fine del discorso di Michele.
Ridiscese la scala, corse alla camera di Lorenzo, e, trovato l'uscio
socchiuso, entrò deliberatamente da lui.
Lorenzo stava scrivendo; ma al fruscio della veste, alzò il capo e si
volse a guardare.
--Orbene, Maria?--disse egli, come per chiederle che cosa volesse.
La fanciulla era bianca in viso come un cencio lavato, e appoggiava la
mano alla spalliera del letticciuolo di Lorenzo, quasi fosse per cader
tramortita.
Allora il giovine fu pronto ad alzarsi e correrle incontro.
--Che cosa avete, mia buona Maria? Che cos'è egli avvenuto?--
La fanciulla non rispose alla dimanda di Lorenzo; e piantandogli
addosso due occhi scrutatori, gli chiese a sua volta:
--Voi andate a battervi?--
A quelle parole, Lorenzo capì la cagione dello smarrimento di Maria, e
si sovvenne dell'incarico dato a Michele, che aveva potuto far nascere
in lei il sospetto. Però, assunta l'aria più grave, postosi una mano
sul cuore e stendendo l'altra verso il ritratto di suo padre, rispose:
--Vi giuro, Maria, che non vado a battermi io. Sono padrino, insieme
coll'Assereto, di un certo dottor Collini che avete veduto venir qua
stamane, e al quale, come ad un antico compagno di scuola, non ho
potuto dire di no. Eccovi la pura verità; mi credete voi?
--Oh, vi credo, Lorenzo, vi credo. Voi non mentite mai.--E il volto
della fanciulla si rasserenò; le lagrime che stavano per isgorgarle
dagli occhi alla pressione dell'improvviso sgomento, furono in quella
vece spremute dalla gioia.
Avete veduto mai la campagna sorridere amorosamente ad un bel raggio
di sole, dopo la tempesta? Gli smorti colori si ravvivano, le foglie
abbattute si risollevano, e le gocce d'acqua che le avevano flagellate
pur dianzi, riposano tranquillamente nelle verdi cavità, scintillando
come altrettanti smeraldi.
Quanto affetto per Lorenzo! direte voi; e giustamente, nell'osservare
il fatto in sè, non già nel cercarne una causa riposta in altr'ordine
di pensieri. Maria amava Lorenzo di quell'unico amore che ella
sentisse, e che non poteva definire la mercè di accorti raffronti,
essendo l'unico che ella avesse mai conosciuto.
Lorenzo poi era un giovine eletto; amava Maria come una sorella, e per
essa avrebbe corso ogni risico più grave. Ma v'erano di certe cose
alle quali egli non avrebbe pure ardito pensare, temendo di commettere
un sacrilegio. A dirvela in breve, Maria era per lui un angelo, cioè
un essere di natura diversa dalla nostra, diafano, etereo, al quale
non si potesse accostarsi se non dopo aver lasciato in disparte il
pigro involucro della materia.
E Lorenzo non aveva il torto. Se egli è vero che gli angeli siano essi
di natura superiore alla nostra, se è vero che questi esseri siano
stati creati da messer Domineddio come suoi messaggeri e testimoni
della sua bontà infinita, intermediarli tra il cielo azzurro e la
creatura terrestre, Maria aveva tutti i requisiti per essere contata
nel numero. In fin de' conti ella poteva passare per un angelo, il
quale fosse toccato in sorte alla terra.
Non aveva le ali, ecco il guaio. Ma è forse necessario avere le ali,
per essere angeli? E non sarebbe per avventura un guaio più grosso?
come a dire una gran tentazione a volar via da questo mondo gramo?