IV.

Qui si mostra con la prova in mano come gli angeli non siano poi tutti

in paradiso.

Qualche lettore curioso vorrà sapere dell'altro intorno a quella

testolina di fanciulla, che insieme abbiam vista apparire dal vano di

un uscio, e di cui, con pochi e rapidi tocchi abbiamo anche abbozzato

una specie di ritratto. E noi vogliamo contentarlo, questo lettore

curioso, anche a costo di non far correre abbastanza spedito il

racconto.

Maria era bella, come si è detto, ma non di quella bellezza tutta

seste, misure e proporzioni, che piace nelle statue, ed è muta e

fredda com'esse; bensì di quella viva e calda e prepotente bellezza,

che è tutta espansione, accoppiando la soave euritmia delle forme al

raggio divino dell'anima, per modo che tutto parli in lei e commuova,

perchè tutto palpita e vive. Il carattere di quella bellezza faceva

senso, la grazia angelica de' suoi contorni soggiogava gli occhi e gli

spiriti. I capelli neri, che traevano all'azzurro intenso come la

classica ala del corvo, i neri occhi, le lunghe ciglia, il naso

profilato, la bocca vermiglia, il volto ovale, l'incarnatino delle

guance, i delicati contorni del collo, erano tanti ingredienti coi

quali uno scrittore esercitato avrebbe potuto comporvi una bellissima

testa, e che noi, non sapendo far meglio, vi mettiamo qui alla

rinfusa, perchè vogliate formarvela da voi, coll'aiuto della vostra

immaginazione.

Maria aveva di poco passati i suoi diciott'anni; ma il suo cuore,

castissimo sacrario di nobili affetti, ne aveva quindici appena. Però

gli occhi della fanciulla splendevano di una luce modesta, non

scintillavano ancora. Per lei tornava a mente il primo verso d'un

celebrato poema del Moore, nella amorosa versione del Maffei: «Sul

mattin della vita era il creato». La scienza del bene e del male non

aveva ancora profferto il suo fatale insegnamento a quella gentil

creatura.

Tra Lorenzo e Maria correva una certa somiglianza. Ambedue avevano

neri i capelli e spaziosa la fronte: ma il volto di Maria era bianco

incarnato, quello di Lorenzo era bianco pallido; se il giovane fosse

vissuto un tratto alla vampa del sole, quel volto sarebbe diventato

bruno, poichè c'era sangue marinaro nelle vene dei Salvani. Inoltre,

gli occhi di Maria erano d'un nero turchiniccio, dai riflessi

d'indaco; quei di Lorenzo d'un lionato carico, e li faceva parere neri

la profondità delle occhiaie, sotto la guardia delle sopracciglia

prominenti.

Più forte tra i due era la somiglianza del carattere, frutto evidente

di una parità di educazione, che può farsi in noi come una seconda

natura. Senonchè, le esterne sensazioni conducevano l'animo di Maria

alla dolce gaiezza, o alla malinconia rassegnata, quello di Lorenzo

alla pazza allegria, o alla tristezza profonda. Non c'era gradazione

di tinte, nello spirito di Lorenzo Salvani. Ambedue, del resto,

sentivano altamente di sè, anime dignitose e preparate ad ogni maniera

di sacrifizi. L'impresa dell'armellino: «__malo mori quam foedari__»

(anzi che macchiarmi morire) pareva fatto bella posta per quelle due

nobilissime creature.

Era nobile di natali Maria? Lorenzo, qualche volta, celiando, le dava

un certo nome! Ma i natali di quella che egli chiamava celiando «la

bella marchesina» erano rimasti un segreto fra il colonnello Salvani e

sua moglie. Lorenzo teneva in un ripostiglio del suo cassettone,

gelosamente nascosto e chiuso, uno scrignetto d'ebano, nel quale il

gran segreto aveva a trovarsi di certo: ma i parenti l'avevano dato in

custodia a Lorenzo, col patto che fosse il dono di nozze dei Salvani

alla cara fanciulla.

--Un giorno qualcheduno ti amerà,--aveva detto la signora Luisa,--di

un amore diverso da quello di mio marito e dal mio. Quell'uomo, se tu

lo ricambierai d'affetto sarà degno veramente di te; ed allora

meriterà di sapere da che sangue sei nata. Svelartelo ora sarebbe

impossibile; e dirti soltanto il nome di tuo padre, che fu onesto,

buono e generoso, potrebb'essere un grave pericolo, per te e per

altri. Egli ti confidò come un sacro deposito a Rigo Salvani, e noi

dobbiamo rispettare la sua volontà.

--E mia madre?--aveva chiesto Maria.

--Tua madre è felice. Quel giorno ch'essa chiederà di te, meriterà

davvero di esser tale. Per ora ti basti. Ne sei forse accorata?

--Oh, no! sarei un'ingrata. Finalmente, non siete voi la mia madre

vera, da cui tutto mi viene? Se mio padre, colui che mi amava è morto,

l'anima sua si è tutta trasfusa in voi altri, per farmi la più

fortunata tra le orfane.--

Queste parole esprimevano allora i veri sentimenti di Maria; ma non è

da credere che l'idea di quel segreto non gravasse talvolta sull'anima

sua con tutte le ansie di un dubbio doloroso. La povera fanciulla si

sentiva troppo sola al mondo, specie da quando la signora Luisa e il

colonnello Salvani erano andati a riposare, l'uno accanto all'altro,

nelle zolle del camposanto. Ella per giunta aveva inteso bene lo stato

critico di Lorenzo, poichè questi l'ebbe condotta a dimorare in

Genova, col veterano Michele. Per nessun'altra cosa al mondo il

giovane Salvani si sarebbe piegato a vendere la casa paterna, se non

fosse stato l'obbligo di proseguire l'opera pietosa dei parenti verso

di lei. Questo aveva inteso Maria, e gliene serbava nel cuore una

gratitudine infinita. I nuvoli della fronte di Lorenzo essa li

conosceva a puntino, come il marinaio le seccagne della sua rada

natale. Erano ben neri, quei nuvoli, e a grado a grado più frequenti e

durevoli. Che dolore per lei, che assisteva alla rovina quotidiana del

suo fratello d'adozione, senza che fosse in potere suo di recarvi un

rimedio efficace!

E non sapeva ancor tutto; ignorava lo spediente delle ottanta lire al

mese, che Lorenzo andava a guadagnarsi a tarda sera nel fondo di una

bottega. Sentiva nondimeno le angustie di lui; e non potendo molto,

aveva presto pensato di aiutare col poco. Si era indettata per ciò col

vecchio Michele. Di giorno, le ore che Lorenzo passava fuori, o nella

sua camera a scrivere, la magnanima giovinetta le spendeva a ricamare;

e parecchie della notte egualmente. Da quelle sue dita maestre

uscivano lavori delicatissimi, che il bravo Michele, per mezzo di

certe conoscenze, trovava modo di spacciare presso qualche merciaio; e

a volte, quando si trattasse d'opere più vistose e più fini, non

arrossiva di metterle in lotteria.

Per altro, intendiamoci; se non arrossiva di spacciar la roba a quel

modo, coll'obbligo di andare attorno e di sollecitare la gente, si

ricattava di quell'audacia mettendo le poste salate. E se taluno gli

diceva: «costa troppo», egli dava di piglio alla sua roba, e se ne

andava difilato, senza più accettare nemmeno quel prezzo ch'egli

stesso aveva chiesto da prima. Spregiare a quel modo un lavoro della

sua Minerva celata, era un peccato da non portare speranza di

assoluzione.

Quelle ore che Lorenzo passava in casa, erano ore di allegrezza e di

festa. Il povero giovane studiava di molto, e non si prendeva uno

svago a cui non partecipasse Maria. Ed era bello vederla, con la sua

lunga veste di seta nera, o di mussolina bianca (che d'altri colori

non usava adornarsi mai), col suo cappellino di paglia di Firenze

all'estate, e di velluto nero all'inverno, prigione troppo stretta al

volume della nerissima capigliatura, andar leggera leggera al braccio

del suo caro fratello.

Michele non aveva mai voluto andar fuori con essi. E sì che il povero

veterano delle __Tapera di Don Venanzio__ e di porta San Pancrazio ne

aveva una voglia spasimata! Ma anche Michele ci aveva il suo segreto,

che non aveva confidato nemmeno alla sua bella padroncina. Egli non

voleva che dalla sua compagnia nessuno argomentasse che quegli occhi

neri, i quali guardavano a mala pena la strada, e quelle dita

affusolate, chiuse in un guanto perlato, fossero quegli occhi e quelle

dita che si affaticavano su certi ricami, ch'egli andava attorno a

spacciare.

Quella bella e virtuosa famigliola viveva in un modesto quartierino

che abbiamo fatto conoscere fin da principio ai lettori, composto sul

davanti di due camere da letto, separato da una terza che faceva

uffizio di camera da lavoro e di sala da pranzo. La camera di Lorenzo

metteva nella sala d'entrata; quella di Maria in un corridoio, per

dove si andava alla cucina. Dalla cucina, poi, si saliva ad una

cameretta, ricavata nella impalcatura del tetto, nella quale dormiva

Michele; e da questa cameretta si usciva sul terrazzo, ch'era tutto

ornato di pianticelle, da giardino e da orto, cura particolare del

vecchio servitore ne' suoi ozii mattutini.

Dall'altra parte della sala d'ingresso non c'era altro che l'uscio del

salottino, malinconica stanza, che è sempre la stessa ed egualmente

arredata in tutte le case di modesta fortuna, col suo canapè barocco,

fasciato di lana a rabeschi, il tavolincino ovale poggiato su d'una

gamba sola davanti al canapè; il piccolo tappeto da piedi tra l'uno e

l'altro; quattro sedie a bracciuoli e una poltroncina; quattro

battaglie litografate del '48, con la cornice dorata da tanto al

palmo; le cortine di mussolina bianca traforata a fogliami, rialzate

da due borchie d'ottone sui lati; finalmente un albo con venticinque

ritratti, che il visitatore si crede in obbligo di sfogliare,

osservando i mezzo svaniti gruppi di famiglia, la sposina in piedi,

che posa una mano sulla spalla del marito comodamente seduto, i due

amici in maniche di camicia, che fanno le viste di trincare alla

salute della macchina fotografica, la balia con l'erede presuntivo

sulle braccia, e via discorrendo.

Nel salottino di Lorenzo Salvani il terribile albo non c'era, non

essendo ancora venuto l'uso della fotografia a buon mercato; e l'altra

costumanza dell'albo bianco, trappola di poeti e di pittori, era in

uno de' suoi intervalli di felicissimo riposo.

Maria, del resto (che in simili faccende gli uomini non contano mai),

anche se la costumanza dell'albo fosse stata viva e fiorente, non

l'avrebbe seguita di certo. La fanciulla aveva altro da pensare, e il

gusto di certi trastulli donneschi non lo sentiva affatto. Non amava,

per esempio, i fiori sul davanzale, nè i canerini in gabbia; amava

tutte le creature del buon Dio, ma senza far preferenze.

Nel giorno da cui prende cominciamento la nostra narrazione, Maria

aveva fatte le maraviglie della visita ricevuta da Lorenzo. Il giovine

non chiudeva la sua casa a nessuno, ma nessuno ci andava, perchè egli

non concedeva diritti di dimestichezza a nessuno. Sapevano tutti

ch'egli aveva una graziosa sorella; lo vedevano uscire con essa, ma

non c'era verso di potersi accompagnare. Eglino del resto andavano

sempre a diporto per istrane vie, a guisa di chi va per le sue

faccende. Le strade Nuove e l'Acquasola, ritrovo di gente

sollazzevole, non vedevano quella coppia fraterna se non molto di

rado, e sempre di passata.

Abbiam dunque detto che la visita del signore sconosciuto aveva fatto

maravigliar la fanciulla. Lorenzo, dopo quella visita, era uscito in

fretta, senza dirle nulla; ed era questa una grossa novità. Era

tornato due ore dopo, e si era seduto al suo tavolino, senza andare

neanco a salutarla. Che voleva dir ciò?

Non istette molto a saperlo. Un'ora dopo il ritorno del fratello (il

lettore ha già inteso perchè usiamo chiamarli alla breve fratello e

sorella), Maria si spiccò dal suo lavoro, per andare sul terrazzo a

respirare un po' d'aria; chè la giornata, come abbiamo già detto, era

bellissima, e tiepida, a malgrado della stagione.

Nel salire la scala, udì Michele, che era nella sua cameretta sotto il

tetto e canterellava una sua prediletta romanza spagnuola:

Mis ojos te vieron

Rosaura querida;

Mortal fuè la herida

De mi corazon.

Michele cantava sempre spagnuolo, con quel suo accento americano che

fa rabbrividire ogni buon cittadino della __Castilla vieja__. Ma egli

non si curava più che tanto della purezza dell'accento, e tirava

innanzi. Dopo la canzoncina di Rosaura, veniva quell'altra:

Pescadorcita mia

Desciende à la ribera,

Y escucha placentera

Mi cantico de amor;

Sentado en su barquilla,

Te canta su cuidado,

Cual nunca enamorado

Tu tierno pescador.

Il veterano di Montevideo ne aveva un centinaio, di queste canzoni, e

quando lavorava attorno a qualche cosa, le sciorinava tutte, una dopo

l'altra, con una costanza mirabile.

--Bravo, Michele!--gli disse la giovinetta, entrando nella camera.

--Oh, signorina! Domando mille perdoni. È una delle mie vecchie

cantilene, che non mi lasciano mai, come certi dolori aromatici che ho

buscati laggiù.--

Michele intendeva di parlare di dolori reumatici; ma la corretta

pronunzia di certi vocaboli non era il suo forte.

--Povero Michele!--soggiunse la giovinetta, non badando ai dolori

aromatici, ai quali era avvezza, come a tanti altri suoi __lapsus

linguae__.--Cantate, cantate; è una cosa che rallegra lo spirito. Ma

che cosa fate voi ora. Dio mio? Quelle spade!...--

--Oh nulla, signorina. È il signor Lorenzo che mi ha comandato di dar

loro una ripulitura. Sono belle armi, perdiana! Veda come si piegano!

Le ho vedute adoperare dal signor colonnello, e le so dir io che fu un

famoso scontro. Ho veduto allora una botta di terza, data così a

tempo, che non l'ho scordata mai più, e mi corre l'acquolina in bocca

al solo pensarvi.--

Così dicendo, il belligero servitore aveva smesso di pulire il ferro,

e andava giostrando in aria come un vecchio spadaccino che prova i

suoi colpi di riserbo.

A Maria tutti quei discorsi e quella mimica non dicevano nulla di ciò

che voleva sapere.

--Ma voi non mi dite il perchè di questa novità!--esclamò ella.--Mio

Dio! che cos'è egli avvenuto? Forse Lorenzo....--

E la povera fanciulla impallidì, e fu costretta ad appoggiarsi alla

parete, tanta era l'improvvisa commozione.

--Oh, la non si spaventi, signorina!--gridò Michele, deponendo la

spada e facendosi tutto sollecito accanto a lei.--Da quanto ho potuto

capire, egli è solamente padrino. E poi, fosse anco lui, il signor

Lorenzo sa pure tenerla in mano, una lama. Quello è un uomo che, non

fo per dire, darebbe dei punti a suo padre.--

La fanciulla non istette ad aspettar la fine del discorso di Michele.

Ridiscese la scala, corse alla camera di Lorenzo, e, trovato l'uscio

socchiuso, entrò deliberatamente da lui.

Lorenzo stava scrivendo; ma al fruscio della veste, alzò il capo e si

volse a guardare.

--Orbene, Maria?--disse egli, come per chiederle che cosa volesse.

La fanciulla era bianca in viso come un cencio lavato, e appoggiava la

mano alla spalliera del letticciuolo di Lorenzo, quasi fosse per cader

tramortita.

Allora il giovine fu pronto ad alzarsi e correrle incontro.

--Che cosa avete, mia buona Maria? Che cos'è egli avvenuto?--

La fanciulla non rispose alla dimanda di Lorenzo; e piantandogli

addosso due occhi scrutatori, gli chiese a sua volta:

--Voi andate a battervi?--

A quelle parole, Lorenzo capì la cagione dello smarrimento di Maria, e

si sovvenne dell'incarico dato a Michele, che aveva potuto far nascere

in lei il sospetto. Però, assunta l'aria più grave, postosi una mano

sul cuore e stendendo l'altra verso il ritratto di suo padre, rispose:

--Vi giuro, Maria, che non vado a battermi io. Sono padrino, insieme

coll'Assereto, di un certo dottor Collini che avete veduto venir qua

stamane, e al quale, come ad un antico compagno di scuola, non ho

potuto dire di no. Eccovi la pura verità; mi credete voi?

--Oh, vi credo, Lorenzo, vi credo. Voi non mentite mai.--E il volto

della fanciulla si rasserenò; le lagrime che stavano per isgorgarle

dagli occhi alla pressione dell'improvviso sgomento, furono in quella

vece spremute dalla gioia.

Avete veduto mai la campagna sorridere amorosamente ad un bel raggio

di sole, dopo la tempesta? Gli smorti colori si ravvivano, le foglie

abbattute si risollevano, e le gocce d'acqua che le avevano flagellate

pur dianzi, riposano tranquillamente nelle verdi cavità, scintillando

come altrettanti smeraldi.

Quanto affetto per Lorenzo! direte voi; e giustamente, nell'osservare

il fatto in sè, non già nel cercarne una causa riposta in altr'ordine

di pensieri. Maria amava Lorenzo di quell'unico amore che ella

sentisse, e che non poteva definire la mercè di accorti raffronti,

essendo l'unico che ella avesse mai conosciuto.

Lorenzo poi era un giovine eletto; amava Maria come una sorella, e per

essa avrebbe corso ogni risico più grave. Ma v'erano di certe cose

alle quali egli non avrebbe pure ardito pensare, temendo di commettere

un sacrilegio. A dirvela in breve, Maria era per lui un angelo, cioè

un essere di natura diversa dalla nostra, diafano, etereo, al quale

non si potesse accostarsi se non dopo aver lasciato in disparte il

pigro involucro della materia.

E Lorenzo non aveva il torto. Se egli è vero che gli angeli siano essi

di natura superiore alla nostra, se è vero che questi esseri siano

stati creati da messer Domineddio come suoi messaggeri e testimoni

della sua bontà infinita, intermediarli tra il cielo azzurro e la

creatura terrestre, Maria aveva tutti i requisiti per essere contata

nel numero. In fin de' conti ella poteva passare per un angelo, il

quale fosse toccato in sorte alla terra.

Non aveva le ali, ecco il guaio. Ma è forse necessario avere le ali,

per essere angeli? E non sarebbe per avventura un guaio più grosso?

come a dire una gran tentazione a volar via da questo mondo gramo?

I rossi e i neri, vol. 1 · 第 10 / 54 题