Nel quale si racconta di un uomo di capelli rossigni, e di una
spasimata voglia che aveva di scendere in campo per la sua dama.
Abbiamo lasciato Lorenzo nel punto che egli era per entrare nel
salottino, chiedendo a sè stesso chi fosse mai l'importuno che veniva
a cercare di lui. L'importuno era un giovinotto sui trenta, lungo e
magro, con una testa volgare, capelli rossigni e ruvidi, corti e radi
i peli sul viso, la guardatura fosca. Non bello, adunque; ma non per
niente è stata inventata la moda, che anco d'un ceffo di cane può
farvi una faccia da figurino di Parigi.
I capelli rossigni del nuovo venuto erano dunque tagliati a spazzola
sulle tempia, con la divisa tirata ben diritta e bene impomatata sul
cranio. La barba rada, che traeva un pochettino al castagno, si
stendeva tra gli orecchi e gli zigomi in due ventole smilze. Il labbro
superiore e il mento accuratamente rasi, lasciavano risaltare una
bocca sottile, ornata di denti bianchissimi, ch'egli faceva spesso
vedere, con notevole compiacenza. La magrezza delle membra, coll'aiuto
d'un vestimento all'inglese, simulava sveltezza di forme. I guanti
perlati, coi tre cordoncini neri sul dorso, che era mezzo coperto dai
manichini insaldati, lo stivalino inverniciato, e l'occhialetto
cerchiato di tartaruga, davano il compimento a questo esemplare della
grazia posticcia d'allora, e di poi. C'era insomma tutta la parte
materiale della eleganza aristocratica; e l'aspetto dell'uomo, così
ridotto a forme di consuetudine, poteva riuscir tollerabile ai più, e,
crepi l'avarizia, parer grazioso a parecchi.
Lorenzo Salvani non seppe trattenere un atto di maraviglia, quando
vide costui nel suo salottino. L'inarcamento delle ciglia e la testa
tirata indietro significavano il più grosso dei punti ammirativi, e
una filza di puntini per giunta.
--Collini!--esclamò egli, senza muoversi ancora dal suo atteggiamento.
--Sì, Collini, per l'appunto;--rispose l'altro con un sorriso ch'egli
si studiava di rendere amabile.--Vi maraviglia forse?
--Forse; lo avete detto voi stesso;--ripigliò Lorenzo, con accento
malizioso, ma senza cattiveria.--Ma che buon vento vi sbalza quassù?
--Non troppo buono, per verità;--disse il Collini.--Comunque sia, non
vi dispiaccia che io sia venuto da voi per chiedervi un servizio da
amico.
--Non potevate farmi cosa più grata,--disse di rimando il
Salvani.--Son così lieto quando posso renderne uno, che ciò mi consola
della mia pochezza, e della mia povertà. Accomodatevi, prego, e
veniamo all'essenziale.
--Eccolo;--rispose il Collini, sedendosi sulla scranna che Lorenzo gli
offriva.--Questa notte, alla veglia del Ridotto, sono stato insultato.
--Oh diamine! e da chi?
--Dal marchesino di Montalto. Un tale che non ha il becco d'un
quattrino! Lo conoscerete; è quel coso biondo, tutto superbia, che va
sempre ritto impalato, nell'eterna compagnia del Pietrasanta.
--Voi sapete che io non ho dimestichezza con questi signori del
patriziato. Vivo così fuori del mondo!
--Ah, è vero; e forse è il meglio che si possa fare;--concesse con un
mezzo sospiro il Collini,--Ma a noi la professione comanda di viverci
dentro, e bisogna adattarsi. Io dunque vi dicevo che questa notte, al
ridotto del Carlo Felice, sono stato insultato dal signor Montalto, e
alla presenza di una signora, di una dama.
--Perdio! la cosa è grave. Ma dite.... in che modo?
--Oh, si andrebbe per le lunghe;--rispose il Collini, con aria
impacciata.
--Scusate;--si affrettò a dire Lorenzo.--Non domandavo del modo, se
non per misurare la gravità dell'offesa, e non pensavo affatto alla
persona che era presente. Le donne, in questi casi, van nominate il
men che si può. Ma bisognerà pure, se debbo darvi consiglio, bisognerà
pure ch'io sappia la frase, la parola di cui vi ritenete offeso.
--Avete ragione, Salvani; ed ecco qua tutto il necessario.
Accompagnavo la signora, che era mascherata. La signora bisbigliò
alcune parole, certamente di grazioso motteggio, come è l'uso, al
marchese di Montalto, il quale stava insieme col marchese Pietrasanta,
in un angolo della sala dove c'è il camino. Non udii le parole della
signora; ma quali si fossero, non dovevano meritare una dura risposta,
alla quale essa ribattè prontamente ch'egli non era cortese. Notate,
Salvani, che la signora è di buonissima nobiltà, e le smorfie del
Montalto, che non potrà poi far risalire la sua al tempo delle
Crociate, erano veramente fuori di posto, e un grazioso motteggio
della contessa.... Oh, perdonate, quasi mi lasciavo sfuggire il suo
nome.
--Non importa,--disse Lorenzo.--Io non soglio ricordarmi di ciò che
debbo dimenticare. Proseguite pure.
--Orbene,--soggiunse il Collini,--a quel piccolo rimprovero della
signora, il Montalto fece un inchino impertinente, accompagnato da un
sorrisetto sarcastico.
--E voi?
--Io non potei ritenermi dal fargli notare la sconvenienza del suo
ghigno. Ma egli allora, rialzando il capo e guardandomi in atto
sdegnoso, mi disse: «Voi badate ai fatti vostri». Volli replicare; ed
egli da capo: «Mi provocate voi forse?»--«Sì, perchè no?»--«Voi?»
ribattè egli, beffardo.--«Signore» dissi allora, «io non so di che
cosa possiate ridere, quando io vi parlo in questo modo; ma penso lo
direte a coloro che avrò l'onore di mandarvelo a chiedere».--«Saranno
i ben venuti» rispose; e ci separammo. Eccovi tutto l'accaduto. Che
cosa debbo fare?--
E il giovinotto dai capelli rossigni stette ansioso ad aspettar la
risposta.
--Perbacco!--esclamò Lorenzo Salvani.--Non trovo altro modo di
uscirne, se non mandando i padrini a questo marchese di Montalto. La
ragione del duello mi sembra assai lieve; ma probabilmente c'è sotto
qualche ruggine colla signora....
--Colla signora? Oh no;--rispose il Collini.--Ella mi disse di non
conoscere il Montalto altrimenti che di vista, e di non avergli detto
se non cose gentili, e molto innocenti.
--Allora ci sarà una ruggine del Montalto con voi.
--Eh, qui penso che abbiate ragione, Salvani. Egli deve volermi un mal
di morte, perchè gli ho lasciato sempre intendere di non stimarlo gran
che.
--Male!--esclamò Lorenzo.--Consentite a me, più giovine di voi, ma
vostro antico compagno alle medesime scuole, di sgridarvene un poco.
Gli uomini bisogna stimarli tutti, senza accarezzarne nessuno. Ora a
noi; in che cosa posso esservi utile?
--Già lo immaginate, poichè vi ho detto d'esser venuto chiedervi un
servizio. Fatemi da padrino.
--Sta bene;--disse Lorenzo, accennando del capo.--Siete pratico
d'armi?
--E di sciabola e di spada ho tre anni di scuola, da Licurgo Cavalli.
--Ce n'è d'avanzo. E di pistola?
--Mi son sempre esercitato.
--Ottimamente! Due grammi di coraggio, di cui non patirete certamente
difetto; due di sangue freddo, che è proprio dell'arte vostra, e siete
armato di tutto punto. Dove abita questo Montalto?
--In via Balbi.
--Palazzo?...
--Oh, non abita in un palazzo, il marchese di Montalto. La nobiltà ce
l'ha tutta in boria. Non ricordo più il numero dello stabile; ma non
vi sarà difficile trovarlo, prendendo lingua dai bottegai di là dal
palazzo Reale. Aspettate; ricordo che c'è un portinaio, e ch'egli
abita al secondo piano.
--Bene, bene, lo troveremo;--conchiuse Lorenzo.--Ma, a proposito del
mio plurale, non avete un compagno da darmi, per questa bellica
impresa?
--Non ne ho; non saprei....--disse impacciato il Collini.
--Come? E non siete voi sempre in fiorita compagnia, nella quale
potrete sempre trovar l'uomo che occorre?--chiese Lorenzo, che non
poteva più stare alle mosse.--I vostri antichi compagni li avete
sempre trascurati un tantino, per andare con altra gente, e di maggior
levatura. Non dico ciò per farvene un rimprovero. Dio guardi. Accenno
il fatto, e ripeto lagnanze di vecchi amici, che forse, confessatelo,
da un pezzo in qua non v'accorgevate nemmeno che fossero al mondo.
--È un'accusa che non merito;--gridò il Collini, arrossendo.--La mia
professione di medico, l'onesto desiderio di tirarmi innanzi, mi hanno
condotto a vivere più in un ceto che in un altro; ma io vi giuro....
--Oh, non giurate nulla;--interruppe Lorenzo.--Capisco tutto, e vi
ripeto che non parlavo per farvi rimprovero. Io, finalmente, debbo
riconoscere che nel momento del bisogno avete pur fatto capo alla mia
modesta persona. Sapete da quanto tempo non ci troviamo insieme? Da
due anni.
--Credete?--balbettò il Collini, arrossendo ancora.
--Se lo credo! ne son certo. Ma andiamo, via! Non avete tra i vostri
magnati l'uomo che vi possa servire? Lo cercherò io tra i miei fedeli
del buon tempo e del gramo. Pregherò l'Assereto di darmi man forte.
--L'Assereto? Mi par di conoscerlo.
--Certamente, lo conoscerete. Studiava filosofia con me,
all'Università, quando voi eravate ai primi anni di medicina. Ma noi
altri non ci siamo perduti di vista, sebbene egli abbia mutato strada.
Ordunque, ai fatti. Aspettatemi due minuti, e sono ai vostri
comandi.--
Come il lettore ha veduto, questo signor dottor Collini, che veniva a
chieder servizi di tanto rilievo, non si faceva notare per costanza
nelle sue amicizie. Inoltre, viveva in un ceto di persone, e andava a
cercare assistenza fraterna in un altro, in quello, per l'appunto, che
aveva abbandonato.
Il dottor Collini (lo diciamo ora, poichè ci viene in taglio) era un
ambizioso di tre cotte, e della modesta sostanza che aveva ereditata
dai suoi, si era giovato accortamente per frequentare i gran signori.
Esercitava la medicina, nella quale era versatissimo e già famoso per
qualche cura fortunata, sebbene ancor giovine: ma si diceva che quel
giovine medico s'aiutasse più con la sottigliezza dei raggiri che con
la bontà delle ricette. E taluno, anzi, più addentro in certi misteri
della vita cittadina, lo accusava d'imprestar denaro ai figli di
famiglia, ai troppo vivaci rampolli delle nobili casate con le quali
era entrato in relazione, per farselo poi restituire raddoppiato dai
frutti, o triplicato, o quadruplicato, col savio metodo delle
rinnovazioni. Ahi, la calunnia! Ma egli in questi negozi non entrò mai
per suo conto: parlava, faceva parlare da altri, e non domandava
nemmeno di essere ringraziato della sua cortese intromissione. Al più,
volendo malignare ad ogni costo, si sarebbe potuto dire che egli
sapesse collocar bene il suo denaro, essendo uno dei socii occulti del
banco Cardi Salati e C., del quale a suo tempo racconteremo vita e
miracoli. Brutta cosa, non è vero? Ma questa non si sapeva, e quanto a
certe chiacchiere di gente malevola, il Collini le poteva disprezzare.
Dotto e virtuoso per molti, non aveva agli occhi loro altro difetto
che l'ambizione, anzi la forma più tenue dell'ambizione, la vanità. E
se ne rideva un pochino, senza perdergli stima. Si sa bene, chi non ha
il suo difettuccio? La vanità è il piede di creta di tanti colossi! Ma
bisognava anche dire che la vanità del Collini, non che un piede,
fosse una gamba a dirittura.
Per avere un titolo di conte, il giovinotto avrebbe sacrificato Dio sa
che cosa, e, stiamo per dire, battuto moneta falsa. Però invidiava al
marchese di Montalto le sue pergamene, come gl'invidiava la bellezza
(un po' sciocca, la chiamava egli tuttavia) e i sospiri delle belle
signore. In teatro gli davan noia gli applausi prodigati ad un tenore,
come di cosa che gli levassero a lui: sulla pubblica piazza avrebbe
augurato il capitombolo ad un saltatore di corda, ad un mattaccino,
per tutte le prodezze che sapevano fare, e che tiravano troppo
l'attenzione della folla.
Lorenzo Salvani non sapeva niente di ciò. Nel Collini non vedeva altro
che un semplice vanerello, e, da buon filosofo com'era, gli perdonava
facilmente quel suo peccatuccio. Era d'altra parte contento che
nell'ora della necessità, in una di quelle occasioni che provano gli
amici, il Collini si fosse ricordato d'un vecchio compagno di scuola,
da gran tempo a mala pena salutato per via.
Così risoluto di rendergli servizio, si vestì in fretta, mise nel
taccuino alcuni biglietti di visita, e uscì di casa in compagnia del
Collini, suo Pilade improvvisato.
L'Assereto fu presto scovato tra piazza dei Banchi e il vicolo de'
Cartai, ragguagliato d'ogni cosa e persuaso a dare una mano. Due ore
più tardi, egli e il Salvani erano al caffè della Concordia, dove il
Collini stava aspettando l'esito della loro visita al marchese di
Montalto.
--Ebbene?--chiese egli ansioso.
--Tutto fatto;--rispose Lorenzo.
--Come, fatto?
--Eccovi tutto per filo e per segno. Abbiamo trovato il signor
marchese, assai garbato nei modi, quantunque ne trapelasse un poco
della sua alterigia. Saputo del nostro incarico, ci domandò se
sapevamo anche le condizioni dell'alterco tra lui e voi. Io, come
potete immaginare, risposi di no; che infatti siamo ancora adesso a
non saperne nulla. Parve meravigliato, e mormorò tra i denti: «Tanto
meglio; vorrei essermi ingannato». Gli chiesi allora che cosa
significassero quelle sue parole di colore oscuro. «Niente, niente che
vi possa dispiacere, nel vostro delicatissimo ufficio» si affrettò
egli ad aggiungere colla maggior compitezza. «Voi bene intenderete,
signori, che per andarmi a incontrare sul terreno col signor Collini
io non sono certamente costretto a pensare di lui come ne pensano i
suoi amici. La sua riserbatezza, del resto, gli fa molto onore, e voi
vedete che amo rendergli giustizia. I miei padrini sono il marchese
Pietrasanta e il conte Nelli di Rovereto, capitano nel settimo
reggimento di fanteria». Infatti, quei due signori erano in casa sua,
e ce li presentò. Sono due compitissimi cavalieri, e c'intendemmo
subito. Noi abbiamo lasciato loro, com'era giusto, secondo gli usi
nostri, la scelta dell'arma, ed essi hanno scelta la spada.--
Un sottile osservatore avrebbe potuto notare un lieve mutamento sul
volto del Collini, una cosa da niente, ma di quelle che bastano a far
sentenziare sommariamente di un uomo. Lorenzo tuttavia non si addiede
di nulla, e la faccia del Collini si ricompose prontamente. Che paura,
del resto? Una piccola scossa, a tutta prima, sentendo nominar l'arma
che si dovrà maneggiare. Ma le armi son tutte pari, davanti alla
fortuna che le guida.
--Domattina,--proseguiva Lorenzo,--alle ore cinque dobbiamo trovarci
in Albaro, presso la chiesuola diroccata di San Nazaro. È un ottimo
luogo. Le armi le porterò io, che sono di Toledo, col __Christi__
inciso sul forte della lama. Siete contento?
--Contentissimo:--rispose il Collini;--e vi ringrazio di cuore.
--Anch'io sono contento,--disse il Salvani.--Non già del duello. Ma
poichè bisognava farlo, preferisco la spada. È un'arma meno chiassosa,
e di antica nobiltà italiana.
--Così penso ancor io;--riprese il Collini.--Io dunque faccio
assegnamento su voi altri.
--State sicuro. Ma, a proposito, e il ritrovo? Verremo da voi alle
quattro, se vi conviene....
--No, no;--interruppe il Collini.--Non venite da me; ci ho le mie
buone ragioni; temo che s'indovini dove vado. Per una visita medica,
che fingerò di aver da fare, non è proprio necessario che si vedano
due gentiluomini al mio uscio di casa. Farò dunque in modo da non dar
sospetti in famiglia, e alle quattro e mezzo sarò io stesso a' piedi
della collina, sotto la villa del Paradiso.
--Vi aspetteremo dunque lassù. E adesso dove andrete?
--Dal Cavalli, a rifare la mano.
--Benissimo; a domattina.--
I due amici, salutato il Collini, andarono pei fatti loro. Ma come
furono giunti sulla piazza delle Fontane Amorose, l'Assereto si fermò
sui due piedi, guardando il compagno.
--Ebbene?--disse Lorenzo.--Che c'è?
--Sai una cosa?--disse di rimando quell'altro.--Questo Collini non mi
pare un uomo solido.
--Baie! e perchè?
--Perchè più volte ho cercato di guardarlo nel mezzo degli occhi, e
non ne sono mai venuto a capo.
--Sai che è una sua abitudine non guardar mai fissamente. E voi altri
lo tartassavate sempre per ciò, dandogli del gesuita a tutto pasto.
--Sì, quello che vuoi; ma la sua faccia mi persuade meno che mai.
Credo che sia pentito d'essersi messo in questo impiccio.
--E in questo noi non ci abbiamo da entrare;--rispose il Salvani.--È
venuto a chiederci un servizio; glielo abbiam fatto, e penso, mettendo
la modestia da banda, che non avrebbe potuto trovare altri due che lo
servissero meglio. Sul terreno farà il debito suo. Li conosco bene,
questi uomini: non hanno il coraggio impetuoso, ma il sentimento della
loro dignità li sostiene. E poi, questo non è il suo primo duello.
--Credi? Ebbene, si vedrà domattina. Addio; sarò da te questa sera.--
Così dicendo, l'Assereto se ne andò a casa sua, per la salita di Santa
Caterina, crollando il capo come l'Apostolo del dito; benedettissimo
uomo, che voleva vedere e toccare.
Lorenzo Salvani discese dai Ferri della Posta verso Luccoli, e
rientrando in casa ordinò al fido Michele che spiccasse le spade dal
trofeo, per dar loro una ripulita. Poi si mise da capo a tavolino,
ripigliando a scrivere nel suo zibaldone, con la voluttà dell'uomo
povero, che ha tutti i suoi feudi nel regno della fantasia.