Smetti le frasi e dammi una mano. Così! Queste maledette donne che

corrono le vie di Roma a guisa di cavalli sfrenati! Ma che siamo ai

baccanali di Grecia? A vederle, come si dànno moto di qua e di là, e

questo affrontano, e quell'altro tirano pel lembo della toga,

dimandandogli il suo voto contro la legge! Vergogna! Io, io, ho

dovuto arrossire per esse. E a mala pena m'hanno veduto a sboccare sul

Foro.... È lui; sì, no; ci ha i capei rossi; è lui, sì, è lui, il

Console! E in quattro salti mi son capitate ai fianchi, come una muta

di cani, sguinzagliati addosso al cignale. Che te ne pare, Erennio?

Non arrossisci anche tu?

ERENNIO

Perchè non hai voluto che ti accompagnassimo? Le verghe dei littori

son di betulla; ma....

CATONE

Ma tu se' un bietolone; sia detto con tua buona pace. Che cosa

potevano fare le verghe, anco di dodici littori, contro quella turba

di furie, scaturite d'inferno?

ERENNIO

Oh, questo, poi!... Tu non potevi, per la dignità del laticlavio,

aprirti la via colle mani.... Ma era dell'ufficio mio il menar legnate

da orbi. Se c'ero io, se c'ero, le accomodavo secondo la legge.

CATONE

Vedi dunque di far buona guardia costì, mentre io salgo al Tabularlo.

Vorrei esser lasciato una mezz'ora tranquillo.

ERENNIO

Lascia fare; ho la consegna.

(fa il gesto di menare a tondo il suo

fascio)

CATONE

(avviandosi)

Ah! giornataccia! giornataccia! Se le donne son matte, saranno savi

gli uomini?

(esce a sinistra)

SCENA II.

ERENNIO _solo, indi_ MIRRINA, BIRRIA, MATERINA _e uno stuolo di Donne_.

ERENNIO

Ah! per Roma quadrata! Vengono proprio a questa volta. Vigiliamo

l'ingresso.

(si pianta dinanzi alla porta per cui è

entrato Catone)

MIRRINA

(affacciandosi all'intercolonnio, seguita

dallo compagne)

È entrato per di qua. Donne, seguiamolo!

BIRRIA

(a Mirrina)

Purchè non sia per fargli il bocchìno!

MIRRINA

Tira via, sciocco!

ERENNIO

Olà! che cos'è questo chiasso? Fatevi indietro!

MIRRINA

(avvicinandosi sempre più, insieme colla

folla)

Con che diritto? È luogo pubblico. Il Campidoglio appartiene a tutti i

romani.

ERENNIO

Ecco, dirò. Non c'è nessun testo di legge che lo stabilisca. Il

Campidoglio è fatto per gli Dei protettori di Roma e pel popolo

radunato in giusti comizii, non già per la moltitudine tumultante.

Capite? tu....mul....tuan....te! Chi tenta tumulto e sedizione in

città, sia punito di morte.

BIRRIA

Va là, burlone! Queste donne hanno a parlare di cose più gravi col

Console.

ERENNIO

(squadrando la sua tunica di schiavo)

E se il tumultuante è di condizione servile, sia battuto con verghe e

precipitato dal sasso Tarpeo.

BIRRIA

Alla larga!

MIRRINA

Che sasso? Che Tarpeo! Vogliamo andare dal Console.

ERENNIO

Ah! ricalcitrate? Vi parlerò da pubblico uffiziale. «Se vi pare,

allontanatevi, o Quiriti!»

(con gravità)

MIRRINA

E se non ci paresse?

ERENNIO

Ecco; il «se vi pare» è una locuzione, una formola, introdotta pel

rispetto dovuto alla maestà del popolo romano. Così fu stabilito _ab

antiquo_. Ma non ve fidate, perchè se non vi allontanaste colle

buone....

MIRRINA

(andandogli incontro con gesto petulante)

Che cosa faresti?

ERENNIO

Ehi, dico, giù quelle mani! Farei rispettare la legge. La legge è

dura, ma è legge.

MATERINA

A me! a me!

(facendosi strada in mezzo alla calca)

Che leggi vai tu sfringuellando? Vuoi, o non vuoi tirarti da banda?

ERENNIO

(con atto di stupore)

Oh!... Materina!...

MATERINA

Sicuro... sua moglie, o Quiriti, e vedremo se non lascierà passare sua

moglie.

ERENNIO

Che fai tu qui? Va a casa e medita le Dodici Tavole. Autorità di vita

e di morte sulla moglie, è data al marito. Il testo parla chiaro.

MATERINA

Tirati in là colle tue dodici.... Favole! Io l'ho tutte in un

calcetto. Figuratevi, Quiriti! Ei non fa che rompermi il capo colle

sue leggi. Ma le faremo e le disfaremo noi, le tue leggi! Si comanda

noi, oggi, e, se piace a Dio, si comanderà per un pezzo.

ERENNIO

Materina, dico! Non mi fate pasticci! Avreste bevuto vino, stamane?

Sarà bastone e divorzio.

MATERINA

Bastone a me? Tu hai già sentito qualche volta di quante foglie sieno

i miei garofani.

BIRRIA

(sottovoce a Mirrina)

Com'io i tuoi, Mirrina!

MATERINA

Ripudiarmi, poi! Ah, lo volesse Giunone liberatrice, ch'io le porterei

un voto largo tanto!

ERENNIO

Oh, insomma! La pazienza è stata già troppa e forza dee rimanere alla

legge.

MATERINA

Sì, eh? Qua una mano, voi altre!

TUTTE

(facendo impeto sul littore)

Dal Console! dal Console!

ERENNIO

Indietro, olà! Ehi, dico, Quiriti, se vi pare!...

(atterrato Erennio, la turba si scaglia

verso la porta e sparisce)

Altro che parere! questo è sentire....

(tastandosi le membra indolenzite)

E il Console che dirà? Suvvia, coraggio, inseguiamole!

(raccatta il fascio da terra ed esce per la

porta anzidetta)

SCENA III.

FUNDANIO _e_ MARZIA ATINIA _fuori del colonnato_.

(Marzia Atinia sarà sfoggiatameate vestita, ma diligentemente

coperta dalla rica, lungo ed ampio velo nero che dal sommo del

capo le scende fino ai piedi).

FUNDANIO

(entrando da sinistra)

Ah bella! gustosa davvero! Il povero littore è andato ruzzoloni, egli

e i suoi fasci. Marzia Atinia, tu qui? Sola?

ATINIA

(entrando con lui dalla parte opposta)

Non sola; con mia madre, mia sorella Volusia ed Annia Luscina. Ci sono

anche le donne di Catone, che siamo andate a prendere, per condurle

qua, sotto pretesto di sciogliere un voto all'ara di Giunone. Noi

salivamo appunto la gradinata del tempio, quando io t'ho veduto venire

a questa volta....

FUNDANIO

Dolce inseguimento, che piacerebbe anco al Console! Io tenevo dietro

ad una baraonda di donnicciuole, che gli han dato la caccia fin qua.

Anche la tua liberta Mirrina era del numero.

ATINIA

Sollevazione universale! Patrizie e plebee hanno fatto causa comune.

Ma veniamo al sodo. Lo stendardo sul Gianicolo?....

FUNDANIO

Venivo appunto di là. Il terrazzo è pieno di popolane, che vi fanno la

guardia. Vedi? stanno inalberando il vessillo comiziale. Anche gli

auspicî son tornati favorevoli....

ATINIA

Lo credo. Volusia è stata inesorabile con Claudio Pulcro, come Fulvia

con Lucio Valerio.

FUNDANIO

A proposito di Valerio, sai? Egli sta grosso con me, per quelle parole

che Fulvia gli avrà riferite. È naturale. Erano la chiave di tutto

l'intrigo. Tu m'hai messo in un bell'impiccio, o divina.

ATINIA

Te ne duole?

FUNDANIO

Dei buoni! Si tratta d'un ottimo collega.... d'un amico! A questo

mondo si ha così poche persone che ci voglian bene!

ATINIA

T'aiuti di tutto, mi sembra!

(ridendo)

Via, non pensarci; a cosa fatta, vi metterò io in pace.

FUNDANIO

Eccolo! Scende dal Tabulario, con Porcio Catone.

SCENA IV.

CATONE, _col bastone d'avorio_, VALERIO, ERENNIO _e Detti_.

CATONE

Animo, dà il catenaccio anche a questa!

(Erennio chiude la porta a chiave)

Così! Ah, mègere d'inferno! Si sbizzariscano a lor posta, adesso; le

mura sono a prova d'unghie e di strida. Ma che! donne ancora?...

(vedendo Atinia nel portico)

VALERIO

È la moglie del pretor peregrino, la figlia del Console tuo collega.

CATONE

(inoltrandosi, con piglio sarcastico)

Marzia Atinia, in compagnia d'un tribuno!

ATINIA

Tu pure ci sei, con un tribuno, mi sembra....

CATONE

Ah, ma questi è il mio caro Valerio.

FUNDANIO

(piano ad Atinia)

Chè non gli rispondi tu pure: il mio caro Fundanio?

ATINIA

(a Catone)

Ah sì, il tuo caro Valerio, il nemico delle donne!

VALERIO

(confuso e sottovoce)

Io?... Anche tu?

ATINIA

Fundanio invece è l'amico nostro, il difensore della nostra causa.

CATONE

Benissimo! sentiremo la sua eloquenza!

FUNDANIO

Mi duole di averti a trarre d'inganno, prestantissimo Console. Non

sentirai nulla. Parlerà invece un altro, che in materia d'eloquenza

non la cede a chi si sia.

CATONE

Ah! Ah!... e sarebbe?...

FUNDANIO

Non lo sai?

CATONE

No, per Apolline.

FUNDANIO

(a Marzia Atinia)

Infatti!... lo chiama ancora il suo caro Valerio!

(piano a Valerio)

E tu, non gli hai detto?....

VALERIO

(con piglio iracondo)

Lasciami stare!

CATONE

(dopo essere rimasto alquanto sopra

pensieri)

Chiunque egli sia, vedremo il campione; udremo le salde ragioni!

ATINIA

E credi tu che non si trovi nella nostra causa niente di buono da

dire? Saresti, in fede mia, poco grazioso con noi!

CATONE

No, non lo sono. Amo mia moglie e mia sorella, ma tante smancerìe le

lascio.... ai tribuni delle donne.

FUNDANIO

(inchinandosi)

Accetto il titolo, come tutto ciò che mi viene da te.

CATONE

(dopo avergli dato un'occhiata, tra burbera

e ironica, si volge ad Erennio)

Dimmi, littore; gli è tempo?

ERENNIO

(che sarà stato prima fuori del colonnato)

No; ci vorrà un bel pezzo prima che le centurie sian tutte ai posti

assegnati. I censiti durano molta fatica a traversare il Foro. Tutte

le donne di Roma son fuori....

CATONE

Salvo quelle che son dentro.... e ci staranno un bel tratto, a

smaltire le bizze!

ATINIA

(a Fundanio)

Vedi Valerio, com'è rannuvolato!

FUNDANIO

Eh, lo vedo pur troppo.

ATINIA

Se tentennasse!... Bisognerà provvedere. Accompagnami!

(a Catone)

Saluto il Console, e vo' nel tempio a pregare gl'Iddii che confondano

la sua eloquenza.

CATONE

Sèrviti!

(Marzia Atinia e Fundanio si allontanano)

SCENA V.

CATONE, VALERIO, ERENNIO _in disparte_.

CATONE

Gli Iddii faranno quel che vorranno, per utile e gloria di Roma. Tu

prega a tua posta e va attorno per voti, con quel Fundanio di costa.

Buon per te, che tuo padre è fuori, e tuo marito ha dato il cervello a

pigione. Ma chi sarà questo oratore? Cornelio Cetego?... Un uomo

consolare! Non credo. E poi, me ne avrebbe fatto un cenno ieri, quando

ci siamo incontrati. Sempronio Gracco?... È amicissimo mio....

Impossibile!... Sulpizio Gallo? Quel ragazzaccio che sa tanto di greco

e comincia a volerla dire co' vecchi? Lui, forse! Che ne dici,

Valerio?

VALERIO

Perchè darti pensiero di ciò?

(con aria impacciata)

Chiunque egli sia, la palma dell'eloquenza sarà data a Catone! Ed

egli.... il tuo avversario, di un'ora.... sarà ben dolente di aversi a

misurare con te.

CATONE

Perchè dunque s'è messo alla prova? Ma, gliene dirò io, delle ragioni!

E che cosa mi potrà egli argomentare in contrario? Tu se' buon

giudice, Valerio; senti un po' qua....

VALERIO

(perplesso, cercando schermirsi)

Ma.... io....

CATONE

Senti, via! Comincierò da noi. La colpa di questa sommossa femminile

s'appartiene a noi magistrati; a voi tribuni, che avete condotto anco

le donne a muovere le sedizioni tribunizie; a noi consoli, che dovremo

ricever leggi da un tumulto di donne. Ed anche alle donne dirò il

fatto loro! Che nuova usanza è cotesta di correr fuori e affrontare,

come fate, gli altrui mariti per via? Perchè ognuna di voi non s'è

volta al proprio? Sapreste per avventura esser più lusinghiere cogli

estranei, che co' mariti vostri, più fuori di casa, che in casa?

Senonchè, anco in casa, e coi vostri, sarebbe pessima cosa; avendo le

leggi nostre saviamente disposto che le donne fossero in potestà dei

padri, fratelli e mariti loro. E noi comporteremo ch'esse scendano in

piazza, nei parlamenti e negli squittinii? Ponete freno, vi dico, io,

come altre volte v'ho detto, ponete freno, vi ripeto ancora una volta,

a questo sesso arrogante, a questi indomiti animali....

VALERIO

Ah!

CATONE

Che è ciò?

VALERIO

Nulla, nulla; notavo l'energia della frase....

(da sè)

Erano le parole sue! E Fundanio l'ha poste a mio carico! Oh, aspetti,

aspetti!

CATONE

(proseguendo)

Esse, già baldanzose, diventeranno audaci. Darete cinque; vorranno

cinquanta. Che chiedono esse, in tanta angoscia, e con veste di

supplicanti? Di sfoggiarla in porpora e oro; d'esser portate attorno

in cocchio, a guisa di trionfanti; di togliere ogni misura allo

spendere, ogni ritegno allo spreco! Oh! tempi mutati! Grecia ed Asia

s'impadroniscono di noi, non noi di esse. Non si ha in pregio che

l'arte greca e le greche delicature; i nostri Iddii romani di terra

cotta fan ridere! ah, io vorrei averli sempre favorevoli a noi, questi

umili Iddii, come furono in passato, contro Annibale e Pirro! Costui,

per mano di Cinea, suo ambasciatore, fe' tentar con lauti presenti

uomini e donne di Roma. Uomini e donne ributtaron le offerte. Ma

adesso? Se Cinea tornasse, troverebbe le matrone romane in volta per

le vie, colle palme tese per raccogliere.... che dico, per

raccogliere? per fare a ruffa raffa coi doni stranieri. Respingete la

proposta di Fundanio, o Quiriti! Troppo è già il lusso tra noi. Non

fate che nascano disuguaglianze e invidie perniciose. La povera,

sopraffatta dallo sfarzo della ricca matrona, chiederà nuovi

ornamenti all'esausto marito. Negherà egli; ma, non dubitate, ella

troverà un altro che dica: son qua. E avremo corruzione maggiore.

Conservate il freno sapiente della legge Oppia, o Quiriti; che non

v'accada come colle fiere selvatiche, istizzite da lunga prigionia,

che, appena lasciate, più feroci diventano. E gli Dei faccian prospero

ciò che sarà da voi decretato.

ERENNIO

(da sè in disparte)

Che oratore! Se avessi potuto parlar io così a mia moglie, come

l'avrei fulminata, annichilita! In quella vece!...

CATONE

Questo è il concetto; che te ne pare, Valerio?

VALERIO

Robusto.... incalzante....

CATONE

E che cosa si potrebbe rispondere? dico io; che cosa? Parole, sì, ed

ornate; ma ragioni, no certo.

VALERIO

Eh.... potrei dirtelo io, che cosa si risponderà.... debolmente...

CATONE

Di' pure, alla libera. E' sarà un esercizio per me.

VALERIO

Si comincierà da un elogio alla gravità dell'uomo ed alla sua grande

autorità, che mette in pensiero chiunque abbia a trovarseli contro. E

ciò sarà giusto.

CATONE

(con impazienza)

Concedo; va innanzi!

VALERIO

Poi, si potrà continuare a un dipresso così:... «Ma egli, il Console,

ha consumato molto più parole nel biasimar le matrone, che nello

sconfortar la proposta. Ha chiamato questo fatto una sedizione di

donne; una sedizione, perchè elleno han chiesto di rivocare, or che la

Repubblica è prospera e forte, una legge fatta per tempi infelici e

difficili? Sedizione! La parola è grave; ma io non vedo il fatto che

la richieda. Son venute fuori, a impacciarsi della cosa pubblica, tu

dici. Orbene, quante volte non hanno esse adoperato del pari? Volgerò

contro te le storie mirabili che tu hai scritto, o Catone. Impara da

esse quante volte siano le donne uscite fuori, e sempre per benefizio

pubblico». E qui ti si citano le spose sabine, che fecero posare la

guerra tra padri e mariti; le matrone, condotte da Veturia al campo di

Coriolano; le donne d'ogni condizione, che diedero tutti i loro

ornamenti per riscattar la città dal furore dei Galli; le vedove che

sovvennero del loro danaro l'erario, nella guerra coi Cartaginesi; la

processione femminile, da Roma al mare, per ricevere il simulacro di

Cibele, venuto di Frigia in aiuto e difesa di Roma. «E se non ti

maravigliasti tu ch'elle uscissero tante volte per benefizio pubblico,

perchè troverai a ridire se una volta escono per utile proprio. Che

fanno di così reo? Vengono e pregano. Ah, in fede mia, orecchie

superbe ci abbiamo, che, mentre i padroni ascoltano i lagni de' lor

schiavi, noi sdegniamo esser pregati da libere e nobili donne».

(segni di stupore in Catone. Nel fondo,

dietro il colonnato, saranno apparse Fulvia

ed Annia Luscina, e Plauto, che stanno

intenti ad udire)

«Vana è la difesa del Console, quando egli tocca del merito della

legge. Son forse le leggi così provvidamente ordinate, che più non

s'abbia a mutarle? E non ve n'ha di tali, che il tempo ha reso

inutili, o contrarie allo scopo? Questa legge non è delle prime e

sacrosante di Romolo; nemmanco delle Dodici Tavole. È nuova, e fu

fatta quando Roma, per la rotta di Canne, era minacciata dell'ultimo

eccidio. I socii ribellati; non uomini per l'esercito; non ciurme alle

navi; non denaro all'erario. La repubblica, per far soldati e marinai,

comperava gli schiavi dai loro padroni, con promessa di pagarli a

guerra finita. Tutti davano il proprio, dall'opulento senatore alla

vedovella meschina. E già allora questa tua legge Oppia si mostrò vana

cosa; imperocchè, dov'erano più le donne ornate d'oro e di porpora,

quando tutti, uomini e donne senza eccezione, e per spontaneo moto e

per legge, s'erano d'ogni cosa spogliati? E più vana apparisce ora; nè

solamente vana, ma iniqua; imperocchè la repubblica è forte e noi non

le diamo già più straordinario tributo di danaro, o di schiavi. E se

tu, fiorendo la repubblica, custodisci gelosamente il tuo, perchè solo

le donne vorresti tu escluse dal benefizio dei tempi?»

CATONE

(con stupore sempre crescente)

Valerio!

VALERIO

«Finisco. Noi uomini useremo porpora e toga intessuta a colori; toghe

ricamate porteranno i nostri figliuoli; porpora ed oro i magistrati

delle colonie e dei municipii; nella porpora si concederà alle

famiglie di bruciare i lor morti; solo alle donne romane niente sarà

consentito? Vedranno coperte d'oro e di porpora, trascorrere in

cocchio, le mogli dei sudditi ed alleati latini; noi stessi

risplendere di mille ornamenti nelle magistrature, nei trionfi, ne'

sacerdozii; e con ciò, pensi tu, non vi sarà emulazione, nè invidia?

No, tu non stabilisci che una nuova classe di schiavi; laddove noi

vogliamo che la donna rifulga liberamente di tutte quelle grazie, che

la fanno per noi il più caro dono de' cieli. E se tu nieghi loro gli

attributi del loro sesso; che non concedi loro per contro gli uffici

del nostro? che non le armi, non le spartisci in legioni e non le

conduci in Ispagna con te?...»

CATONE

(fuori di sè per lo stupore e lo sdegno)

Valerio! Pensi tu quel che dici?

ERENNIO

(da sè)

Bene! Ora il console me lo fulmina, me lo annichilisce!

VALERIO

(perplesso)

Io?... Penso che in tal guisa ti si potrebbe rispondere. Ah!

(vedendo Fulvia che gli accenna di farsi

animo)

Infine, sì; penso tutto quello che ho detto.

ERENNIO

(vedendo anch'egli le donne)

Ahi! Non son tutte chiuse nel Tabulario, le streghe!

VALERIO

Sì, sappilo; io t'amo, ti venero, o Marco; nè tu potresti avere

fratello minore, o figliuolo, che ti rispettasse di più. Ma io, vedi,

non son più padrone di me.

CATONE

(con accento d'ira profonda)

Anche te hanno ammaliato le donne?

VALERIO

Ah no; di' piuttosto che una di esse m'ha richiamato al mio debito di

giustizia, una sola che adoro.... e adorando lei, non vengo meno alla

mia divozione per te.

CATONE

Mia sorella!

VALERIO

Lo sapevi?

CATONE

Sì, e godevo dell'amor tuo; ma ora....

VALERIO

Ora?

ERENNIO

(da sè)

Non è più come allora.

CATONE

(con piglio risoluto)

Dimmi su; parlerai contro la legge?

VALERIO

Tu metti a prezzo....

CATONE

Rispondi! parlerai?

VALERIO

Ah, la è dura!... Io....

(attignendo coraggio dalle mute eccitazioni

di Fulvia)

Or bene, sì, parlerò, dovesse costarmi la vita!

CATONE

Ah, per gli Dei infernali, non riconosco più Roma. Littore, precedimi.

(le donne, al muoversi di Catone, si

appiattano dietro il colonnato)

ERENNIO

(precedendo il Console)

Sconfitto anche il Console! In fondo, ci ho gusto. Non sarò il solo.

(ad alta voce, sulla gradinata)

Quiriti, il Console!

(si odono squilli di tromba da varii punti

del Foro)

CATONE

(tornando indietro)

E bada, che non t'uscisse di mente! Mia sorella non sarà tua, fino a

tanto la tua eloquenza, insieme colla legge Oppia, non avrà anche

distrutta l'autorità del capo di casa.

(parte furibondo)

SCENA VI.

FULVIA, ANNIA LUSCINA, PLAUTO _e_ VALERIO _indi_ CLAUDIA, LICINIA, MARZIA

ATINIA _e_ VOLUSIA.

(Le donne tutte appariranno chiuse dal capo alle piante nella

rica, come Marzia Atinia, essendo di sotto sfarzosamente

vestite. Fulvia sola conserva la sua veste degli Atti

antecedenti, e porta in capo il ricinio.

Del rimanente, le vesti, gli ornamenti e le acconciature delle

donne saranno, salvo la varietà dei colori, e di qualche

accessorio, simiglianti al vestiario indossato da Mirrina

nell'ultima scena dell'Atto primo).

FULVIA

(inoltrandosi amorosa verso Valerio)

Valerio!

VALERIO

(mestamente)

Hai udito?

FULVIA

Ah! io non sarò che tua, sempre tua!

ANNIA

(facendosi incontro a Valerio)

Che eloquenza, tribuno! Consenti che io ti rapisca agli occhi

innamorati di Fulvia, per congratularmi con te. Il nostro sesso non ha

mai avuto un più valente campione.

PLAUTO

(intromettendosi)

Sì, ma ci ha troppo fuoco. Tempera, amico mio! tempera! Il Console

parlerò fieramente; metterà fiamme dal labbro. Tu, sii grave e pacato;

riposerai l'uditorio, entrerai nelle grazie dei vecchi, che amano

d'esser trattati con ossequio, e ti sarà più agevole il vincere.

(da sè)

Se l'amico mi sentisse a dar consigli di questa fatta contro di lui,

sarei bell'e spacciato.

ANNIA

(affacciandosi all'intercolonnio)

Ah, ecco, parla il Console!

(Valerio e Fulvia la seguono, per star ad

udir l'oratore, ma spesso guardandosi e

sempre tenendosi stretti per mano)

Bolle, come un mare in tempesta! Dei buoni, che furia di sarcasmi!...

E' vuol fare di nostra carne rocchi.

PLAUTO

Credo che sarebbe eccellente.

ANNIA

Antropofago!

PLAUTO

Eh, soltanto per metà! mangiatore di donne.

ANNIA

Ah, ecco Claudia coll'altre. Vedi? Ci avresti da farne una

indigestione.

(andando incontro a Claudia, a Licinia,

Marzia Atinia e Volusia)

Ecco dunque il gran giorno! Ecco l'ora che deciderà della nostra

sorte. Il Console ha cominciato la sua invettiva.

CLAUDIA

Licinia non ardiva accostarsi, fino a tanto fosse qui suo marito.

ANNIA

Bah! adesso siam tutte in ballo. O si vince, o si muore, ma tutte

insieme.

LICINIA

(a Plauto)

Tito Maccio, che te ne pare? Siam pazze?

PLAUTO

Eh, non dico che siate savissime. Ma alle donne va bene un granellin

di follia, un pizzico di capricci. A proposito di capricci, eccone

uno. Siete brune come tante larve.

ATINIA

Siamo in gramaglia. Se la legge non casca, ci buttiamo tutte quante in

vedovanza.

ANNIA

Anzi meglio; ci si ritira sul monte Sacro.

PLAUTO

Come la plebe, per farla in barba ai patrizi.

VOLUSIA

No, come i patrizi offesi dalla plebe, nella persona di Coriolano.

PLAUTO

E di lassù ci piglierete colla carestia; ci affamerete....

ANNIA

Peggio ancora. Troveremo dei Volsci, che ci terranno.

PLAUTO

Oh, se li troverete! io lo giuro.

ANNIA

E coi romani, non più pace, nè tregua.

PLAUTO

Ma noi, Veturie a rovescio, verremo in lunga fila di supplicanti ad

implorare la mercè dei nuovi Coriolani; ci butteremo ai loro piedi,

abbracceremo le loro ginocchia....

ATINIA

Non vi concederemo tanta libertà!

PLAUTO

Via, via!.. Per fortuna avremo amici nel campo. Eccone uno laggiù,

(additando Valerio, in contemplazione di

Fulvia)

che sarà sul monte Sacro.... che c'è anzi fin d'ora. La sua felicità è

senza confini. Poveretto! E Marco avrà cuore di dividere quelle due

creature, che s'amano tanto?

FULVIA

(additando verso il Foro)

Ah, vedi? Il Console scende dai rostri!

ATINIA

Che è? Ha finito? Infatti egli è sceso.

VOLUSIA

E come lo applaudono! Oh brutti!

VALERIO

(traendo Fulvia in mezzo alla scena)

Mia sempre?

FULVIA

Fino alla morte. Va! sii uomo; egli finirà col rispettarti. Ma sii

cortese, ossequioso con lui; è mio fratello! Va, va!

_Voci_

(di dentro)

Viva il Console! Viva!

FUNDANIO

(di dentro)

Il Console ha finito. Chi gli risponde?

VALERIO

(slanciandosi alla gradinata)

A me, Quiriti! Rispondo io!

(esce)

_Voci_

(di dentro)

Sì, Valerio, tribuno! Ai rostri Valerio!

SCENA VII.

_I precedenti, tranne_ VALERIO.

PLAUTO

Bel fuoco giovanile! Tienlo caro, o Fulvia; è desso il fuoco sacro,

ch'egli ha attinto da' tuoi occhi.

FULVIA

(intenta ad ogni moto di Valerio)

Ecco, ascende il suggesto, s'affaccia a rostri. Stende la mano in atto

di voler parlare. Che silenzio tutto intorno! Vedi come sono intenti,

come pendono tutti dalle sue labbra! Incomincia.... loda il

Console.... il popolo approva.

PLAUTO

Vedi tuo fratello, che gronde sugli occhi! Pare il monte Algido,

quando mette il suo cappello di nuvole. Lo guarda a squarciasacco,

come se volesse sbranarlo. Ah, bene, Valerio! Cortesie su cortesie! Le

centurie applaudono! Avanti, avanti così! Ah, Dei immortali! prodigio,

portento!... Catone spiana le rughe.... sorride.... Bene, calma,

Valerio, calma sempre! La causa è vinta!

ANNIA

(accorrendo)

È vinta? Così presto? Allora butto via questo velo.

PLAUTO

Non ancora; volevo dire che la è come vinta. Sentite, eh, come parla

dei fatti vostri, al tempo di Romolo... di Coriolano.... Vedi, Annia

Luscina? anche di Coriolano! E come vi loda! come vi esalta!

VOLUSIA

Fa bene.

PLAUTO

E giù applausi! Applaudono tutti e tutto, queste care centurie! Già, i

fatti generosi della storia han sempre questo potere su noi;

commovono, inteneriscono, comandano anche alla fredda ragione....

ANNIA

Che dici? La ragione è dalla parte nostra.

PLAUTO

Chetati, Annia Luscina! Parlavo della fredda ragione. Tu lo sai pure;

ragioni ce n'ha di calde e di fredde. Voi avete le calde....

ANNIA

Io credo che tu ti prenda spasso di noi, poeta comico! Non c'è caldo,

nè freddò che tenga, quando siamo nel nostro diritto.

VOLUSIA

La legge Oppia : commedia togata in tre atti · 第 3 / 4 段