Al 29 fummo allarmati; si vide apparire dalla parte di Marsala una
flotta che si credette da principio che fosse la flotta riunita
franco-spagnuola. Ma appena in vista del porto fu inalberata la
bandiera rossa, e si riconobbe che era Nelson che tornava colla sua
squadra.
Si fecero tosto attaccare i cavalli, e la regina, sir William ed io
salimmo in carrozza e andammo verso la marina.
Nelson da parte sua non perdette un momento, e appena ebbe gettato
l’ancora, discese nella sua lancia e venne a terra.
Al modo che la regina si volse verso di lui e gli strinse la mano
ho potuto conoscere che il timore è un sentimento tanto forte quanto
l’amore.
Nelson salì in carrozza e lo conducemmo a palazzo.
In quegli otto o dieci giorni di crociera Nelson non aveva veduto
nemmeno una vela della flotta francese. Era sua opinione che dessa si
fosse diretta senza dubbio a Tolone per prendere rinforzi.
Richiamò specialmente la nostra attenzione sul suo ritorno che aveva,
diceva egli, per iscopo di rassicurare la regina. Ma la sua unica mano
stringendo la mia, mi dava a divedere che egli era ritornato soltanto
per me.
S’informò se avevamo ricevuto qualche notizia da Napoli. Noi non
sapevamo che delle notizie vaghe, ma erano per altro buone. I
Napolitani condotti da Caracciolo, che riunì una flottiglia di piccole
barche, avevano tentato di approfittare dell’assenza di Nelson e
del grosso della sua flotta per riprendere le isole; ma dopo un
combattimento accanito contro il _Seahorse_ comandato dal capitano
Footh, e la _Minerva_ l’antica fregata di Caracciolo comandata dal
conte di Turn, Caracciolo e la sua flottiglia erano stati respinti.
Nello stesso giorno Nelson ricevette una lettera dal capitano Footh che
portava in fine questa poscritta.
«Trenta giacobini sono stati impiccati ieri verso il dopo pranzo. E il
bastimento che vi reca questa notizia ha a bordo tre preti condannati,
che invio a Palermo per essere sconsacrati, e che saranno impiccati al
loro ritorno.»
Al 6 giugno, la squadra di lord Nelson fu rinforzata dall’arrivo a
Palermo del _Fulminante_, vascello di 80 cannoni destinato a diventare,
in luogo del _Vanguard_, il vascello ammiraglio; era seguito dal
_Leviathan_ che portava la bandiera del Vice-ammiraglio Duckworth, dal
_Maestà_, e dal _Nortumberland_ levati dalla flotta di lord S. Vincent.
L’8 giugno fu un giorno di festa: lord Nelson trasportò la sua bandiera
dal _Vanguard_ sul _Fulminante_; fece passare con lui su questo
vascello il capitano Hardy, cinque luogotenenti, il chirurgo, il
cappellano e molti marinai.
Si decise che in quel giorno Nelson riprenderebbe il comando della
flotta e tenterebbe una spedizione contro Napoli. Il principe
ereditario, vergognoso di non aver fatto ancor nulla per riconquistare
il suo retaggio, si decise finalmente di partire con Nelson, che
annunziò che, se il re volesse dargli delle istruzioni, egli metterebbe
vela al primo vento favorevole.
Il re, e la regina e sir William passarono la notte a redigere per
lord Nelson le seguenti istruzioni. Esse davano carta bianca a Nelson,
ma nello stesso tempo il re e la regina gli raccomandarono a voce
di non trattare coi ribelli, e la regina gli mostrò la copia di una
lettera che scriveva al cardinale Ruffo, incaricandolo di dare a Nelson
l’estratto seguente.
Tradussi letteralmente il passo in inglese, perchè Nelson fosse
perfettamente istruito dalle intenzioni della regina, che come sempre,
erano quelle del re.
«Desidero ardentemente di conoscere la presa di Napoli, e quali
negoziazioni siansi prese con S. Elmo e col suo comandante francese;
ma, ve ne prego, nessun patto colle navi ribelli, alle quali il re
perdonerà nella sua clemenza, diminuendo loro la pena per un effetto
della sua bontà. Non bisogna mai e sotto nessun pretesto capitolare
nè trattare coi sudditi ribelli, che sono all’agonia, e che volendo
far male non lo potrebbero, essendo presi a quest’ora come sorci
nella trappola. Voglio ben perdonare a loro se sarà necessario per il
bene dello Stato; ma venire a patti, scendendo tanto basso con quei
miserabili, mai.»
Si vede che con tali istruzioni, Nelson non aveva che una sola cosa
da fare, eseguirle, o non incaricarsi della spedizione: ma essendo
questa fatta al contrario nel doppio scopo di riconquistare Napoli e
di vendicare la dinastia, il re dava cognizione a Nelson di ciò che
scriveva a Ruffo ed in cui gli diceva:
«Mi si assicura che voi avreste detto a qualcuno, che se i castelli
di Napoli si arrendono, voi permettereste a tutti i ribelli di
uscire incolumi, anche Caracciolo, Manthonnet ecc. ecc. Questa cosa,
Eminentissimo mio, non la crederò giammai, perchè Dio ci vieta di
lasciare in vita queste vipere velenose, specialmente Caracciolo che
conosce tutti i piccoli buchi dei nostri porti e potrebbe farci il più
gran male!
Del resto circa a Caracciolo la regina non era soltanto d’accordo col
re, ma fu dessa che aveva avuto quell’ispirazione di odio mortale.
In una lettera scritta il giorno prima, in cui il re scriveva la sua e
si esprimeva presso a poco in questi termini:
«Fra i colpevoli scellerati, il solo che voglio che a qualunque prezzo
non vada in Francia è l’indegno Caracciolo, questi, tre volte ingrato,
che conosce tutti gli angoli del nostro litorale di Napoli e di
Sicilia, che potrebbe, se sfuggisse alla nostra giustizia, suscitarci
molti nemici, ed anche compromettere la sicurezza del re.»
Lo si vede, l’ordine è positivo, e Nelson non aveva che una cosa da
fare: obbedire ad ordini positivi, o rinunziare alla spedizione.
Al giovedì, 12 giugno, lord Nelson non era ancora deciso, e la regina
allora impiegando su di lui il suo mezzo ordinario di pressione, mi
dettò questa lettera per lui:
«Giovedì 12 giugno sera.
«Ho passato la sera colla regina che è veramente disperata, e
dice che quantunque il popolo di Napoli sia in generale pei suoi
legittimi sovrani, le cose non potrebbero essere ridotte allo
stato di tranquillità e di subordinazione se non quando Nelson e
la sua flotta si presenteranno innanzi a Napoli. È perciò che essa
vi prega, v’impegna, vi scongiura, mio caro lord, di far tutto
il possibile per andare a Napoli. Per l’amor di Dio, pensateci,
riflettete ed agite. Noi verremo anche con voi se lo volete. Sir
William è ammalato, io pure sono ammalata; ciò mi rimetterà in
salute.
«Sempre, sempre la vostra sincerissima
«EMMA HAMILTON.»
Due giorni prima, inviandogli le istruzioni che leggeremo in seguito,
il re scriveva a lord Nelson, che egli era già pronto a mettere alla
testa dei suoi generali il principe ereditario, e che lo confidava a
lui, Nelson, contando interamente e completamente sul di lui zelo, sul
di lui servizio e sul di lui attaccamento alla sua persona e famiglia:
attaccamento di cui egli avea date prove così numerose: malgrado tutto
ciò, Nelson aveva resistito; ma egli non sapeva rifiutarmi nulla, la
mia lettera lo decise, e nella notte mi fece rispondere che al giorno
seguente il principe ereditario poteva recarsi a bordo.
Difatti al 13 il principe ereditario venne a bordo del Fulminante;
noi tutti lo accompagnammo, il re, la regina, molti personaggi della
famiglia reale, ed io.
Lo stendardo reale fu subito inalberato, e nel momento in cui lo si
inalberava si tirarono i 21 colpi di cannone; a mezzodì scendemmo dal
Fulminante lasciando a bordo il principe ed il suo seguito.
Nelson mise alla vela subito dopo la nostra partenza.
Il giorno seguente, venerdì 14, alle quattro del mattino, fu
raggiunto dai vascelli di Sua Maestà Britannica, il _Powerfull_ e il
_Bellerofonte_, che venivano ad annunziargli da parte di lord Keith
che la flotta francese, forte di ventidue legni, era stata segnalata
sulle coste d’Italia. Nelson che ne avea con lui soltanto sedici, e di
second’ordine, con pochi uomini non credette opportuno di esporre il
principe ereditario alla sorte di un combattimento, che raddoppiava la
sua responsabilità. Riprese immediatamente la via di Palermo, e sbarcò
nello stesso giorno il principe con tutti i suoi bagagli, le munizioni
e le truppe; riprese poscia il mare e si diresse a Maretimo, sperando
di essere raggiunto dall’_Alessandro_ e dal _Goliath_, i cui capitani
doveano recarsi al blocco di Malta, giusta gli ordini che avevano
ricevuto otto giorni prima.
Al 18 giugno era innanzi a Maretimo in mare, e credeva di dover
combattere colla flotta francese, perchè rispose al capitano Footh,
che gli annunziava l’avvicinarsi dei Russi e del cardinal Ruffo, e
la presa probabile di Napoli, di venire, se Napoli fosse preso, a
raggiungerlo innanzi a Maretimo col _Seahorse_, la _Mutine_ ed il
_Perseo_, lasciando soltanto per la guardia delle isole e della baia
di Napoli le navi napoletane col _Buldog_ e il _S. Leone_: del resto,
aggiungeva, che se il capitano Footh credesse pericoloso di lasciar
Napoli, gli lasciava la libertà intiera di agire a suo talento. Nello
stesso giorno, vale a dire il 18 giugno, l’_Alessandro_ ed il _Goliath_
lo raggiunsero, in fine due giorni dopo un dispaccio di lord Keith
invitava lord Nelson a ritornare a Palermo a prendervi gli ordini del
re e di condurre la squadra nella baia di Napoli, ove supponeva che si
dirigerebbe la flotta francese.
Durante quest’assenza, erasi convenuto fra la regina e me che, per non
lasciar raffreddare lo zelo di Nelson, non si sarebbe già imbarcato il
principe ereditario, ma io e sir William.
Alle nove del mattino si segnalò l’arrivo della flotta; a mezzodì entrò
nella baia di Palermo, ma non gettò l’áncora. Nelson scese a terra nel
momento in cui noi arrivavamo alla marina. La regina, sir William, ed
io, lo prendemmo nella nostra carrozza e lo conducemmo dal re, ove ebbe
con lui una conferenza di tre ore.
Uscendo, lord Nelson ci trovò pronti a partire, sir William ed io; mise
un ginocchio a terra davanti alla regina, e le giurò che i suoi voleri
sarebbero letteralmente eseguiti. La gioia di averci compagni, che
non poteva esprimere innanzi a mio marito, si trasformò in entusiasmo
per la causa della regina; un suo sguardo mi fece comprendere che egli
s’inginocchiava innanzi a me, e che la mano che baciava era la mia.
Prendemmo congedo dalla regina; mi tenne molto tempo stretta al suo
cuore; la sua ultima parola fu quella di Carlo I:
— Remember.
Il re consegnò a Nelson le sue istruzioni in data del 10; e siccome
formano un complesso con quelle date a Ruffo, che sono poco conosciute,
e spiegano, se non la scusano, la condotta di Nelson, le riporteremo
qui.
«_Istruzioni date dal re Ferdinando Borbone
a Sua Signoria lord Nelson_
«Valorosissimo lord Nelson,
«Le differenti notizie che mi giungono di Napoli richiedono una
pronta risoluzione, e le presenti circostanze di questo regno
e della mia famiglia m’impediscono, stogliendomi, di lasciarla,
dovendo prender cura della loro salute e della loro difesa; ripongo
tutta la mia speranza nel voto di riconquistare quella capitale,
mediante il possente aiuto delle forze inglesi poste sotto i vostri
ordini. Quanto vi ha di buono e di leale fra gli abitanti desidera
di spezzare il giogo che gli è stato imposto per tradimento.
Una gran parte del popolo qui non può tranquillamente vedere
avvicinarsi le truppe del cardinale Ruffo, e osservare i successi
nelle provincie dei diversi capi che si sollevano in favore della
religione e della Corona, senza ardere dal desiderio di unire i
loro sforzi, nello stesso scopo delle province.
«Gli sforzi dei miei uffiziali non bastano più (forse) a trattenere
l’ardore che li spinge; perchè i Napolitani debbono aspettare
l’arrivo delle truppe di linea che organizzo ed i soccorsi, che
come sapete, attendo dai miei buoni alleati, per poter agire
insieme con grande sicurezza e colla maggior energia a liberare
l’oppressione del regno di Napoli.
«Bisogna evitare che una insurrezione scoppii intempestivamente
nella capitale, per isfuggire alla sventura di perdere tanti fedeli
sudditi che diverrebbero vittima del furore del ribelli. Ho pensato
quindi di riunire una soldatesca di linea sufficiente, perchè,
senza indebolire di più il regno, possa aiutare i differenti
corpi, che esistono già nelle isole del Cratere, e secondo le
disposizioni del popolo, aspettando le forze straniere, che
coopereranno con esse al ristabilimento completo dell’ordine. Però
questa misura senza la vostra importante assistenza e direzione
non può produrre il risultato necessario; ho dunque ricorso a
voi, mylord, per ottenere l’uno e l’altro, acciocchè (se Dio
benedice i vostri sforzi ed i nostri) il regno essendo prontamente
liberato dal flagello che lo ha afflitto, io possa essere in
grado di corrispondere agl’impegni assunti, come mi prescrivono
il mio dovere e la mia ragione. Epperciò vi trasmetto copia delle
istruzioni, che do ai generali in capo, e che manderò a quelli
del continente, alla cui testa ho posto mio figlio, e per la quale
io conto sulla vostra amichevole assistenza, di modo che, i suoi
primi passi nella critica carriera in cui è entrato, possano essere
guidati dai vostri saggi avvisi, chiedendovi non solamente di
aiutarlo coi vostri possenti soccorsi, ma di agire principalmente
in modo che le vostre forze siano i veri mezzi, i veri sostegni sui
quali possa far riposare le mie speranze, come devono anche essere
la mia salvezza.
«L’intenzione, come voi me lo fate osservare, di rispettare
l’ordine e la tranquillità a Napoli col possesso della capitale,
servendosi di uomini devoti alla buona causa, non potrebbe aver
effetto che con questa speranza da me vagheggiata in questo
momento; quando non fossi inoltre obbligato d’incoraggiare e
approfittare del buon volere del popolo, con prudenti mezzi, visto
che queste buone intenzioni potrebbero raffreddarsi ed il popolo
diventar vittima della sua devozione. La flotta potente e distinta
colla quale voi sosterrete la spedizione, mi permette di sperare
questo felice risultato, che da essa esclusivamente dipende, e di
aver confidenza, che, senza nuocere alle più grandi operazioni
che voi avete costantemente in vista pel bene di tutti, voi mi
salverete, e con me tutta la Sicilia: e come chiedo, aggiungendo
a questo servizio essenziale un altro importantissimo, che voi mi
avete reso con tanto zelo e di cui vi sarò riconoscente per tutta
la vita.
«Mi lusingo che senza fare del male alla capitale, i ribelli
cederanno, come pure il nemico che occupa ancora S. Elmo, a misura
che saranno presi. In conseguenza, quando (dopo aver pesato ogni
considerazione, che possa aver riguardo alla vostra squadra, e la
destinazione per la quale è forse richiesta pel bene generale,
come per le particolari mie circostanze) stimerete opportuno
di dover impiegare le attuali e potenti vostre forze, per fare
effettivamente ritornare al dovere gli oppressori ostinati del
mio popolo, (napolitano) e per estirpare, come urge, quest’orda
di malfattori, voi potete usare tutti i mezzi proprii ad ottenere
questo scopo tanto necessario.
«Io conto, mylord (e lo ripeto con piacere e con particolare
soddisfazione), interamente e completamente sul grande zelo pel
mio servizio, all’attaccamento per la mia persona e per la mia
famiglia, che voi mi avete dimostrato tanto lealmente con fatti,
pei quali vi sarò infinitamente riconoscente ed obbligato. Nello
stesso tempo prego l’Onnipotente di avervi e di conservarvi,
mylord, nella sua santa custodia.
«Palermo, 10 giugno 1799.
«FERDINANDO B.»
Andammo dapprima a bordo del _Fulminante_, ove lo attendea vicino il
cutter di lord S. Vincent; colà Nelson seppe da una lettera di sir
Allan Gardner, che navigava nel Mediterraneo con 16 legni, che la
flotta francese seguita da lord Keith, era stata veduta nel golfo della
Spezia.
Nelson ordinò di far acqua, poi andammo tutti e tre a pranzare a bordo
del Serapide comandato dal capitano Duncan.
Alla sera c’imbarcammo, e il giorno dopo, essendosi fatte le
provvigioni d’acqua, prendemmo il largo.