IX.

Sir William dubitava ciò che era accaduto; io non ebbi bisogno che di

raccontargli i particolari.

Debbo rendere questa giustizia a sir William, che egli fu più offeso

di me di questo affronto; mi offerse di partire quella sera stessa da

Napoli senza nemmeno prendere congedo; ma ciò significava ritirarsi,

cedere il campo di battaglia, era un confessare la disfatta; ciò non

era quanto io voleva, io voleva vincere.

Insomma voleva essere presentata, volevo essere ricevuta a corte,

come lo esigeva il mio diritto di ambasciatrice d’Inghilterra. Volevo

ottenere l’esito che ho ottenuto dovunque volli ottenerlo, volevo

infine vendicarmi di quella insolente regina, facendo dire ai suoi

cortigiani stessi che io era più bella, e altrettanto intelligente e

spiritosa di lei.

Io insisteva adunque perchè sir William dimandasse al re stesso una

spiegazione sul contegno sdegnoso della regina.

Quando io penso oggi in quale accecamento orgoglioso mi aveva gettata

la mia fortuna inopinata, mi maraviglio con me stessa della mia

audacia.

Sir William non esitò punto di cedere alla mia volontà. Egli aveva per

me una adorazione così insensata, che sembrava maravigliato al pari di

me del contegno che Sua maestà aveva a mio riguardo.

Egli partì per Caserta, andò a trovare il re, e francamente entrò in

questione, non lasciandogli punto ignorare che il suo futuro soggiorno

a Napoli sarebbe una conseguenza del modo con cui si sarebbe condotto

verso di me.

Il re amava assai William, non già per sir William, ma per lui stesso.

Questo principe essenzialmente egoista era così fatto; sir William era

buon camminatore, buon cacciatore, buon cavalcatore, e un compagno

spiritoso e gaio; da parecchi anni il re si era fatto una necessità

della sua compagnia, e avrebbe sentito la di lui mancanza.

Poi l’orizzonte politico cominciava ad oscurarsi dalla parte di

occidente: il re di Napoli per quanto poco fosse versato negli affari,

comprendeva che sir William, fratello di latte del re d’Inghilterra,

compagno d’infanzia di Giorgio III, poteva, al caso di una rottura

probabile colla Francia, essergli di un potente aiuto presso il

gabinetto di San Giacomo; accolse dunque le sue parole con una perfetta

dolcezza, e con quella bonomia, che in lui talvolta era naturale e

talvolta finta; ma in questa circostanza, tanto bene rappresentata, era

impossibile accorgersi che fosse stata una commedia.

— Mio caro sir William, gli disse, sapete voi la voce che corre?

— No, ma spero che vostra maestà mi farà la grazia di dirmela.

— Ebbene, corre voce che voi non siate ammogliato.

Sir William aveva preveduto il colpo; tirò dalla sua tasca il

certificato del pastore protestante e lo presentò al re.

— Ecco, sire, diss’egli, questa è la mia risposta.

Il re lesse il certificato, lo volse e lo rivolse con un certo

imbarazzo.

— Io non vi dico nulla di nuovo, dicendovi che vi sono molti cattivi

a Napoli, non è vero? ebbene, quand’anche voi faceste affiggere il

vostro certificato su tutti gli angoli delle strade, e che io con un

editto ordinassi di credervi, sarebbero ancora capaci dì dubitarne.

Finchè voi non avrete fatto riconoscere il vostro matrimonio alla corte

d’Inghilterra, e che non avete presentato lady Hamilton al re Giorgio

III, cosa che voi avreste potuto fare facilissimamente nei rapporti con

cui siete con lui, non vi sarà più motivo per dire di no. E come mai

voi non avete punto pensato a ciò?

Sir William guardò in faccia al re con uno sguardo il più scrutatore,

ma fu impossibile di leggere più in là della maschera; Ferdinando aveva

a sua disposizione un certo giuoco di fisionomia bonaria, che avrebbe

fatto scambiare lui, il re astuto per eccellenza, per l’uomo più

ingenuo del mondo.

— Va bene, sire, rispose sir William, voi mi date un congedo d’un mese,

non è vero?

— Con mio grande rincrescimento, perchè non vorrei lasciare nemmeno per

un giorno solo un compagno così buono come siete voi; ma se voi me lo

comandate, e specialmente per un affare così importante, come quello di

far riconoscere il vostro matrimonio, comprenderete bene che io non ve

lo saprei rifiutare.

— Non ho dunque che a scrivere a Londra, perchè il mio arrivo non

arrechi una brusca sorpresa.

— Aspettate, posso risparmiarvi questo ritardo.

— Ne sarò molto obbligato a vostra maestà.

— Or bene, le lettere che io ricevo da mio cognato l’imperatore

d’Austria e da mio cognato il re di Francia, possono essere giudicate

abbastanza importanti per essere comunicate senza ritardo a monsignor

Pitt; dico monsignor Pitt, perchè da voi, è presso a poco come qui, il

re non è nulla, ed il ministro è tutto; senza di che vi avrei detto al

re Giorgio III. Vi confiderò gli originali stessi di queste lettere,

con una mia autografa per mio fratello il re della gran Brettagna,

e compiendo in tal modo la missione di cui v’incarico, voi farete il

vostro affare come crederete.

Sir William non poteva desiderare di meglio; egli ricevette seduta

stante, le lettere che doveva comunicare al re d’Inghilterra ed al suo

ministro, e la sera stessa su di un piccolo bastimento della marina

reale, che il re mise a nostra disposizione, partimmo per Livorno.

Sir William dovea consegnare, passando per Firenze, una lettera al gran

duca Leopoldo, poi da Firenze dovevamo continuare il nostro viaggio in

posta; la feluca reale attendeva il nostro ritorno a Livorno.

Si sarebbe detto che il tempo era d’accordo colle nostre impazienze,

avemmo costantemente il vento favorevole, e facemmo la traversata in

tre giorni.

Sir William, compì la sua missione presso il gran duca Leopoldo che

trovò molto inquieto sul modo con cui andavano le cose di Francia.

Tutto accennava ad una prossima rivoluzione, ed i primi avvenimenti

dell’anno 1789, in cui eravamo giunti, indicavano che questa

rivoluzione sarebbe stata seria, e si sarebbe fatta sentire per tutto

il mondo.

Egli non poteva adunque che approvare il viaggio di sir William a

Londra, e lo scopo apparente pel quale aveva fatto questo viaggio;

non era pure meno inquieto sul conto di suo fratello Giuseppe II,

imperatore di Germania, la cui salute andava affievolendosi.

— Vedremo, disse egli, come da tutto ciò uscirà nostro cognato

Ferdinando IV, che pretende di avere la felicità di non mantenere un

filosofo nei suoi stati.

In tutti i casi egli avvisava che l’Austria, il re di Napoli, il santo

Padre e tutti i principi d’Italia, dovessero fare una lega offensiva

e difensiva, e stabilire una specie di cordone sanitario per impedire

alle idee rivoluzionarie di passare le Alpi.

Noi partimmo da Firenze per la posta, attraversammo il S. Gottardo

e la Svizzera, e arrivammo ai Paesi Bassi, ove ci imbarcammo per

l’Inghilterra.

Arrivammo a Londra in punto a dieci mesi dopo che l’avevamo lasciata, e

scendemmo al palazzo di sir William Hamilton.

Nello stesso giorno fu ricevuto dal re.

Io aspettava con una certa ansietà; ritornando a Londra, io era

ritornata, per così dire, nella mia vita passata, e m’era trovata in

faccia alla miseria ed alla vergogna dei miei primi anni; poteva venir

qualche scrupolo al re, e se la mia presentazione fosse stata rifiutata

a sir William, sebbene io fossi Lady Hamilton, ricadevo però più bassa

di quanto era partita.

Sir William ritornò tutto in gioia; la mia presentazione doveva aver

luogo il lunedì seguente; il re non aveva fatto alcuna difficoltà, e

si era mostrato più che mai gentile, affettuoso e pieno di amicizia per

lui.

Lo stesso giorno sir William mi espresse il desiderio di portare a

Napoli un mio ritratto fatto da Romney, che allora era il gran

pittore alla moda. Era impossibile che sir William non conoscesse punto

le mie antiche relazioni con Romney; ma egli era così poco mio marito,

che compresi benissimo che egli non lasciò a divedere di nutrire

gelosia per questo grande artista.

Fu convenuto che alla mattina appresso saremmo andati a sorprenderlo

nel suo studio in Cavendish Square.

Era troppo sicura della cortesia di Romney per avere bisogno di

prevenirlo con una lettera di non vedere in me che Lady Hamilton; e più

ancora sicura dell’impero che io aveva sopra sir William, mi faceva una

festa della sorpresa, che avrebbe prodotto in Romney la mia presenza

inaspettata.

Siccome sir William desiderava di avere il mio ritratto rappresentante

un’Odalisca, vestii un magnifico abito turco, e salimmo in una carrozza

chiusa che ci condusse a Cavendish Square, poco lungi dal palazzo di

sir William.

Io conosceva quella casa; essa avea conservato, bisogna dirlo, alcuni

dei miei buoni ricordi, e senza essere mai stata innamorata di Romney,

nel senso che si accorda alla parola, io l’aveva amato teneramente,

e la sua memoria non s’affaccia mai alla mia mente senza essere

accompagnata da un sorriso del mio labbro.

Era sempre lo stesso domestico che lo serviva. Egli mi riconobbe, gli

feci un segno indicandogli coll’occhio mio marito che mi seguiva; ed

egli mi provò di aver compreso, domandandomi se doveva annunziare sir

William e Lady Hamilton; gli risposi di no, volendo fare al suo padrone

una visita d’amicizia e non di cerimonia, e che ci saremmo annunciati

da noi.

Si ritirò e mi lasciò passare.

Entrammo nello studio di Romney; le quattro parti del mondo erano state

messe a contribuzione per adornare questo splendido tempio dell’arte:

trofei che riunivano le più belle armi dei popoli selvaggi e dei

civilizzati, le frecce dell’Indiano della Florida, i cangiar dell’Asia

e le spade di Damasco, le pelli di tigre del Bengala, le pelli di leone

dell’Atlante, d’orsi della Siberia e di pantere della Persia, sparsi

sotto i mobili, si stendevano sotto i nostri piedi, e tappezzavano

la base delle pareti coperte da meravigliosi schizzi dell’autore che

visitavamo. Non vi era un angolo in questa vasta camera ove l’occhio

potesse riposare senza cadere su di un oggetto prezioso, e per valore

materiale e per valore artistico.

Romney era occupato a dare l’ultimo tratto di pennello ad un’Erigone

che si rotolava con una tigre su di un tappeto di fiori. L’Erigone

aveva una lontana somiglianza con una certa Emma Lyonna, e provava che

questa Emma Lyonna non era affatto scomparsa dalla memoria del pittore.

Al rumore della porta non si mosse: senza dubbio aveva semplicemente

creduto che il suo domestico fosse venuto per mettere l’ordine o il

disordine in qualche cosa.

Gli toccai la spalla colla mano, si volse, mi riconobbe, mise un grido,

e scorgendo mio marito si levò facendomi un inchino.

— Ancora più bella di prima, mi disse, non l’avrei creduta possibile

una tal cosa; poi volgendosi a sir William:

— Accogliete tutti i miei complimenti, milord, gli disse, e ditemi

tosto se posso avere la fortuna d’esservi utile in qualche cosa.

Poi colla sua maravigliosa cortesia, Romney, come se mi vedesse per la

prima volta, ci fece gli onori del suo studio.

Sir William gli disse che desiderava un mio ritratto alla foggia in cui

mi trovava.

Romney tutto contento, prese all’istante una gran tela e schizzò tutta

la composizione.

Si convenne che vi andassi tutti i giorni per la posa, e Romney promise

che in capo ad otto giorni il ritratto sarebbe finito.

Il giorno dopo sir William mi condusse a Cavendish Square, ma siccome

doveva andare in varii luoghi, si contentò di lasciarmi nel suo studio,

e ritornò alla carrozza, promettendomi di venirmi a prendere fra due

ore.

In queste due ore Romney ebbe la garbatezza di non dirmi una parola, di

non fare la minima allusione che potesse ricordare la nostra intimità

passata; mi parlò di Roma e di Napoli, discorremmo un po’ di tutto, e

promise di venirci a fare una visita.

Era, lo confesso, un poco punta da una tale delicatezza: io la

comprendeva, ma mi stringeva il cuore.

La donna anche quando oblia, non vuol essere dimenticata.

Sir William ritornò più tardi di quanto aveva detto, di modo che il

ritratto andava avanti. Aveva veduto monsignor Pitt, gli aveva mostrato

le lettere di Maria Antonietta e dell’imperatore Giuseppe II, e aveva

parlato a lungo degli affari di Francia.

Le cose andavano alla peggio, il freddo e la fame sembravano essersi

data la parola per far dei Francesi altrettanti diavoli arrabbiati.

Si parlava della riunione degli Stati Generali pel 4 aprile. Monsignor

Pitt fissava a quell’epoca il principio della rivoluzione.

Sir William aveva ricevuto pieni poteri di trattare a Napoli gli affari

d’Inghilterra come egli intendeva, salvo sempre, ben inteso, l’onore e

gl’interessi della Gran Bretagna.

Non disse nulla di tutto ciò, s’intende, dinanzi a Romney; ma a me sola

riconducendomi a casa.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 · 第 15 / 25 题