VIII.

Quando noi arrivammo a Napoli, la casa di sir William Hamilton non era

punto preparata per ricevere una donna; era un museo di uno scienziato

ed antiquario interamente dedicato alla geologia, alla numismatica, ed

alla statuaria.

Bisognava fare in mezzo al passato ed alla natura morta un posto pel

presente e per la natura viva.

Debbo rendere questa giustizia a sir William, che non avendo voluto

dare ai suoi tesori una preferenza su di me, io scelsi nell’immenso

primo piano dell’ambasciata tre camere per farne il mio appartamento

particolare, senza che egli permettesse alle lave del Vesuvio, alle

medaglie dei Cesari, ed ai frammenti di Apollo e di Venere di reclamare

contro di me.

Del resto, debbo dirlo, la mia civetterie istintiva era tale, che volli

fare la mia corte e tutte queste antichità insieme ai nostri vecchi

scienziati. In capo ed un mese avrei potuto fare il nome senza catalogo

alle 24 o 25 specie di lave del Vesuvio, riconoscere a prima vista

l’effigie di un Cesare contemporaneo dello stesso Cesare, oppure di uno

battuto sotto Adriano: infine ricostruire da un semplice frammento una

statua intera.

Sir William era estatico di vedermi ad adottare così facilmente i suoi

gusti, ed a prender parte della sua vita di archeologo ed antiquario.

Abituata a fare gli onori di casa da lord Greenville, uno degli uomini

più eleganti di Inghilterra, non ebbi nulla da imparare per mettere

le sale di sir William all’altezza degli appartamenti più eleganti

di Napoli; Napoli essendo sotto questo rapporto inferiore di molto a

Londra.

Fu allora che, per raddoppiare l’entusiasmo dei miei adoratori ho

stimato bene di far conoscere i miei talenti mimici, e siccome la

maggior parte delle nostre conoscenze erano italiani, non ho creduto

conveniente di dar loro delle rappresentazioni di alcune scene di

Shakespeare: i loro stomachi deboli non avrebbero potuto sopportare

quel cibo copioso, e mi limitai alle pose plastiche; ed in una stessa

sera, mutando il manto ebreo col peplo greco, il turbante turco col

diadema asiatico, feci passare sotto i loro occhi Giuditta, Aspasia,

Rosellana, Elena, e cominciai i primi passi di questa danza dello

sciallo, che ebbe più tardi una riuscita così prodigiosa non solamente

a Napoli, ma a Parigi, a Londra, a Vienna, a Pietroburgo.

Poco dopo non si parlava d’altro nella capitale del Regno delle

Due Sicilie che della meraviglia condotta da Londra da sir William

Hamilton: tutti gli uomini distinti di Napoli, ed anche qualche

signora, ambivano l’onore di essere ricevuti all’ambasciata

d’Inghilterra; ma, a mia grande umiliazione, ed a grande stupore di sir

William, non vedevamo venire nessun invito collettivo dalla Corte.

Sir William era sempre il compagno di caccia e di pesca del Re; quasi

mai l’accompagnava all’uno od all’altro di questi esercizj senza

parlargli di me e senza fargli il mio elogio: il Re lo felicitava per

la sua fortuna di avere una moglie tanto bella, distinta ed istruita.

Ma la cortesia reale non andava più innanzi.

Molte volte, lo so, si era parlato di me alla regina Maria Carolina, ma

essa aveva sempre lasciato cadere il discorso, e qualche volta l’aveva

troncato con affettazione.

Mi fu dato il consiglio di trovarmi come per caso sul cammino che

la regina percorreva: la cosa era facile; passeggiava spesso coi

giovani principi e le sue figlie nel giardino di Caserta. L’entrata

senza essere pubblica era aperta alle persone distinte, e qualche

volta, colla protezione dei subalterni, alla gente del popolo che

aveva qualche grazia da domandare. Pregai lord Hamilton che alla

prima occasione che aveva di andare a Caserta, mi conducesse insieme,

mostrandogli un gran desiderio di vedere i giardini, che si dicevano

molto belli.

Probabilmente sir William si accorse della causa principale della

mia dimanda, e poichè gli spiaceva forse più di me questa specie di

disprezzo che lui si dimostrava non gli rincresceva che qualche fatto

piacevole o no desse motivo ad una spiegazione.

Un giorno che sir William aveva dei dispacci del gabinetto di san

Giacomo da comunicare al Re, partimmo per Caserta. Sir William vi

aveva un appartamento ove poteva restare quanto gli conveniva, ed

ove era servito dai domestici di Sua Maestà. Prima del suo viaggio in

Inghilterra aveva usato sovente di questo favore; ma dopo il mio arrivo

a Napoli, benchè avesse fatto dei frequenti viaggi a Caserta, non vi

aveva mai passato la notte.

Comunicati i dispacci, sir William ricevette l’invito pel Re di restare

fino al giorno seguente per accompagnarlo ad una grande partita di

caccia. Sir William accennò la mia presenza in Caserta; ma il Re

rispose:

— E non avete il vostro appartamento a palazzo? se Lady Hamilton ha

bisogno di qualche cosa, che comandi; i miei domestici le obbediranno

come se fossero i suoi.

E il discorso finì là.

Però accordandosi il soggiorno a Caserta coi miei progetti, sir William

accettò in suo nome e al mio; chiese soltanto al Re se non trovava

inconveniente che io passeggiassi nel giardino.

Il re alzò le spalle, ciò che voleva dire che la dimanda era inutile.

Sir William, ritornò e mi raccontò ciò che era avvenuto.

Al pranzo, servendoci certi vini, il cameriere aveva cura di dirci: —

_della cantina del Re_.

All’arrosto, porgendoci un fagiano guarnito di beccafichi, affettò di

ripeterci: — _della caccia del Re_.

Era evidente che sir William era l’oggetto di attenzioni particolari di

Sua Maestà, ma visibilmente queste attenzioni non si estendevano sino a

me.

Alla sera sir William fu invitato a giuocare dal Re; ma poichè

nell’invito non si trattava punto di me, prese un pretesto, il meno

adatto che poteva, per non andarvi, — si finse di trovarlo buono.

Il giorno dopo all’alba vennero a battere alla porta di sir William da

parte del Re. Sua Maestà partiva sempre di buon mattino, e come il suo

avo Luigi XIV non gli piaceva di aspettare.

Sir William era profondamente punto da questa maniera di considerare

il suo matrimonio come non avvenuto. Mi disse che se sul mio progetto

d’incontrare la regina avessi di che rammaricarmi, nulla lo teneva

a Napoli, nè le sue abitudini di vent’anni, nè il suo amore per

l’antichità, nè il clima che era eccellente per la sua salute. Egli

domanderebbe al Re, suo fratello di latte e suo amico, o il suo

richiamo a Londra, o la sua destinazione presso la tale o tal altra

corte che io stesso avrei designata.

Il mio vestire era semplicissimo, nè cercai di far valere in alcun modo

i miei pregi: l’essere troppo bella è un cattivo mezzo di fare la sua

corte ad una regina gelosa della sua bellezza; il mio orgoglio mi aveva

già sobillato più di una volta che alla regina, che non era più nel

fiore della sua gioventù, poco garbasse la mia vicinanza.

Le finestre dell’appartamento di sir Hamilton davano sul giardino;

da queste finestre si poteva vedere ad entrare la regina: si sapeva

che dopo la colazione, dalle 10 alle 11 essa vi faceva la sua

passeggiata colle giovani principesse. A dieci ore ed un quarto io la

vidi comparire accompagnata da tre dalle sue figlie, la principessa

Maria Teresa, che contava 17 anni, che in quell’anno dovea diventare

arciduchessa, e due anni dopo imperatrice d’Austria. La principessa

Maria Luisa, di 16 anni, che l’anno dopo doveva diventare gran duchessa

di Toscana, e la principessa Amalia che non aveva ancora sei anni.

Oltre a queste tre principesse restavano la principessa Maria Cristina

dell’età di nove anni, che fu regina di Sardegna; la principessa Maria

Antonietta dell’età di quattro anni e mezzo, che fu principessa delle

Asturie; la principessa Maria Clotilde dell’età di due anni che doveva

morire nel 1792, e Maria Enrichetta ancora in fasce, che doveva morire

nello stesso anno come sua sorella.

Era venuto il momento di mettere in esecuzione il mio progetto: vedendo

la regina e le principesse, inoltrate nei giardini, le due più grandi

passeggiando a lato della madre, la più giovane Maria Amalia correndo

avanti cogliendo fiori e tentando di prendere delle farfalle, io presi

un libro e discesi; facevo sembiante di leggere, ciò che mi permetteva

di vedere senza far vedere che guardava.

Feci un giro per non incontrare la famiglia reale che all’altra

estremità del giardino. Io voleva che la regina credesse che il caso

soltanto mi avesse condotta sulla sua via; poi desiderando e temendo

insieme questo incontro, io non dimandava meglio che di avere qualche

momento per prepararmi a ciò.

M’inoltrai nel viale che doveva infallibilmente condurmi dalla regina;

aveva gli occhi sul mio libro, ma mi sarebbe impossibile di dire il

titolo di questo libro; vedeva i caratteri senza che porgessero alcuna

idea alla mia mente: la mia mente era altrove.

Il mio cuore batteva con una violenza strana. Tutto ad un tratto

sulla curva d’un sentiero mi trovai a venticinque o trenta passi dalla

regina.

La piccola principessa, sempre correndo davanti a sua madre, non

distava che dieci passi da me.

Feci sembiante di non veder nulla, intenta nella mia lettura; ero

sempre a tempo di levare gli occhi e fingere una rispettosa sorpresa.

È nota la mia scienza di esprimere non solamente tutti i sentimenti, ma

eziandio le più delicate gradazioni; ma un incidente mi fece levare gli

occhi dal mio libro prima che lo volessi.

La piccola principessa Amalia venne correndo verso di me, e togliendo

un fiore dal suo mazzo, me lo presentò.

Era di buon augurio.

Alzai la testa, mi parve allora di vedere solamente la reale fanciulla,

le sue sorelle e la regina, e facendo un profondo inchino, mi accingeva

ad accettare il fiore che mi offriva; ma in questo momento, colla sua

voce più vibrante, e come sorpresa della mia presenza, la regina chiamò

due volte «Amelia, Amelia,» e la fanciulla, riconoscendo nella voce di

sua madre un accento imperativo, che essa sapeva esprimere tanto bene,

si rivolse sbigottita, e corse dalla regina col suo mazzo intatto e

prima ch’io fossi rinvenuta dalla mia sorpresa. Maria Carolina aveva

preso la sua piccola figlia per mano, l’aveva spinta su di un sentiero

di traversa, e si era incamminata essa pure da quella parte colle due

grandi principessine, allontanandosi con affettazione per lasciarmi la

strada libera.

Il colpo fu atroce, mi vennero le lagrime agli occhi, presi correndo

la via verso il mio appartamento, ordinai di attaccare i cavalli alla

carrozza, e partii per Napoli lasciando queste parole a sir William:

«Non vi turbate punto della mia salute, essa non c’entra colla

prima partenza; ho creduto di dovere lasciare Caserta; quando

vi racconterò ciò che mi è accaduto, voi approverete la mia

risoluzione, lo spero.»

«Vostra Emma.»

Due ore dopo era di ritorno all’ambasciata, e dopo aver fatto cambiare

i cavalli, rimandai la carrozza a sir William.

Sir William arrivò alle sette ore di sera.

Ritornando della caccia, trovò che io era partita, e benchè il re

in persona l’avesse invitato a pranzo, egli aveva lasciato Caserta,

facendo dire a sua maestà che una circostanza impreveduta l’obbligava a

ritornare a Napoli.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 · 第 14 / 25 题