Dovendo ora fare una pittura della società tutta particolare che vedevo
a Napoli, prima di entrare nel racconto degli avvenimenti politici,
in mezzo ai quali mi trovai trascinata, credo di dover cominciare col
dare un’idea più completa di ciò che era questo strano personaggio già
intraveduto dal lettore, nominato lord Hervey conte di Bristol, vescovo
di Derry.
Egli era il più giovine di venti figli, ed essendo il solo superstite,
aveva ereditati i beni, i titoli e le dignità di tutta la famiglia.
Lord Bristol non stava mai alla sua residenza.
Erano a un bel circa venti anni che non aveva, all’epoca in cui lo
incontrammo, messo il piede nella sua diocesi. Nulla indicava in lui
ch’egli appartenesse in qualsiasi modo alla chiesa, nè il suo vestire,
nè la sua conversazione. Portava abitualmente un cappello bianco, un
abito di seta di un colore qualunque, talvolta chiarissimo, talvolta
molto spiccante, e raramente nero: fin qui pel suo modo di vestire.
Quanto ai costumi, essi erano come i suoi discorsi, non si può dire
più rotti. La prima cosa che fece arrivando a Napoli fu di prendere
un palco a S. Carlo ed a san Carlino. Non aveva nessuna credenza
religiosa, nemmeno per i dogmi più assoluti della chiesa, che egli
metteva in ridicolo; parlava dell’immortalità dell’anima con una
indifferenza che si avvicinava al dubbio, e non si compiaceva che di
discorsi mondani, e di raccontare od ascoltare aneddoti leggieri ed
anche scandalosi.
Nel suo primo viaggio in Francia, visitò la valle del Rodano, Grenoble,
il Delfinato, e trovandosi vicino alla grande Certosa, salì sino al
convento dei discepoli di S. Brunone.
Quando si presentò al convento, trovò che i frati erano a tavola; bussò
alla porta, che era chiusa a motivo dell’opera a cui si dedicavano i
buoni padri ed il portinaio gli annunziò che era proibito di entrare
quando i religiosi erano in refettorio; ma egli tirando dalla tasca
il suo biglietto di visita, su cui erano le sue armi, e sopra di esse
«a lord Bristol vescovo di Derry,» lo fece consegnare all’Abate, il
quale non vedendo che le parole «vescovo di Derry» e credendo di dover
trattare con un vescovo cattolico, lo ricevette ginocchione, con tutti
i monaci in ginocchio al pari di lui, chiedendogli la sua benedizione,
che lord Hervey non ebbe alcuna difficoltà d’impartire a lui ed ai suoi
certosini.
Questo era uno de’ ricordi che avevano il privilegio di eccitare in
sommo grado l’ilarità di monsignor di Derry, pensando che dei monaci
cattolici avevano ricevuto con una perfetta compunzione la benedizione
di un vescovo protestante.
In seguito ad una rappresentazione del _matrimonio segreto_ di
Cimarosa, egli fu talmente invaghito dello spartito, che il giorno dopo
mandò allo spettacolo i suoi dieci domestici inglesi, raccomandando
loro di ascoltare la musica di Cimarosa colla più grande attenzione.
Al loro ritorno, li chiamò nella sua camera, chiedendo se avevano
eseguito esattamente i suoi ordini.
Rispondendo essi affermativamente, ordinò di non parlargli più per
l’avvenire se non in recitativo, ed in recitativi tolti sempre dal
_matrimonio segreto_, sia per prendere i suoi ordini, sia per dirgli
ch’era servito, sia per annunciargli i nomi delle visite.
I suoi domestici si guardarono in faccia, credendo senza dubbio che
monsignore fosse diventato pazzo; poi, dietro i suoi ordini reiterati,
dimandarono di prendere consiglio e di dargli risposta pel giorno
seguente.
Alla dimane mandarono due di loro in deputazione, ed annunziarono al
conte mylord, che consideravano come indegno delle dignità di domestici
inglesi di parlare in musica come fanno gl’istrioni di teatro.
Lord Bristol dichiarò loro che se essi annuivano ai suoi desiderii,
avrebbe raddoppiato il loro salario, e dava a loro inoltre 24 ore di
più per prendere la loro risoluzione.
Il giorno seguente gli stessi deputati dichiararono che, qualunque
fossero i vantaggi offerti dal signor conte vescovo, non potevano
accettare.
Milord Hervey pagò loro sei mesi di salario, e li mandò tutti in
Inghilterra.
Poi, quando furono partiti i servi inglesi, fece venire dei napolitani,
e fece loro le proposizioni seguenti:
Di non parlare a M. di Bristol che sui motivi dei recitativi tolti
dal _matrimonio segreto_; stava a loro poi di adattare le parole alla
musica.
Per tale servizio particolare, che necessitava una intelligenza
superiore a quella di un domestico ordinario, avrebbero 45 ducati al
mese, dieci lire sterline di Inghilterra, vale a dire che erano pagati
quattro volte tanto quanto lo sono i domestici meglio pagati di Napoli.
Solamente la condizione _sine qua non_, essendo alimentati e vestiti
da M. di Derry, i sei virtuosi d’anticamera non prenderebbero nulla
durante i primi sei mesi, ma sarebbero pagati per tutti i sei mesi,
dopo scorso il semestre.
Se uno dei domestici lasciasse il servigio di monsignore prima dei sei
mesi non ancora compiuti, non aveva diritto a nessuna indennità.
I domestici napolitani accettarono, fecero venire un notajo per
redigere il contratto, ed in capo a sei mesi M. di Bristol era servito
colla cadenza cromatica la più soddisfacente.
Una sera che M. di Bristol pranzava da sir William, uno dei suoi sei
domestici napolitani gli portò, in misura di recitativo, una lettera
con un gran suggello nero. — Lord Hervey dissuggellò la lettera, la
lesse, la pose sotto il suo piatto, e per tutto il rimanente della
serata rise, chiacchierò e vezzeggiò come il solito.
Alle undici ore si ritirò; era un’ora più presto del solito.
Il giorno seguente sir William dovendosi informare se la sua partenza
non fosse stata cagionata da qualche indisposizione, fece chiedere a
lord Bristol se era visibile.
Sua signoria fece rispondere che gli era arrivata una grande sventura e
non poteva ricevere nessuno.
Sir William inquieto forzò la consegna, e trovò il povero vecchio in
lagrime e fra i singhiozzi.
— Mio Dio! che avete dunque? gli chiese sir William.
— Avete osservato che jeri a pranzo mi venne consegnata una lettera
sigillata in nero? rispose il conte di Bristol.
— Sì.
— Ebbene, essa mi annunziava che mio figlio è morto a Livorno: io non
ho voluto spargere la mia tristezza nel vostro pranzo, mi sono frenato,
ma una volta in casa, il mio dolore è stato tanto più violento quanto
fu compresso; ecco perchè, per piangere liberamente oggi non volli
ricevere nessuno, nemmeno voi.
La società ufficiale di sir William era naturalmente il Corpo
diplomatico; la sua società intima si componeva di dotti e di letterati
distinti.
Il ministro estero più anziano a Napoli era il conte di Sa,
ambasciatore di Portogallo, che da trent’anni era stato nominato a
quel posto; egli non era ritornato che una sol volta a Lisbona e ne era
ritornato più presto che aveva potuto. Qualche anno fa il suo terrore
fu grande. Si trattava di sopprimere l’ambasciata di Portogallo a
Napoli, come una spesa inutile, e d’incaricare per gli affari delle
due corti il ministro di Portogallo a Roma; ma poi essendo morto
il re Giuseppe I, la regina che gli succedette decise di mantenere
l’ambasciata, ed il conte di Sa respirò.
Vi erano pochi diplomatici che avessero una sinecura così completa
come questo ministro, che non aveva altro da fare che di dare alla sua
Corte le notizie del giorno che faceva redigere dal suo segretario;
il passeggio era la sola fatica che imponeva a sè stesso; si parlava
molto dell’harem del conte di Sa, composto dalle ballerine di S. Carlo.
Quanto a lui non parlava di nulla, avendo dimenticato il portoghese
e non avendo potuto imparare a parlar correttamente nè il francese nè
l’italiano.
Egli era alto, aveva le spalle larghe ed una incollatura da bufalo, di
cui teneva anche la fisionomia.
In quanto ai suoi talenti od ai suoi meriti, in sette od otto anni
io non lo vidi che tre volte per settimana, e non ho mai potuto
scoprirgliene un solo.
Il ministro più importante, perchè è ambasciatore di famiglia, è
il conte di Lemberg. Costui è sotto tutti i rapporti una persona
considerevole quanto il conte di Sa lo è poco. La cronaca gli
rimprovera di esser superbo, ma sia che il rimprovero fosse ingiusto,
sia che agli occhi del ministro d’Inghilterra un tale difetto fosse un
nonnulla, non avemmo mai occasione di scorgerlo; ciò che ha dato al
conte di Lemberg questa riputazione fra i Napolitani, è che egli non
può soffrire i cortigiani e gli striscianti, di cui è ricca la Corte di
Napoli. Nella prima sera che lo vidi osservai una cosa, cioè che egli
dava il suo giudizio sulle persone più ragguardevoli della Corte senza
maggior riguardo, come se avesse parlato dell’ultimo lazzarone. La
conversazione cadde sul cavaliere Acton, ed il ministro di Toscana si
azzardò di farne gli elogi.
Ma il conte di Lemberg alzò le labbra con una espressione di supremo
sdegno.
— Quest’uomo, disse, sarebbe stato un buon corsaro, ed ecco tutto; ha
i talenti e la figura d’un pirata, ed è probabilmente a ciò che deve la
sua grandezza.
Si assicura che in una discussione che ebbe colla regina, le disse
parlando con lei a proposito del cavaliere Acton:
— Io non ho alcuna prevenzione pro o contra le qualità occulte di
questo ministro, le ignoro e non desidero punto conoscerle; ma ciò
che io so è che quelle che manifesta al ministero non convengono punto
all’ufficio di cui V. Maestà l’ha onorato.
La posizione che il conte di Lemberg aveva alla corte di Napoli era
poco invidiabile; come ambasciatore di famiglia si trovava mischiato
in tutti gl’intrighi; e, bisogna confessarlo, alcuni di questi intrighi
non erano all’altezza della maestà del suo ministero.
V’erano querele frequenti fra il re e la regina. Io ne racconterò
qualcuna, perchè avvennero in mia presenza. Ebbene, l’ambasciatore era
obbligato d’intervenire in tutte queste querele, di ravvicinare gli
sposi, di parlare in nome dell’imperatore, e di fare almeno una volta
al mese l’ufficio di giudice di pace.
Il povero Lemberg non era mai sicuro, se era al passeggio che non si
corresse appresso a lui; se era a tavola, che non lo si facesse levare
per ristabilire la calma fra gli augusti sposi. Qualche giorno dopo il
nostro arrivo egli dava un gran pranzo; uno dei convitati ci raccontò,
che durante il pranzo, arrivato un corriere della regina da parte di
S. Maestà, il conte di Lemberg dovette alzarsi all’istante, lasciando i
suoi ospiti a terminare il pranzo senza di lui.
Nacque una discussione a Caserta a proposito della marchesa di San
Marco, dama di confidenza della regina.
— Maledette donnicciuole, esclamò il conte, gettando la salvietta, esse
mi faran divenir pazzo.
Terminerò la mia rivista degli uomini di stato, dicendo una parola di
un atomo diplomatico chiamato Bonnecchi, console imperiale ed agente
della Toscana.
Piccolissimo e vecchio, che parla senza posa, spiando continuamente,
sempre in cerca di novità, coll’occhio fisso, il collo e le orecchie
tese, il signor Bonnecchi è il corrispondente dell’imperatore
Leopoldo, al quale ogni settimana invia un rapporto di aneddoti e
fatti scandalosi, che avvengono alla corte od in città; e quando gli
aneddoti mancano, li fa. In principio, come ogni agente consolare,
aveva un trattamento fisso, ma insufficientemente stimolato, le notizie
mancavano. L’imperatore stimò opportuno allora di non pagarlo più
all’anno, ma ogni settimana. Dopo un anno il signor Bonnecchi prendeva
due luigi di Francia per ogni aneddoto, giudicato _interessante_
dall’imperatore.
In questa maniera il signor Bonnecchi si faceva una ventina di luigi al
mese.
Questa esca ha dato a quel piccolo uomo un talento singolare
d’introdursi nelle case, di farsi invitare a tutti i pranzi, a tutte
le feste. Si sa ciò che egli vi va a fare. Ma siccome egli ci andava in
nome dell’imperatore e, secondo certuni, in nome della regina Carolina,
di cui lo si vorrebbe la spia privata, come era la spia pubblica di suo
fratello, nessuno rifiutava di riceverlo, nè gli si faceva mal viso.
Una volta poi tornato a casa, egli ricompone tutto ciò che ha inteso,
ne tira le conseguenze, ne stabilisce i risultati, aggiunge, ritocca,
guasta, e così ogni settimana invia al suo sovrano una cronaca in cui
ci entrano tutti i più alti personaggi.
Ora passiamo ai medici, ai dotti ed ai letterati, che componevano la
società particolare di sir William, e così termineremo di conoscere le
persone che mi seguirono nella nuova mia vita, in cui mi trascinarono
gli avvenimenti che ho raccontati, e quegli ancora più incredibili e
specialmente più drammatici che or mi rimane di far conoscere ai miei
lettori.