VI.

Dovendo ora fare una pittura della società tutta particolare che vedevo

a Napoli, prima di entrare nel racconto degli avvenimenti politici,

in mezzo ai quali mi trovai trascinata, credo di dover cominciare col

dare un’idea più completa di ciò che era questo strano personaggio già

intraveduto dal lettore, nominato lord Hervey conte di Bristol, vescovo

di Derry.

Egli era il più giovine di venti figli, ed essendo il solo superstite,

aveva ereditati i beni, i titoli e le dignità di tutta la famiglia.

Lord Bristol non stava mai alla sua residenza.

Erano a un bel circa venti anni che non aveva, all’epoca in cui lo

incontrammo, messo il piede nella sua diocesi. Nulla indicava in lui

ch’egli appartenesse in qualsiasi modo alla chiesa, nè il suo vestire,

nè la sua conversazione. Portava abitualmente un cappello bianco, un

abito di seta di un colore qualunque, talvolta chiarissimo, talvolta

molto spiccante, e raramente nero: fin qui pel suo modo di vestire.

Quanto ai costumi, essi erano come i suoi discorsi, non si può dire

più rotti. La prima cosa che fece arrivando a Napoli fu di prendere

un palco a S. Carlo ed a san Carlino. Non aveva nessuna credenza

religiosa, nemmeno per i dogmi più assoluti della chiesa, che egli

metteva in ridicolo; parlava dell’immortalità dell’anima con una

indifferenza che si avvicinava al dubbio, e non si compiaceva che di

discorsi mondani, e di raccontare od ascoltare aneddoti leggieri ed

anche scandalosi.

Nel suo primo viaggio in Francia, visitò la valle del Rodano, Grenoble,

il Delfinato, e trovandosi vicino alla grande Certosa, salì sino al

convento dei discepoli di S. Brunone.

Quando si presentò al convento, trovò che i frati erano a tavola; bussò

alla porta, che era chiusa a motivo dell’opera a cui si dedicavano i

buoni padri ed il portinaio gli annunziò che era proibito di entrare

quando i religiosi erano in refettorio; ma egli tirando dalla tasca

il suo biglietto di visita, su cui erano le sue armi, e sopra di esse

«a lord Bristol vescovo di Derry,» lo fece consegnare all’Abate, il

quale non vedendo che le parole «vescovo di Derry» e credendo di dover

trattare con un vescovo cattolico, lo ricevette ginocchione, con tutti

i monaci in ginocchio al pari di lui, chiedendogli la sua benedizione,

che lord Hervey non ebbe alcuna difficoltà d’impartire a lui ed ai suoi

certosini.

Questo era uno de’ ricordi che avevano il privilegio di eccitare in

sommo grado l’ilarità di monsignor di Derry, pensando che dei monaci

cattolici avevano ricevuto con una perfetta compunzione la benedizione

di un vescovo protestante.

In seguito ad una rappresentazione del _matrimonio segreto_ di

Cimarosa, egli fu talmente invaghito dello spartito, che il giorno dopo

mandò allo spettacolo i suoi dieci domestici inglesi, raccomandando

loro di ascoltare la musica di Cimarosa colla più grande attenzione.

Al loro ritorno, li chiamò nella sua camera, chiedendo se avevano

eseguito esattamente i suoi ordini.

Rispondendo essi affermativamente, ordinò di non parlargli più per

l’avvenire se non in recitativo, ed in recitativi tolti sempre dal

_matrimonio segreto_, sia per prendere i suoi ordini, sia per dirgli

ch’era servito, sia per annunciargli i nomi delle visite.

I suoi domestici si guardarono in faccia, credendo senza dubbio che

monsignore fosse diventato pazzo; poi, dietro i suoi ordini reiterati,

dimandarono di prendere consiglio e di dargli risposta pel giorno

seguente.

Alla dimane mandarono due di loro in deputazione, ed annunziarono al

conte mylord, che consideravano come indegno delle dignità di domestici

inglesi di parlare in musica come fanno gl’istrioni di teatro.

Lord Bristol dichiarò loro che se essi annuivano ai suoi desiderii,

avrebbe raddoppiato il loro salario, e dava a loro inoltre 24 ore di

più per prendere la loro risoluzione.

Il giorno seguente gli stessi deputati dichiararono che, qualunque

fossero i vantaggi offerti dal signor conte vescovo, non potevano

accettare.

Milord Hervey pagò loro sei mesi di salario, e li mandò tutti in

Inghilterra.

Poi, quando furono partiti i servi inglesi, fece venire dei napolitani,

e fece loro le proposizioni seguenti:

Di non parlare a M. di Bristol che sui motivi dei recitativi tolti

dal _matrimonio segreto_; stava a loro poi di adattare le parole alla

musica.

Per tale servizio particolare, che necessitava una intelligenza

superiore a quella di un domestico ordinario, avrebbero 45 ducati al

mese, dieci lire sterline di Inghilterra, vale a dire che erano pagati

quattro volte tanto quanto lo sono i domestici meglio pagati di Napoli.

Solamente la condizione _sine qua non_, essendo alimentati e vestiti

da M. di Derry, i sei virtuosi d’anticamera non prenderebbero nulla

durante i primi sei mesi, ma sarebbero pagati per tutti i sei mesi,

dopo scorso il semestre.

Se uno dei domestici lasciasse il servigio di monsignore prima dei sei

mesi non ancora compiuti, non aveva diritto a nessuna indennità.

I domestici napolitani accettarono, fecero venire un notajo per

redigere il contratto, ed in capo a sei mesi M. di Bristol era servito

colla cadenza cromatica la più soddisfacente.

Una sera che M. di Bristol pranzava da sir William, uno dei suoi sei

domestici napolitani gli portò, in misura di recitativo, una lettera

con un gran suggello nero. — Lord Hervey dissuggellò la lettera, la

lesse, la pose sotto il suo piatto, e per tutto il rimanente della

serata rise, chiacchierò e vezzeggiò come il solito.

Alle undici ore si ritirò; era un’ora più presto del solito.

Il giorno seguente sir William dovendosi informare se la sua partenza

non fosse stata cagionata da qualche indisposizione, fece chiedere a

lord Bristol se era visibile.

Sua signoria fece rispondere che gli era arrivata una grande sventura e

non poteva ricevere nessuno.

Sir William inquieto forzò la consegna, e trovò il povero vecchio in

lagrime e fra i singhiozzi.

— Mio Dio! che avete dunque? gli chiese sir William.

— Avete osservato che jeri a pranzo mi venne consegnata una lettera

sigillata in nero? rispose il conte di Bristol.

— Sì.

— Ebbene, essa mi annunziava che mio figlio è morto a Livorno: io non

ho voluto spargere la mia tristezza nel vostro pranzo, mi sono frenato,

ma una volta in casa, il mio dolore è stato tanto più violento quanto

fu compresso; ecco perchè, per piangere liberamente oggi non volli

ricevere nessuno, nemmeno voi.

La società ufficiale di sir William era naturalmente il Corpo

diplomatico; la sua società intima si componeva di dotti e di letterati

distinti.

Il ministro estero più anziano a Napoli era il conte di Sa,

ambasciatore di Portogallo, che da trent’anni era stato nominato a

quel posto; egli non era ritornato che una sol volta a Lisbona e ne era

ritornato più presto che aveva potuto. Qualche anno fa il suo terrore

fu grande. Si trattava di sopprimere l’ambasciata di Portogallo a

Napoli, come una spesa inutile, e d’incaricare per gli affari delle

due corti il ministro di Portogallo a Roma; ma poi essendo morto

il re Giuseppe I, la regina che gli succedette decise di mantenere

l’ambasciata, ed il conte di Sa respirò.

Vi erano pochi diplomatici che avessero una sinecura così completa

come questo ministro, che non aveva altro da fare che di dare alla sua

Corte le notizie del giorno che faceva redigere dal suo segretario;

il passeggio era la sola fatica che imponeva a sè stesso; si parlava

molto dell’harem del conte di Sa, composto dalle ballerine di S. Carlo.

Quanto a lui non parlava di nulla, avendo dimenticato il portoghese

e non avendo potuto imparare a parlar correttamente nè il francese nè

l’italiano.

Egli era alto, aveva le spalle larghe ed una incollatura da bufalo, di

cui teneva anche la fisionomia.

In quanto ai suoi talenti od ai suoi meriti, in sette od otto anni

io non lo vidi che tre volte per settimana, e non ho mai potuto

scoprirgliene un solo.

Il ministro più importante, perchè è ambasciatore di famiglia, è

il conte di Lemberg. Costui è sotto tutti i rapporti una persona

considerevole quanto il conte di Sa lo è poco. La cronaca gli

rimprovera di esser superbo, ma sia che il rimprovero fosse ingiusto,

sia che agli occhi del ministro d’Inghilterra un tale difetto fosse un

nonnulla, non avemmo mai occasione di scorgerlo; ciò che ha dato al

conte di Lemberg questa riputazione fra i Napolitani, è che egli non

può soffrire i cortigiani e gli striscianti, di cui è ricca la Corte di

Napoli. Nella prima sera che lo vidi osservai una cosa, cioè che egli

dava il suo giudizio sulle persone più ragguardevoli della Corte senza

maggior riguardo, come se avesse parlato dell’ultimo lazzarone. La

conversazione cadde sul cavaliere Acton, ed il ministro di Toscana si

azzardò di farne gli elogi.

Ma il conte di Lemberg alzò le labbra con una espressione di supremo

sdegno.

— Quest’uomo, disse, sarebbe stato un buon corsaro, ed ecco tutto; ha

i talenti e la figura d’un pirata, ed è probabilmente a ciò che deve la

sua grandezza.

Si assicura che in una discussione che ebbe colla regina, le disse

parlando con lei a proposito del cavaliere Acton:

— Io non ho alcuna prevenzione pro o contra le qualità occulte di

questo ministro, le ignoro e non desidero punto conoscerle; ma ciò

che io so è che quelle che manifesta al ministero non convengono punto

all’ufficio di cui V. Maestà l’ha onorato.

La posizione che il conte di Lemberg aveva alla corte di Napoli era

poco invidiabile; come ambasciatore di famiglia si trovava mischiato

in tutti gl’intrighi; e, bisogna confessarlo, alcuni di questi intrighi

non erano all’altezza della maestà del suo ministero.

V’erano querele frequenti fra il re e la regina. Io ne racconterò

qualcuna, perchè avvennero in mia presenza. Ebbene, l’ambasciatore era

obbligato d’intervenire in tutte queste querele, di ravvicinare gli

sposi, di parlare in nome dell’imperatore, e di fare almeno una volta

al mese l’ufficio di giudice di pace.

Il povero Lemberg non era mai sicuro, se era al passeggio che non si

corresse appresso a lui; se era a tavola, che non lo si facesse levare

per ristabilire la calma fra gli augusti sposi. Qualche giorno dopo il

nostro arrivo egli dava un gran pranzo; uno dei convitati ci raccontò,

che durante il pranzo, arrivato un corriere della regina da parte di

S. Maestà, il conte di Lemberg dovette alzarsi all’istante, lasciando i

suoi ospiti a terminare il pranzo senza di lui.

Nacque una discussione a Caserta a proposito della marchesa di San

Marco, dama di confidenza della regina.

— Maledette donnicciuole, esclamò il conte, gettando la salvietta, esse

mi faran divenir pazzo.

Terminerò la mia rivista degli uomini di stato, dicendo una parola di

un atomo diplomatico chiamato Bonnecchi, console imperiale ed agente

della Toscana.

Piccolissimo e vecchio, che parla senza posa, spiando continuamente,

sempre in cerca di novità, coll’occhio fisso, il collo e le orecchie

tese, il signor Bonnecchi è il corrispondente dell’imperatore

Leopoldo, al quale ogni settimana invia un rapporto di aneddoti e

fatti scandalosi, che avvengono alla corte od in città; e quando gli

aneddoti mancano, li fa. In principio, come ogni agente consolare,

aveva un trattamento fisso, ma insufficientemente stimolato, le notizie

mancavano. L’imperatore stimò opportuno allora di non pagarlo più

all’anno, ma ogni settimana. Dopo un anno il signor Bonnecchi prendeva

due luigi di Francia per ogni aneddoto, giudicato _interessante_

dall’imperatore.

In questa maniera il signor Bonnecchi si faceva una ventina di luigi al

mese.

Questa esca ha dato a quel piccolo uomo un talento singolare

d’introdursi nelle case, di farsi invitare a tutti i pranzi, a tutte

le feste. Si sa ciò che egli vi va a fare. Ma siccome egli ci andava in

nome dell’imperatore e, secondo certuni, in nome della regina Carolina,

di cui lo si vorrebbe la spia privata, come era la spia pubblica di suo

fratello, nessuno rifiutava di riceverlo, nè gli si faceva mal viso.

Una volta poi tornato a casa, egli ricompone tutto ciò che ha inteso,

ne tira le conseguenze, ne stabilisce i risultati, aggiunge, ritocca,

guasta, e così ogni settimana invia al suo sovrano una cronaca in cui

ci entrano tutti i più alti personaggi.

Ora passiamo ai medici, ai dotti ed ai letterati, che componevano la

società particolare di sir William, e così termineremo di conoscere le

persone che mi seguirono nella nuova mia vita, in cui mi trascinarono

gli avvenimenti che ho raccontati, e quegli ancora più incredibili e

specialmente più drammatici che or mi rimane di far conoscere ai miei

lettori.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 · 第 12 / 25 题