V.

Partimmo da Roma con due vetture da posta ed un forgone, e prendemmo la

via di terra a rischio d’essere svaligiati: ma debbo dire per verità

che avevamo nei sei domestici del conte di Bristol ed i due nostri,

tutti inglesi forti e coraggiosi, una scorta bastevole a difenderci.

Per me specialmente, che ho sempre avuto il desiderio di accrescere il

circolo delle mie povere conoscenze, era un gran piacere il viaggiare

con sir William Hamilton.

Sir William Hamilton, molto istruito nelle cose di antichità, aveva

passato tutta la sua scienza al vaglio di una sana critica, di maniera

che quando vi raccontava un fatto, vi citava una data, vi descriveva un

monumento, potevate credere ad occhi chiusi a tutto ciò che vi diceva.

Uscimmo da Roma per la via Appia, l’antica porta Capena, lasciando alla

sinistra nostra la valle d’Egeria, il circo di Caracalla, la tomba di

Cecilia Metella, ed alla nostra diritta le catacombe di S. Sebastiano

ed i monumenti della famiglia Aurelia.

Sir William fece fermare le nostre vetture davanti alla tomba della

figlia di Metello il Cretico, ove riposano le ceneri di questa giovane

ed intelligente donna, che aveva vissuto nei bei tempi di Roma, che

aveva conosciuto Cesare, Pompeo, Cicerone, Clodio, Catullo, Ortensio,

Lucullo, Catone, e li avea adunati forse un giorno intorno al suo

focolare, prima che fossero separati dagli odii irreconciliabili della

guerra civile.

Malgrado i settantadue anni del mio cavalier servente, il conte di

Bristol discese, e volle assolutamente salire fino in cima alla tomba

di Cecilia Metella per cogliermi un ramo di melograno selvatico Che

talliva in quelle rovine.

Arrivando ad acqua Ferentina sir William ci fece vedere il luogo dove

Clodio era stato ferito mortalmente dai gladiatori di Milone.

Arrivati a Genzano, lasciammo per un istante le nostre vetture, ed

accompagnati da quattro delle nostre guardie del corpo colla carabina

in ispalla, salimmo fino al lago di Nemi, uno dei laghi più simpatici

della campagna romana, che il monte Gentili separa dalle rovine

invisibili di Alba Lunga.

Il conte di Bristol, cui il suo amore per me sembrava aver reso le sue

gambe di vent’anni, non ci lasciava nemmeno un minuto, camminandoci a

fianco quando non ci precedeva.

L’escursione durò un’ora circa: riprendemmo posto nelle vetture, e per

una china assai rapida ci dirigemmo verso le paludi Pontine, che Pio

VI si occupava di prosciugare, non già pel bene pubblico, nè per la

salubrità di Roma; ma per aumentare i dominj territoriali di suo nipote

il principe duca.

A metà di questa discesa noi incontrammo un cocchio, che da lontano

avevamo riconosciuto come appartenente a qualche sommità della Chiesa.

— Nel passargli vicino riconoscemmo monsignor Ruffo.

Egli ci fece fermare per chiederci se potessimo dare un bicchier

d’acqua fresca ad un infelice colpito dalle terribili febbri delle

paludi Pontine, che egli conduceva a Roma nella sua carrozza: egli

l’aveva trovato coricato a piedi di un albero, l’aveva preso sulle sue

spalle, e postolo nella carrozza, lo conduceva a Roma per farlo curare.

Nella sua qualità di gran tesoriere, il cardinale Ruffo andava sovente

a visitare i lavori che Pio VI faceva eseguire, e a pagare gli operai.

Era in una di queste corse che ebbe l’occasione di fare la buona azione

di cui fummo testimoni.

Gli odii ciechi delle guerre civili resero per un certo tempo Hamilton,

Nelson e me nemici personali del cardinale Ruffo. — Ma oggi che gli

odii si sono calmati, che scrivo colla destra sulla carta e colla

sinistra sulla coscienza, debbo dire che il cardinale, capace di azioni

del genere che noi abbiamo raccontato, prese spesso, contro la cieca

vendetta, cui pel riposo dell’animo mio ebbi sventuratamente una parte

troppo attiva, il partito dell’umanità.

Del resto, venuto il giorno di raccontare avvenimenti terribili, gli

renderò tutta la giustizia.

Noi gli demmo l’acqua che desiderava pel suo febbricitante che ad

ogni istante chiedeva da bere. Avevamo nel nostro forgone un’intiera

cantina.

Il gran tesoriere ci lasciò dicendoci che probabilmente ci saremmo

riveduti a Napoli.

Diffatti il cardinale è napolitano, nato da una grande famiglia a S.

Lucido in Calabria; la sua nobiltà era proverbiale.

Si dice in Italia, quando si vuole parlare di nobiltà antica ed

incontestata, gli Evangelisti a Venezia, i Borboni in Francia, i

Colonna a Roma, i Sanseverino a Napoli, i Ruffo in Calabria.

Continuammo la nostra via verso Terracina, ed egli la sua per Roma.

Nulla di più pittoresco di questa via delle paludi Pontine, ai due

lati della quale gli operai di Sua Santità scavavano un canale. Non si

vedevano che figure scarne e malaticcie; tutti quei disgraziati erano

più o meno colpiti dalla malaria; ogni quindici giorni si era obbligati

sostituire con operai freschi, mentre quelli andavano sulle alture a

riacquistare la salute che venivano a perdere nelle paludi.

Fu specialmente quando venne la notte che il paesaggio prese un

carattere completamente fantastico: la luna scorrea in mezzo a grossi

nuvoloni neri, e rischiarava certe parti delle paludi per lasciarne

altre nell’oscurità più profonda. Al rumore che faceano galoppando i

nostri cavalli, e la frusta dei nostri postiglioni, dei grandi uccelli

della specie delle ardee e dei milvi s’innalzavano silenziosamente

dagli alti erbaggi e dalle pozze d’acqua, in mezzo alle quali

respiravano con rumore sollevando le schifose loro teste e le loro

narici, dei grandi bufali che la notte rendeva ancor più giganteschi.

Era la prima volta che vedeva questi mostri di notte ed in libertà;

io scorsi in loro un aspetto selvaggio e primitivo che mi metteva i

brividi, mio malgrado.

Ma era specialmente allo scambio de’ cavalli che tutto ciò, che ci

attorniava, prendeva un tale aspetto che non mi dimenticherò mai.

Nelle paludi Pontine non vi sono villaggi, ma soltanto due o tre

rilievi postali accanto a qualche capanna di legno, ove dormono

gl’infelici postiglioni e le loro famiglie.

I cavalli piccoli, magri, pelosi, non sono chiusi nelle stalle, ma

pascolano sciolti.

Al rumore della frusta dei nostri condottieri, vedemmo uscire come

ombre cinque o sei uomini armati di lunghe pertiche; saltavano a dorso

nudo sul primo cavallo che incontravano, e formando un cerchio intorno

a quelli che pascolavano in libertà, li riconducevano al galoppo

con grandi gridi verso la capanna. — Colà altri uomini appostati li

afferravano pel naso e per la criniera, e dopo una lotta ostinata

finivano col metter loro una bardatura che andava a pezzi, colla quale

si attaccavano alle nostre vetture fra i nitriti, gli scalpiti e gli

sbuffi che erano altrettante proteste contro le violenze che loro si

facevano.

Poi quando le tre vetture erano attaccate, in mezzo alle grida ed alle

vociferazioni degli uomini e degli animali, i cavalli tenuti pel freno

e per le narici erano abbandonati a loro stessi, e partivano di un

galoppo furioso, accompagnati a dritta ed a manca da due cavalieri,

che unitamente ai postiglioni mantenevano, colle loro eccitazioni

ed i loro colpi, le vetture in mezzo alla strada. Non erano più tre

veicoli o forgoni di posta; erano valanghe, turbini, uragani, che non

traversavano lo spazio, ma divoravano la via.

Arrivammo a Terracina verso le tre ore del mattino. Ci riposammo un

paio d’ore sopra delle sedie; la dubbia nettezza dei lini ci aveva

fatto rifiutare il letto.

Verso le sei di mattina ci mettemmo di nuovo in cammino per fermarci a

Mola di Gaeta: mentre i domestici di monsignor di Bristol toglievano

la colazione dal forgone e la disponevano sulla tavola, ci facemmo

condurre alle rovine della Villa di Cicerone; col Plutarco in mano sir

William ci fece assistere alla morte del grande oratore, dal momento

che mise il piede in terra in mezzo ai corvi che l’accompagnavano

ostinatamente, presagio di morte vicina, fino a quello che, fuggendo

dalla villa per la via che conduce al mare, fu ucciso. Udiva dietro

lui il passo degli assassini che lo perseguitavano, fece fermare la sua

lettiga, e dopo aver vissuto tutta la sua vita fra gli spaventi della

morte, morì colla calma di un martire e la tranquillità di un eroe.

Questa paura, che faceva fare ai Romani tutte le bassezze, e che al

momento in cui finalmente trovavansi in faccia alla morte, che tutto

avevano tentato per evitare, li abbandonava per far luogo alla più

strana intrepidezza. Era una delle particolarità dell’antichità. —

Veggasi la morte di Petronio, Lucano e Seneca, questi tre adulatori di

Nerone.

In meno d’un’ora arrivammo a Mola di Gaeta. Facemmo colazione, poi

riprendemmo la nostra corsa per Napoli, ove arrivammo verso le nove di

sera per la via di Capua.

Una sensazione non meno indelebile, ma di un genere tutto opposto a

quella delle paludi Pontine, mi colpì al mio arrivo a Napoli, quando

mi trovai in una notte limpida in faccia al Vesuvio fumante; sopra

al cratere sorgeva la luna nella sua pienezza e nel suo splendore,

che pareva una palla infocata lanciata dalla bocca d’un mortaio sur

un’atmosfera vaporosa.

Noi passammo per Porta Capuana, Castel Vecchio, la marina, il Piliero;

lasciammo a manca Castel Nuovo, e la piazza Medina a destra, indi

passammo innanzi al portico di S. Carlo illuminato per una festa

straordinaria; attraversammo il largo S. Ferdinando, prendemmo la

via di Chiaia, e finalmente ci fermammo all’angolo della riviera di

Chiaia, al palazzo Calabritto Cappella-vecchia, ov’era l’ambasciata

d’Inghilterra.

In questa prima notte milord Bristol dormì all’ambasciata, ma per

fortuna essendovi un’appartamento vacante superiormente a quello di

sir William che occupava i due primi piani, monsignor Derry se ne

accontentò, e vi si stabilì pel giorno seguente.

Finalmente ero a Napoli, e mi ci trovava in una posizione che non avrei

mai osato di ravvisare nei miei sogni più insensati di ambizione.

— Emma Lyonna era scomparsa, miss Hearte non era più; tutto questo

immondo passato era rimasto nel fango di Londra; — vi era Lady Hamilton

ambasciatrice d’Inghilterra.

Stava a me il non dimenticarlo.

Memorie di Emma Lyonna, vol. 3/8 · 第 11 / 25 题