Partimmo da Roma con due vetture da posta ed un forgone, e prendemmo la
via di terra a rischio d’essere svaligiati: ma debbo dire per verità
che avevamo nei sei domestici del conte di Bristol ed i due nostri,
tutti inglesi forti e coraggiosi, una scorta bastevole a difenderci.
Per me specialmente, che ho sempre avuto il desiderio di accrescere il
circolo delle mie povere conoscenze, era un gran piacere il viaggiare
con sir William Hamilton.
Sir William Hamilton, molto istruito nelle cose di antichità, aveva
passato tutta la sua scienza al vaglio di una sana critica, di maniera
che quando vi raccontava un fatto, vi citava una data, vi descriveva un
monumento, potevate credere ad occhi chiusi a tutto ciò che vi diceva.
Uscimmo da Roma per la via Appia, l’antica porta Capena, lasciando alla
sinistra nostra la valle d’Egeria, il circo di Caracalla, la tomba di
Cecilia Metella, ed alla nostra diritta le catacombe di S. Sebastiano
ed i monumenti della famiglia Aurelia.
Sir William fece fermare le nostre vetture davanti alla tomba della
figlia di Metello il Cretico, ove riposano le ceneri di questa giovane
ed intelligente donna, che aveva vissuto nei bei tempi di Roma, che
aveva conosciuto Cesare, Pompeo, Cicerone, Clodio, Catullo, Ortensio,
Lucullo, Catone, e li avea adunati forse un giorno intorno al suo
focolare, prima che fossero separati dagli odii irreconciliabili della
guerra civile.
Malgrado i settantadue anni del mio cavalier servente, il conte di
Bristol discese, e volle assolutamente salire fino in cima alla tomba
di Cecilia Metella per cogliermi un ramo di melograno selvatico Che
talliva in quelle rovine.
Arrivando ad acqua Ferentina sir William ci fece vedere il luogo dove
Clodio era stato ferito mortalmente dai gladiatori di Milone.
Arrivati a Genzano, lasciammo per un istante le nostre vetture, ed
accompagnati da quattro delle nostre guardie del corpo colla carabina
in ispalla, salimmo fino al lago di Nemi, uno dei laghi più simpatici
della campagna romana, che il monte Gentili separa dalle rovine
invisibili di Alba Lunga.
Il conte di Bristol, cui il suo amore per me sembrava aver reso le sue
gambe di vent’anni, non ci lasciava nemmeno un minuto, camminandoci a
fianco quando non ci precedeva.
L’escursione durò un’ora circa: riprendemmo posto nelle vetture, e per
una china assai rapida ci dirigemmo verso le paludi Pontine, che Pio
VI si occupava di prosciugare, non già pel bene pubblico, nè per la
salubrità di Roma; ma per aumentare i dominj territoriali di suo nipote
il principe duca.
A metà di questa discesa noi incontrammo un cocchio, che da lontano
avevamo riconosciuto come appartenente a qualche sommità della Chiesa.
— Nel passargli vicino riconoscemmo monsignor Ruffo.
Egli ci fece fermare per chiederci se potessimo dare un bicchier
d’acqua fresca ad un infelice colpito dalle terribili febbri delle
paludi Pontine, che egli conduceva a Roma nella sua carrozza: egli
l’aveva trovato coricato a piedi di un albero, l’aveva preso sulle sue
spalle, e postolo nella carrozza, lo conduceva a Roma per farlo curare.
Nella sua qualità di gran tesoriere, il cardinale Ruffo andava sovente
a visitare i lavori che Pio VI faceva eseguire, e a pagare gli operai.
Era in una di queste corse che ebbe l’occasione di fare la buona azione
di cui fummo testimoni.
Gli odii ciechi delle guerre civili resero per un certo tempo Hamilton,
Nelson e me nemici personali del cardinale Ruffo. — Ma oggi che gli
odii si sono calmati, che scrivo colla destra sulla carta e colla
sinistra sulla coscienza, debbo dire che il cardinale, capace di azioni
del genere che noi abbiamo raccontato, prese spesso, contro la cieca
vendetta, cui pel riposo dell’animo mio ebbi sventuratamente una parte
troppo attiva, il partito dell’umanità.
Del resto, venuto il giorno di raccontare avvenimenti terribili, gli
renderò tutta la giustizia.
Noi gli demmo l’acqua che desiderava pel suo febbricitante che ad
ogni istante chiedeva da bere. Avevamo nel nostro forgone un’intiera
cantina.
Il gran tesoriere ci lasciò dicendoci che probabilmente ci saremmo
riveduti a Napoli.
Diffatti il cardinale è napolitano, nato da una grande famiglia a S.
Lucido in Calabria; la sua nobiltà era proverbiale.
Si dice in Italia, quando si vuole parlare di nobiltà antica ed
incontestata, gli Evangelisti a Venezia, i Borboni in Francia, i
Colonna a Roma, i Sanseverino a Napoli, i Ruffo in Calabria.
Continuammo la nostra via verso Terracina, ed egli la sua per Roma.
Nulla di più pittoresco di questa via delle paludi Pontine, ai due
lati della quale gli operai di Sua Santità scavavano un canale. Non si
vedevano che figure scarne e malaticcie; tutti quei disgraziati erano
più o meno colpiti dalla malaria; ogni quindici giorni si era obbligati
sostituire con operai freschi, mentre quelli andavano sulle alture a
riacquistare la salute che venivano a perdere nelle paludi.
Fu specialmente quando venne la notte che il paesaggio prese un
carattere completamente fantastico: la luna scorrea in mezzo a grossi
nuvoloni neri, e rischiarava certe parti delle paludi per lasciarne
altre nell’oscurità più profonda. Al rumore che faceano galoppando i
nostri cavalli, e la frusta dei nostri postiglioni, dei grandi uccelli
della specie delle ardee e dei milvi s’innalzavano silenziosamente
dagli alti erbaggi e dalle pozze d’acqua, in mezzo alle quali
respiravano con rumore sollevando le schifose loro teste e le loro
narici, dei grandi bufali che la notte rendeva ancor più giganteschi.
Era la prima volta che vedeva questi mostri di notte ed in libertà;
io scorsi in loro un aspetto selvaggio e primitivo che mi metteva i
brividi, mio malgrado.
Ma era specialmente allo scambio de’ cavalli che tutto ciò, che ci
attorniava, prendeva un tale aspetto che non mi dimenticherò mai.
Nelle paludi Pontine non vi sono villaggi, ma soltanto due o tre
rilievi postali accanto a qualche capanna di legno, ove dormono
gl’infelici postiglioni e le loro famiglie.
I cavalli piccoli, magri, pelosi, non sono chiusi nelle stalle, ma
pascolano sciolti.
Al rumore della frusta dei nostri condottieri, vedemmo uscire come
ombre cinque o sei uomini armati di lunghe pertiche; saltavano a dorso
nudo sul primo cavallo che incontravano, e formando un cerchio intorno
a quelli che pascolavano in libertà, li riconducevano al galoppo
con grandi gridi verso la capanna. — Colà altri uomini appostati li
afferravano pel naso e per la criniera, e dopo una lotta ostinata
finivano col metter loro una bardatura che andava a pezzi, colla quale
si attaccavano alle nostre vetture fra i nitriti, gli scalpiti e gli
sbuffi che erano altrettante proteste contro le violenze che loro si
facevano.
Poi quando le tre vetture erano attaccate, in mezzo alle grida ed alle
vociferazioni degli uomini e degli animali, i cavalli tenuti pel freno
e per le narici erano abbandonati a loro stessi, e partivano di un
galoppo furioso, accompagnati a dritta ed a manca da due cavalieri,
che unitamente ai postiglioni mantenevano, colle loro eccitazioni
ed i loro colpi, le vetture in mezzo alla strada. Non erano più tre
veicoli o forgoni di posta; erano valanghe, turbini, uragani, che non
traversavano lo spazio, ma divoravano la via.
Arrivammo a Terracina verso le tre ore del mattino. Ci riposammo un
paio d’ore sopra delle sedie; la dubbia nettezza dei lini ci aveva
fatto rifiutare il letto.
Verso le sei di mattina ci mettemmo di nuovo in cammino per fermarci a
Mola di Gaeta: mentre i domestici di monsignor di Bristol toglievano
la colazione dal forgone e la disponevano sulla tavola, ci facemmo
condurre alle rovine della Villa di Cicerone; col Plutarco in mano sir
William ci fece assistere alla morte del grande oratore, dal momento
che mise il piede in terra in mezzo ai corvi che l’accompagnavano
ostinatamente, presagio di morte vicina, fino a quello che, fuggendo
dalla villa per la via che conduce al mare, fu ucciso. Udiva dietro
lui il passo degli assassini che lo perseguitavano, fece fermare la sua
lettiga, e dopo aver vissuto tutta la sua vita fra gli spaventi della
morte, morì colla calma di un martire e la tranquillità di un eroe.
Questa paura, che faceva fare ai Romani tutte le bassezze, e che al
momento in cui finalmente trovavansi in faccia alla morte, che tutto
avevano tentato per evitare, li abbandonava per far luogo alla più
strana intrepidezza. Era una delle particolarità dell’antichità. —
Veggasi la morte di Petronio, Lucano e Seneca, questi tre adulatori di
Nerone.
In meno d’un’ora arrivammo a Mola di Gaeta. Facemmo colazione, poi
riprendemmo la nostra corsa per Napoli, ove arrivammo verso le nove di
sera per la via di Capua.
Una sensazione non meno indelebile, ma di un genere tutto opposto a
quella delle paludi Pontine, mi colpì al mio arrivo a Napoli, quando
mi trovai in una notte limpida in faccia al Vesuvio fumante; sopra
al cratere sorgeva la luna nella sua pienezza e nel suo splendore,
che pareva una palla infocata lanciata dalla bocca d’un mortaio sur
un’atmosfera vaporosa.
Noi passammo per Porta Capuana, Castel Vecchio, la marina, il Piliero;
lasciammo a manca Castel Nuovo, e la piazza Medina a destra, indi
passammo innanzi al portico di S. Carlo illuminato per una festa
straordinaria; attraversammo il largo S. Ferdinando, prendemmo la
via di Chiaia, e finalmente ci fermammo all’angolo della riviera di
Chiaia, al palazzo Calabritto Cappella-vecchia, ov’era l’ambasciata
d’Inghilterra.
In questa prima notte milord Bristol dormì all’ambasciata, ma per
fortuna essendovi un’appartamento vacante superiormente a quello di
sir William che occupava i due primi piani, monsignor Derry se ne
accontentò, e vi si stabilì pel giorno seguente.
Finalmente ero a Napoli, e mi ci trovava in una posizione che non avrei
mai osato di ravvisare nei miei sogni più insensati di ambizione.
— Emma Lyonna era scomparsa, miss Hearte non era più; tutto questo
immondo passato era rimasto nel fango di Londra; — vi era Lady Hamilton
ambasciatrice d’Inghilterra.
Stava a me il non dimenticarlo.