5. — Dioniso incatenato.

Nessuno potrebbe anticipare la sentenza del tempo, dalla quale dipende

l’avvenire dell’Europa: tuttavia noi possiamo, prima di chiuder queste

pagine, soffermarci un istante sopra un segno che già i tempi hanno

manifestato. Il segno è forse piccolo in sè, ma può incoraggiare

a sperare maturi davvero nella coscienza dell’Europa un progresso

— un progresso non equivoco e incerto come tanti altri, di cui ci

affrettammo troppo a compiacerci in passato; un progresso vero e

sicuro, nel risorgere di antichi principî in mezzo al possente ma

mostruoso disordine del mondo moderno.

Gli antichi avevano annoverato il vino tra gli Dei, perchè giudicavano

divina una bevanda che, bevuta con moderazione, ha la virtù di assopire

i crucci, di infondere l’allegrezza, di stimolare l’imaginazione, di

rasserenare e di esaltare la mente. Ma l’antico Dio, apparendo sulla

terra in forme sempre più numerose e diverse, da un secolo in qua s’è

convertito in un torbido e tetro demonio: non genera più la gaiezza

e la gioia, ma la pazzia, il delitto, la sterilità, la discordia, la

miseria, la morte. Tutti sanno di quante sciagure quella malattia,

a cui i medici hanno dato nome di alcoolismo, è cagione in tutta

l’Europa, e come due nazioni fossero più gravemente minacciate da

due di queste fatali bevande: la Russia dalla _vodka_ e la Francia

dall’_absinthe_.

Non è quindi da meravigliare se nei due paesi si cercassero farmaci

al male. E quanti erano i medici! Uomini di Stato e di scienza,

filantropi, preti, moralisti, capi di industria, maestri di scuola,

gentili signore. Le Commissioni e le Società di propaganda create

negli ultimi venticinque anni, e le leggi promulgate per ricondurre

gli uomini della ebrietà alla sobrietà, non si contano; e neppure

gli scritti pubblicati sulle cause e sulla cura del male. Tuttavia

a dispetto di tanti medici, il male si aggravava in ogni paese, e

massime in Francia ed in Russia. Il farmaco cercato dappertutto non

si trovava in nessuna parte. La Scuola e la Chiesa erano egualmente

impotenti. L’operaio ascoltava i buoni consigli e poi tornava alla

bettola a berne un altro bicchiere. Scoraggiati, non pochi tra i medici

conchiudevano che l’uomo è un essere naturalmente vizioso e che è

inutile volerlo trattenere dal perdersi cercando il piacere. Qualcuno

raccattava persino delle scuse al vizio. Era poi proprio così funesto,

come si diceva? E quale altro conforto alleggerisce all’operaio la sua

pesante catena negli ergastoli dell’industrialismo moderno? Ogni uomo

cerca di evadere con l’imaginazione, come può, ogni tanto, dal carcere

angusto del mondo ove è prigioniero, per i liberi campi dell’infinito.

Il bicchiere di vino o il bicchierino di liquore possono essere,

per l’operaio che non ne conosce altra, la piccola finestra aperta

sull’infinito.

Così l’Europa si inebriava liberamente, sebbene a molti, che questo

ottimismo non illudeva, stringesse il cuore di veder così nobili

razze imbestiarsi a quel modo. Ma non c’era rimedio! Quand’ecco

scoppia la guerra europea.... Ed allora, considerando che se in tempi

ordinari l’ubriachezza è un vizio pericoloso, pericolosissimo è in

tempo di guerra, quando così quelli che prendono le armi come quelli

che restano a casa devono far uso, per la salvezza comune, di quanto

giudizio la natura fu loro larga, si è pensato — rimedio a cui nessuno

fino ad allora aveva posto mente — di proibire che si fabbricassero

e si spacciassero le bevande inebrianti più nocive. Non era l’ovo di

Colombo? Il giorno in cui l’operaio e il contadino non troveranno

più alla bettola la bibita perniciosa, non si ubriacheranno più o

almeno si ubriacheranno meno. Detto, fatto: in tempo di guerra si

va per le spiccie. Il giorno dopo che lo stato d’assedio era stato

proclamato, l’autorità militare proibiva in tutta la Francia la vendita

dell’_absinthe_; e appena il Parlamento francese fu riconvocato, subito

approvò una legge che interdiceva per sempre di fabbricare, vendere e

importare _absinthe_ in Francia. Poche settimane dopo che la guerra

europea era scoppiata, lo Czar chiudeva tutte le fabbriche e tutti

gli spacci di _vodka_ che in Russia appartenevano, per diritto di

monopolio, allo Stato. E da dieci mesi in Russia e in Francia, se non

si può dir che non si beva più nè _vodka_ nè _absinthe_ — frodi e abusi

non mancheranno mai nel mondo, finchè esisteranno uomini — la sobrietà

è cresciuta e sono scemati gli effetti funesti dell’ubriachezza. Il

rimedio, semplice ed efficace, è stato trovato.

Senonchè per quale ragione occorse tanto tempo — e nientemeno che un

terremoto come la guerra europea — per trovare questo rimedio?

Infatti questo di cui parliamo non solo è un modo efficace per frenare

nel popolo l’intemperanza, ma è il solo efficace. Due o tre secoli fa

gli uomini, se erano per molti rispetti peggiori di noi, erano invece

certamente più sobrî; ed erano più sobrî perchè non distillavano ogni

anno tanti liquori e non pigiavano nei tini tanta uva; cosicchè ogni

persona non ne poteva bevere che una parca misura. Qualche raro beone

opulento poteva fare scempio della sua salute; la moltitudine povera

e di modesta condizione, no. Perchè invece gli uomini si sono dati

sfrenatamente al bere da un secolo; e proprio dopochè incominciò nel

mondo l’êra della quantità? Perchè il secolo decimonono ha piantata

la vigna in milioni di ettari incolti, perfino sulle terre strappate

all’Islam, e al di là dell’Oceano; perchè ha ingrandite di mole e

cresciute di numero a dismisura le fabbriche di birra; perchè ha

inventati mille modi nuovi e ingegnosi di distillare da infinite

sostanze l’alcool, e ha fabbricati, in gigantesche officine e per il

mondo, dei liquori di cui una volta si fabbricavano ogni anno poche

bottiglie in famiglia, seguendo una ricetta tradizionale. Ma dopo

aver distillate tante bevande inebrianti, l’industria moderna doveva

ben trovare il modo di farle ingoiare dal mondo. Non si dica infatti

che oggi si fabbricano tante bevande inebrianti perchè il mondo è

assetato; che il vizio è la causa e non l’effetto di questo grandissimo

incremento del commercio del vino, della birra e dei liquori. No: qui

come altrove e dappertutto, l’industria ha fatta l’abbondanza; e fatta

l’abbondanza ha persuaso ogni uomo a largheggiare con sè e con gli

altri, anche a rischio di sperperare.

È dunque chiaro che, sinchè l’industria potrà liberamente distillare

bevande inebrianti quante vuole, come liberamente fila e tesse quante

braccia di tela e di panno crede, l’intemperanza crescerà irrefrenata.

L’industria sarà spinta a fabbricar misure sempre maggiori di bevande

inebrianti; e il mondo dovrà ingoiare i fiumi di birra, di vino e

di alcool di cui essa irrigherà il mondo ogni anno. La birreria e la

bettola persuaderanno gli uomini a molto bevere il mattino e la sera,

i giorni di festa e i giorni di lavoro; perchè l’uomo è naturalmente

inclinato ad abusare di tutti i piaceri; e se gli date la libertà del

vizio, ne abuserà certamente.... Insomma il nostro tempo aveva concessa

la libertà di disordinare bevendo e poi si doleva che gli uomini ne

abusassero; proprio come, dopo aver creato i più smisurati eserciti e

averli armati delle armi più micidiali, non sa darsi pace che sia nata

in Europa la guerra più vasta e lunga e sanguinosa della storia. Le

due contradizioni sono simili, perchè sono figlie gemelle della stessa

madre. Il secolo ha armati i più grandi eserciti, non perchè volesse

suicidarsi in una guerra mondiale, ma perchè impegnatisi i popoli in

una gara di orgoglio e di potenza, è mancata in Europa una forza, così

interiore come esterna, che imponesse un limite agli armamenti. E ha

concesso la libertà del vizio, non perchè fosse corrotto e perverso,

ma perchè sollecito di far progredire l’industria e il commercio, non

ha voluto riconoscere alcun limite — neppur le esigenze della salute,

della morale e della bellezza — che rallentasse l’incremento della

ricchezza: perciò ha spinto nel tempo stesso le industrie a produrre e

gli uomini a consumare quante più cose potessero; a mangiare, a bere,

a fumare, a divertirsi, a logorare e rinnovare vestiti, a viaggiare, a

desiderar comodi nella misura maggiore. E perciò ha dovuto confondere

i criterî che nelle società passate servivano a distinguere il consumo

dallo spreco e il vizio dal bisogno; perchè, questi criterî, se fossero

oggi chiari e precisi nella mente degli uomini, come due secoli fa,

sarebbero limiti a quella libertà di crescere indefinitamente di cui

tutte le industrie moderne sono così gelose; così come non ha saputo

distinguere tra i servizi che la scienza e l’industria rendevano alla

pace e quelli che rendevano alla guerra.

La guerra europea ha sciolta in un attimo questa contradizione, per

quel che concerne il vizio del bere. Ha già ricondotti alcuni popoli

dell’Europa ai principî che due o tre secoli fa regolavano il mondo.

Imminente il pericolo, tutti hanno inteso che lo Stato ha il diritto e

il dovere di impedire al popolo di suicidarsi lentamente inebriandosi;

che la salute della razza e gli interessi della morale pubblica

possono e debbono essere dei limiti a quella piena e intera libertà di

abusare mortalmente dei piaceri, che i singoli si erano arrogati da un

secolo in qua. Intenderà l’Europa con la stessa fatalità e rapidità

che la guerra non deve essere — come è oggi in Europa — la selvaggia

esplosione di tutte le energie di distruzione e di sacrificio, di

odio e di amore, di bene e di male, che l’anima umana può accumulare

nello spazio di una generazione sino all’estremo esaurimento di tutte

le forze fisiche e morali di un popolo; alcunchè di simile a una

forza della natura senza regola e legge? Che deve essere invece una

istituzione umana, come la giustizia; un segno e un simbolo della forza

di un popolo quanto più fedele si può e adeguato alla cosa significata,

ma circoscritto entro limiti precisi, per i quali non possa essere più

un flagello di Dio e uno sterminio di vincitori, di vinti e di neutri,

ma uno strumento umano mosso dalla ragione e che la serva?

L’avvenire lo dirà. La volontà oscura e potente delle masse, che oggi

combattono questa guerra ciclopica, deciderà. Quel che occorre è oggi

un atto di volontà, un grande atto di volontà delle masse. Nei due

ultimi secoli gli uomini hanno capovolto l’ordine di cose, in cui i

loro padri avevano vissuto tanti secoli; hanno incominciata quella

nuova e meravigliosa storia del mondo, di cui noi vediamo oggi la

prima crisi veramente profonda, il vero segno grave di un disordine

interno che può minacciare la morte, perchè hanno voluta la libertà,

la ricchezza, la potenza, il sapere. I nostri figli e i nostri nipoti

godranno la pace sicura e sincera, se gli uomini la vorranno sul serio,

volendo anche tutto ciò che di una pace sicura e sincera è condizione

necessaria. Onde in questo momento in cui tanti uomini sono in armi,

e si spiano con il fucile spianato dalle feritoie delle trincee, e si

cercano sui mari e sulle terre con i cannocchiali e con i cannoni, è

proprio il caso di ripetere ai soldati della nuova e questa volta per

davvero santa alleanza, ai soldati delle Potenze che dovettero subire

questa guerra, perchè i due Imperi germanici la imposero a loro, la

grande parola di Sant’Agostino: quella parola che dovrebbe essere

la divisa della nuova Europa, sperata da quante menti si chiedono

oggi angustiate se la più grande epoca della storia non stia per

crollare sotto il peso dei suoi trionfi, desiderata confusamente dalle

moltitudini umili e ignoranti che versano oscuramente su tanti campi

di battaglia il loro sangue, anche da quelle che combattono nelle file

degli eserciti assalitori: _esto ergo bellando pacificas, ut eos, quos

expugnas, ad pacis utilitatem vincendo perducas_.

La guerra europea · 第 79 / 82 题