4. — Forza nuova e saggezza antica.

Eppure no. Il progresso, in cui abbiamo creduto un po’ troppo

ciecamente, non è una menzogna. La sua dottrina è stata ambigua per

colpa nostra, ma non mente. E la guerra europea, che sembra averla

sbugiardata, potrà essere principio e fattore di vero progresso.

Nessuno può predire l’avvenire. Ma non è temerario supporre che

la guerra europea sarà considerata nella storia come la crisi di

una civiltà, la quale si era vantata di sciogliere l’energia umana

dai ceppi, dai freni e dai lacci che nelle civiltà precedenti la

limitavano; e che, dopo averla liberata, non ha più saputo frenarla il

giorno in cui si è infuriata a distruggere: la crisi di una civiltà

che, dopo aver per un secolo spossate tre generazioni, affinchè non

restassero un solo momento dal creare, ora distrugge la quarta con

tutte le cose sue, senza misericordia e per la stessa ragione, perchè

è senza misura nel bene e nel male. La prima e grande crisi di quella

che i socialisti usano chiamare la «società capitalista» — dell’ordine

di cose che l’ultimo secolo ha stabilito in Europa e in America — è

proprio questa, è la guerra europea: ma quanto è diversa dalla crisi

che i socialisti avevano annunciata! Così come è diversa dalla grande

crisi storica, che l’ha preceduta: la Rivoluzione francese. Allora

un’epoca che aspirava alla libertà, alla ricchezza, alla potenza, al

sapere, si levò e rovesciò tutti quei limiti antichi, che parevano

interporsi tra l’uomo e il suo desiderio: oggi invece vacilla e

stramazza, ferendosi, un secolo che dopo aver conquistata la libertà,

la potenza, la scienza, i tesori della terra, è stato preso dalla

vertigine di distruggere se stesso e l’opera sua.

Onde si possono supporre due cose. O che, dopo essere caduto così

malamente, il secolo si rialzi e, curate le ferite, ripigli, appena si

risenta in forze, la sua folle corsa verso l’antica meta, che più si

allontana quanto più l’uomo cammina verso di lei.... La guerra europea

non sarà allora che una parentesi nella storia del secolo decimonono e

del ventesimo; un accidente terribile ma passaggero, come un terremoto

o una inondazione; o, se si vuole, un avvertimento agli uomini inutile

e la prima prova di una catastrofe ancora più colossale, di qui a

cinquanta o a cento anni. Oppure la dura percossa farà riavere il mondo

da quella vertigine, in cui si era smarrito; lo indurrà a ripiegarsi su

se medesimo e a chiedersi quale uso abbia fatto e quale uso debba fare

della sua potenza a dismisura cresciuta; e da quel momento il mondo

incomincierà a progredire davvero. Io non vedo infatti come si possa

uscire dalle inestricabili difficoltà in cui il pensiero e l’azione

si impigliano, quando il primo vuol definire e la seconda vuol creare

il progresso, se non ammettendo che ogni epoca compie una parte sola

dell’opera incessante e molteplice, che è il compito del genere umano

tutto quanto. Alcune civiltà hanno create arti e filosofie; altre

ordini politici nuovi; altre leggi e diritti; altre riti, sacerdozi e

religioni; altre nuove forme di industria e di commercio; altre armi

e procedimenti di guerra, e via dicendo.... Ma tutte queste opere

parziali di tante generazioni che si seguono, se almeno in parte se

ne conservi il ricordo, si aggiungono le une alle altre; e in questo

lento ma continuo crescere del numero loro consiste il vero progresso

e il solo modo con cui si possa alla meglio saldare nella definizione

del progresso la qualità sulla quantità, con un attacco vitale e perciò

indissolubile. Infatti le generazioni che seguono possiedono una

_quantità_ maggiore di principi _qualitativi_; o, per dir la stessa

cosa più semplicemente, conoscono un numero maggiore di principî

estetici, politici, religiosi e morali, cosicchè ne possono ricavare

combinazioni più svariate e più ricche, e vivere di una vita più piena

e più originale.

Un esempio chiarirà meglio questo pensiero. Se noi ci paragoniamo

ai Greci o ai Latini o ai Medievali, possiamo facilmente scoprire

che in certe cose noi li superiamo, in altre siamo invece vinti da

loro. I Greci erano da più di noi nell’arte e nella letteratura;

i Latini nel diritto; gli uomini del Medio Evo in certe arti, come

l’architettura. Ma noi siamo molto più ricchi e sapienti e potenti dei

Greci, dei Latini e dei Medievali. Come decidere dunque, paragonando

queste differenze, se dai Greci a noi il mondo ha progredito o no?

Bisognerebbe decidere se è meglio esser dotti o essere artisti,

costruire delle macchine a vapore o edificare delle belle cattedrali,

esplorar l’Africa o comporre l’_Antigone_. Ma è chiaro che ogni uomo

e ogni epoca vantano come più utile e più nobile l’attività propria;

e che non c’è modo di provare che la ricchezza vale più o meno della

bellezza, la bellezza più o meno della sapienza. Tutti i ragionamenti

con cui si è creduto di provare uno di questi punti sono facilmente

rovesciabili; o presuppongono una definizione del progresso in cui è

già ammessa la tesi che si vuol discutere: sono quindi dei sofismi che

solo l’interesse e la passione possono, perchè son ciechi, scambiare

per dimostrazioni. Ma invece noi possiamo dire che il mondo ha

progredito, quando paragoniamo tutta l’epoca nostra alla Grecia: perchè

noi gustiamo l’arte e la letteratura greca, ne conosciamo la filosofia,

abbiamo derivati da lei alcuni sentimenti e principî politici;

ma conosciamo anche altre arti ai greci ignote — l’architettura

medievale, la scultura giapponese, per esempio; conosciamo altre

filosofie; pratichiamo le virtù insegnate dal cristianesimo, come

l’amore del prossimo, la carità, la purezza; a queste aggiungiamo i

principî politici creati dalla Rivoluzione francese; possediamo infine

conoscenze geografiche e scientifiche molto più vaste; viaggiamo in

ferrovia, parliamo attraverso lo spazio, e voliamo.

Così inteso il progresso, parecchi dei problemi morali posti dalla

guerra europea si chiariscono alquanto. L’incremento della ricchezza,

del sapere e del potere non è progresso, che se noi impariamo a far

di questa ricchezza, di questo sapere e di questo potere un uso che

sia più bello e più nobile o più savio o nel tempo stesso più bello,

più nobile e savio. Ma noi non impareremo a far un uso più bello, più

nobile e savio della nostra ricchezza, del nostro sapere e della nostra

potenza, da noi soli e come dal nulla, se non cercheremo di imitare e

di superare le generazioni passate, combinando le idee, i sentimenti

e i principî che esse ci hanno tramandato con le idee, i sentimenti,

i principî che noi abbiamo creati. Le civiltà antiche eccellevano

nel frenare l’uomo così da impedirgli di commettere troppo grandi e

pericolose follie; ma nel tempo stesso ne limitavano la forza anche

nel fare le grandi cose. La civiltà moderna ha esaltata, liberandola da

tutti i freni, l’energia dell’uomo e l’ha fatta capace di prodigi; ma

essa ha tolti anche i freni che la trattenevano dalle supreme follie.

La civiltà nostra toccherà la vetta della gloria e della perfezione

il giorno in cui riuscirà, contaminando la nuova potenza, che essa

ha creata, con la saggezza antica, che ha obliata, a sottoporre

la disordinata energia dell’uomo al freno di regole e di principî

estetici, morali, religiosi, filosofici, che ne siano i limiti — ampi

quanto si vuole, ma saldi. Onde gli storici e i filosofi farebbero

opera assai più utile se, invece di vagellare intorno all’esistenza di

Romolo o di baloccarsi con i giocattoli gnoseologici del diciottesimo

secolo, preparassero le menti a questa salutare e sublime fusione di

due civiltà, da cui potrebbe nascerne una terza, veramente più grande

dell’una e dell’altra.

Poichè insomma quando l’Europa avrà finito di combattere questa

terribile guerra, ed esangue, spossata, si chiederà quel che debba

e possa fare per provvedere all’avvenire, a che si troverà, se non

innanzi all’eterna questione in cui l’uomo si imbatte a capo di

tutte le vie che imbocca per cercare la felicità: ad una questione di

limiti? Se dopo la guerra europea gli Stati ricominceranno ad armare

illimitatamente per non esser l’uno da meno dell’altro, come hanno

fatto dal 1870 al 1914, saremo presto o tardi da capo. La pace non

potrà rinsanguare l’Europa svenata se le Potenze belligeranti non

riusciranno alla fine della guerra a intendersi seriamente, a limitare

gli armamenti, e a statizzare le fabbriche d’armi. Una cosa che a

dirsi è semplice e facile, ma che pur troppo sarà molto più difficile

a porre ad effetto: perchè non c’è atto che più ripugni al mondo

moderno che il limitarsi, per qualunque motivo e in qualunque modo.

Ho già detto che San Tommaso afferma e dimostra come la guerra sia in

sè un peccato, e cioè male; ma divenga lecita sotto tre condizioni:

quando è fatta dall’autorità legittima, per una giusta causa e senza

prava intenzione. Il sottil dottore medievale aveva già sin da quei

tempi previste guerre fatte per causa giusta, ma con prava intenzione!

Orbene: chi non vede che questo modo di considerare la guerra è quello

che meglio soddisfa la ragione e il sentimento di tutte le persone che

non siano o interessate a voler che la guerra duri eterna in Europa, o

prive di quel «senso umano» delle cose, che è una forma della saggezza

e che la filosofia tedesca ha fatto perdere in così larga misura anche

a noi? Chi non vede che basterebbe portare ad effetto questa dottrina

sul serio e lealmente; e l’Europa potrebbe godere di una pace più lunga

e sicura? Eppure troverete in tutto il secolo decimonono ben pochi

pensatori, i quali abbiano osato sostenere una dottrina simile a questa

apertamente, a fronte alta, senza vergognarsene come di una dottrina

ridicola per vecchie zitelle; perchè molte tra le filosofie del secolo

— e massime quelle che si vantano idealistiche — non hanno voluto

mai pigliare le mosse che da se medesime e non riconoscere alla loro

indagine nessuno dei limiti che le filosofie antiche, per amore o per

forza, avevano rispettato, neppure i limiti del buon senso e di quel

«senso umano» a cui ripugnano tutte le dottrine e i principî che vanno

a ritroso della natura dell’uomo, delle sue più comuni e manifeste e

ragionevoli esigenze. Queste filosofie hanno avuto in gran dispregio,

come era naturale, il buon senso di San Tommaso e delle vecchie

zitelle; ma rovesciandosi a vicenda i propri argomenti le une hanno

dimostrato che la guerra è divina, le altre che è diabolica; quelle

hanno affermato che la vittoria in guerra è il segno più manifesto

della perfezione, le altre che il guerreggiare è un’operazione bestiale

e che un popolo virtuoso non adopera le armi neppure per respingere

un’aggressione! Se fu cosa tanto difficile far accettare a questo

secolo delle opinioni ragionevoli intorno alla guerra e ai suoi limiti,

imaginarsi se sarà facile indurlo a compiere degli atti savî! Ma chi

può, dopo questa prova, dubitare che la civiltà moderna si distruggerà

un giorno o l’altro, con le sue proprie mani, se non riescirà ad

adoperare la forza tremenda di cui dispone con maggiore discernimento?

Questo nostro secolo apparirà forse ai posteri come un fanciullo che

ha giocato a lungo con le mitragliatrici, i cannoni a tiro rapido, gli

obici esplodenti e i milioni di soldati, senza imaginare come sarebbero

tremendi alla prova quei giocatoli: è necessario che il secolo si

faccia adulto e impari a maneggiare quegli ordigni con prudenza

adeguata al pericolo!

Noi dovremo quindi invocare le ombre dei padri, perchè assistano

l’Europa con la loro obliata saggezza a scampare dal passo mortale in

cui si è avventurata per orgoglio e temerità. Noi dovremo invocare

sopratutto le ombre di quei grandi che nel secolo decimottavo e

decimonono insegnarono agli uomini a sentire che ci possa e ci debba

essere una giustizia anche tra i popoli. Anche questo, tra i nuovi

sentimenti che sono la dignità dei nostri tempi, è nato nel secolo

decimottavo ed in Francia. Riaccantucciatosi nei cuori e nei libri,

potè scampare al diluvio di fuoco che cadde sull’Europa, tra la fine

del secolo decimottavo e il principio del secolo decimonono. Poi a

poco a poco, nella lunga veglia di rimpianti e di speranze che corse

tra la caduta dell’impero napoleonico e la rivoluzione del 1848, uscì

dai suoi ripostigli; e travestito da sogno, percorse di soppiatto

l’Europa, sotto gli occhi sospettosi delle polizie, guadagnando a

migliaia le menti ed i cuori. Quando, ad un tratto, nel 1848, gettato

il suo travestimento in mezzo a quel grande commovimento di popoli, il

sogno perseguitato e proscritto parve in poche settimane conquistare

da sovrano l’Europa e diventare l’ordinatore di un mondo nuovo e più

felice....

Invece la delusione fu pronta. Quanto lontani erano ancora i tempi

del suo trionfo! Sopraggiunsero i rivolgimenti politici ed economici

della seconda metà del secolo XIX, la êra del ferro e del fuoco,

il chiassoso trionfo della quantità, la contaminazione delle classi

e degli interessi, l’avvento della borghesia faccendiera. L’Europa

confuse nella stessa definizione del progresso la vita e la morte, la

distruzione e la creazione; e pur desiderando la pace lasciò i governi

preparare e i filosofi predicare la guerra. Quel gran sentimento non

fu più perseguitato dalla polizia, ma deriso e vilipeso. Si cercò

di isolarlo, chiudendogli tutte le porte, la porta della scuola come

la porta del parlamento. In ogni paese si tentò con diversa fortuna

di innalzare, in mezzo al popolo, un monumento di ammirazione a

Bismarck, non per altro scopo se non perchè con il suo ceffo di mastino

agghiacciasse le anime che si lasciavano toccare dal nuovo sentimento.

Agli sforzi che faceva per guadagnar le menti, i governi e i partiti

rispondevano ironicamente fabbricando nuove armi e in quantità quasi

infinita, e salariando, nelle Università e nei giornali, filosofi e

filosofastri, che rispolverassero le vecchie teorie buone a far da

contraveleno, tra le quali l’hegelianismo. Gli si rimproverò di esser

mezzo cattolico e mezzo protestante; cattolico perchè aspirava ad

essere trascendente ed eterno, protestante, in quanto pretendeva essere

figlio della ragione: come se un sentimento, per esser in grado di

dar ragione di se medesimo e di giustificare i suoi comandi, perdesse

perciò il diritto di dirigere le menti al bene o si tramutasse in una

impostura. Ma a dispetto di tutte queste critiche o miopi o maligne

o interessate, il sentimento non è morto, appunto perchè era un

sentimento vero, profondo, sgorgante dalle profondità dell’anima umana;

e potrà salvar l’Europa dalla rovina perchè è capace di tracciare dei

limiti all’orgoglio, all’ambizione e alla prepotenza dei popoli. Perciò

noi dobbiamo ravvivare questo sentimento negli animi, precisarne le

imposizioni con la ragione; far che imperi nella Europa nuova sulle

masse sbigottite dalla catastrofe; su quelle masse che il secolo della

quantità ha fatte arbitre di quasi ogni cosa: anche della guerra e

della pace.

La guerra europea · 第 78 / 82 题