Eppure no. Il progresso, in cui abbiamo creduto un po’ troppo
ciecamente, non è una menzogna. La sua dottrina è stata ambigua per
colpa nostra, ma non mente. E la guerra europea, che sembra averla
sbugiardata, potrà essere principio e fattore di vero progresso.
Nessuno può predire l’avvenire. Ma non è temerario supporre che
la guerra europea sarà considerata nella storia come la crisi di
una civiltà, la quale si era vantata di sciogliere l’energia umana
dai ceppi, dai freni e dai lacci che nelle civiltà precedenti la
limitavano; e che, dopo averla liberata, non ha più saputo frenarla il
giorno in cui si è infuriata a distruggere: la crisi di una civiltà
che, dopo aver per un secolo spossate tre generazioni, affinchè non
restassero un solo momento dal creare, ora distrugge la quarta con
tutte le cose sue, senza misericordia e per la stessa ragione, perchè
è senza misura nel bene e nel male. La prima e grande crisi di quella
che i socialisti usano chiamare la «società capitalista» — dell’ordine
di cose che l’ultimo secolo ha stabilito in Europa e in America — è
proprio questa, è la guerra europea: ma quanto è diversa dalla crisi
che i socialisti avevano annunciata! Così come è diversa dalla grande
crisi storica, che l’ha preceduta: la Rivoluzione francese. Allora
un’epoca che aspirava alla libertà, alla ricchezza, alla potenza, al
sapere, si levò e rovesciò tutti quei limiti antichi, che parevano
interporsi tra l’uomo e il suo desiderio: oggi invece vacilla e
stramazza, ferendosi, un secolo che dopo aver conquistata la libertà,
la potenza, la scienza, i tesori della terra, è stato preso dalla
vertigine di distruggere se stesso e l’opera sua.
Onde si possono supporre due cose. O che, dopo essere caduto così
malamente, il secolo si rialzi e, curate le ferite, ripigli, appena si
risenta in forze, la sua folle corsa verso l’antica meta, che più si
allontana quanto più l’uomo cammina verso di lei.... La guerra europea
non sarà allora che una parentesi nella storia del secolo decimonono e
del ventesimo; un accidente terribile ma passaggero, come un terremoto
o una inondazione; o, se si vuole, un avvertimento agli uomini inutile
e la prima prova di una catastrofe ancora più colossale, di qui a
cinquanta o a cento anni. Oppure la dura percossa farà riavere il mondo
da quella vertigine, in cui si era smarrito; lo indurrà a ripiegarsi su
se medesimo e a chiedersi quale uso abbia fatto e quale uso debba fare
della sua potenza a dismisura cresciuta; e da quel momento il mondo
incomincierà a progredire davvero. Io non vedo infatti come si possa
uscire dalle inestricabili difficoltà in cui il pensiero e l’azione
si impigliano, quando il primo vuol definire e la seconda vuol creare
il progresso, se non ammettendo che ogni epoca compie una parte sola
dell’opera incessante e molteplice, che è il compito del genere umano
tutto quanto. Alcune civiltà hanno create arti e filosofie; altre
ordini politici nuovi; altre leggi e diritti; altre riti, sacerdozi e
religioni; altre nuove forme di industria e di commercio; altre armi
e procedimenti di guerra, e via dicendo.... Ma tutte queste opere
parziali di tante generazioni che si seguono, se almeno in parte se
ne conservi il ricordo, si aggiungono le une alle altre; e in questo
lento ma continuo crescere del numero loro consiste il vero progresso
e il solo modo con cui si possa alla meglio saldare nella definizione
del progresso la qualità sulla quantità, con un attacco vitale e perciò
indissolubile. Infatti le generazioni che seguono possiedono una
_quantità_ maggiore di principi _qualitativi_; o, per dir la stessa
cosa più semplicemente, conoscono un numero maggiore di principî
estetici, politici, religiosi e morali, cosicchè ne possono ricavare
combinazioni più svariate e più ricche, e vivere di una vita più piena
e più originale.
Un esempio chiarirà meglio questo pensiero. Se noi ci paragoniamo
ai Greci o ai Latini o ai Medievali, possiamo facilmente scoprire
che in certe cose noi li superiamo, in altre siamo invece vinti da
loro. I Greci erano da più di noi nell’arte e nella letteratura;
i Latini nel diritto; gli uomini del Medio Evo in certe arti, come
l’architettura. Ma noi siamo molto più ricchi e sapienti e potenti dei
Greci, dei Latini e dei Medievali. Come decidere dunque, paragonando
queste differenze, se dai Greci a noi il mondo ha progredito o no?
Bisognerebbe decidere se è meglio esser dotti o essere artisti,
costruire delle macchine a vapore o edificare delle belle cattedrali,
esplorar l’Africa o comporre l’_Antigone_. Ma è chiaro che ogni uomo
e ogni epoca vantano come più utile e più nobile l’attività propria;
e che non c’è modo di provare che la ricchezza vale più o meno della
bellezza, la bellezza più o meno della sapienza. Tutti i ragionamenti
con cui si è creduto di provare uno di questi punti sono facilmente
rovesciabili; o presuppongono una definizione del progresso in cui è
già ammessa la tesi che si vuol discutere: sono quindi dei sofismi che
solo l’interesse e la passione possono, perchè son ciechi, scambiare
per dimostrazioni. Ma invece noi possiamo dire che il mondo ha
progredito, quando paragoniamo tutta l’epoca nostra alla Grecia: perchè
noi gustiamo l’arte e la letteratura greca, ne conosciamo la filosofia,
abbiamo derivati da lei alcuni sentimenti e principî politici;
ma conosciamo anche altre arti ai greci ignote — l’architettura
medievale, la scultura giapponese, per esempio; conosciamo altre
filosofie; pratichiamo le virtù insegnate dal cristianesimo, come
l’amore del prossimo, la carità, la purezza; a queste aggiungiamo i
principî politici creati dalla Rivoluzione francese; possediamo infine
conoscenze geografiche e scientifiche molto più vaste; viaggiamo in
ferrovia, parliamo attraverso lo spazio, e voliamo.
Così inteso il progresso, parecchi dei problemi morali posti dalla
guerra europea si chiariscono alquanto. L’incremento della ricchezza,
del sapere e del potere non è progresso, che se noi impariamo a far
di questa ricchezza, di questo sapere e di questo potere un uso che
sia più bello e più nobile o più savio o nel tempo stesso più bello,
più nobile e savio. Ma noi non impareremo a far un uso più bello, più
nobile e savio della nostra ricchezza, del nostro sapere e della nostra
potenza, da noi soli e come dal nulla, se non cercheremo di imitare e
di superare le generazioni passate, combinando le idee, i sentimenti
e i principî che esse ci hanno tramandato con le idee, i sentimenti,
i principî che noi abbiamo creati. Le civiltà antiche eccellevano
nel frenare l’uomo così da impedirgli di commettere troppo grandi e
pericolose follie; ma nel tempo stesso ne limitavano la forza anche
nel fare le grandi cose. La civiltà moderna ha esaltata, liberandola da
tutti i freni, l’energia dell’uomo e l’ha fatta capace di prodigi; ma
essa ha tolti anche i freni che la trattenevano dalle supreme follie.
La civiltà nostra toccherà la vetta della gloria e della perfezione
il giorno in cui riuscirà, contaminando la nuova potenza, che essa
ha creata, con la saggezza antica, che ha obliata, a sottoporre
la disordinata energia dell’uomo al freno di regole e di principî
estetici, morali, religiosi, filosofici, che ne siano i limiti — ampi
quanto si vuole, ma saldi. Onde gli storici e i filosofi farebbero
opera assai più utile se, invece di vagellare intorno all’esistenza di
Romolo o di baloccarsi con i giocattoli gnoseologici del diciottesimo
secolo, preparassero le menti a questa salutare e sublime fusione di
due civiltà, da cui potrebbe nascerne una terza, veramente più grande
dell’una e dell’altra.
Poichè insomma quando l’Europa avrà finito di combattere questa
terribile guerra, ed esangue, spossata, si chiederà quel che debba
e possa fare per provvedere all’avvenire, a che si troverà, se non
innanzi all’eterna questione in cui l’uomo si imbatte a capo di
tutte le vie che imbocca per cercare la felicità: ad una questione di
limiti? Se dopo la guerra europea gli Stati ricominceranno ad armare
illimitatamente per non esser l’uno da meno dell’altro, come hanno
fatto dal 1870 al 1914, saremo presto o tardi da capo. La pace non
potrà rinsanguare l’Europa svenata se le Potenze belligeranti non
riusciranno alla fine della guerra a intendersi seriamente, a limitare
gli armamenti, e a statizzare le fabbriche d’armi. Una cosa che a
dirsi è semplice e facile, ma che pur troppo sarà molto più difficile
a porre ad effetto: perchè non c’è atto che più ripugni al mondo
moderno che il limitarsi, per qualunque motivo e in qualunque modo.
Ho già detto che San Tommaso afferma e dimostra come la guerra sia in
sè un peccato, e cioè male; ma divenga lecita sotto tre condizioni:
quando è fatta dall’autorità legittima, per una giusta causa e senza
prava intenzione. Il sottil dottore medievale aveva già sin da quei
tempi previste guerre fatte per causa giusta, ma con prava intenzione!
Orbene: chi non vede che questo modo di considerare la guerra è quello
che meglio soddisfa la ragione e il sentimento di tutte le persone che
non siano o interessate a voler che la guerra duri eterna in Europa, o
prive di quel «senso umano» delle cose, che è una forma della saggezza
e che la filosofia tedesca ha fatto perdere in così larga misura anche
a noi? Chi non vede che basterebbe portare ad effetto questa dottrina
sul serio e lealmente; e l’Europa potrebbe godere di una pace più lunga
e sicura? Eppure troverete in tutto il secolo decimonono ben pochi
pensatori, i quali abbiano osato sostenere una dottrina simile a questa
apertamente, a fronte alta, senza vergognarsene come di una dottrina
ridicola per vecchie zitelle; perchè molte tra le filosofie del secolo
— e massime quelle che si vantano idealistiche — non hanno voluto
mai pigliare le mosse che da se medesime e non riconoscere alla loro
indagine nessuno dei limiti che le filosofie antiche, per amore o per
forza, avevano rispettato, neppure i limiti del buon senso e di quel
«senso umano» a cui ripugnano tutte le dottrine e i principî che vanno
a ritroso della natura dell’uomo, delle sue più comuni e manifeste e
ragionevoli esigenze. Queste filosofie hanno avuto in gran dispregio,
come era naturale, il buon senso di San Tommaso e delle vecchie
zitelle; ma rovesciandosi a vicenda i propri argomenti le une hanno
dimostrato che la guerra è divina, le altre che è diabolica; quelle
hanno affermato che la vittoria in guerra è il segno più manifesto
della perfezione, le altre che il guerreggiare è un’operazione bestiale
e che un popolo virtuoso non adopera le armi neppure per respingere
un’aggressione! Se fu cosa tanto difficile far accettare a questo
secolo delle opinioni ragionevoli intorno alla guerra e ai suoi limiti,
imaginarsi se sarà facile indurlo a compiere degli atti savî! Ma chi
può, dopo questa prova, dubitare che la civiltà moderna si distruggerà
un giorno o l’altro, con le sue proprie mani, se non riescirà ad
adoperare la forza tremenda di cui dispone con maggiore discernimento?
Questo nostro secolo apparirà forse ai posteri come un fanciullo che
ha giocato a lungo con le mitragliatrici, i cannoni a tiro rapido, gli
obici esplodenti e i milioni di soldati, senza imaginare come sarebbero
tremendi alla prova quei giocatoli: è necessario che il secolo si
faccia adulto e impari a maneggiare quegli ordigni con prudenza
adeguata al pericolo!
Noi dovremo quindi invocare le ombre dei padri, perchè assistano
l’Europa con la loro obliata saggezza a scampare dal passo mortale in
cui si è avventurata per orgoglio e temerità. Noi dovremo invocare
sopratutto le ombre di quei grandi che nel secolo decimottavo e
decimonono insegnarono agli uomini a sentire che ci possa e ci debba
essere una giustizia anche tra i popoli. Anche questo, tra i nuovi
sentimenti che sono la dignità dei nostri tempi, è nato nel secolo
decimottavo ed in Francia. Riaccantucciatosi nei cuori e nei libri,
potè scampare al diluvio di fuoco che cadde sull’Europa, tra la fine
del secolo decimottavo e il principio del secolo decimonono. Poi a
poco a poco, nella lunga veglia di rimpianti e di speranze che corse
tra la caduta dell’impero napoleonico e la rivoluzione del 1848, uscì
dai suoi ripostigli; e travestito da sogno, percorse di soppiatto
l’Europa, sotto gli occhi sospettosi delle polizie, guadagnando a
migliaia le menti ed i cuori. Quando, ad un tratto, nel 1848, gettato
il suo travestimento in mezzo a quel grande commovimento di popoli, il
sogno perseguitato e proscritto parve in poche settimane conquistare
da sovrano l’Europa e diventare l’ordinatore di un mondo nuovo e più
felice....
Invece la delusione fu pronta. Quanto lontani erano ancora i tempi
del suo trionfo! Sopraggiunsero i rivolgimenti politici ed economici
della seconda metà del secolo XIX, la êra del ferro e del fuoco,
il chiassoso trionfo della quantità, la contaminazione delle classi
e degli interessi, l’avvento della borghesia faccendiera. L’Europa
confuse nella stessa definizione del progresso la vita e la morte, la
distruzione e la creazione; e pur desiderando la pace lasciò i governi
preparare e i filosofi predicare la guerra. Quel gran sentimento non
fu più perseguitato dalla polizia, ma deriso e vilipeso. Si cercò
di isolarlo, chiudendogli tutte le porte, la porta della scuola come
la porta del parlamento. In ogni paese si tentò con diversa fortuna
di innalzare, in mezzo al popolo, un monumento di ammirazione a
Bismarck, non per altro scopo se non perchè con il suo ceffo di mastino
agghiacciasse le anime che si lasciavano toccare dal nuovo sentimento.
Agli sforzi che faceva per guadagnar le menti, i governi e i partiti
rispondevano ironicamente fabbricando nuove armi e in quantità quasi
infinita, e salariando, nelle Università e nei giornali, filosofi e
filosofastri, che rispolverassero le vecchie teorie buone a far da
contraveleno, tra le quali l’hegelianismo. Gli si rimproverò di esser
mezzo cattolico e mezzo protestante; cattolico perchè aspirava ad
essere trascendente ed eterno, protestante, in quanto pretendeva essere
figlio della ragione: come se un sentimento, per esser in grado di
dar ragione di se medesimo e di giustificare i suoi comandi, perdesse
perciò il diritto di dirigere le menti al bene o si tramutasse in una
impostura. Ma a dispetto di tutte queste critiche o miopi o maligne
o interessate, il sentimento non è morto, appunto perchè era un
sentimento vero, profondo, sgorgante dalle profondità dell’anima umana;
e potrà salvar l’Europa dalla rovina perchè è capace di tracciare dei
limiti all’orgoglio, all’ambizione e alla prepotenza dei popoli. Perciò
noi dobbiamo ravvivare questo sentimento negli animi, precisarne le
imposizioni con la ragione; far che imperi nella Europa nuova sulle
masse sbigottite dalla catastrofe; su quelle masse che il secolo della
quantità ha fatte arbitre di quasi ogni cosa: anche della guerra e
della pace.