Così a poco a poco la moltitudine, mentre il Governo approntava armi
e maggio avvicinava, si disinteressava dal conflitto europeo. Essa
è stata quasi sorpresa dalla dichiarazione di guerra. Alla sorpresa
succederà senza dubbio la coscienza del dovere e la risolutezza di
compierlo: ma l’_elite_ che ha voluta e imposta la guerra deve a sua
volta assecondare con tutti i mezzi il buon volere della massa che in
questa guerra — forse aspra e lunga — dovrà versare il suo sangue. E
lo asseconderà efficacemente curando che il popolo soffra quanto meno
è possibile; provvedendo alle famiglie dei combattenti generosamente;
persuadendo i ricchi ad assumere quanta maggior parte possono dei
sacrifici e dei carichi; e infine persuadendo le masse che l’Italia
non combatte solo per allargare i suoi territori e accrescere la sua
potenza, ma per dare all’Europa la pace. Il popolo forse non ha torto,
pur nella sua ignoranza, di voler essere assicurato su questi punti:
perchè veramente, e l’Alsazia, e la Lorena, e Trento, e Trieste, e la
Dalmazia, e la Bosnia, e l’Erzegovina, tutte insomma le rivendicazioni
nazionali, per quanto in sè nobili e grandi, rimpiccioliscono ormai a
piè di quel còmpito gigantesco che ci sovrasta come una rupe scoscesa
da ascendere: come ricomporre in Europa un ordine di cose, sotto il
quale si possa di nuovo vivere e progredire.
Non ripeteremo perciò mai quanto basti al popolo che questa guerra
non è una guerra come tante altre ce ne sono state nella storia, e
come affermano nazionalisti e socialisti; è l’immensa crisi di una
civiltà che _per ora_ ha preso forma di guerra. Nessun’epoca forse fu
sopraggiunta mai all’improvviso e a mezzo di una corsa più sfrenata
e più ansante, da una difficoltà così formidabile. Noi credevamo
di essere l’apogeo della storia. Noi guardavamo il passato come
l’alpinista giunto sulla vetta guarda ai suoi piedi i burroni per cui
si è inerpicato. Tra i secoli che precedettero il decimonono e noi, la
storia pareva aver fatto tale sbalzo, che ci domandavamo ogni tanto
se non fossimo una umanità nuova. Noi credevamo di possedere tutti i
beni, che gli uomini avevano invano desiderati per tanti secoli: la
ricchezza, la scienza, la potenza, la sicurezza, la libertà, tutta
la terra, e, con la mente almeno, l’universo. Ed ecco, ad un tratto,
in otto giorni, quasi tutti i popoli dell’Europa, lasciate le case,
le spose ed i figli, si avvinghiano furibondi in una mischia immane,
feroce, interminabile; dànno principio ad una carneficina, a un
vandalismo, a un furor di violenze, a una crudeltà di insidie, a un
soqquadro della terra e dei mari, che il mondo non ne aveva visto
l’eguale mai! Sì, gli uomini una volta erano meno potenti, ricchi e
sapienti di noi; non avevano nè ali per volare nè pinne per nuotare
sotto l’acqua; morivano ogni tanto a torme di peste e fame. Ma tutto il
medio evo non ha assassinate tante persone, quante ciascuna delle molte
settimane che già sono passate dal primo agosto del 1914.
Le nostre più liete speranze e i nostri più nobili orgogli si rivoltano
ora contro di noi e ci minacciano la distruzione e la morte, come
degli schiavi ribelli. La scienza ha inventate e fabbricate queste
armi. L’istruzione e il suffragio universale hanno preparate queste
schiere infinite di cui la terra oggi nereggia, convertendo in soldati
milioni di uomini i quali nei secoli passati vivevano sulla montagna,
nei campi, nelle botteghe, ignorati, passivi, docili, imbelli. Il
progresso dello spirito democratico, ha legati insieme, anche negli
Imperi tedeschi, popoli e governi, grandi e plebei, intrecciando in
ogni nazione gli interessi e le volontà in un fascio che non si può
spezzare. La ricchezza infine ha esaltato l’orgoglio e la cupidigia.
Chi di noi supponeva che mentre ci credevamo così sicuri, eravamo
invece circondati da tanti nemici invisibili, ognuno dei quali ci
aveva mostrato per tanti anni il volto dell’amico più sincero e
devoto? Avevamo posto in cima a tutti i nostri pensieri l’incremento
della ricchezza, e stiamo facendo un gran rogo dei nostri tesori.
Avevamo abolito la tortura, il duello, gli spettacoli crudeli; non
osavamo più infliggere la pena di morte se non a pochi criminali
efferatissimi e di nascosto; ci facevamo scrupolo persino di trattenere
il braccio del carrettiere avvinazzato in collera con la sua bestia:
e di che carneficina siamo ormai già colpevoli e responsabili innanzi
all’eternità! Ci vantavamo di essere liberi; e oggi obbediamo tutti
a governi anonimi, senza mormorare, senza chiedere ragione di nessuna
cosa, come nessun popolo d’Asia obbedì mai alle Divinità, parlanti per
bocca del sovrano.
Potrebbe l’Italia precipitarsi in questa voragine ardente, proponendosi
solo di compiere l’opera di Mazzini, di Cavour, di Vittorio Emanuele
e di Garibaldi? Noi non siamo più nel 1859. Il mondo è cresciuto da
allora; ha contratti nuovi impegni e nuovi doveri. Non dobbiamo pensare
solo al passato, ma anche all’avvenire. Gli inglesi e i francesi
l’hanno sentito: dobbiamo sentirlo anche noi; unirci a loro per
tracciare in Europa non solo delle nuove frontiere meno inique, ma dei
limiti che si elevino inviolati tra i grandi Imperi e i piccoli Stati;
per assicurare ai nostri figli una pace più sicura e serena. Non solo
un’Italia più grande dobbiamo noi desiderare, ma un’Italia più grande
in un’Europa migliore; in una Europa in cui si facciano carne e sangue,
sentimento e azione quelle grandi ideologie umanitarie a cui tanta
guerra fu fatta negli ultimi cinquanta anni, con la penna e con la
spada.
L’impresa è ardua, senza dubbio. Il nemico è risoluto e potente. Ma ci
sarebbe da disperare di noi stessi e dell’avvenire se tanto sangue,
se tanti pensieri, se tanta concordia, tanta risolutezza, tanti
popoli non bastassero a ben’avviarla. Bisognerebbe conchiudere che
noi e i nostri figli siamo ormai destinati a esser sepolti sotto le
rovine di un grande secolo. L’uomo può fare il sacrificio totale di
sè in una contingenza suprema, ma ama la pace, vuol godere i frutti
del suo lavoro, è attaccato a questa breve esistenza terrena. Le
masse prenderebbero in orrore una civiltà che, in cambio di un po’
più di pane, di luce, di ferro, di oro e di velocità, imponesse ad
ogni generazione un sacrificio come il presente; che negli intervalli
largisse una pace incerta, torbida di odî, grave di oneri militari
insopportabili; o che promettesse pace meno precaria e meno pesante, a
prezzo dell’egemonia di una stirpe cupida e prepotente. Potrebbero gli
uomini venerare ancora la scienza, aver fiducia nella democrazia, amare
il proprio lavoro, credere nel progresso?
Ma no: nè noi nè i nostri figli non assisteremo a questa catastrofe.
Sono pronti e alla mano gli elementi necessari per restaurare
nell’Europa devastata da questa terribile guerra un ordine nuovo, più
sincero, più giusto e più stabile. Già sono abbozzate, se non sono
ancora elaborate in ogni loro parte, le dottrine che giustificano
e pronta è la forza che può imporre i principî cardinali di questo
ordine nuovo. L’Inghilterra, la Francia, la Russia, l’Italia, aiutate
da alcune Potenze minori, sorrette dalle simpatie del mondo, devono
poter compiere insieme quest’opera. I sacrifici saranno grandi; ma
la messe sarà splendida, quando sarà matura. Necessità vuole dunque
che l’Italia sia e si senta in questa prova parte dell’Europa che si
sforza di superare una delle vette più scoscese incontrate sulla sua
via dalle origini della sua storia; che intenda di dover dare l’opera
sua per sciogliere anche un problema universale, che tocca tutti, gli
Italiani come i Russi, i Tedeschi come i Francesi, gli Americani come
i Belgi; che voglia lottare nel tempo stesso per sè e per gli altri.
Non ci fu nella storia forse mai altra congiuntura, in cui l’interesse
nazionale si integrasse nell’interesse universale: non guastiamo
questo accordo meraviglioso; illustriamolo a noi stessi e sforziamoci
di chiarirlo alle masse, perchè nessun mezzo sarà più efficace
per sostenerne il coraggio alla prova, che potrebbe essere lunga e
difficile. L’universale commozione, di cui fummo testimoni nei primi
giorni d’agosto, prova che, se solo pochi spiriti più profondi possono
penetrare sin nelle viscere di questa crisi storica, le masse hanno
confusamente sentito, sdegnandosi come allora si sdegnarono, che in
mezzo a questo immane soqquadro i popoli non cercano solo delle nuove
frontiere politiche ma dei nuovi limiti ideali; che lottano per alcuni
di quei principî morali che l’uomo sente anche senza preparazione di
studî e senza raffinato lavoro di pensiero. Una parte dell’Europa è
oggi in armi, e versa il suo sangue, per assicurare al travagliato
continente il più prezioso e desiderato dei beni, la pace: ripetiamolo
senza stancarci alle masse, per rinfocolarne l’ardore a questa opera,
che sarà benedetta dalle generazioni future. Queste ne godranno più di
noi: ma a noi rimarrà il merito e la gloria.
E ricordiamoci infine che la crisi di Maggio ha distrutto, forse
per sempre, quel curioso, artificioso e in parte ignorato governo
che reggeva l’Italia da quasi quindici anni e che era una mescolanza
— o contaminazione, se vogliamo usare la parola antica — di potere
personale e di governo di parte. Ricordiamoci che, quali e quanti
fossero i difetti di quel governo, esso ha retto l’Italia per quasi
quindici anni, e che la sua caduta farà come un gran vuoto nello
Stato; ricordiamoci che noi siamo in guerra; e che perciò è necessario,
questa volta, riempire quel vuoto al più presto, e non di egoismi, di
rivalità, di odî, di espedienti, di abilità, di piccoli interessi e
discordie, di macerie e rottami: ma di capacità, di coraggio, di fede,
di concordia, di idee, di alte ambizioni, di coerenza e di patriottismo
sentito, con le materie solide insomma di cui si fanno le grandi
costruzioni della storia. Ricordiamoci infine che la guerra del 1859
creò in Italia un governo, il quale per quindici anni ebbe autorità da
poter fare, tra molti errori, anche cose degne di lode; e auguriamoci
questa nuova guerra possa darci un nuovo governo che, poco importa con
qual nome e con quali forme, sia almeno una forza; forza circoscritta e
limitata fin che si vuole, ma vera forza; non simulacro, non apparenza,
non finzione e impostura, sollecita solo di nascondere al popolo la sua
vanità.