5. — Per noi e per gli altri.

Così a poco a poco la moltitudine, mentre il Governo approntava armi

e maggio avvicinava, si disinteressava dal conflitto europeo. Essa

è stata quasi sorpresa dalla dichiarazione di guerra. Alla sorpresa

succederà senza dubbio la coscienza del dovere e la risolutezza di

compierlo: ma l’_elite_ che ha voluta e imposta la guerra deve a sua

volta assecondare con tutti i mezzi il buon volere della massa che in

questa guerra — forse aspra e lunga — dovrà versare il suo sangue. E

lo asseconderà efficacemente curando che il popolo soffra quanto meno

è possibile; provvedendo alle famiglie dei combattenti generosamente;

persuadendo i ricchi ad assumere quanta maggior parte possono dei

sacrifici e dei carichi; e infine persuadendo le masse che l’Italia

non combatte solo per allargare i suoi territori e accrescere la sua

potenza, ma per dare all’Europa la pace. Il popolo forse non ha torto,

pur nella sua ignoranza, di voler essere assicurato su questi punti:

perchè veramente, e l’Alsazia, e la Lorena, e Trento, e Trieste, e la

Dalmazia, e la Bosnia, e l’Erzegovina, tutte insomma le rivendicazioni

nazionali, per quanto in sè nobili e grandi, rimpiccioliscono ormai a

piè di quel còmpito gigantesco che ci sovrasta come una rupe scoscesa

da ascendere: come ricomporre in Europa un ordine di cose, sotto il

quale si possa di nuovo vivere e progredire.

Non ripeteremo perciò mai quanto basti al popolo che questa guerra

non è una guerra come tante altre ce ne sono state nella storia, e

come affermano nazionalisti e socialisti; è l’immensa crisi di una

civiltà che _per ora_ ha preso forma di guerra. Nessun’epoca forse fu

sopraggiunta mai all’improvviso e a mezzo di una corsa più sfrenata

e più ansante, da una difficoltà così formidabile. Noi credevamo

di essere l’apogeo della storia. Noi guardavamo il passato come

l’alpinista giunto sulla vetta guarda ai suoi piedi i burroni per cui

si è inerpicato. Tra i secoli che precedettero il decimonono e noi, la

storia pareva aver fatto tale sbalzo, che ci domandavamo ogni tanto

se non fossimo una umanità nuova. Noi credevamo di possedere tutti i

beni, che gli uomini avevano invano desiderati per tanti secoli: la

ricchezza, la scienza, la potenza, la sicurezza, la libertà, tutta

la terra, e, con la mente almeno, l’universo. Ed ecco, ad un tratto,

in otto giorni, quasi tutti i popoli dell’Europa, lasciate le case,

le spose ed i figli, si avvinghiano furibondi in una mischia immane,

feroce, interminabile; dànno principio ad una carneficina, a un

vandalismo, a un furor di violenze, a una crudeltà di insidie, a un

soqquadro della terra e dei mari, che il mondo non ne aveva visto

l’eguale mai! Sì, gli uomini una volta erano meno potenti, ricchi e

sapienti di noi; non avevano nè ali per volare nè pinne per nuotare

sotto l’acqua; morivano ogni tanto a torme di peste e fame. Ma tutto il

medio evo non ha assassinate tante persone, quante ciascuna delle molte

settimane che già sono passate dal primo agosto del 1914.

Le nostre più liete speranze e i nostri più nobili orgogli si rivoltano

ora contro di noi e ci minacciano la distruzione e la morte, come

degli schiavi ribelli. La scienza ha inventate e fabbricate queste

armi. L’istruzione e il suffragio universale hanno preparate queste

schiere infinite di cui la terra oggi nereggia, convertendo in soldati

milioni di uomini i quali nei secoli passati vivevano sulla montagna,

nei campi, nelle botteghe, ignorati, passivi, docili, imbelli. Il

progresso dello spirito democratico, ha legati insieme, anche negli

Imperi tedeschi, popoli e governi, grandi e plebei, intrecciando in

ogni nazione gli interessi e le volontà in un fascio che non si può

spezzare. La ricchezza infine ha esaltato l’orgoglio e la cupidigia.

Chi di noi supponeva che mentre ci credevamo così sicuri, eravamo

invece circondati da tanti nemici invisibili, ognuno dei quali ci

aveva mostrato per tanti anni il volto dell’amico più sincero e

devoto? Avevamo posto in cima a tutti i nostri pensieri l’incremento

della ricchezza, e stiamo facendo un gran rogo dei nostri tesori.

Avevamo abolito la tortura, il duello, gli spettacoli crudeli; non

osavamo più infliggere la pena di morte se non a pochi criminali

efferatissimi e di nascosto; ci facevamo scrupolo persino di trattenere

il braccio del carrettiere avvinazzato in collera con la sua bestia:

e di che carneficina siamo ormai già colpevoli e responsabili innanzi

all’eternità! Ci vantavamo di essere liberi; e oggi obbediamo tutti

a governi anonimi, senza mormorare, senza chiedere ragione di nessuna

cosa, come nessun popolo d’Asia obbedì mai alle Divinità, parlanti per

bocca del sovrano.

Potrebbe l’Italia precipitarsi in questa voragine ardente, proponendosi

solo di compiere l’opera di Mazzini, di Cavour, di Vittorio Emanuele

e di Garibaldi? Noi non siamo più nel 1859. Il mondo è cresciuto da

allora; ha contratti nuovi impegni e nuovi doveri. Non dobbiamo pensare

solo al passato, ma anche all’avvenire. Gli inglesi e i francesi

l’hanno sentito: dobbiamo sentirlo anche noi; unirci a loro per

tracciare in Europa non solo delle nuove frontiere meno inique, ma dei

limiti che si elevino inviolati tra i grandi Imperi e i piccoli Stati;

per assicurare ai nostri figli una pace più sicura e serena. Non solo

un’Italia più grande dobbiamo noi desiderare, ma un’Italia più grande

in un’Europa migliore; in una Europa in cui si facciano carne e sangue,

sentimento e azione quelle grandi ideologie umanitarie a cui tanta

guerra fu fatta negli ultimi cinquanta anni, con la penna e con la

spada.

L’impresa è ardua, senza dubbio. Il nemico è risoluto e potente. Ma ci

sarebbe da disperare di noi stessi e dell’avvenire se tanto sangue,

se tanti pensieri, se tanta concordia, tanta risolutezza, tanti

popoli non bastassero a ben’avviarla. Bisognerebbe conchiudere che

noi e i nostri figli siamo ormai destinati a esser sepolti sotto le

rovine di un grande secolo. L’uomo può fare il sacrificio totale di

sè in una contingenza suprema, ma ama la pace, vuol godere i frutti

del suo lavoro, è attaccato a questa breve esistenza terrena. Le

masse prenderebbero in orrore una civiltà che, in cambio di un po’

più di pane, di luce, di ferro, di oro e di velocità, imponesse ad

ogni generazione un sacrificio come il presente; che negli intervalli

largisse una pace incerta, torbida di odî, grave di oneri militari

insopportabili; o che promettesse pace meno precaria e meno pesante, a

prezzo dell’egemonia di una stirpe cupida e prepotente. Potrebbero gli

uomini venerare ancora la scienza, aver fiducia nella democrazia, amare

il proprio lavoro, credere nel progresso?

Ma no: nè noi nè i nostri figli non assisteremo a questa catastrofe.

Sono pronti e alla mano gli elementi necessari per restaurare

nell’Europa devastata da questa terribile guerra un ordine nuovo, più

sincero, più giusto e più stabile. Già sono abbozzate, se non sono

ancora elaborate in ogni loro parte, le dottrine che giustificano

e pronta è la forza che può imporre i principî cardinali di questo

ordine nuovo. L’Inghilterra, la Francia, la Russia, l’Italia, aiutate

da alcune Potenze minori, sorrette dalle simpatie del mondo, devono

poter compiere insieme quest’opera. I sacrifici saranno grandi; ma

la messe sarà splendida, quando sarà matura. Necessità vuole dunque

che l’Italia sia e si senta in questa prova parte dell’Europa che si

sforza di superare una delle vette più scoscese incontrate sulla sua

via dalle origini della sua storia; che intenda di dover dare l’opera

sua per sciogliere anche un problema universale, che tocca tutti, gli

Italiani come i Russi, i Tedeschi come i Francesi, gli Americani come

i Belgi; che voglia lottare nel tempo stesso per sè e per gli altri.

Non ci fu nella storia forse mai altra congiuntura, in cui l’interesse

nazionale si integrasse nell’interesse universale: non guastiamo

questo accordo meraviglioso; illustriamolo a noi stessi e sforziamoci

di chiarirlo alle masse, perchè nessun mezzo sarà più efficace

per sostenerne il coraggio alla prova, che potrebbe essere lunga e

difficile. L’universale commozione, di cui fummo testimoni nei primi

giorni d’agosto, prova che, se solo pochi spiriti più profondi possono

penetrare sin nelle viscere di questa crisi storica, le masse hanno

confusamente sentito, sdegnandosi come allora si sdegnarono, che in

mezzo a questo immane soqquadro i popoli non cercano solo delle nuove

frontiere politiche ma dei nuovi limiti ideali; che lottano per alcuni

di quei principî morali che l’uomo sente anche senza preparazione di

studî e senza raffinato lavoro di pensiero. Una parte dell’Europa è

oggi in armi, e versa il suo sangue, per assicurare al travagliato

continente il più prezioso e desiderato dei beni, la pace: ripetiamolo

senza stancarci alle masse, per rinfocolarne l’ardore a questa opera,

che sarà benedetta dalle generazioni future. Queste ne godranno più di

noi: ma a noi rimarrà il merito e la gloria.

E ricordiamoci infine che la crisi di Maggio ha distrutto, forse

per sempre, quel curioso, artificioso e in parte ignorato governo

che reggeva l’Italia da quasi quindici anni e che era una mescolanza

— o contaminazione, se vogliamo usare la parola antica — di potere

personale e di governo di parte. Ricordiamoci che, quali e quanti

fossero i difetti di quel governo, esso ha retto l’Italia per quasi

quindici anni, e che la sua caduta farà come un gran vuoto nello

Stato; ricordiamoci che noi siamo in guerra; e che perciò è necessario,

questa volta, riempire quel vuoto al più presto, e non di egoismi, di

rivalità, di odî, di espedienti, di abilità, di piccoli interessi e

discordie, di macerie e rottami: ma di capacità, di coraggio, di fede,

di concordia, di idee, di alte ambizioni, di coerenza e di patriottismo

sentito, con le materie solide insomma di cui si fanno le grandi

costruzioni della storia. Ricordiamoci infine che la guerra del 1859

creò in Italia un governo, il quale per quindici anni ebbe autorità da

poter fare, tra molti errori, anche cose degne di lode; e auguriamoci

questa nuova guerra possa darci un nuovo governo che, poco importa con

qual nome e con quali forme, sia almeno una forza; forza circoscritta e

limitata fin che si vuole, ma vera forza; non simulacro, non apparenza,

non finzione e impostura, sollecita solo di nascondere al popolo la sua

vanità.

La guerra europea · 第 72 / 82 题