4. — La guerra.

Senonchè proprio per questa ragione la crisi di maggio fu cosa tragica

e grave; e per questa ragione una responsabilità grande e grandi

doveri pesano oggi su tutti noi: massimo tra i quali impedire che

questa guerra sia principio e cagione quasi di un’altra guerra civile

tra le classi colte e le plebi, tra l’«intelligenza» e il suffragio

universale.

L’Italia ha nell’ultimo secolo spesse volte sacrificata la qualità

alla quantità, là dove avrebbe ancora potuto — e forse dovuto —

sostenere i diritti storici della qualità. Non si lasci oggi illudere

che la qualità possa più che la quantità nella guerra europea; e

che un’_elite_ riesca ad imporre alla moltitudine una guerra lunga

e difficile, senza averla persuasa che essa combatte per una causa

giusta, la quale non poteva essere difesa che con le armi. Oggi le

masse sono ancora turbate da una incertezza che, all’opposto di quanto

era ragionevole prevedere, è andata crescendo man mano che la guerra

europea si svolgeva. Nessuno di noi — già l’ho detto ma giova ripeterlo

— dimenticherà finchè vive il procelloso tumulto di affetti che si

levò in Italia nell’ultima settimana di luglio e nelle prime settimane

di agosto del 1914: prima, l’irritazione per le prepotenti minaccie

dell’Austria alla Serbia; poi l’inquietudine per le tortuose mosse

delle due diplomazie tedesche e per le oblique intenzioni di cui erano

chiarissimo indizio; indi lo stupore e il terrore, allorchè la Germania

sfoderò la spada, dichiarando all’improvviso guerra alla Russia ed alla

Francia; infine lo sdegno e il furore, quando gli eserciti tedeschi

corsero, attraversando il Belgio, all’assalto della Francia. In quei

giorni l’Italia tutta, quella parte che scrive e quella che non legge,

quella parte che crede in Dio e quella che crede nel socialismo,

intuì che un popolo troppo orgoglioso stava per commettere nel cuore

dell’Europa, sotto gli occhi del mondo atterrito, una tal violenza, che

l’ordine morale dei nostri tempi sarebbe capovolto dalle fondamenta, se

la violenza riuscisse felicemente; e spaventata invocò la Giustizia che

frenasse non solo gli uomini, ma anche i popoli prepotenti; e sapesse

respinger dalle frontiere violate a torto gli eserciti più formidabili.

Furono i giorni in cui si udirono uomini, che per trent’anni avevano

creduto di opporre la Triplice Alleanza allo spirito inquieto dei

tempi come baluardo delle istituzioni, esclamare scuotendo il capo e

alludendo alla monarchia prussiana «che in repubblica certe cose non

potevano succedere». Furono i giorni in cui molti fra coloro che per

anni avevano vilipesa la Francia, come una nazione corrotta e sfinita,

tremarono in cuor loro di non essere stati calunniatori. Furono i

giorni in cui tutta l’Italia imprecò alla Germania e al suo Sovrano,

che avevano rotta la pace; intese che per molti secoli l’Europa

avrebbe appena osato balbettare di libertà, di diritto, di pace, di

fratellanza, se i tedeschi, calpestando il cadavere del Belgio, fossero

giunti di nuovo vittoriosi a Parigi; e invocò un’idea, un esercito,

un genio di guerra, qualunque forza e qualunque miracolo che potesse

salvare l’Europa da quella crudele ambizione.

Rileggete i giornali del tempo; ricordate i discorsi che ognuno di

noi faceva ed udiva in quei giorni.... Tutti abbiamo allora svolto

— ognuno come sapeva e il cuore colmo di angoscia — questo unico

tema. L’Italia in quei giorni si confuse e si fuse davvero, in un

gran fremito di orrore e in un grande slancio di speranza, con tutta

l’Europa minacciata dai Germani di nuovo in armi. Vennero poi le

ultime settimane di agosto, quelle settimane in cui parve proprio che

la Giustizia fosse sorda alle imprecazioni e alle supplicazioni di

tanti suoi improvvisati devoti. Chi non ricorda le speranze chimeriche

con cui cercammo di confortarci in quei giorni di passione? Ma

gli aggressori avevano gridato vittoria troppo presto. Nella prima

quindicina di settembre i russi vincevano la battaglia di Lemberg,

i francesi la battaglia della Marna. Il mondo respirò; respirammo

pure noi. Ma sbollito un po’ lo sdegno dei primi e calmatasi alquanto

l’ansia degli ultimi giorni di agosto, prendemmo a riflettere più

ponderatamente sui terribili eventi di cui l’Europa era teatro. A

poco a poco allora, senza quasi ce ne accorgessimo, un mutamento si

operò nello spirito pubblico. Quello che si potrebbe chiamare il

senso mondiale del conflitto, che era stato così vivo nelle prime

settimane di agosto, si annebbiò nella nazione. L’Italia parve non

sentire più in se medesima per simpatia i colpi inferti a tanti popoli

dall’aggressione germanica; si staccò dall’Europa; si raccolse in sè e

si isolò con il pensiero in quelli che potevano essere, nel conflitto

europeo, gli interessi suoi.

Come è avvenuto un mutamento così profondo e di tanto rilievo? La

spinta decisiva al rivolgimento fu data dal Presidente del Consiglio,

con le parole che pronunciò il 19 ottobre, prendendo possesso del

Ministero degli Esteri che egli tenne interinalmente per qualche tempo,

dopo la morte del marchese Di San Giuliano. «Le direttive supreme

della nostra politica internazionale — disse quel giorno il Presidente

del Consiglio — saranno domani quelle che erano ieri. A proseguire in

esse occorre incrollabile fermezza di animo, serena visione dei reali

interessi del Paese, maturità di riflessione che non esclude al bisogno

prontezza di azione; occorre ardimento, non di parole ma di opere;

occorre animo scevro da ogni preconcetto, da ogni pregiudizio, da ogni

sentimento, che non sia quello della esclusiva ed illimitata devozione

alla patria nostra, del «sacro egoismo» per l’Italia». Ma che cosa

poteva consigliare il «sacro egoismo» all’Italia se non di sciogliere

senza indugio quei vincoli di solidarietà con gli Stati aggrediti

dagli Imperi tedeschi, che il sentimento veniva intrecciando; di non

parteggiare nè per gli aggressori nè per le vittime; di non inquietarsi

se l’equilibrio dell’Europa fosse alterato per un verso o per il verso

opposto, pur di essere essa stessa ingrandita? E la divisa parve così

felice che fu subito inalberata da quasi tutti i partiti, i gruppi e

gli uomini che governano l’Italia: da quelli che miravano alla guerra,

come da quelli che volevano la pace, sebbene ormai, più di un mese dopo

la battaglia di Lemberg e della Marna, apparisse chiaro che l’Austria

e la Germania non riuscirebbero più a debellare in poche settimane gli

avversari; e che perciò l’Italia potrebbe essere costretta, prima o

poi, a scendere in campo contro i suoi antichi alleati. Perchè dunque

allora, proprio allora, quando sarebbe stato necessario preparare gli

animi alla alleanza con le Potenze della Triplice Intesa, si cercava

di spezzare bruscamente tutti i legami di simpatia popolare, già

annodatisi spontaneamente tra noi e i nostri futuri alleati?

Che il Governo agisse soltanto entro i limiti precisi del «sacro

egoismo» — si intende. L’Italia non poteva intavolare con l’Austria una

discussione filosofica intorno al diritto delle genti o ai principî

di giustizia che potrebbero e dovrebbero regolare i rapporti dei

popoli. Non poteva che squadernare innanzi all’alleata il trattato

della Triplice e chiederle conto del modo con cui essa lo interpretava

e applicava. Ma perchè dirlo e ripeterlo ad alta voce tante volte?

Farlo gridare dai propri organi ai quattro venti? Se è cosa umana,

per i singoli uomini come per le nazioni, badare soltanto al proprio

interesse, non è prudenza dir troppo chiaramente agli uomini che

noi penseremo soltanto a noi stessi e che del loro destino non ci

importa nulla. Senonchè il Governo fu di certo mosso ad ostentare

la divisa del «sacro egoismo» da una ragione politica. In quel

sentimento di sdegno e di orrore che aveva sul principio commosso

così vivamente la moltitudine, pigliavano forza e coscienza le

grandi ideologie umanitarie, che nacquero e crebbero in Francia tra

il 1750 e il 1850; e che la Germania ha senza tregua combattute nel

pensiero e nell’azione, con i libri e con le armi, dalle Cattedre e

nei Parlamenti. Ma le classi alte e le classi colte dell’Italia sono

state troppo germanizzate negli ultimi trent’anni, nelle Università,

dalla scienza, dalla filosofia, dalla letteratura, perchè non avessero

anch’esse in orrore quelle ideologie che pure ci erano state di tanto

aiuto a rifarci nazione.... Basti dire che — vergogna quasi incredibile

— noi abbiamo assistito in Italia, al principio del ventesimo secolo,

per opera di Benedetto Croce, a una specie di rinascita della più

sciagurata tra tutte le sofistiche che la Germania abbia create per

confondere i criteri del bene e del male a servizio di tutti i potenti

e per giustificare in ogni caso il successo; che per qualche anno molti

giovani hanno vegliato sui morti libri dell’Hegel per imparare che

tutte le cose si contradicono in se medesime, perchè l’opposizione è

l’anima stessa del mondo; che il bene dunque non è tale se non perchè

si contrappone al male e quindi non sarebbe, se il male non fosse; che

Dio e il Diavolo sono l’eterna e indissolubile ragione sociale della

grande Ditta del mondo; che la tirannide è santa come la libertà,

perchè senza tirannide l’uomo non saprebbe neppur che cosa libertà

sia; che noi dobbiamo — ed è proprio il Croce che ci ha ammonito di

farlo sul finir di dicembre — piegare reverenti le ginocchia innanzi

ai mortai fusi dal Krupp, adorare l’insidioso siluro che ha affondato

il _Lusitania_, e baciare la spada della Germania intrisa di sangue

belga[3], perchè se non fosse la prepotenza non sarebbe nemmeno il

diritto che la rintuzza, e perchè le bombe sono il seme da cui cresce

sulla terra il santo albero della Giustizia.

Si aggiungano a questa disposizione degli animi, inculcata nelle

classi governanti da una lunga educazione privata e pubblica, gli

interessi, le rivalità e i puntigli che dividono i partiti e i gruppi

politici, e in alcuni anche scrupoli sinceri di fede e di lealtà. Con

la rottura tra l’Italia e gli Imperi centrali si chiude un’êra della

nostra storia e ne comincia una nuova — se più felice dell’antica

lo dirà il tempo — certo diversa. Tante altre cose dovranno mutare

con la politica estera! Non è dunque meraviglia, se da quando fu

chiaro che l’Italia potrebbe un giorno essere costretta a scendere

in campo contro gli antichi alleati, il Governo abbia precipuamente

temuto — e con esso i suoi amici e i giornali che ne esprimevano il

pensiero — di esser sospettato di voler fare la guerra all’Austria

e alla Germania per salvare l’Europa dall’egemonia germanica, per

rivendicare la santità dei trattati, per difendere i diritti delle

Nazioni deboli, e — peggio che mai — per aiutare la Francia. Ma

questo atteggiamento del Governo e dei gruppi politici più influenti

ha disorientate le masse, poichè alle masse nessuno da tanti anni in

qua, dopochè la Triplice era stata conchiusa, aveva detto e ridetto e

ripetuto ancora, quanto è necessario perchè le masse l’intendano, che

l’Italia fosse un’opera lasciata a mezzo e che un giorno o l’altro

sarebbe dovere finirla. Di questa difficoltà capitale abbiamo del

resto già tenuto, e lungamente, discorso nello scritto precedente.

Che i tedeschi invece volessero soggiogare i popoli più deboli contro

ogni ragione di diritto e di giustizia; che la loro vittoria avrebbe

sovrapposta a tutta l’Europa una smisurata ambizione di impero; che

fosse necessario umiliare la potenza di quella dinastia e di quella

aristocrazia, che avevano scatenata la guerra e dare al mondo con

questa umiliazione pace sicura: questo, sì, lo sentivano e lo capivano.

Ma neppur di queste cose nessuno ha più ragionato alla moltitudine

negli ultimi mesi: neppure i socialisti. I socialisti italiani, quando

la guerra scoppiò, andarono anch’essi sulle furie, accusando i compagni

teutonici di fellonia; e quando l’ambasciatore rosso di Guglielmo II,

il Sudeküm, osò pregare i socialisti italiani di intercedere presso

i socialisti francesi e chieder loro di tradire, per i begli occhi

dell’Internazionale, la Russia, l’Inghilterra e la Francia stessa,

accettando una pace separata, seppero rispondergli come meritava. Ma

poi, man mano che la guerra parve avvicinarsi, man mano che il Governo,

i giornali e i partiti che lo rappresentano si chiusero, per preparare

la guerra, nel bozzolo del «sacro egoismo», i socialisti videro al di

là della guerra il nemico implacabile, il nazionalismo, che già aveva

tentato di torcere ai loro danni la guerra di Tripoli; e allora il

veleno hegeliano, contenuto nel marxismo, riprese ad agire. A poco

a poco si atteggiarono a quell’apparente imparzialità che metteva

capo per un’altra via là dove sbocca pure il più acceso nazionalismo:

a considerare la guerra europea come un conflitto di particolari

interessi dei diversi Stati belligeranti: interessi sacri — dicono i

nazionalisti; interessi loschi — dicono i socialisti.

La guerra europea · 第 71 / 82 题