Senonchè proprio per questa ragione la crisi di maggio fu cosa tragica
e grave; e per questa ragione una responsabilità grande e grandi
doveri pesano oggi su tutti noi: massimo tra i quali impedire che
questa guerra sia principio e cagione quasi di un’altra guerra civile
tra le classi colte e le plebi, tra l’«intelligenza» e il suffragio
universale.
L’Italia ha nell’ultimo secolo spesse volte sacrificata la qualità
alla quantità, là dove avrebbe ancora potuto — e forse dovuto —
sostenere i diritti storici della qualità. Non si lasci oggi illudere
che la qualità possa più che la quantità nella guerra europea; e
che un’_elite_ riesca ad imporre alla moltitudine una guerra lunga
e difficile, senza averla persuasa che essa combatte per una causa
giusta, la quale non poteva essere difesa che con le armi. Oggi le
masse sono ancora turbate da una incertezza che, all’opposto di quanto
era ragionevole prevedere, è andata crescendo man mano che la guerra
europea si svolgeva. Nessuno di noi — già l’ho detto ma giova ripeterlo
— dimenticherà finchè vive il procelloso tumulto di affetti che si
levò in Italia nell’ultima settimana di luglio e nelle prime settimane
di agosto del 1914: prima, l’irritazione per le prepotenti minaccie
dell’Austria alla Serbia; poi l’inquietudine per le tortuose mosse
delle due diplomazie tedesche e per le oblique intenzioni di cui erano
chiarissimo indizio; indi lo stupore e il terrore, allorchè la Germania
sfoderò la spada, dichiarando all’improvviso guerra alla Russia ed alla
Francia; infine lo sdegno e il furore, quando gli eserciti tedeschi
corsero, attraversando il Belgio, all’assalto della Francia. In quei
giorni l’Italia tutta, quella parte che scrive e quella che non legge,
quella parte che crede in Dio e quella che crede nel socialismo,
intuì che un popolo troppo orgoglioso stava per commettere nel cuore
dell’Europa, sotto gli occhi del mondo atterrito, una tal violenza, che
l’ordine morale dei nostri tempi sarebbe capovolto dalle fondamenta, se
la violenza riuscisse felicemente; e spaventata invocò la Giustizia che
frenasse non solo gli uomini, ma anche i popoli prepotenti; e sapesse
respinger dalle frontiere violate a torto gli eserciti più formidabili.
Furono i giorni in cui si udirono uomini, che per trent’anni avevano
creduto di opporre la Triplice Alleanza allo spirito inquieto dei
tempi come baluardo delle istituzioni, esclamare scuotendo il capo e
alludendo alla monarchia prussiana «che in repubblica certe cose non
potevano succedere». Furono i giorni in cui molti fra coloro che per
anni avevano vilipesa la Francia, come una nazione corrotta e sfinita,
tremarono in cuor loro di non essere stati calunniatori. Furono i
giorni in cui tutta l’Italia imprecò alla Germania e al suo Sovrano,
che avevano rotta la pace; intese che per molti secoli l’Europa
avrebbe appena osato balbettare di libertà, di diritto, di pace, di
fratellanza, se i tedeschi, calpestando il cadavere del Belgio, fossero
giunti di nuovo vittoriosi a Parigi; e invocò un’idea, un esercito,
un genio di guerra, qualunque forza e qualunque miracolo che potesse
salvare l’Europa da quella crudele ambizione.
Rileggete i giornali del tempo; ricordate i discorsi che ognuno di
noi faceva ed udiva in quei giorni.... Tutti abbiamo allora svolto
— ognuno come sapeva e il cuore colmo di angoscia — questo unico
tema. L’Italia in quei giorni si confuse e si fuse davvero, in un
gran fremito di orrore e in un grande slancio di speranza, con tutta
l’Europa minacciata dai Germani di nuovo in armi. Vennero poi le
ultime settimane di agosto, quelle settimane in cui parve proprio che
la Giustizia fosse sorda alle imprecazioni e alle supplicazioni di
tanti suoi improvvisati devoti. Chi non ricorda le speranze chimeriche
con cui cercammo di confortarci in quei giorni di passione? Ma
gli aggressori avevano gridato vittoria troppo presto. Nella prima
quindicina di settembre i russi vincevano la battaglia di Lemberg,
i francesi la battaglia della Marna. Il mondo respirò; respirammo
pure noi. Ma sbollito un po’ lo sdegno dei primi e calmatasi alquanto
l’ansia degli ultimi giorni di agosto, prendemmo a riflettere più
ponderatamente sui terribili eventi di cui l’Europa era teatro. A
poco a poco allora, senza quasi ce ne accorgessimo, un mutamento si
operò nello spirito pubblico. Quello che si potrebbe chiamare il
senso mondiale del conflitto, che era stato così vivo nelle prime
settimane di agosto, si annebbiò nella nazione. L’Italia parve non
sentire più in se medesima per simpatia i colpi inferti a tanti popoli
dall’aggressione germanica; si staccò dall’Europa; si raccolse in sè e
si isolò con il pensiero in quelli che potevano essere, nel conflitto
europeo, gli interessi suoi.
Come è avvenuto un mutamento così profondo e di tanto rilievo? La
spinta decisiva al rivolgimento fu data dal Presidente del Consiglio,
con le parole che pronunciò il 19 ottobre, prendendo possesso del
Ministero degli Esteri che egli tenne interinalmente per qualche tempo,
dopo la morte del marchese Di San Giuliano. «Le direttive supreme
della nostra politica internazionale — disse quel giorno il Presidente
del Consiglio — saranno domani quelle che erano ieri. A proseguire in
esse occorre incrollabile fermezza di animo, serena visione dei reali
interessi del Paese, maturità di riflessione che non esclude al bisogno
prontezza di azione; occorre ardimento, non di parole ma di opere;
occorre animo scevro da ogni preconcetto, da ogni pregiudizio, da ogni
sentimento, che non sia quello della esclusiva ed illimitata devozione
alla patria nostra, del «sacro egoismo» per l’Italia». Ma che cosa
poteva consigliare il «sacro egoismo» all’Italia se non di sciogliere
senza indugio quei vincoli di solidarietà con gli Stati aggrediti
dagli Imperi tedeschi, che il sentimento veniva intrecciando; di non
parteggiare nè per gli aggressori nè per le vittime; di non inquietarsi
se l’equilibrio dell’Europa fosse alterato per un verso o per il verso
opposto, pur di essere essa stessa ingrandita? E la divisa parve così
felice che fu subito inalberata da quasi tutti i partiti, i gruppi e
gli uomini che governano l’Italia: da quelli che miravano alla guerra,
come da quelli che volevano la pace, sebbene ormai, più di un mese dopo
la battaglia di Lemberg e della Marna, apparisse chiaro che l’Austria
e la Germania non riuscirebbero più a debellare in poche settimane gli
avversari; e che perciò l’Italia potrebbe essere costretta, prima o
poi, a scendere in campo contro i suoi antichi alleati. Perchè dunque
allora, proprio allora, quando sarebbe stato necessario preparare gli
animi alla alleanza con le Potenze della Triplice Intesa, si cercava
di spezzare bruscamente tutti i legami di simpatia popolare, già
annodatisi spontaneamente tra noi e i nostri futuri alleati?
Che il Governo agisse soltanto entro i limiti precisi del «sacro
egoismo» — si intende. L’Italia non poteva intavolare con l’Austria una
discussione filosofica intorno al diritto delle genti o ai principî
di giustizia che potrebbero e dovrebbero regolare i rapporti dei
popoli. Non poteva che squadernare innanzi all’alleata il trattato
della Triplice e chiederle conto del modo con cui essa lo interpretava
e applicava. Ma perchè dirlo e ripeterlo ad alta voce tante volte?
Farlo gridare dai propri organi ai quattro venti? Se è cosa umana,
per i singoli uomini come per le nazioni, badare soltanto al proprio
interesse, non è prudenza dir troppo chiaramente agli uomini che
noi penseremo soltanto a noi stessi e che del loro destino non ci
importa nulla. Senonchè il Governo fu di certo mosso ad ostentare
la divisa del «sacro egoismo» da una ragione politica. In quel
sentimento di sdegno e di orrore che aveva sul principio commosso
così vivamente la moltitudine, pigliavano forza e coscienza le
grandi ideologie umanitarie, che nacquero e crebbero in Francia tra
il 1750 e il 1850; e che la Germania ha senza tregua combattute nel
pensiero e nell’azione, con i libri e con le armi, dalle Cattedre e
nei Parlamenti. Ma le classi alte e le classi colte dell’Italia sono
state troppo germanizzate negli ultimi trent’anni, nelle Università,
dalla scienza, dalla filosofia, dalla letteratura, perchè non avessero
anch’esse in orrore quelle ideologie che pure ci erano state di tanto
aiuto a rifarci nazione.... Basti dire che — vergogna quasi incredibile
— noi abbiamo assistito in Italia, al principio del ventesimo secolo,
per opera di Benedetto Croce, a una specie di rinascita della più
sciagurata tra tutte le sofistiche che la Germania abbia create per
confondere i criteri del bene e del male a servizio di tutti i potenti
e per giustificare in ogni caso il successo; che per qualche anno molti
giovani hanno vegliato sui morti libri dell’Hegel per imparare che
tutte le cose si contradicono in se medesime, perchè l’opposizione è
l’anima stessa del mondo; che il bene dunque non è tale se non perchè
si contrappone al male e quindi non sarebbe, se il male non fosse; che
Dio e il Diavolo sono l’eterna e indissolubile ragione sociale della
grande Ditta del mondo; che la tirannide è santa come la libertà,
perchè senza tirannide l’uomo non saprebbe neppur che cosa libertà
sia; che noi dobbiamo — ed è proprio il Croce che ci ha ammonito di
farlo sul finir di dicembre — piegare reverenti le ginocchia innanzi
ai mortai fusi dal Krupp, adorare l’insidioso siluro che ha affondato
il _Lusitania_, e baciare la spada della Germania intrisa di sangue
belga[3], perchè se non fosse la prepotenza non sarebbe nemmeno il
diritto che la rintuzza, e perchè le bombe sono il seme da cui cresce
sulla terra il santo albero della Giustizia.
Si aggiungano a questa disposizione degli animi, inculcata nelle
classi governanti da una lunga educazione privata e pubblica, gli
interessi, le rivalità e i puntigli che dividono i partiti e i gruppi
politici, e in alcuni anche scrupoli sinceri di fede e di lealtà. Con
la rottura tra l’Italia e gli Imperi centrali si chiude un’êra della
nostra storia e ne comincia una nuova — se più felice dell’antica
lo dirà il tempo — certo diversa. Tante altre cose dovranno mutare
con la politica estera! Non è dunque meraviglia, se da quando fu
chiaro che l’Italia potrebbe un giorno essere costretta a scendere
in campo contro gli antichi alleati, il Governo abbia precipuamente
temuto — e con esso i suoi amici e i giornali che ne esprimevano il
pensiero — di esser sospettato di voler fare la guerra all’Austria
e alla Germania per salvare l’Europa dall’egemonia germanica, per
rivendicare la santità dei trattati, per difendere i diritti delle
Nazioni deboli, e — peggio che mai — per aiutare la Francia. Ma
questo atteggiamento del Governo e dei gruppi politici più influenti
ha disorientate le masse, poichè alle masse nessuno da tanti anni in
qua, dopochè la Triplice era stata conchiusa, aveva detto e ridetto e
ripetuto ancora, quanto è necessario perchè le masse l’intendano, che
l’Italia fosse un’opera lasciata a mezzo e che un giorno o l’altro
sarebbe dovere finirla. Di questa difficoltà capitale abbiamo del
resto già tenuto, e lungamente, discorso nello scritto precedente.
Che i tedeschi invece volessero soggiogare i popoli più deboli contro
ogni ragione di diritto e di giustizia; che la loro vittoria avrebbe
sovrapposta a tutta l’Europa una smisurata ambizione di impero; che
fosse necessario umiliare la potenza di quella dinastia e di quella
aristocrazia, che avevano scatenata la guerra e dare al mondo con
questa umiliazione pace sicura: questo, sì, lo sentivano e lo capivano.
Ma neppur di queste cose nessuno ha più ragionato alla moltitudine
negli ultimi mesi: neppure i socialisti. I socialisti italiani, quando
la guerra scoppiò, andarono anch’essi sulle furie, accusando i compagni
teutonici di fellonia; e quando l’ambasciatore rosso di Guglielmo II,
il Sudeküm, osò pregare i socialisti italiani di intercedere presso
i socialisti francesi e chieder loro di tradire, per i begli occhi
dell’Internazionale, la Russia, l’Inghilterra e la Francia stessa,
accettando una pace separata, seppero rispondergli come meritava. Ma
poi, man mano che la guerra parve avvicinarsi, man mano che il Governo,
i giornali e i partiti che lo rappresentano si chiusero, per preparare
la guerra, nel bozzolo del «sacro egoismo», i socialisti videro al di
là della guerra il nemico implacabile, il nazionalismo, che già aveva
tentato di torcere ai loro danni la guerra di Tripoli; e allora il
veleno hegeliano, contenuto nel marxismo, riprese ad agire. A poco
a poco si atteggiarono a quell’apparente imparzialità che metteva
capo per un’altra via là dove sbocca pure il più acceso nazionalismo:
a considerare la guerra europea come un conflitto di particolari
interessi dei diversi Stati belligeranti: interessi sacri — dicono i
nazionalisti; interessi loschi — dicono i socialisti.