2. — Il ciclone.

Chi non ha sentito, in quei giorni, prorompere da ogni parte quelle

forze ignote e latenti, che sono il fenomeno più terribile e grandioso

della storia? Senonchè giova soffermarsi un istante ad analizzare

quanto è possibile queste forze ignote e latenti che hanno dichiarata,

per conto del Governo ma per propria iniziativa, la guerra all’Austria,

se si vuole intendere quel che è successo e quel che oggi importa di

fare.

Quando, la mattina dell’11 maggio, il pubblico intravide che il

capo della maggioranza si apprestava a terminare, secondo il modo

usato, l’interregno durato più di un anno, e, ripreso il potere, a

ripigliare i negoziati con l’Austria-Ungheria, un pensiero balenò

subito a molti, che pur conoscevano ancora imperfettamente il vero

stato delle trattative. «L’Italia farà come la Grecia!». E pur non

sapendo precisamente che cosa l’Italia dovesse e potesse fare, si

sentirono umiliati ed offesi, prevedendo che l’Europa non perdonerebbe

all’Italia quel che aveva potuto perdonare alla Grecia. Altri furono

offesi da quel consiglio troppo aperto di mercanteggiare freddamente

sino all’ultimo il sangue e la pelle della Serbia, come da un egoismo

che ledeva l’onore. Altri si sentirono stringere il cuore, pensando

al nuovo schianto delle rinate speranze degli italiani soggetti

all’Austria. Altri smaniò per l’occasione che l’Italia stava per

perdere; o si infuriò per le sospettate e sussurrate ingerenze del

principe di Bülow nelle faccende interne del Regno; o si dolse del

vantaggio che deriverebbe agli Imperi germanici da questo trionfo

diplomatico. Ci fu chi temè il risentimento delle Potenze della

Triplice Intesa e il giudizio del mondo aspettante; e chi avendo

tollerato a stento già due interregni e luogotenenze, perdè la

pazienza appena vide che si voleva ricominciare il gioco, e in

cospetto dell’Europa in armi, questa volta! Molti si sdegnarono per

la strapotenza di quell’uomo che anche nella vita privata comandava a

tutti e occupava un posto intermedio tra il Presidente del Consiglio e

il Sovrano. Altri che dalla consorteria da lunghi anni dominante erano

stati o esclusi o offesi o maltrattati o solo anche non favoriti, e che

pure erano stati sino al giorno prima tepidi fautori dell’intervento,

vollero la guerra appena si accorsero che la guerra poteva diroccare

la consorteria dominante. Quanti odî inveterati, che si nascondevano

perchè ormai disperavano della vendetta, sono ricomparsi tutti allegri

nella via, gridando e strepitando, non appena sentirono che il giorno

della vendetta era finalmente spuntato! È sorte comune di tutti i

Governi invecchiati aver pochi nemici palesi e molti nemici occulti,

i quali sbucano da tutte le parti a viso scoperto, appena quelli

vacillano.

Ma su questi sentimenti così diversi grandeggiò in tutti uno spavento

comune: che della pace e della guerra dovesse decidere il Parlamento.

Il Parlamento non è stato pur troppo mai, in Italia, una istituzione di

molto vigore. Ma è maggiormente scaduto da dieci anni in qua, a mano

a mano che quel potere tra costituzionale e personale di cui abbiamo

già tenuto discorso negli studi precedenti, ha vuotato l’Istituto

parlamentare del suo midollo vitale — i partiti, la discussione, il

principio di maggioranza — non lasciandone in piedi, come certi alberi

stravecchi, che la morta corteccia, una apparenza e una finzione, per

governare facilmente e senza contrasto. Si fecero rari nel Parlamento

gli uomini, i gruppi e i partiti che avessero autorità; non rimasero

che uomini, gruppi e partiti i quali avevano del potere; e il Paese

sospirava e ogni tanto si doleva a parole di questo decadimento, ma

non cercava o tentava nessun rimedio; anzi approfittava del male senza

scrupolo, allorchè se ne porgeva il destro. Ma quando parve che il

Parlamento dovesse decidere la pace o la guerra, molti sbigottirono.

Arbitro delle sorti comuni il Parlamento, e cioè quella Camera e quel

Senato? Il Parlamento che aveva lasciato crescere entro sè quel potere

personale da cui tanti si sentivano offesi in quel momento, pur non

sapendo precisamente il perchè? Il Parlamento che aveva approvato il

monopolio delle assicurazioni, pur pensando che la legge era funesta, e

il suffragio universale, pur temendo che la riforma fosse immatura? Il

Parlamento che era stato inerte testimone della guerra di Tripolitania,

e che aveva lasciata rinnovare innanzi tempo la Triplice Alleanza senza

nemmeno chiedere una spiegazione al Governo? Il Parlamento che, fidando

ciecamente nella saggezza di un uomo, aveva lasciato obliterare a poco

a poco i suoi diritti e poteri?

Da queste collere, da questi sdegni, da queste apprensioni, da queste

angoscie, levatesi incontratesi accozzatesi insieme, nacque negli

uffici dei giornali, in mezzo alle studentesche, nelle biblioteche,

nelle scuole, e tra la gente che sa di lettere, come dicevano i nostri

vecchi, il moto di opinione, che ha deliberata la guerra, esautorando

il Parlamento. Come nella primavera del 1912 un capo potente tra

tutti aveva obbligato il Parlamento nolente ad approvare il suffragio

universale, che fu un fiero colpo all’influenza politica delle classi

colte, nella primavera del 1915, a loro volta, le classi colte hanno

obbligato il Parlamento, con una violenta agitazione di piazza e di

stampa, a rinnegare quel capo e a fare la guerra.

La guerra europea · 第 69 / 82 题