Che l’on. Giolitti si proponesse, se non di accettare definitivamente,
di discutere le ultime concessioni dell’Austria e di tenere l’Italia
almeno per qualche tempo ancora in disparte dal grande conflitto,
è cosa ormai manifesta e che del resto non meraviglia. La guerra
tra l’Italia e l’Austria è stata l’opera dei «pennaroli» — come li
chiamava quel Borbone, che li spregiava e temeva; dell’«intelligenza»
come oggi si dice qualche volta non senza pretensione e seguendo un
vezzo tedesco; della gente di cappa e di penna insomma, o, per parlar
più alla buona, delle classi colte: giornalisti e poeti, professori e
avvocati, studenti ed artisti. Ma tra queste classi e l’on. Giolitti
non c’è mai stato buon sangue. L’uomo che per tanti anni ha governata
l’Italia è un fonditore che maneggia la fiamma, non una falena che ci
si butta dentro; un uomo di Stato, simile a tanti altri che l’Italia
ha generati in tutti i secoli, freddi e cauti nel fuoco delle passioni
che attizzano per governare. Poteva l’«intelligenza» del Paese mandar
la Poesia e la Storia, la Geografia e la Filologia, la Retorica e
la Strategica, tutte le Muse per i trivii e le piazze a bandire la
guerra: sinchè il popolo tirava via sbadato, lasciando queste nobili
signore predicare a un piccolo cerchio di già convertiti; sinchè il
suffragio universale non avesse dato il suo consenso alla guerra,
l’uomo di Stato, che il suffragio universale aveva imposto all’Italia
riluttante, avrebbe considerato savio consiglio cercare sino all’ultimo
di conciliare le aspirazioni degli uni e le riluttanze degli altri
tentando una via di mezzo. Chè null’altro se non una via di mezzo tra
l’intervento e la piena neutralità erano i compensi da ottener per
trattato.
Così pensando, il _princeps_ del Parlamento teneva fede al suo modo
proprio di vedere e di governare, anche se, come altre volte, si
dimostrava un po’ troppo sollecito soltanto delle difficoltà immediate
e dei primi effetti. Quando l’8 maggio egli partì da Torino alla volta
di Roma, la situazione era ancora quale l’avevo descritta sul finire
di gennaio nelle pagine mandate all’_Atlantic Monthly_ e ristampate in
questo volume. In alto il partito germanofilo che, piccolo e schivo
di apparire, ma attivo e potentissimo, non tralasciava sforzi, pur
dissimulandoli, per impedire la guerra: in basso le plebi o apatiche o
avverse; tra quello e queste, a mezza costa, le classi medie, incerte
e desiderose se si potesse, di schivare la prova; i due partiti di
maggior seguito — il clericale e il socialista — per la prima volta
concordi nel chiedere che l’Italia non prendesse le armi; il Parlamento
in maggioranza avverso all’intervento, la Camera, perchè paurosa del
suffragio universale, il Senato, perchè cariato di germanesimo sino
alle ossa. Insomma, il Paese più incline a pace che a guerra; ma
tutto cosparso di piccoli e focosi stormi di partigiani della guerra,
accorsi dalle biblioteche, dalle scuole, dagli uffici dei giornali,
dai partiti di poco seguito, come il riformista e il repubblicano;
e rinforzati da non pochi dispersi e fuorusciti di tutti gli altri
partiti. Dimodochè chi guardava al Paese solo e considerava lo stato
degli animi, poteva conchiudere, che il capo della maggioranza avesse
il diritto e il dovere di andare a Roma a rovesciare il Ministero, che
preparava in segreto la guerra; e non poteva dubitare che riuscirebbe.
Autorevolissimo a Palazzo, così potente nel Parlamento da averlo
forzato ad approvar perfino la legge del suffragio universale, egli
poteva fare assegnamento per quella sua mossa lungamente studiata sulla
piazza, sulla maggioranza del Parlamento che questa volta era d’accordo
con lui, sul partito socialista, sul partito clericale, e sul consenso,
sia pure generico, del maggior numero che, senza troppo stillarsi il
cervello a pensare il pro e il contro, chiedeva la pace perchè temeva
la guerra. Gli stava invece a fronte un Ministero, il quale aveva
vissuto sino allora delle sue elemosine di fiducia; alcuni giornali
diffusi; alcuni partiti che avevano più ardore che seguito; e quegli
stormi di propagandisti focosi: poca gente, a contarla, per quanto
facesse un rumore indiavolato.
L’autore di queste pagine aveva sul finire di gennaio scritto
all’_Atlantic Monthly_ e aveva ripetuto in diverse occasioni, a
gazzettieri dei due mondi venuti a chieder la sua, del resto punto
autorevole, opinione, che a suo giudizio l’Italia sarebbe stata presto
o tardi costretta alle armi. Ma egli pure, ogni tanto, si chiedeva
per che canale questa necessità e fatalità storica irromperebbe nei
fatti, rovesciando le opposte volontà degli uomini e dei corpi legali;
e non riusciva, per quanto aguzzasse il pensiero, a imaginarlo.
Ben pochi furono i partigiani dell’intervento, i quali, la mattina
dell’11 maggio, quando videro delinearsi chiaramente nei giornali
consapevoli e partecipi la mossa del potentissimo parlamentare,
non ebbero per spacciata la loro causa. Soltanto un colpo di Stato
poteva ormai salvarla: ma chi poteva supporre che il Ministero avesse
muscoli per un colpo di Stato? Quando ad un tratto, qua e là, qualche
esasperato partigiano della guerra grida al vento, tanto per sfogare
la rabbia, pur sapendo che il vento la disperderà, una parola vaga
e terribile: tradimento! Ed ecco — oh sorpresa! — quel grido non
si perde; altre voci più numerose e più lontane rispondono da varie
parti «tradimento, tradimento!»: i primi, incoraggiati, urlano più
forte; gli altri rispondono più numerosi; e in poche ore il grido
ripetuto, ripreso, scritto a carbone sui muri, impresso a stampa su
cartelli, ingrandito dai megafoni dei giornali, vola di quartiere in
quartiere, di villaggio in villaggio, di città in città, da un mare
all’altro. Tutti i partigiani della guerra — repubblicani, riformisti,
radicali, moderati — stringono una fulminea alleanza; le dimostrazioni
si ripetono in tutte le città, ingrossano, infuriano; i giornali
dànno assalti furibondi; in tutta Italia si leva un immenso clamore,
un turbine di invettive, un ciclone di collera che investe l’uomo
più potente d’Italia, i suoi amici, il suo partito, il principe di
Bülow, gli Imperi centrali, e a cui nessuna forma morale — libera od
organizzata — ha saputo resistere. Intimiditi e stupefatti i socialisti
non si sono mossi; la piazza, su cui il partito della pace faceva
tanto assegnamento, si è vuotata come per miracolo; i clericali si
sono appartati, come il pubblico sorpreso e disorientato, quella parte
almeno che non ha fatto coro, vinta dall’esempio, con i fischianti e
gli urlanti; amicizie, convinzioni, interessi, speranze, tutti i nodi
che legavano al suo capo quella potente clientela, di cui abbiamo nelle
pagine antecedenti studiata l’origine e la struttura, si sono sciolti:
l’uomo che sino al giorno prima era l’arbitro della pubblica cosa,
è stato isolato nella sua casa: e nel grande vuoto fattosi intorno
a lui la folla insorta è passata correndo, e non trovando inciampo o
barriera, è giunta trafelata alle porte di Montecitorio; ci ha fatto
irruzione; e gridando, rompendo vetri, fracassando mobili, malmenando
i malcapitati amici dell’antico ministro ha imposto il Ministero e la
guerra.