Le maggiori difficoltà con cui il Governo si trova alle prese sono due:
la avversione, non aperta ma tenace di una parte assai potente delle
classi governanti, che non vuole la guerra contro l’Austria, perchè
è amica della Germania e vuol sostenere in Europa il germanesimo;
e l’avversione aperta della plebe che, pur essendo avversa ai
tedeschi, non vuol fare la guerra se l’Italia non è assalita, perchè
preferisce la pace. Le classi governanti dell’Italia sono state troppo
germanizzate negli ultimi trent’anni, nelle Scuole e nelle Università,
dalla scienza, dalla filosofia, dalla letteratura, dai giornali,
perchè potessero davvero e sul serio inorridire di questa sanguinosa
avventura, che è, come la Riforma, come la filosofia di Hegel, come
la Monarchia prussiana, un’opera genuina dello spirito germanico.
Dopo il 1870 hanno di continuo tentennato tra le ideologie umanitarie
e democratiche venute di Francia, che ci erano state di così grande
aiuto a rifarci nazione; e le dottrine autoritarie, gli antichi e
recenti evangeli della forza a cui le vittorie della Germania avevano
conferita nuova autorità: hanno sempre spregiate nell’intima coscienza
le ideologie umanitarie e democratiche, come tante altre cose venute
di Francia, e si sono sentite attratte piuttosto dalla forza tedesca;
ma si erano troppo servite, in passato, di quelle ideologie, se ne
servono troppo nel presente, da osare apertamente negarle! Onde le
infinite contradizioni in cui si sono smarrite negli ultimi trent’anni,
e quando la guerra europea scoppiò. Universale fu da prima, anche nelle
classi governanti d’Italia, lo sdegno per l’aggressione germanica e
la gioia per la vittoria delle armi francesi sulla Marna: ma poi, a
poco a poco, dileguata la prima impressione, mentre una parte veniva
meditando su quel che succederebbe all’Italia se essa uscisse dalla
crisi a mani vuote, un’altra parte si chiedeva quel che succederebbe
se il germanesimo fosse troppo indebolito in Europa In quale misura
sarebbe perturbato l’equilibrio politico, religioso, intellettuale,
economico dell’Europa? E quanti di questi perturbamenti nuocerebbero
al prestigio, alla potenza, alla ricchezza di questo o di quel partito,
di questa o di quella consorteria, di questo o di quel gruppo? E rotta
per sempre la Triplice Alleanza, non incomincerebbe per l’Italia un
nuovo periodo storico, diverso dal precedente, in cui bisognerebbe
mutar troppe delle antiche cose? Gli uomini e i gruppi politici
che per trent’anni avevano insegnato all’Italia che la Germania era
invincibile, che l’Austria e la Germania erano lo scudo delle nostre
fortune, che cosa potrebbero dire e fare il giorno in cui l’Italia
movesse in armi contro i suoi antichi alleati? Alcuni anche sentono
degli scrupoli sinceri di lealtà.
A questa parte delle classi governanti si oppone l’altra, che si
sforza con grande ardore di riguadagnare il tempo perduto; e cerca
di convincere il popolo esser necessario muovere guerra all’Austria,
per rivendicare nell’Adriatico l’eredità della Serenissima e liberare
i fratelli ancora irredenti. Ma la plebe sinora è rimasta piuttosto
fredda, perchè a suscitar nella moltitudine numerosa, torpida e lenta,
una grande passione incitatrice, occorrono le lunghe preparazioni.
È facile dunque capire che, sinchè queste due opposizioni, o almeno
una delle due non venga meno, l’intervento dell’Italia nel conflitto
europeo non sarà un’impresa così semplice e facile come molti stranieri
pensano. Tuttavia io credo che, nonostante queste difficoltà che
sono grandissime, l’Italia prenderà parte alla guerra europea contro
l’Austria, accanto alla Francia, all’Inghilterra, alla Russia. Se tra
un mese o due o tre, se quando le nevi si scioglieranno sulle Alpi o
prima, io non lo so, e forse lo ignora ancora lo stesso Governo. Gli
eventi indicheranno il momento; ma il momento dovrebbe scoccare....
E per questa ragione, precipuamente: che sebbene le difficoltà
e i pericoli del muovere guerra siano grandi, verrà il giorno in
cui, massime se la fortuna delle armi continuerà ad essere avversa
all’Austria, il pericolo del non agire apparirà anche maggiore. E
apparirà maggiore del primo perchè se l’Austria fosse vinta e mutilata,
senza che l’Italia riscattasse in libertà le provincie italiane, tutta
Italia, anche quella parte che ora più ardentemente chiede di restare
neutrale, capirebbe alla fine quel che da un pezzo pochi spiriti più
illuminati avevano inutilmente veduto: che se si può discutere intorno
alla Triplice Alleanza, quale fu stipulata nel 1882, se cioè fu allora
errore o no lo stipularla, fu certo errore grave averla rinnovata
così a lungo, dopochè la Triplice Intesa si era stretta, ed errore
gravissimo non essersi accorti che dal 1905 in poi l’Alleanza aveva
mutato scopo e indirizzo. Pur quanti pensano che l’Italia avrebbe fatto
meglio a non legarsi nè nel 1882 nè mai con i due Imperi germanici,
riconoscono però che dal 1882 al 1900 la Triplice Alleanza ebbe il
merito di volere la pace. In Germania governava la generazione che
aveva combattute le guerre del 1866 e del 1870; e che chiedeva soltanto
di conservare gli acquisti fatti con tanta fortuna. Ma dal 1900 in
poi, a poco a poco, lo spirito pubblico muta in Germania; cresce una
nuova generazione, che, piena di orgoglio e ignara di guerra, sogna le
glorie e i lucri di una egemonia mondiale; mentre l’Austria, che non è
riuscita a trovar ristoro all’interno travaglio nella pace, ricomincia
a pensar di salvarsi con la guerra. L’alleanza, dal 1905, dopo la
questione del Marocco, diventa aggressiva: ma il Governo italiano,
che pure, come il popolo, voleva ancora e solamente la pace, non se ne
accorge; vede sempre con gli occhi antichi nella Germania il custode
armato e vigile della pace europea[2]; non fa nulla nè per impedire
la catastrofe nè per preparare l’Italia ad affrontarla; rinnova ad
ogni scadenza il patto; lascia gli antichi rapporti con l’Inghilterra
raffreddarsi e rallentarsi; aizza ogni tanto l’opinione pubblica contro
la Francia; e lascia la guerra europea sopraggiungere l’Italia alleata
di due Potenze con cui non voleva combattere; inclinata alle Potenze di
cui avrebbe dovuto esser nemica; e poco preparata ad intendere che la
neutralità sarebbe una specie di suicidio nazionale.
Che cosa potrebbe accadere se, terminata la guerra europea, quando
l’Italia dovrà penare con gli altri popoli d’Europa nella lunga miseria
che allora accomunerà belligeranti e neutrali, vinti e vincitori,
dovesse per di più sentirsi delusa per l’occasione mancata, odiata
dagli uni come traditrice, spregiata dagli altri come inetta e pavida;
e se il partito repubblicano, il partito socialista, i malcontenti, gli
ambiziosi, i mestatori approfittassero dello stato d’animo popolare,
per indagare come e per colpa di chi questi errori sono stati commessi?
Questa paura spingerà al momento decisivo il Governo ad agire; ossia
— per esprimere la stessa idea con altre parole — il Governo sarà un
giorno obbligato a far la guerra all’Austria perchè troppo lungamente,
fedelmente e quasi devotamente ne fu alleato. Questo basti, per dire
quanto la situazione sia oscura e difficile. Ma è un destino a cui non
si può sfuggire. La fortuna, che ci ha assistito altra volta, non vorrà
abbandonarci oggi. Ma che i numerosi amici dell’Italia sparsi nel nuovo
mondo, non si facciano illusioni e non si meraviglino se l’Italia tarda
tanto a muoversi. Il cimento a cui essa si avvia, sarà il più aspro e
pericoloso a cui si è accinta dal 1859. Quanti amano il proprio Paese
e non prendono le cose troppo alla leggera, non dormono oggi sonni
tranquilli. Come vorrei che questo terribile anno passasse presto; e
che potessi domani svegliarmi nel 1916, fuori di tutti gli orrori e
di tutti i pericoli di cui sentiamo incombere la nuvolosa minaccia sul
nostro capo!