I.

Il 23 luglio del 1914 la Monarchia degli Absburgo, per mezzo di una

«nota» diplomatica, chiedeva al Governo di Serbia la riparazione del

sangue per la strage dell’Arciduca a Serajevo. Chi non ricorda lo

sgomento che assalì l’Europa a leggere quella «nota» famosa? Ma la

paura delle Cancellerie nel riceverne copia non fu minore. Non sfuggì

loro che l’Austria aveva studiata la più sanguinosa provocazione alla

Russia con arte fredda e sottile, poichè, dopo avere per due settimane

rassicurate le Potenze della Triplice Intesa che presenterebbe alla

Serbia richieste moderate, di sorpresa invece, quando nessuno se

l’aspettava, e già i Governi dell’Europa erano tutti sul punto di

andare in campagna, chiedeva al piccolo Stato di suicidarsi sulla

tomba dell’Arciduca, concedendogli due giorni soli per il sacrificio.

Che cosa sarebbe avvenuto, se la Russia non avesse voluto o potuto

abbandonare la Serbia al suo destino?

Il 24 luglio l’ambasciatore d’Austria e d’Ungheria a Londra si

recava da Sir Edward Grey a portargli la «nota». Nel prenderla dalle

mani dell’ambasciatore, Sir Edward Grey non gli fece mistero delle

inquietudini che in quel momento pungevano l’animo suo. Gli disse che

nessuno contestava alla Duplice Monarchia il diritto di voler vendicata

la morte dell’Arciduca; ma aggiunse che non aveva ancor visto uno

Stato rivolgere ad altro Stato libero e indipendente un documento

così «minaccioso»: dichiarò che l’Inghilterra si sarebbe tenuta in

disparte sinchè solo Austria e Serbia fossero state alle prese, ma se

la Russia fosse entrata di mezzo, no; perchè allora avrebbe cercato di

intendersi con le altre Potenze per veder quel che si potesse fare (_G.

B._, 5). In quello stesso giorno il Grey si abboccò con l’ambasciatore

di Francia e con l’ambasciatore di Germania. Al primo disse che se

la Russia fosse intervenuta a fare schermo di sè alla Serbia, egli

intendeva proporre alla Francia, alla Germania e all’Italia di unirsi

all’Inghilterra, per interporsi tutte insieme come paciere tra Vienna

e Pietroburgo (la capitale russa si chiamava ancora così). Il Cambon

giudicò savio il proposito; ma osservò pure che queste Potenze non

potevano far nessun passo prima che il Governo russo avesse in qualche

modo dichiarate le sue intenzioni: ora l’Austria aveva concesso così

poco tempo alla Serbia per rispondere, che il termine ne scadrebbe di

sicuro prima che si potesse neppur incominciare ad agire: necessitava

dunque innanzi tutto indurre l’Austria a prolungare il termine concesso

alla Serbia. Ma chi poteva persuadere l’Austria, se non la Germania?

Il Grey annuì; e il giorno stesso, dopo avere esposto all’ambasciatore

di Germania quando e in che modo, a suo parere, le quattro Potenze

dovevano intervenire, lo pregò di sollecitare il suo Governo a chiedere

al Governo austro-ungarico di non procedere ad atti irreparabili,

dopochè il termine fosse scaduto (_G. B._, 10; _L. Giallo_, 32-33).

L’Inghilterra, già sin dal giorno 24, dichiara aperto e preciso quale è

il suo modo di vedere: se la Russia crede di poter lasciare l’Austria e

la Serbia sole alle prese, tenersi in disparte con le braccia conserte;

se la Russia interviene, invitare le Potenze a interporre insieme i

buoni uffici tra i due grandi Imperi. Che dicevano e facevano in quello

stesso giorno la Germania, l’Austria-Ungheria e la Russia?

La Germania definisce pure in quel giorno il suo punto, ma altrimenti:

affermando che nessuna Potenza, per nessuna ragione, ha da entrar di

mezzo tra l’Austria e la Serbia. Il Governo tedesco ha detto e ridetto

ormai cento volte di non aver avuto, neppur esso, prima del 23, alcun

sentore della mossa che l’Impero alleato preparava contro la Serbia; e

sarà vero, se non verisimile, poichè un documento o una prova decisiva

che lo smentisca non c’è. Tuttavia, se proprio era al buio di ogni

cosa, è pur singolare che il Governo tedesco, il giorno stesso in cui

la «nota» austriaca era consegnata alla Serbia, il 23 luglio, potesse

spedire la lunga «nota», che il giorno seguente, il 24, era consegnata

al Governo francese, al Governo inglese e al Governo russo. Questa

«nota» dopo aver difesa calorosamente l’Austria-Ungheria, conchiudeva

con queste parole poco rassicuranti, ma punto ambigue:

«Il Governo imperiale desidera affermare, con quanta maggior

forza può, che il presente conflitto non concerne altri che

l’Austria-Ungheria e la Serbia e che le grandi Potenze devono

perciò cercare di restringere a queste due sole il conflitto. Il

Governo imperiale desidera che il conflitto non si allarghi; perchè

l’intervento di una terza Potenza potrebbe, per via delle alleanze,

generare effetti incalcolabili» (_G. B._, 9; _L. Bianco_, 1; _L.

Giallo_, 28).

A che mirasse la Germania con questa prima mossa non può essere dubbio.

Mentre essa terrebbe a bada, minacciando effetti «incalcolabili», il

colosso moscovita, l’Austria squarterebbe, alle sue spalle, sicura,

la piccola Serbia. Ma mentre la Germania borbottava tra i denti

sorde minaccie, la vecchia Monarchia degli Absburgo studiava innanzi

allo specchio il più amabile dei suoi sorrisi; e tutta miele e tutta

dolcezza, con il cuore in mano, si sforzava di rassicurare l’Europa

angosciata. Il Governo russo non stesse in pensiero — diceva il 24 il

conte Berchtold all’ambasciatore di Russia, parlando come un vecchio

amico, la mano sul cuore: la Monarchia austro-ungarica non covava

nessun pravo disegno, non adocchiava nessuna porzione del territorio

serbo, non si proponeva di alterare l’equilibrio dei Balcani: voleva

solo correggere la Serbia di quel brutto vizio di ammazzare sovrani

ed eredi di corone; e voleva correggerla non tanto per il proprio

interesse quanto per l’interesse comune di tutte le dinastie (_L.

Bianco_, 2; _L. Rosso_, 18).

Al Grey, anzi, il buon conte pensava di fare, ma in un orecchio, sotto

voce, una confidenza anche più rassicurante: incaricava l’ambasciatore

di dirgli al momento opportuno — ricopio alla lettera dalla traduzione

ufficiale italiana del _Libro Rosso_ — «che la «nota» presentata ieri

a Belgrado non si deve considerare come un formale «ultimato», bensì

che si tratta di una «nota» con termine fisso per la risposta, la

quale, come V. E. vorrà confidare a Sir E. Grey in tutta segretezza

— spirando il termine infruttuosamente — per ora non sarà seguita che

dalla rottura delle relazioni diplomatiche e dall’inizio di necessari

preparativi militari» (_L. Rosso_, 17).

A Pietroburgo invece gli animi erano alterati assai. In piazza e a

Palazzo avevano presa la cosa in mala parte. La mattina del 24, il

ministro degli Esteri, il Sazonoff, ascoltò tra impaziente e sardonico

la lettura della «nota» alla Serbia che l’ambasciatore d’Austria gli

veniva facendo, interrompendolo ad ogni istante e dichiarando infine

che l’Austria aveva fatto un passo grave. Nel pomeriggio il Consiglio

dei Ministri si radunò e sedè cinque lunghe ore. Quel che deliberò noi

non sappiamo; sappiamo invece che, sciolto il Consiglio, il Sazonoff

dichiarò, senza reticenze e sottintesi, all’ambasciatore tedesco, che

la vertenza tra l’Austria e la Serbia interessando l’Europa tutta,

_a nessun patto_ la Russia non avrebbe lasciate la Serbia e l’Austria

definirla da sole; e chiese esplicitamente all’Austria di prolungare

il termine concesso alla Serbia (_L. Bianco_, 4; _L. Rosso_, 16). Il

modo di vedere della Russia era dunque opposto al modo di vedere della

Germania.

La guerra europea · 第 9 / 82 题