V. Pel corso di parecchie generazioni, dalla Danimarca e dal

NOTE DEL TRASCRITTORE:

—Corretti gli ovvii errori di stampa e di punteggiatura.

—Il testo in grassetto è indicato come =testo grassetto=.

—L’opera originale non presenta l’indice; ne è stato prodotto ed

inserito uno dal trascrittore.

Proprietà letteraria.

STORIA

D’INGHILTERRA

di

LORD MACAULAY,

=TRADOTTA DA PAOLO EMILIANI–GIUDICI.=

SECONDA EDIZIONE, RIVEDUTA DAL TRADUTTORE.

VOLUME PRIMO.

FIRENZE. FELICE LE MONNIER

1859.

La universale accoglienza che è stata fatta in Italia a quest’opera ha

mosso il traduttore a ristamparla. Egli ha raffrontata diligentemente

la versione col testo, ne ha corretti gli errori corsi nella prima

edizione, si è studiato di migliorare lo stile in guisa che fedelmente

ritragga il modo di scrivere del grande storico inglese, ed osa sperare

che i lettori gli terranno conto di queste nuove cure. Crede superfluo

il far notare che i primi due volumi, i quali comprendono la storia

del regno di Giacomo II e della grande Rivoluzione che lo precipitò

dal trono, si possono considerare come opera che sta da sè. Nondimeno

egli attende alacremente a tradurre gli altri volumi, cioè il regno di

Guglielmo d’Orange; ed aspettando che in questo frattempo Lord Macaulay

mandi alla luce il compimento di questo secondo periodo storico, spera

poterlo pubblicare senza alcun indugio.

_Aprile_ 1859.

INDICE

CAPITOLO PRIMO Pag. 11

CAPITOLO SECONDO ” 145

CAPITOLO TERZO ” 259

CAPITOLO QUARTO ” 393

CAPITOLO QUINTO ” 479

AL CAV. SEBASTIANO FENZI.

_Intitolandoti questo lavoro onde compiacere all’amicizia che sento

schietta ed infinita per te, intendo ad un tempo renderti pubblico

testimonio di gratitudine a nome di quanti amano la patria nostra, per

il bene che volevi arrecarle allorchè ti nacque, il generoso pensiero

d’istituire la_ Rivista Britannica. _Intendevi con quel severo giornale

a distogliere le menti de’ giovani dalle frivole e leggiere letture,

e richiamarle allo studio della letteratura e delle istituzioni del

grandissimo fra i popoli moderni; istituzioni e letteratura che per

la lunga dimora in Inghilterra, e la conoscenza dello idioma e de’

costumi, ti sono familiari. Quantunque lo inerte paese nostro non

rispondesse ai tuoi desiderii, e la_ Rivista, _dopo un anno di vita,

fosse costretta a cessare; a te nondimeno rimarrà sempre l’onore

d’aver tentato con sacrificii d’ogni ragione una impresa mirabilmente

benefica. Se il mio lavoro, almeno in grazia della inclita fama di

Macaulay, avrà sorte meno trista, a me sarà dolce che i lettori sopra

la prima pagina del libro trovino impresso il degno tuo nome._

_Firenze, Ottobre_ 1852.

PAOLO EMILIANI–GIUDICI.

STORIA D’INGHILTERRA.

CAPITOLO PRIMO.

SOMMARIO.

I. Introduzione.—II. La Britannia sotto il dominio dei Romani.—III.

Sotto il dominio dei Sassoni.—IV. Effetti della conversione

degli Anglo–Sassoni al Cristianesimo.—V. Invasioni danesi.—VI. I

Normanni.—VII. Effetti della conquista normanna.—VIII. Effetti della

separazione dell’Inghilterra e della Normandia.—IX. Mescolamento

delle razze.—X. Conquiste degl’Inglesi sul continente.—XI. Guerre

delle Rose.—XII. Estinzione del villanaggio.—XIII. Effetti benefici

della religione cattolica romana.—XIV. Ragione per cui l’indole

dell’antico governo inglese spesso è descritta erroneamente.—XV.

Indole delle monarchie limitate del medio evo.—XVI. Prerogative

dei primi monarchi inglesi.—XVII. In che modo le prerogative degli

antichi re inglesi venissero infrenate.—XVIII. Perchè tali limiti non

fossero sempre rigorosamente osservati.—XIX. La resistenza era un

freno ordinario alla tirannide nel medio evo.—XX. Carattere peculiare

dell’aristocrazia inglese.—XXI. Il governo dei Tudors.—XXII. Perchè

le monarchie limitate del medio evo generalmente si trasmutassero

in monarchie assolute.—XXIII. Perchè la sola monarchia inglese

non patisse cosiffatto trasmutamento.—XXIV. La Riforma e i suoi

effetti.—XXV. Origine della chiesa d’Inghilterra.—XXVI. Suo carattere

peculiare.—XXVII. Sua relazione con la Corona.—XXVIII. I Puritani.—XXIX.

Loro spirito repubblicano.—XXX. Perchè il Parlamento non facesse una

opposizione sistematica al governo della regina Elisabetta.—XXXI.

Questione dei monopolii.—XXXII. La Scozia e la Irlanda diventano

parli d’uno stesso impero insieme con l’Inghilterra.—XXXIII. La

importanza della Inghilterra scema dopo lo avvenimento di Giacomo I

al trono.—XXXIV. Dottrina del Diritto Divino.—XXXV. La separazione

tra la Chiesa e i Puritani diventa maggiore.—XXXVI. Avvenimento al

trono e carattere di Carlo I—XXXVII. Tattica dell’Opposizione nella

Camera dei Comuni.—XXXVIII. Petizione dei diritti.—XXXIX. La Petizione

dei diritti è violata.—XL. Carattere e disegni di Wentworth.—XLI.

Carattere di Laud.—XLII. La Camera Stellata, e l’Alta Commissione—–

XLIII. L’imposta per la formazione della flotta.—XLIV. Resistenza alla

Liturgia in Iscozia.—XLV. Un Parlamento è convocato e disciolto.—XLVI.

Il Lungo Parlamento.—XLVII. Prima manifestazione dei due grandi partiti

inglesi.—XLVIII. Ribellione degl’Irlandesi.—XLIX. La Rimostranza.—L.

L’Accusa dei Cinque Membri.—LI. Partenza di Carlo da Londra.—– LII.

Principio della Guerra Civile.—LIII. Vittorie dei realisti.—LIV.

Sorgono gl’indipendenti—LV. Oliviero Cromwell—LVI. L’Ordinanza

d’abnegazione.—LVII. Vittoria del Parlamento—LVIII. Dominazione

e indole dell’esercito.—LIX. Le insurrezioni contro il Governo

militare vengono represse.—– LX. Processo contro il Re.—LXI. Il Re è

decapitato.—LXII. La Irlanda e la Scozia vengono soggiogate.—LXIII.

Espulsione del Lungo Parlamento—LXIV. Il Protettorato d’Oliviero.—LXV.

Gli succede Riccardo.—LXVI. Alla caduta di Riccardo risorge il

Lungo Parlamento.—LXVII Monk e lo esercito di Scozia muovono verso

l’Inghilterra..—LXVIII. Monk si dichiara per un libero Parlamento.—LXIX.

Elezione generale del 1660.—LXX. La Restaurazione.

I. Imprendo a scrivere la storia della Inghilterra dal tempo in che

Giacomo II ascese al trono fino all’età nostra. Racconterò gli errori

che in pochi mesi scrissero dalla casa degli Stuardi gentiluomini e

clero ad essa fedeli. Disegnerò il procedimento di quella rivoluzione

che poso fine al lungo conflitto tra i nostri sovrani e i loro

parlamenti, ed avvincolò insieme i diritti del popolo e quelli della

dinastia regnante. Dirò come il nuovo ordinamento venisse nel corso di

tanti anni torbidi vittoriosamente difeso contro gl’inimici di dentro e

di fuori; come sotto esso l’autorità della legge e la sicurezza delle

sostanze si reputassero compatibili con una libertà di discussione e

d’azione individuale non mai prima sperimentata; come dal bene augurato

congiungimento dell’ordine e della libertà sorgesse una prosperità,

di cui gli annali delle cose umane non avevano offerto esempio; come

la nostra patria da uno stato d’ignominioso vassallaggio rapidamente

s’innalzasse al grado d’impero fra i potentati europei; come crescesse

a un tempo in opulenza e gloria militare; come, per virtù d’una saggia

e ferma buona fede, a poco a poco si stabilisse un credito pubblico,

fecondo di maraviglie tali, che agli uomini di Stato delle età

trascorso sarebbero sembrate incredibili; come da un commercio immenso

nascesse una potenza marittima, paragonata alla quale ogni altra antica

o moderna marittima potenza diventa frivola; come la Scozia, dopo anni

molti d’inimicizia, si congiungesse finalmente con l’Inghilterra, non

soltanto con vincoli legali, ma co’ legami indissolubili d’interesse

e d’affetto; come in America le colonie britanniche rapidamente si

facessero più potenti e ricche de’ reami di che Cortes e Pizarro

avevano accresciuti i dominii di Carlo V; come in Asia alcuni

avventurieri inglesi fondassero un impero non meno splendido e più

durevole di quello d’Alessandro.

Sarà, nondimeno, mio debito ricordare fedelmente accanto ai trionfi

i disastri, e i grandi delitti e le follie nazionali, assai più

umilianti di qualsivoglia disastro. Vedremo perfino ciò che reputiamo

qual nostro bene precipuo, non essere scevro di male. Vedremo il

sistema che assicurò efficacemente le nostre libertà contro le

usurpazioni del regio potere, aver fatto nascere una nuova generazione

d’abusi, che non incontransi nelle monarchie assolute. Vedremo lo

augumento della ricchezza e lo estendersi del commercio—a cagione in

parte dello sconsiderato immischiarsi, in parte della sconsiderata

negligenza,—avere prodotti, fra immensi beni, parecchi mali, di che le

società rozze e povere rimangono libere. Vedremo come, in due dominii

dipendenti dalla corona, al torto seguisse la giusta retribuzione; come

la imprudenza ed ostinatezza rompessero il vincolo che congiungeva

le colonie dell’America Settentrionale alla madre patria; come la

Irlanda, oppressa dalla signoria di razza sopra razza e di religione

sopra religione, rimanesse veramente membro dell’impero britannico,

ma membro putrido e storto in guisa da non aggiungere forza al corpo

politico, e da essere perpetuo argomento di rimprovero in bocca di

quanti temono o invidiano la grandezza dell’Inghilterra. Nondimeno, se

pure io male non mi appongo, lo effetto generale di questa narrazione

siffattamente ordinata sarà quello di suscitare la speranza ne’ petti

degli amatori della patria, e muovere le anime religiose a rendere

grazie alla Provvidenza. Perocchè la storia della patria nostra,

negli ultimi cento e sessanta anni, è veramente la storia del fisico,

morale ed intellettuale progresso. Coloro che paragonano il tempo in

cui è loro toccato di vivere con una età d’oro che esiste solo nelle

loro fantasie, parlino pure di degenerazione e decadimento; ma niuno

che conosca davvero le faccende de secoli andati sarà inchinevole a

guardare con occhio lugubre o scoraggiato il presente.

Condurrei molto imperfettamente l’opera che ho impreso a comporre se

descrivessi soltanto battaglie ed assedi, innalzamenti e cadute di

ministeri, intrighi di palazzo, discussioni di parlamento. Sarà quindi

mio studio riferire la storia del popolo, non che quella del governo;

indicare il progresso delle arti utili e delle belle; descrivere

le sètte religiose, e le vicissitudini delle lettere; ritrarre i

costumi delle successive generazioni, e non trasvolare negligentemente

neppure sulle mutazioni che sono seguite nelle fogge di vestire, di

banchettare, e ne’ pubblici sollazzi. Con animo lieto sosterrò il

rimprovero di avere, così facendo, attentato alla dignità della storia,

qualora mi riesca di esporre agli occhi degli Inglesi del secolo

decimonono una vera pittura della vita de’ loro antichi.

Gli eventi che mi propongo di narrare formano un solo atto d’un

grande e complicato dramma che risale ad età remote, e che sarebbe

imperfettissimamente inteso ove lo intreccio degli atti precedenti

rimanesse ignoto. Per la qual cosa aprirò la mia narrazione narrando

a brevi tratti la storia della nostra patria da’ suoi antichissimi

tempi. Passerò di volo sopra molti secoli, ma mi fermerò alquanto

sulle vicissitudini della lotta che l’amministrazione di re Giacomo II

condusse ad una crisi decisiva.[1]

II. Nessuna cosa nelle primitive condizioni in cui trovatasi la

Britannia, indicava la grandezza che essa era destinata a conseguire.

Gli abitatori, allorquando furono scoperti dai marinari di Tiro, erano

di poco superiori ai naturali delle Isole Sandwich. Vennero soggiogati

dalle armi romane, ma riceverono solo una debole tinta delle lettere ed

arti romane. Delle provincie occidentali che obbedivano all’autorità

dei Cesari, la Britannia fu l’ultima che conquistassero, e la prima

che perdessero. Non vi si trovano magnifiche ruine di portici e

d’aquedotti romani. Nel novero dei maestri della eloquenza e poesia

latina non è un solo che sia britanno d’origine. Non è probabile che

agl’isolani fosse mai, generalmente parlando, famigliare la lingua

de’ loro signori italiani. Dallo Atlantico fino alle rive del Reno,

l’idioma latino predominò per molti secoli. Cacciò via il celtico,

non fu cacciato dal germanico, ed oggimai costituisce il fondamento

delle favelle francese, spagnuola e portoghese. Nell’isola nostra e’

sembra che il parlare latino non giungesse mai a prevalere sul vecchio

gallico, e non tenesse fronte all’anglo–sassone.

La scarsa e superficiale civiltà che i Britanni avevano derivata dai

loro padroni meridionali, venne spenta dalle calamità del secolo

quinto. Nei regni continentali nei quali era partito lo impero romano,

i barbari conquistatori impararono molto dalle genti conquistate. Nella

Britannia la razza conquistata divenne tanto barbara, quanto erano

barbari i conquistatori.

III. Tutti i condottieri che fondarono le dinastie teutoniche nelle

provincie continentali dello impero romano, come Alarico, Teodorico,

Clovi, Alboino, erano zelanti cristiani. I seguaci di Ida e Cerdico,

all’invece, trasportarono in Britannia tutte le superstizioni

dell’Elba. Mentre i principi germanici che regnavano in Parigi, Toledo,

Arli e Ravenna, ascoltavano riverenti le istruzioni dei vescovi,

adoravano le reliquie de’ martiri, ed attendevano volentieri alle

dispute dei teologi, i signori di Wessex e di Mercia seguitavano a

compiere i loro barbarici riti nei tempii di Thor e di Odino.

I Regni continentali che erano sorti sopra le ruine dello impero

occidentale, tenevano qualche comunicazione con quelle provincie

d’oriente, dove l’antica cultura, comecchè venisse lentamente

consumandosi per i malefici effetti del mal governo, poteva tuttavia

maravigliare ed erudire i barbari; dove la corte tuttavia sfoggiava lo

splendore di Diocleziano e di Costantino; dove i pubblici edilizi erano

sempre adornati dalle sculture di Policleto e dai dipinti d’Apelle; e

dove gl’infaticabili pedanti, comunque scemi di gusto, di sentimento e

di spirito, potevano leggere e interpretare i capolavori di Sofocle,

di Demostene e di Platone. La Britannia non isperimentava i benefici

effetti di siffatta comunicazione. I suoi lidi, alle menti de’ popoli

culti che stanziavano lungo il Bosforo, erano obbietti d’un orrore

misterioso, nel modo medesimo che agli Jonii de’ tempi omerici lo erano

lo stretto di Scilla e la città de’ Lestrigoni cannibali. Era nella

isola nostra una provincia, come avevano riferito a Procopio, nella

quale il suolo era gremito di serpenti, e l’aria era così pestifera

da non potersi respirare senza trovarvi la morte. A questa desolata

regione una strana genia di pescatori trasportava a mezza notte dalla

terra dei Franchi le ombre dei trapassati. La parola dei morti era

distintamente udita dal barcaiuolo; facevano col peso loro affondare i

navicelli nelle onde, ma le loro forme rimanevano invisibili ad occhio

mortale. Tali erano le maraviglie che un egregio storico, coetaneo

di Belisario, di Simplicio e di Triboniano, raccontava con tutta

gravità nella opulenta e culta Costantinopoli, intorno al paese dove

il fondatore di Costantinopoli aveva assunta la porpora imperiale.

Intorno alle altre provincie dello impero occidentale abbiamo una serie

continuata di notizie: all’incontro, nella sola Britannia una età

favolosa divide pienamente due età di vero. Odoacre e Totila, Eurico

e Trasimondo, Clovi, Fredegonda e Brunchilde, sono uomini e donne

storiche; ma Engisto ed Orsa, Vortigerno e, Rovena, Arturo e Mordredo,

sono personaggi mitici, la esistenza dei quali potrebbe mettersi in

dubbio, mentre le gesta loro sono da porsi con quelle di Ercole e di

Romolo.

IV. Finalmente la tenebra sembra squarciarsi, e il paese che sparisce

all’occhio col nome di Britannia, riapparisce con quello d’Inghilterra.

La conversione degli Anglo–Sassoni al Cristianesimo fu la prima d’una

lunga serie di benefiche rivoluzioni. Egli è vero che la Chiesa era

stata profondamente corrotta e dalla superstizione e dalla filosofia,

contro le quali essa aveva lungo tempo combattuto, e sopra le quali

aveva alla perfine trionfato. Era stata agevole pur troppo ad adottare

dottrine derivate dalle antiche scuole, e riti dedotti dagli antichi

templi. La politica romana e la ignoranza gotica, la credulità greca

e l’ascetismo siriaco, avevano cooperato a depravarla. Nondimeno

serbava tanto della sublime teologia e della benefica morale dei suoi

primordii, da elevare gl’intelletti e purificare i cuori di molti.

Parecchie cose medesimamente, le quali in età più tarda vennero con

ragione considerate fra le sue più gravi mende, erano nel secolo

settimo, e lungo tempo dopo, annoverate fra i suoi meriti principali.

Che l’ordine sacerdotale usurpasse l’ufficio de’ magistrati civili, ai

dì nostri, sarebbe un gran male. Ma ciò che in un’epoca di governo bene

ordinato è un male, potrebbe in un’epoca di rozzo e pessimo governo

essere un bene. È meglio che l’umanità venga governata da leggi savie

e bene amministrate, e da una pubblica opinione illuminata, anzi che

dalle arti pretesche: ma è meglio che gli uomini vengano governati da

arti siffatte, più presto che dalla violenza brutale; da un prelato

come Dunstano, anzi che da un guerriero come Penda. Una società immersa

nella ignoranza e retta dalla sola forza fisica, ha grande ragione

a bene sperare che una classe di uomini che eserciti intellettuale

e morale influenza, s’innalzi al governo della cosa pubblica. Non è

dubbio che gente siffatta faccia abuso del proprio potere: ma il potere

mentale, quando anche se ne abusi, è sempre migliore e più nobile di

quello che consiste nella semplice forza corporea. Nelle cronache

anglo–sassoni s’incontrano taluni tiranni i quali, come pervenivano a

grado altissimo di grandezza, erano lacerati da’ rimorsi, aborrivano

dai piaceri e dalle dignità che avevano conseguite col prezzo della

colpa, abdicavano le loro corone, e studiavansi di scontare i loro

delitti con crude penitenze e continue preghiere. Di tali fatti hanno

parlato con amare espressioni di spregio parecchi scrittori, i quali

mentre facevano pompa di libero pensare, erano veramente di tanto

meschino cervello quanto poteva esserlo un monaco de’ tempi barbari,

ed avevano costume di misurare gli universi fatti della storia del

mondo con le medesime seste con che giudicavano la società parigina del

secolo decimottavo. Nulladimeno, un sistema il quale, comunque sformato

dalla superstizione, introdusse un vigoroso freno morale nella società

per innanzi governata dalla sola forza de’ muscoli e dalla audacia

dell’animo; un sistema il quale insegnava al più potente e feroce

signore, ch’egli era, al pari dell’infimo dei suoi sudditi, un ente

responsabile; è degno d’essere rammentato con maggiore rispetto dai

filosofi e dai filantropi.

Le stesse osservazioni calzano allo spregio con che, nel secolo

andato, era costume di parlare de’ pellegrinaggi, de’ santuari, delle

crociate, e delle istituzioni monastiche del medio evo. In tempi ne’

quali gli uomini quasi mai inducevansi a viaggiare, spinti da una

curiosità liberale o dal desio di guadagno, era meglio che il rozzo

abitatore del Settentrione visitasse la Italia e l’Oriente come

pellegrino, più presto che rimanesse a vegetare negli squallidi tuguri

e tra le foreste dove era nato. In tempi ne’ quali la vita e l’onore

delle donne giacevano esposti a diuturni pericoli per le sfrenate

voglie dei tiranni e de’ loro ladroni, era pur meglio che il ricinto

di un un altare ispirasse una irragionevole paura, anzi che non vi

fosse asilo nessuno inaccessibile alla crudeltà ed alla licenza. In

tempi ne’ quali gli uomini di Stato erano inetti a formare vaste

combinazioni politiche, era meglio che le nazioni cristiane sorgessero

collegate per correre al riacquisto del Santo Sepolcro, anzi che, una

dopo l’altra, fossero soggiogate dalla potenza maomettana. Sia qual

si voglia il rimprovero che in una età più tarda venisse scagliato

equamente su la indolenza e il lusso degli ordini religiosi, egli era

un bene, fuor d’ogni dubbio, che in un tempo d’ignoranza e di ferocia

vi fossero chiostri e giardini tranquilli, dove le arti della pace

potevano quetamente coltivarsi, dove gli spiriti dolci e contemplativi

potevano trovare un asilo, dove un umile fraticello poteva occuparsi

a trascrivere la _Eneide_ di Virgilio ed un altro a meditare su le

opere d’Aristotele, dove colui che aveva l’anima calda della sacra

favilla delle arti poteva miniare un martirologio o scolpire un

crocifisso, e dove lo intelletto prono alla filosofia naturale poteva

fare esperimenti intorno alle proprietà delle piante e de’ minerali. Se

simiglianti luoghi di ritiro non fossero stati sparsi qua e là fra le

capanne del misero contadiname e i castelli della feroce aristocrazia,

la società europea sarebbe stata composta di bestie da soma e di

bestie da preda. La Chiesa è stata assai volte dai teologi paragonata

all’arca, della quale si legge nel libro della Genesi; ma giammai tale

somiglianza fu così perfetta, come nei tempi tristi nei quali ella

sola procedeva fra il buio e le tempeste sopra il diluvio, sotto cui

tutte le grandi opere della potenza e sapienza degli antichi giacevano

prostrate, e portava seco quel lieve germe dal quale nacque poscia una

nuova civiltà e più gloriosa.

Perfino la supremazia spirituale che il papa arrogavasi, produsse in

quelle età buie più bene che male. Per essa le nazioni dell’Europa

Occidentale si congiunsero in una grande repubblica. Ciò che i giuochi

olimpici o l’oracolo di Pitia erano stati per tutte le città greche da

Trebisonda fino a Marsilia, Roma e il suo vescovo furono per tutti i

cristiani di comunione latina, dalla Calabria fino alle Ebridi. Così

germogliarono e crebbero i sentimenti di più estesa benevolenza. Genti

divise da mari e da monti riconobbero un vincolo fraterno e un codice

comune di diritto pubblico. Anche in guerra, la crudeltà del vincitore

era non rade volte mitigata dal pensiero che esso e i vinti suoi nemici

erano membri d’una sola grande federazione.

Gli Anglo–Sassoni finalmente vennero ammessi a questa federazione.

Si aperse una comunicazione regolare tra le nostre spiagge e quella

parte d’Europa nella quale i vestigi della potenza e civiltà antiche

erano tuttavia discernibili. Molti egregi monumenti, che sono stati

poscia distrutti o trasfigurati, serbavano ancora la loro primigenia

magnificenza; e i viaggiatori, cui Livio e Sallustio riuscivano

inintelligibili, potevano acquistare dallo spettacolo degli aquedotti

e dai templi romani qualche lieve nozione di storia romana. La cupola

d’Agrippa, tuttavia luccicante di bronzo; il mausoleo d’Adriano, non

ancora spoglio delle sue statue e colonne; l’anfiteatro di Flavio, non

ancora degradato a farne una piazza, raccontavano ai pellegrini della

Mercia e del Nortumbria la storia di quella gran gente incivilita, che

era scomparsa dalla faccia del mondo.

Gl’isolani ritornavano ai propri lidi con riverenza profondamente

impressa nelle loro menti mezzo stenebrate, e riferivano agli

stupefatti abitatori de’ tuguri di Londra e di York, come presso alla

tomba di San Pietro una potente generazione d’uomini, adesso spenta,

aveva innalzati tali edifici che avrebbero sfidata la furia del tempo

fino al dì dell’estremo giudizio. Il sapere teneva dietro ai passi del

Cristianesimo. La poesia e la eloquenza del secolo d’Augusto vennero

solertemente studiate nei monasteri anglo–sassoni. I nomi di Beda, di

Alcuino e di Giovanni, soprannominato Erigena, diventarono giustamente

celebri per tutta l’Europa. Tali erano le condizioni del nostro paese

allorquando, nel nono secolo, principiò l’ultima grande calata dei

Barbari del Settentrione.

V. Pel corso di parecchie generazioni, dalla Danimarca e dalla

Scandinavia seguitarono a sbucare innumerevoli pirati, famosi per

forza, valore, implacabile ferocia, e odio contro il nome cristiano.

Non vi fu paese che al pari dell’Inghilterra patisse le devastazioni

di cotesti invasori. Le sue coste giacevano presso ai porti donde essi

movevano, nè parte alcuna della nostra isola poteva dirsi così discosta

dal mare da potersi tenere immune dalle loro aggressioni. Le medesime

atrocità che avevano tenuto dietro alla vittoria dei Sassoni sopra i

Celti, toccarono poscia ai Sassoni per le mani dei Danesi. La civiltà,

che già principiava a sorgere, non ne sostenne il colpo e giacque di

nuovo. Grosse colonie di venturieri, movendo dal Baltico, stabilironsi

sopra le nostre spiagge orientali, e a poco a poco procedendo verso

Occidente, sostenuti dagli aiuti che loro venivano dal mare, ambirono

il dominio di tutto il reame. Il conflitto fra le due fiere razze

teutoniche durò per sei generazioni, signoreggiandosi alternativamente.

Crudeli carnificine seguite da vendette crudeli, provincie devastate,

conventi saccheggiati, città distrutte dalle fondamenta, compongono

la più gran parte della storia di quegl’infausti giorni. Alla perfine

cessò di erompere dal Settentrione quel perpetuo torrente di predoni,

e da quel tempo in poi la scambievole avversione delle razze cominciò

a scemare. I mutui connubi divennero frequenti. I Danesi impararono la

religione dei Sassoni; e in tal guisa estirpossi una delle cagioni del

loro odio mortale. Gl’idiomi danese e sassone, entrambi dialetti d’una

lingua più estesa, armonizzarono in uno. Ma la distinzione tra i due

popoli non era affatto scomparsa allorchè sopraggiunse un evento, che

li prostrò, schiavi e degradati entrambi, ai piedi di un terzo popolo.

VI. I Normanni erano a quei tempi la gente più insigne di tutta

la Cristianità. Per valore e ferocia si erano resi cospicui fra i

predatori che la Scandinavia aveva già mandati a devastare la Europa

Occidentale. Le loro navi furono per lunga stagione il terrore di

ambi i lidi dello Stretto. Spinsero più volte le armi loro nel cuore

dello imperio de’ Carlovingi, e rimasero vittoriosi sotto le mura di

Maestricht e di Parigi. In fine, uno dei fiacchi eredi di Carlomagno

cesse agli stranieri una fertile provincia, irrigata da un bel fiume

e contigua al mare, che era il loro prediletto elemento. In quella

provincia fondarono uno Stato potente, il quale a poco per volta

venne estendendo la propria influenza sopra i principati vicini di

Bretagna e di Maine. Senza deporre l’indomito valore che aveva tenuta

in perpetua paura ogni terra dall’Elba fino ai Pirenei, i Normanni

rapidamente acquistarono tutto; e, più che tutto, il sapere e la

cultura che trovarono nelle contrade dove s’erano stanziati; mentre

il loro coraggio tutelava il territorio dalle straniere invasioni.

Ordinarono internamente lo Stato in modo affatto ignoto da lungo

tempo all’impero franco. Abbracciarono il Cristianesimo, e con esso

impararono gran parte di di ciò che il clero poteva insegnare. Smesso

lo idioma natio, abbracciarono la favella francese, nella quale

predominava lo elemento latino, ed innalzarono speditamente il loro

nuovo linguaggio ad una dignità ed importanza che non aveva per lo

innanzi posseduto. Lo trovarono in condizione di gergo barbarico, e gli

dettero norme fisse scrivendolo, e usandolo nelle leggi, nella poesia

e nel romanzo. Deposero la brutale intemperanza, cui tutte le altre

razze della gran famiglia germanica erano pur troppo inchinevoli. Il

lusso squisito del Normanno offre un mirabile contrasto con la rozza

ghiottoneria e ubbriachezza de’ Sassoni e Danesi suoi vicini. Amava di

far pompa della propria magnificenza non in vaste provvisioni di cibi e

di bevande, ma in grandi e stabili edifici, ricche armature, generosi

cavalli, eletti falconi, bene ordinati tornei, banchetti delicati più

presto che abbondanti, e vini notevoli meglio per isquisito sapore che

per forza inebbriante. Quello spirito cavalleresco che ha esercitata

così forte influenza sopra la politica, la morale e i costumi di tutte

le nazioni europee, trovavasi grandissimo nei Nobili normanni. Questi

nobili facevansi notare per la grazia del loro contegno e del loro

conversare; per la destrezza nel condurre i negozi, e per la eloquenza

naturale, che con estrema solerzia coltivavano. Uno dei loro storici

s’inorgoglisce affermando, i Normanni essere oratori fin dalle fasce.

Ma la loro precipua celebrità derivava dalle imprese militari. Ogni

paese dall’Oceano Atlantico fino al Mare Morto rendeva testimonio

de’ prodigi della disciplina e del valor loro. Un solo cavaliere

normanno, capo di una mano di guerrieri, cacciò i Celti dal Connaught.

Un altro fondò la monarchia delle Due Sicilie, e vide lo imperatore

d’Oriente e quello d’Occidente fuggire allo aspetto dell’armi sue. Un

terzo, l’Ulisse della prima crociata, venne innalzato da’ suoi fidi

commilitoni alla sovranità d’Antiochia; ed un quarto, quel Tancredi

che vive eterno nel grande poema del Tasso, era celebre per tutta la

Cristianità come il più strenuo e generoso fra i campioni del Santo

Sepolcro.

La propinquità di un popolo così notevole cominciò ben per tempo a

produrre un effetto sullo spirito pubblico dell’Inghilterra. Innanzi

la conquista, i principi inglesi andavano a educarsi in Normandia.

Mari e terre inglesi venivano conferite ai signori normanni. L’idioma

normanno–francese parlavasi familiarmente nel palazzo di Westminster.

La corte di Rouen pareva che fosse verso la corte di Eduardo il

Confessore ciò che la corte di Versailles, lunghi anni dopo, era verso

la corte di Carlo II.

VII. La battaglia di Hastings, e le vicende che ne derivarono, non solo

posero un duca di Normandia sul trono inglese, ma sottoposero tutta

la popolazione dell’Inghilterra alla tirannide della razza normanna.

Rade volte, e perfino in Asia, una nazione soggiogò un’altra nazione

tanto pienamente, quanto la normanna fece dell’inglese. I capitani

degli invasori divisero la contrada tuttaquanta, e se ne distribuirono

le parti; e per mezzo di vigorose istituzioni militari, validamente

connesse con la istituzione della proprietà, riuscirono ad opprimere i

naturali del paese. Un codice penale crudele e crudelmente eseguito,

tutelava i privilegi e perfino i diporti de’ tiranni stranieri.

Nonostante, la razza soggiogata, quantunque prostrata e calpesta,

mandava fieramente il suo fremito. Parecchi uomini audaci, che poscia

divennero eroi delle nostre vecchie ballate, rifugiaronsi fra le

selve, ed ivi sfidando leggi di copri–fuoco e di foreste, conducevano

una guerra predatoria contro gli oppressori. Gli assassinii erano

fatti giornalieri. Molti dei Normanni sparivano improvvisamente senza

che ne rimanesse vestigio. Trovavansi numerosi cadaveri aventi

segni di morte violenta. Fu bandita la morte per mezzo della tortura

contro gli assassini, i quali venivano ansiosamente cercati, ma quasi

sempre indarno; perocchè la intera nazione cospirava a nasconderli.

Finalmente, reputarono necessario imporre una grave multa sopra ogni

centuria di abitanti fra’ quali un individuo d’origine francese fosse

trovato ucciso: legge che fu seguita da un’altra, che ordinava ogni

individuo ucciso doversi reputare francese, qualvolta non potesse

provarsi che fosse sassone.

Nel corso de’ centocinquanta anni che seguirono la conquista, a

parlare dirittamente, non esiste storia inglese. I re francesi

d’Inghilterra veramente inalzaronsi tanto, da diventare la meraviglia

e il terrore di tutte le nazioni vicine. Conquistarono la Irlanda:

riceverono l’omaggio dalla Scozia. Per mezzo del valore, della

politica, de’ prosperi e splendidi connubi loro, diventarono più

potenti sul continente, di quello che fossero i re di Francia, loro

sovrani feudali. L’Asia al pari dell’Europa era abbarbagliata dallo

splendore della potenza e gloria loro. I cronisti arabi prendevano

ricordo con forzata ammirazione della caduta di Acri, della difesa

di Joppe, e della vittoriosa marcia d’Ascalone; e le madri arabe per

imporre silenzio ai loro figliuoli, rammentavano loro il nome del

Plantageneto dal cuore di leone. Vi fu un tempo che la discendenza di

Ugo Capeto parve presso ad estinguersi, nel modo stesso con che eransi

estinte le dinastie de’ Merovingi e de’ Carlovingi; e che una sola

grande monarchia dovesse estendersi dalle Orcadi fino a’ Pirenei. È

così forte il nesso che le menti stabiliscono tra la grandezza d’un

sovrano e la grandezza della nazione da lui governata, che quasi tutti

gli storici dell’Inghilterra hanno descritto con un sentimento di

esultanza il potere e lo splendore de’ suoi padroni stranieri, ed hanno

compianta la decadenza di quello splendore e potere come una calamità

della patria nostra. La quale cosa, a dir vero, è così assurda, come

lo sarebbe se un negro d’Haiti dei nostri tempi considerasse con

orgoglio nazionale la grandezza di Luigi XIV, e parlasse di Blenheim

e Ramilies con patrio dolore e vergogna. Il conquistatore e i suoi

discendenti fino alla quarta generazione non erano uomini inglesi:

quasi tutti erano nati in Francia; passavano la maggior parte della

vita in Francia; la loro favella era francese; pressochè tutti gli

alti uffici da loro dipendenti erano affidati ad individui francesi;

ogni acquisto che facevano sul continente li rendeva ognora più

stranieri alla popolazione dell’isola nostra. Uno de’ più egregi

fra loro, a vero dire, tentò di procacciarsi lo affetto de’ suoi

sudditi inglesi, sposando una principessa inglese. Ma molti de’ suoi

baroni consideravano quel matrimonio come i cittadini della Virginia

considererebbero un matrimonio tra un padrone e una fanciulla schiava.

Nella storia quel principe è conosciuto sotto l’onorevole soprannome di

Beauclerc; ma nei suoi tempi, i suoi concittadini gli avevano apposto

un soprannome sassone a dileggio del suo sposalizio con una donna

sassone.

Se ai Plantageneti fosse venuto fatto, siccome una volta parve

verosimile, di porre tutta la Francia sotto il loro dominio, egli

è probabile che la Inghilterra non avrebbe avuta mai una esistenza

indipendente. I suoi principi, i signori, i prelati, sarebbero

stati uomini diversi di sangue e di lingua dagli artigiani e dagli

agricoltori. Le entrate de’ suoi grandi possidenti sarebbero state

spese in feste e diporti su le rive della Senna. La nobile favella di

Milton e di Burke sarebbe rimasta nella condizione di rustico dialetto,

priva di letteratura, di grammatica, d’ortografia fissa, abbandonata

all’uso della plebaglia. Nessuno uomo di discendenza inglese si sarebbe

innalzato a grado eminente, ove non fosse diventato francese per lingua

e costumi.

VIII. La Inghilterra va debitrice di avere scansate coteste calamità

ad uno avvenimento che gli storici hanno generalmente rappresentato

come un disastro. I suoi interessi erano così direttamente opposti agli

interessi de’ suoi principi, che erasi ridotta a sperare soltanto negli

errori e nelle traversie loro. Lo ingegno e perfino le virtù de’ sei

primi re francesi che la signoreggiarono, furono per lei una sciagura.

La demenza e i vizi del settimo le furono di salvezza. Se Giovanni

avesse ereditato gl’incliti pregi del padre suo, d’Enrico Beauclerc, o

del Conquistatore; anzi se avesse egli posseduto il coraggio marziale

di Stefano o di Riccardo, e se il re di Francia a quel tempo stesso

fosse stato inetto al pari di tutti i successori di Ugo Capeto; la casa

de’ Plantageneti avrebbe acquistata in tutta l’Europa una supremazia

senza rivali. Se non che, appunto in quell’età, la Francia per la

prima volta dopo la morte di Carlomagno era governata da un principe

d’animo destro e vigoroso. Dall’altro canto la Inghilterra, la quale,

dalla battaglia di Hastings in poi, era stata, generalmente parlando,

retta da savi uomini di Stato, e sempre da strenui guerrieri, cadde

sotto la dominazione d’un principe frivolo e codardo. Fino da quello

istante le sue sorti cominciarono a splendere. Giovanni fu cacciato di

Normandia. I nobili normanni si videro astretti ad eleggere fra l’isola

e il continente. Chiusi dal mare fra un popolo che avevano fino allora

oppresso e spregiato, si vennero inducendo a considerare l’Inghilterra

come patria, e gli Inglesi come concittadini. Le due razze, così

lungo tempo ostili, si accorsero tosto di aver comuni gl’interessi,

comuni i nemici. Entrambe giacevano oppresse sotto la tirannia di un

re malvagio. Entrambe ardevano di sdegno vedendo la corte prodigare i

suoi favori sopra genti nate nel Poitou o nell’Aquitania. I pronipoti

di coloro che avevano pugnato sotto Guglielmo, e i pronipoti di coloro

che avevano pugnato sotto Aroldo, cominciarono ad appropinquarsi con

vicendevole amistanza; e il primo pegno della loro riconciliazione

fu la Grande Carta, che essi guadagnarono coi loro sforzi comuni, e

formarono a comune benefizio.

IX. Qui principia la storia della nazione inglese. La storia

delle vicissitudini precedenti è il racconto de’ torti inflitti e

sostenuti dalle varie tribù, le quali, comecchè abitassero sopra il

suolo inglese, trattavansi con tale avversione, che non è forse mai

esistita fra popoli divisi da fisici confini. Imperciocchè, perfino

la scambievole animosità de’ paesi in guerra fra loro, è lieve al

paragone dell’animosità delle nazioni le quali, moralmente separate,

stanziano commiste in un medesimo luogo. Non è paese in cui l’odio di

razza trascorresse tanto oltre quanto in Inghilterra. Non è paese in

cui quell’odio si fosse tanto onninamente spento. Non conosciamo con

precisione gli stadi diversi del processo con che gli elementi ostili

si fusero in una massa omogenea. Ma egli è certo che allorquando

Giovanni ascese al trono, la distinzione tra Sassoni e Normanni

esisteva evidentissima, e che avanti la fine del regno del suo nipote

era quasi scomparsa. Nel tempo di Riccardo I, l’ordinaria imprecazione

d’un gentiluomo normanno era: «Ch’io possa diventare un inglese!» e

volendo sdegnosamente negare, diceva: «Che mi prendete voi per un

inglese?» Cento anni dopo, il discendente di quel gentiluomo andava

orgoglioso del nome d’inglese.

Le scaturigini de’ più bei fiumi che spargono la fertilità sopra la

terra, e portano i navigli gravi di ricchezze al mare, sono da cercarsi

fra mezzo alle aride e selvagge montagne inesattamente segnate nelle

carte geografiche, e bene di rado esplorate dai viaggiatori. Questa

immagine può rendere una idea della storia del nostro paese nel secolo

decimoterzo. Per quanto sterile e buio sia quel periodo dei nostri

annali, è mestieri cercare in esso l’origine della libertà, prosperità

e glorie nostre. E’ fu allora che il gran popolo inglese formossi; che

l’indole nazionale principiò a mostrarsi con quelle peculiarità che

ha poi sempre serbate; e che i nostri antichi divennero enfaticamente

isolani, e isolani non solo per geografica postura, ma per politica,

sentimenti e costumi. Allora comparve per la prima volta distintamente

quella Costituzione, che ha poi sempre, traverso a tante modificazioni,

serbata la sua identità; quella Costituzione, della quale tutti i

liberi statuti degli altri popoli altro non sono che copie; e la

quale, malgrado talune mende, è degna di essere considerata come la

migliore sotto cui una grande società sia mai esistita pel corso di

molti secoli. E’ fu allora che la Camera dei Comuni, archetipo di

tutte le assemblee rappresentative che oggidì si ragunano nel vecchio

mondo e nel nuovo, tenne le sue prime sessioni. E’ fu allora che il

diritto comune inalzossi alla dignità di scienza, e rapidamente divenne

rivale non indegno della giurisprudenza imperiale. E’ fu allora che

il coraggio di quei marinari i quali conducevano le rozze barche dei

Cinque Porti, rese primamente la bandiera inglese formidabile su per

i mari. E’ fu allora che i più antichi collegi che vivono tuttavia

nelle due grandi sedi nazionali del sapere, formaronsi. Formossi allora

parimente quella lingua, la quale, benchè meno armoniosa, a dir vero,

degli idiomi meridionali, nondimeno, e per vigoria e per ricchezza e

per essere atta a significare tutti gli alti concetti del poeta, del

filosofo e dell’oratore, cede soltanto alla greca. Allora medesimamente

mostrossi la prima alba di quella inclita letteratura, che costituisce

la più splendida e durevole delle molte glorie di cui mena vanto

l’Inghilterra.

Coll’iniziarsi del secolo decimoquarto, la perfetta congiunzione delle

razze era pressochè compita; e si rese subito manifesto, a segni non

dubbi, che un popolo non inferiore ad alcun altro popolo del mondo

erasi formato dalla mistura delle tre razze e della grande famiglia

teutonica, fra loro e cogli aborigeni bretoni. Vero è che non vi era

quasi nulla di comune tra la Inghilterra alla quale re Giovanni era

stato cacciato da Filippo Augusto, e la Inghilterra dalla quale le armi

di Eduardo III mossero a conquistare la Francia.

X. Seguì un periodo di cento e più anni, nel quale lo scopo precipuo

degl’Inglesi fu quello di stabilire con la forza delle armi un grande

impero sul continente. Il diritto di Eduardo al retaggio occupato

dalla Casa di Valois era tale, da sembrare che dovesse poco muovere

gl’interessi de’ suoi sudditi. Ma lo amore delle conquiste di subito

scese dal principe al popolo. Cotesta guerra differiva grandemente

dalle guerre che i Plantageneti del secolo duodecimo avevano condotte

contro i discendenti di Ugo Capeto: poichè la fortuna delle armi di

Enrico II e di Riccardo I avrebbe resa la Inghilterra provincia della

Francia; mentre lo effetto de’ prosperi successi di Eduardo III e

di Enrico V era quello di far della Francia, per alcun tempo, una

provincia dell’Inghilterra. Lo spregio con che, nel secolo duodecimo,

i conquistatori del continente avevano guardato gl’isolani, era adesso

gettato dagli isolani su’ popoli del continente. Ogni popolano, da

Kent fino a Northumberland, reputavasi come individuo d’una razza nata

alla vittoria e all’impero, e volgeva uno sguardo di scherno alla

nazione innanzi alla quale i suoi antenati avevano tremato. Anche

que’ cavalieri di Guascogna e Guienna, i quali avevano valorosamente

combattuto sotto il Principe Nero, venivano considerati dagl’Inglesi

come uomini di classe inferiore, e quindi erano sprezzevolmente esclusi

dai comandi lucrosi. Fra tempo non molto i nostri progenitori persero

d’occhio il motivo principale della lotta. Principiarono a considerare

la corona di Francia come un semplice appannaggio della corona

d’Inghilterra; e allorchè, violando la legge ordinaria di successione,

concessero lo scettro del reame inglese alla casa di Lancaster, e’

pare che pensassero il diritto di Riccardo II alla corona di Francia

essere naturalmente passato a quella casa. Lo zelo e vigore ch’essi

mostrarono offre un notevole contrasto col torpore dei Francesi, ai

quali l’esito di quella lotta era di assai più grave momento. Le armi

inglesi a quei tempi riportarono le più grandi vittorie di cui si

faccia ricordo negli annali del medio evo, contro nemici grandemente

disuguali. Di certo erano vittorie di cui può con ragione gloriarsi un

popolo; perocchè esse debbono ascriversi alla superiorità morale de’

vincitori: superiorità che si mostrò assai più mirabile negl’infimi

gradi delle milizie. I cavalieri d’Inghilterra trovarono degni rivali

nei cavalieri di Francia. Chandos ebbe un nemico degno di sè nella

persona di Du Guesclin. Ma la Francia non aveva fanti che osassero

stare a petto degli arcieri ed alabardieri inglesi. Un re francese

venne condotto prigioniero in Londra. Un re inglese fu incoronato in

Parigi. Il vessillo di San Giorgio sventolò di là da’ Pirenei e dalle

Alpi. Sulle sponde meridionali dell’Ebro gl’Inglesi riportarono una

grande vittoria, che per un tempo decise delle sorti di Leon e di

Castiglia; e le compagnie Inglesi ottennero una formidabile preeminenza

fra le bande de’ guerrieri i quali ponevano le loro armi agli stipendi

dei principi e delle repubbliche d’Italia.

Nè le arti della pace furono neglette da’ nostri padri in quei torbidi

tempi. Mentre la Francia pativa le devastazioni della guerra, fino a

che trovò nella sua stessa desolazione una miserabile difesa contro

gl’invasori, gl’Inglesi coltivavano i loro campi, ornavano le loro

città, trafficavano e studiavano tranquilli e senza disturbi. Molti

de’ nostri monumenti architettonici appartengono a quell’epoca. Allora

sorsero le splendide cappelle di New–College e di San Giorgio, la

navata di Winchester e il coro di York, l’aguglia di Salisbury e le

torri maestose di Lincoln. Una lingua abbondante e vigorosa, formata

dalla mistura dell’idioma normanno–francese col germanico, era parlata

egualmente dalla aristocrazia e dal popolo. Nè passò molto tempo

che il genio cominciò a servirsene per la manifestazione delle sue

stupende creazioni. Mentre le milizie inglesi, lasciandosi addietro le

devastate provincie della Francia, entravano trionfanti in Valladolid

e spargevano il terrore fino alle porte di Firenze, i poeti inglesi

dipingevano con vivi colori tutta la vasta varietà delle costumanze

e delle fortune umane; e i pensatori inglesi aspiravano a indagare o

ardivano dubitare, là dove i bacchettoni erano stati satisfatti ad

ammirare o a credere. L’età stessa che produsse il Principe Nero e

Derby, Chandos e Hawkwood, generò parimente Goffredo Chaucer e Giovanni

Vicleffo.

Con modo sì splendido e imperatorio, il popolo inglese, propriamente

detto, prese posto fra le nazioni del mondo. Nondimeno, mentre con

diletto contempliamo gl’incliti pregi che adornavano i nostri antichi,

non possiamo negare che il fine cui aspiravano era dannato e dalla

onestà e dalla saggia politica, e che la sinistra fortuna che li

costrinse, dopo una lunga e sanguinosa lotta, a deporre la speranza

di stabilire un grande impero continentale, fu un vero bene sotto le

sembianze di un disastro. Finalmente i Francesi si rifecero d’animo e

di senno; e cominciarono ad opporre una vigorosa resistenza nazionale

a’ conquistatori stranieri. E da quel tempo, la destrezza dei capitani

inglesi e il coraggio dei soldati loro, fortunatamente per l’umanità,

tornarono vani. Dopo molti sforzi disperati, col cordoglio nell’animo,

i nostri antenati rinunziarono alla conquista. Da quell’epoca in poi,

nessun Governo inglese ha seriamente e fermamente fatto disegno di

grandi conquiste sul Continente.

Il popolo, egli è vero, seguitò a carezzare con orgoglio la rimembranza

di Cressy, di Poitiers e d’Agincourt. Anche molti anni appresso tornava

agevole accendergli il sangue ed ottenerne sussidii con la sola

promessa di riprendere la impresa di Francia. Ma, avventuratamente, le

forze del nostro paese sono state dirette a fini più degni; ed ormai

nella storia del genere umano occupa un posto assai più glorioso di

quello che terrebbe qualora avesse acquistato, siccome un tempo era

parso probabile, per mezzo della spada una supremazia simile a quella

che in antico conseguì la repubblica romana.

Storia d'Inghilterra, vol 1 · 第 1 / 58 段