I.

Il terzo calendero, figliuolo di re, narra, nelle _Mille e una Notte_,

come dopo aver corso, con dieci navi, moltissimo mare, e sostenuta

una furiosa procella, egli ed i suoi smarrissero per sì fatto modo il

cammino, che nessuno sapeva più dov'e' fossero. Un giorno, dall'alto

dell'albero maestro, un marinajo, che stava in vedetta, gridò che

non vedeva, tutto all'intorno, se non acqua e cielo, meno che dalla

parte di prua, dove appariva una gran macchia nera. A tale annunzio

il nocchiero mutò colore, buttò il turbante sul ponte, si picchiò il

viso, e piangendo gridò: O mio re, noi siam tutti perduti! Sollecitato

a spiegarsi, disse quella macchia nera non essere altro che il Monte

della Calamita, il quale ormai traeva a sè irresistibilmente le navi,

per cagion dei chiodi e dell'altre ferramenta ch'erano in esse, e

palesò a tutti ciò ch'era per seguire, ciò che in fatto seguì. Le

navi s'andarono sempre più approssimando alla formidabil montagna,

e il dì seguente, a certo punto, le ferramenta loro, sbarbate dal

legname, volarono ad essa, e con ispaventoso rumore aderirono alla sua

superficie, la quale d'altre infinite ferramenta vedevasi ingombra. In

un súbito le navi si sfasciarono, e quanti erano in esse furon sommersi

nel mare, ch'era ivi di profondità smisurata. Tutti perirono, meno il

principe. Costui potè raggiungere il monte, e per una angustissima

gradinata salire fin sulla cima, dove, sotto una cupola, vedevasi

un cavaliere di bronzo, sopra un cavallo similmente di bronzo; opera

magica, da cui veniva alla rupe la sua perniciosa virtù, e che doveva

essere distrutta perchè quel mare tornasse sgombro d'ogni pericolo

ai naviganti. Istruito da un vecchio, durante il sonno, di ciò ch'ei

dovesse fare, il principe disseppellì un arco e tre frecce, saettò il

cavaliere, e lo fece precipitare nell'onde, le quali presero a gonfiare

ed a crescere, tanto che raggiunsero la cima del monte. Allora venne

dal largo una navicella, condotta da un navicellajo di bronzo, e

dentr'essa il principe potè allontanarsi e scampare.

È questo un racconto che potrebbe dirsi secondario e composito,

nel quale un tema originale, semplice e schietto, appare sformato

e adulterato da sovrapposizioni più tarde e affatto disacconce. Il

tema originale (altrove leggermente variato) noi lo abbiamo in quel

Monte di Calamita che trae a sè e ad irreparabile perdizione le navi;

le sovrapposizioni le abbiamo in quel cavaliere e in quel cavallo di

bronzo, in quell'artificio magico, il quale, o appar esso superfluo,

quando si lasci (come qui si lascia) alla calamita la sua propria e

naturale virtù, o, per contro, fa apparire superflua la calamita.

Il tema originale ci si appalesa in parecchi racconti, di cui dirò or

ora, e in una doppia tradizione geografica e romanzesca, orientale per

l'una parte, occidentale per l'altra; ma giova, nondimeno, avvertir

subito, che l'adulterazione di cui porge esempio il racconto delle

_Mille e una Notte_, appare, in qualche modo, anche altrove.

La tradizione occidentale è assai antica. Plinio fa menzione di due

monti, prossimi al fiume Indo, di cui l'uno ha virtù di attrarre

il ferro, l'altro di respingerlo, per modo che chi abbia calzari

con bollette di quel metallo non può dall'uno staccare il piede, nè

fermarlo nell'altro[620]. Parlando delle isole dell'India, Tolomeo

ricorda le dieci Maniole, dalle quali dicevansi trattenute le navi

le quali fossero, in qualche modo, munite di ferramenta; per la

qual cosa le navi che frequentavano quei mari usavansi compaginare

di solo legname[621]. Questa favola riappare in un trattatello _De

Brachmanibus_, composto da un Palladio, che certamente non fu Palladio

da Metone, sofista fiorito ai tempi di Costantino Magno, e nemmeno,

secondo è più ragionevole credere, Palladio vescovo di Elenopoli

(388-407), ma fu, probabilmente, un uomo che visitò l'India, e quivi

intese narrare parecchie delle cose che riferisce[622]: riappare,

inoltre, in un opuscolo _De moribus Brachmanorum_, malamente attribuito

a Sant'Ambrogio, e dipendente dal trattatello di Palladio[623], d'onde

la deriva lo Pseudo-Callistene, o un interpolatore del romanzo che

va sotto tal nome[624]. Costantino Africano, il celebre medico e

monaco cassinense, il quale, nella seconda metà del secolo XI, viaggiò

gran parte dell'Oriente e si spinse sino nell'India, narra, in una

delle numerose sue opere, su per giù le medesime cose, ma senza far

ricordo di quelle isole Maniole, e citando un libro _De lapidibus_

di Aristotele, che lo Stagirita mai non iscrisse, e che a lui fu

probabilmente attribuito dagli Arabi[625]. Alberto Magno parla del

fatto succintamente[626]. Vincenzo Bellovacense attinge, parlando

della calamita, da Plinio e da Isidoro da Siviglia, e riferisce anche

il passo di Costantino; ma, sostituendo al vecchio un nuovo errore,

attribuisce quel libro _De lapidibus_ a Galeno[627]. Il Mandeville,

che tanti miracoli vide, ebbe a vedere anco questo; e poichè la

relazion del suo viaggio fu una delle più divulgate scritture del

medio evo, e molto giovò, senz'alcun dubbio, a diffondere vie più la

notizia che del miracolo già s'aveva in Europa, non sarà inopportuno

riferire, nell'antica versione italiana, le parole con cui egli lo vien

descrivendo. «Ad Ormes sono le nave di legnio sanza chiovi di ferro per

li sassi della calamita, della quale nel mare è tanta quantità, che è

una maraviglia. E se per questi confini passassi una nave che avessi

ferro, di subito perirebbe; però che la calamita tira a sè per natura

el ferro. Per la quale cagione tirerebbe a sè la nave, nè più di là si

potrebbe partire»... «in quel mare (_il mare che bagna il regno del

Prete Gianni, in India_) in molti luoghi, sono molti scogli, e assai

sassi di calamita, che tira a sè il ferro co la sua propietà; e per

questo non passa nave ove sia chiovi o bandelle di fero. Questi sassi

di calamita, per sua propietà, tirono le nave, e mai più di lì non si

posono partire. Io medesimo vidi in quel mare, di lungi a modo d'una

isoletta, ove erano alberi, spine e pruni in quantità; e dicevono e

marinai, che ciò erano nave, che quivi erono restate pei sassi de la

calamita; e perchè erono marcite, lì erono cresciuti questi alberi,

spine, pruni e altre erbe, che vi sono in gran quantità. Questi sassi

vi sono in molti luoghi in quele parte, e però non v'usano passare

mercatanti, se egliono non sanno molto bene la via, o se e' non hanno

buono guidatore»[628]. Pietro Berchorio e Felice Faber ridicono su per

giù le medesime cose[629], e sul finire del secolo XVI, Simone Majolo

ripete ancora la divulgatissima favola[630].

La qual favola non poteva non variarsi in più modi; onde abbiamo udito

alcuni parlare d'intere isole di calamita, altri di singoli monti,

altri di scogli sparsi pel mare; nè mancarono alcuni che, come Giovanni

di Hese, dissero il fondo stesso del mare, in certi luoghi, formato

di calamita, per modo che le navi, le quali vi passavano sopra, erano

irresistibilmente inghiottite[631].

Nè farà meraviglia che monti e rupi di calamita, simili a quelli che

s'immaginavano in mare, s'immaginassero pure entro terra. I monti

ricordati da Plinio non sembra fossero in mare. Giovanni del Pian dei

Carpini parla di una spedizione di Gengis Chan, la quale non sortì

l'esito sperato, perchè certi monti di calamita attrassero a sè tutte

le armi de' suoi soldati[632].

La tradizione orientale fu, senza dubbio, assai più copiosa

dell'occidentale; ma noi non la conosciamo se non in piccola parte.

So Sung, scrittore cinese dell'XI secolo, parla in un suo Erbario,

citando certe _Memorie delle cose meravigliose che si vedono nei paesi

meridionali_, di pietre di calamita giacenti nei bassifondi del mare

che bagna le coste del Tonchino e della Cocincina, pietre che fermano

le navi armate di lastre di ferro[633]. Nel libro arabico sulle pietre

attribuito ad Aristotele, e citato da Bailak Kibgiaki, si legge: «A

detta d'Aristotele, si trova nel mare una montagna di calamita. Se

le navi le si accostano, tutti i chiodi e l'altre ferramenta sono

sconficcati dal legno, e volano come tanti uccelli verso il monte,

senza che il legno li possa trattenere; e per tale ragione le navi che

corron quel mare non hanno chiodi di ferro, ma sono tenute insieme da

corde fatte con le fibre dell'albero di coco, fermate con caviglie

di legno molle che gonfia nell'acqua. I popoli del Jemen legan pure

le navi loro con liste staccate dalle palme. Dicesi inoltre che una

simile montagna di calamita si trovi sulle coste del mare d'India,

ecc.»[634]. Parlando dell'Africa orientale, Edrîsi fa ricordo di una

montagna per nome Agiud, la quale attrae a sè le navi che troppo le si

avvicinano[635]: Abulfeda pone il Monte della Calamita in prossimità

dell'Indo.

E nei mari d'india, o della Cina, lo pongono più generalmente coloro

che ne parlano; ma nel poema tedesco di _Gudruna_ esso è trasposto agli

estremi confini dell'Occidente, e Guido Guinizelli scrisse:

In quelle parti sotto tramontana

Sono li monti della calamita,

Che dan virtute all'a're

Di trar lo ferro[636].

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 64 / 75 题