Galvano Fiamma (prima metà del sec. XIV) inserisce nel suo _Opusculum
de rebus gestis Azonis Vicecomitis_ il seguente racconto[604]:
«Anno supradicto scilicet in MCCCXXXIX, stantibus supradictis
concurrentiis Johannes Brusatus de Brixia factus est Potestas
Mediolanensis, et coepit regere die penultimo Madii........ Eodem
anno sub castro Seprii in Monasterio de Torbeth flante quodam vento
terribili, quaedam magna arbor divinitus est evulsa radicitus,
subque inventa fuit sepultura ex marmore multae pulchritudinis: in
hoc sepulcro jacebat Rex Galdanus de Turbet Rex Longobardorum; in
cujus capite erat corona ex auro in qua erant tres lapides pretiosi,
scilicet Carbunculus pretii mille florenorum, et unus adamans pretii
II. millium florenorum, et unus achates pretii D. florenorum. In manu
sinistra habebat unum pomum aureum, a latere erat unus ensis habens
dentem in acie satis magnum, qui fuerat Tristantis de Lyonos, cum quo
interfecerat Lamorath Durlanth. Unde in pomo ensis sic erat scriptum:
_Cel est l'espée de Meser Tristant, un il ocist l'Amoroyt de Yrlant_.
In manu sinistra habe[b]at scripturam continentem hos Versiculos:
«Zesu. Saldi de Turbigez
Roy de Lombars incoronez
Soles altres Barons aprexiés
Zo che vos véez emportés
Per Deo vos pri no me robez».
Questo strano racconto è riferito parola per parola nel _Flos florum_,
cronaca del secolo XIV, attribuita, ma senza prove, ad Ambrogio
Bossi[605]. Alcune lievi differenze si hanno nei luoghi in francese e
vogliono essere notate. L'iscrizione del pomo della spada è data nel
_Flos Florum_ così (cod. Braidense A. G. IX, 35, f. 211, t.):
Cil est le spee de miser tristant
unde il ocisse lamorath de xilant;
e i versi della _scriptura_ nel seguente modo:
Za qui galdi de turbigez
Roy de lombars incoronez
Soles autres barons aprisiez
Zo che vos veez ne portez
por dio vos pri ne me robez.
Il testo di questi versi, tanto nel Fiamma, quanto nel _Flos Florum_,
è abbastanza corrotto, ma si potrebbe restituir facilmente. Il _Zesu_
del primo si risolve in un _Je suy;_ il _Soles altres _in _Sor les
altres_. Il verso _Zo che vos véez emportés_, vuol esser corretto
col riscontro dell'altro testo in _Ço que vos veez n'emportez_, come
richiede anche il senso. Ma la restituzione si ferma poi dinanzi ad
un dubbio: questi versi son essi schiettamente francesi, alterati da
trascrittori italiani, o non sono piuttosto franco-italiani sin dalla
origine? A questa e a parecchie altre interrogazioni che spontaneamente
si affacciano, è impossibile dare risposta soddisfacente. Nella
iscrizione della spada si accenna a un noto personaggio e a un noto
fatto delle istorie di Tristano: quell'Amoroyt è il Morhault dei
racconti francesi: ma a che altra favola si alluda nei versi che
vengon poi, confesso di non sapere. Seprio è ora un villaggio sulla
destra dell'Olona, in provincia di Milano, comune di Gallarate.
Turbigo, che certamente è da riconoscere sotto il Turbeth latino e il
Turbigez francese, è un altro paesello di quella stessa provincia.
Seprio ebbe nel medio evo assai più importanza che non abbia ora, e
fu capoluogo di un contado di abbastanza larghi confini, come si può
vedere dallo stesso Galvano Fiamma, che ne parla nel suo _Manipulus
florum_[606]. Ma di quel Galdanus, o Galdi (_Saldi_ è un error di
scrittura) re coronato dei Lombardi, non so in verità che mi dire. La
forma _Galdanus_ riduce alla mente Galvanus (Gauvain, Gavein ecc.),
il magno eroe della Tavola Rotonda; ma Galvano non fu mai, ch'io
sappia, incoronato re dei Lombardi. _Galdi_ suggerisce _Galdinus_,
nome frequente in Lombardia; ma con questo nome trovo bensì un san
Galdino, arcivescovo di Milano nel 1166, e altre persone di conto, non
un re dei Lombardi. Non so pertanto se noi ci troviamo qui dinanzi ad
una vera e propria leggenda, oppure dinanzi ad una semplice finzione
autogenetica e slegata. Propendo tuttavia per questa seconda opinione,
giacchè l'intero racconto m'ha l'aria di una di quelle storielle
inventate per uno scopo pratico determinato e speciale. Si sa quale
lavoro fu fatto durante tutto il medio evo attorno a certe armi
famose e, direi, storiche; a quante favole di ritrovamenti inopinati
diedero esse argomento; come spesso si collegarono ad esse diritti,
prerogative e primazie. Le spade di Costantino, di Attila e di Carlo
Magno figuravano tra le insegne dell'impero[607]; per le diligenze di
Enrico II, fu ritrovata Calibourne, la famosa spada di Artù[608]. Nel
racconto del Fiamma quel ritrovamento della spada di Tristano nella
tomba del re lombardo Galdano o Galdino, rimanda indubitatamente, a mio
credere, a qualche aspirazione o pretensione di carattere politico;
ma a quale, propriamente, non sono in grado di dire. Giova inoltre
notare che il racconto del Fiamma viene ad urtare contro un altro
racconto, secondo il quale la spada di Tristano, molto tempo innanzi
sarebbe passata dalla Germania nella Gran Brettagna, fra le mani di
Giovanni Senza Terra (1199-1216)[609], cui certo non mancavano ragioni
per procacciarsi a ogni modo un'arme di tanto pregio e di tanta virtù.
Ma checchessia di ciò, il racconto del cronista milanese ci porge
un curioso esempio dell'innesto di una leggenda brettone nelle cose
nostre, e in ciò sta la capitale se non unica importanza sua.
Ad esso un'altra finzione può essere raccostata, la quale pone eroi
della leggenda brettone in relazione con cose nostre. Si sa che uno
dei codici della _Historia Imperialis_ di Giovanni Diacono si conserva
nella Capitolare di Verona[610]. In calce alla _Historia_, dopo la
epistola del Petrarca sull'officio dell'imperatore, si trova una
breve descrizione dell'Arena, ossia anfiteatro di Verona, scritta,
come si può giudicare dalla forma della lettera, sul cadere del
secolo XIV[611], e già ricordata dal Tartarotti[612]. Di essa ebbe a
giovarsi, oltre al Saraina e al Panvinio[613], anche l'anonimo autore
di una descrizione delle città d'Italia, la quale, in carattere del
secolo XV ex., leggesi in un altro codice di quella stessa Biblioteca
Capitolare[614]: l'anonimo anzi la trascrive, solo con qualche
rimaneggiamento nella forma, e l'attribuisce allo stesso Giovanni
Diacono, stranamente confondendolo, per giunta, con l'Arcidiacono
Pacifico, il quale visse nell'VIII e IX secolo. Ecco ora questo breve
testo nella sua genuina barbarie:
«Quomodo preliaverunt lancelotus de lachu, et malgaretes regis
groonç filius ad invicem in civitate marmorea in antro arene. Set ut
ulterius non procedam uolo declarare locum ubi isti malgaretes mundi
preliaverunt ad invicem. Nam vocatus fuit arena ab antiquo. Erat enim
locus iste rotundus per totum magnis sassis undique prefilatus cum
cubalis multis intus, multis formis redimitus. In (?) eius (?)[615]
rotunditate scales (_sic_) magnis saxis erant apposite, et secundum
quod in altitudine veniebant tanto plus in rotunditate videntur
ampliare. Nam scale iste sunt infinite, et secundum dictum pro maiori
parte plus quam .l. cubitus erant in altitudine. Erant enim in circuitu
a latere rotunditatis atrij huius multa loca nobilia, in cuius sumitate
quidam locus magnus et nobilis multis formis laboratus alabastro lapide
circumquaque redimitus erat. In quo loco pomerius nobilis erat. In quo
pomerio barones et nobiles solacium capiebant. Et propter diversitatem
temporis plumbeo metallo undique erat cohopertus secundum rotunditatis
gradum. In cuius rotunditatem in inferiori parte de suptus erat spatium
magnum, in quo spacio, et angulo, magnates isti, prelium ad invicem
fecerunt. Et secundum dictum nobilium, quidam nobilis princeps romanus
nomine marchus metilia de metellis, fecit hoc atrium edifficare, et
vocatur arena».
Così finisce in tronco la scrittura, e, come pare, propriamente nel
luogo dove avrebbe dovuto cominciare l'annunciata descrizione del
combattimento. Mancando il meglio, essa non può dare argomento a
osservazioni di qualche rilievo. La _civitas marmorea_ è la stessa
città di Verona, così denominata nel medio evo dalla copia de'
suoi marmorei edifizii (secondo trovasi notato), o dai marmi che si
cavavano nel suo territorio. Giovanni Diacono dice in un luogo della
sua _Historia_: «Haec civitas ab originibus prius Marmor dicta est
a copia marmorum». Di qui il nome di Marmorina che, per citare un
esempio, si vede usato dal Boccaccio nel _Filocolo_[616]. Chi possa
essere quel Malgaretes, figlio del re Groonz, veramente non so; ma
notisi che mentre il nome di Malgaretes è dapprima usato come nome
proprio di singola persona, poco dopo fa ufficio di appellativo
comune, dato ad entrambi i prodi combattenti, _malgaretes mundi_, quasi
dicesse per figura di lode _magaritae mundi_. La immaginazione di quel
combattimento non si può dire in tutto scioperata, perchè è un fatto
che più di una volta nell'anfiteatro di Verona si combatterono, durante
il medio evo, duelli giudiziarii; ma, ad ogni modo, non mi venne fatto
di scovrirne vestigio altrove. Il Maffei dice, parlando dell'Arena
nella _Verona illustrata_:[617] «Fole si raccontano, e in supposti
documenti si leggono, di battaglie fattevi da Lancellotto del Lago e
dagli eroi romanzieri». Quali sieno questi _supposti documenti_ non so,
e il Maffei non lo dice.
E poichè siamo a parlar dell'Arena, non credo inutile accennare ad
un'altra leggenda, non so veramente quanto antica, che in altro modo
la connette con le finzioni brettoni. In un carme in lode della città
di Verona, carme che il Cremonese Domenico Bordigallo inserì nella sua
Cronica[618], si leggono questi due versi:
Condidit arte sua maga Merlinus harenam (_sic_)
Quem rapuit Minos fraude, dolo, miserum.
Nella _Carminum exposicio rerumque sensus Verone urbis ad
intelligentiam_ che segue, il Bordigallo, venuto ai due versi citati,
narra che, a testimonianza del vescovo Sicardo e di Galvano Fiamma,
l'Arena fu edificata dal mago Merlino, e che la sua immagine si vede
tuttavia scolpita a cavallo, con un corno in mano, un cane e un cervo
vicino e i versi _O Regem stultum_ etc. sulle porte di S. Zenone. Come
si vede, qui Merlino è sostituito nella leggenda a Teodorico. Di una
tale sostituzione che cosa si deve pensare? Il Bordigallo componeva
in Verona stessa il suo carme nell'ottobre del 1522, col proposito di
celebrare quella città, di rammemorare tutte le glorie sue favolose o
reali[619]. Raccolse egli quella favola da una tradizione già formata,
o l'inventò di pianta? Non è possibile risolvere con sicurezza il
dubbio, ma confesso che mi sento propendere per la seconda congettura.
Anzi tutto Sicardo e Galvano Fiamma, citati come testimoni, non dicon
verbo di quest'opera di Merlino; poi par difficile ad ammettere che
i Veronesi potessero in leggenda di tanto rilievo scartar Teodorico,
sì strettamente legato alla storia della loro città, per porre in suo
luogo Merlino, che con quella storia non aveva relazione di sorta; da
ultimo è da notare che di quell'attribuzione della fabbrica dell'Arena
a Merlino non appar segno altrove. Ad ogni modo, anche ammesso che
il Bordigallo non l'inventasse, nulla prova che questa favola fosse
antica.