III.

Come e in che tempo penetrarono e si diffusero primamente in Italia

le immaginose leggende onde s'intreccia il cielo brettone? Quali sono

tra noi le loro più antiche vestigia? Quando si tratta delle finzioni

del cielo carolingio, rispondere a così fatte domande riesce molto

più agevole. Noi vediamo anzitutto le ragioni storiche, e diciam

pure morali, che dovevano, in certo modo, tirar di qua dall'Alpi la

leggenda carolingia: Carlo Magno, campione della fede e della Chiesa,

vincitore dei Saraceni infedeli, non era solamente un eroe franco, era

un eroe universale cristiano; e questo eroe cristiano aveva, in Italia,

fiaccata per sempre la potenza dei Longobardi; aveva, in Roma, cinta

la corona del rinnovato impero. Oltre di ciò, noi possiamo seguitar le

tracce di quei giullari vaganti, di quei _cantores francigenarum_, e

di quei pellegrini o romei, che ce la recavano in casa, la rinarravano

nelle castella e nelle corti nostre, la propagavano tra i nostri

volghi[548]. Poi vediamo com'essa metta radici e propaggini nelle

croniche nostre; poi vediamo come divenga quasi cosa nostra, ripetuta

da prima in quella lingua stessa con che era giunta fra noi, o in

tale che vorrebbe a quella rassomigliarsi; ripetuta poi in volgare

nostro, accomodata all'indole e al sentimento di nuovi poeti e di

nuovi uditori, cresciuta, variata, rimaneggiata in più modi. Per

le finzioni del cielo brettone la cosa procede altrimenti. Non solo

la diffusione loro tra noi non fu provocata e sollecitata da quelle

ragioni che tanto favorirono la diffusione delle finzioni carolinge,

nè da altre equivalenti od affini; ma le vie stesse ed i gradi per cui

quella diffusione si venne pure compiendo non ci si lasciano mai vedere

distintamente. Esse erano cognite fra noi sin dai primordii della

nostra letteratura: è questo un fatto innegabile; ma quando vogliamo

intendere e spiegare il fatto, ci è forza ricorrere alle congetture,

appagarci degl'indizii.

Che la poesia provenzale abbia largamente contribuito a far conoscere

e diffondere tra di noi quelle finzioni, è cosa di cui non si può

dubitare. Nei trovatori, i personaggi e i fatti principali che

occorrono in esse sono ricordati con molta frequenza, e nei loro

_ensenhamen_ esse tengon luogo cospicuo fra le molte che il giullare,

sollecito di sua arte, non deve ignorare. Passando in Italia, la poesia

dei trovatori doveva non solo recarvi la notizia sommaria di quelle

finzioni, ma, ancora, stimolare efficacemente la curiosità, suscitare

il desiderio di conoscerle alquanto più a fondo. I primi trovatori

vennero in Italia, per quanto se ne sa, sul cadere del secolo XII,

quando l'epopea brettone (chiamiamola così) già sorta, anzi già famosa

e divulgatissima in Francia, stava per ricevere l'ultima mano, ed

esser levata a quel più alto grado di perfezione a cui allora potesse

attingere, dal suo maggiore poeta, da Cristiano da Troyes. I più

antichi, della cui venuta fra noi si abbia certo ricordo, sembrano

essere stati Pietro Vidal e Rambaldo di Vaqueiras[549]; e nelle loro

poesie accenni alle leggende brettoni non fanno difetto. Le poesie

di Rambaldo in cui se ne trovano furono composte in Italia fra il

1192 e il 1202. L'uso di tali accenni passò certamente dai trovatori

provenzali ai trovatori italiani che rimarono in provenzale, e poscia

a quelli che rimarono in italiano. In una delle sue canzoni Bartolomeo

Zorzi ricorda gli amori di Tristano e d'Isotta; in una sestina

ricorda un fatto della storia di Perceval[550]. Ma assai prima che

ce la recassero i trovatori di Provenza, si dovette aver contezza in

Italia delle finzioni onde ebbero materia, nella seconda metà del XII

secolo, i romanzi francesi, chè non si potrebbe intendere, senza di

ciò, come nomi di persona, tolti alla gesta brettone, compajano per

entro all'onomastica italiana sino dai primi anni del secolo XII, e

compajano in modo da lasciar credere che non sia quello il primo tempo

del loro introdursi in essa[551]. Molt'anni innanzi che ci venissero i

trovatori, dovettero recar la _materia_ brettone in Italia i Normanni.

Si pensi alla parte che i Normanni ebbero nella diffusione della

materia brettone. E per ragioni geografiche, e per ragioni storiche,

essi diventarono i naturali promotori e propagatori di quelle

immaginazioni, di quella poesia. I Brettoni del continente assai

per tempo strinsero con loro legami di salda amicizia; e nel 1066,

combatterono in buon numero, alla battaglia di Hastings, sotto le

vittoriose bandiere di Guglielmo il Conquistatore. I Brettoni insulari

poi accolsero come liberatori i Normanni, la cui vittoria diede termine

all'odiato dominio anglosassone. Più tardi, Enrico II, non solo cercò,

per propria soddisfazione, le vecchie leggende di Artù, ma fece ancora

il poter suo perchè fossero largamente diffuse e gustate. Il trovero

Gaimar, che primo mise in versi la _Historia Britonum_ di Goffredo

di Monmouth, fu normanno, e normanno fu quel Wace che ne imitò con

più fortuna l'esempio, a tacere di altri[552]. Leggende brettoni e

leggende normanne s'innestarono, si fusero insieme, come può vedersi

nel _Roman de Rou_ dello stesso Wace. A gente d'indole avventurosa,

quale in tutta la vita loro si danno a divedere i Normanni, la storia

poetica d'Artù doveva piacere naturalmente; e le guerre combattute con

gli Anglosassoni, e le vittorie riportate sopra di essi, dovevano esser

cagione che quella storia poetica fosse dai Normanni considerata quasi

come cosa lor propria. Innamorati di quelle colorite leggende, le quali

non narravano solamente, ma vaticinavano ancora, movevano da un passato

glorioso e mettevan capo in un più glorioso avvenire, essi, avidi

d'avventure e di gloria, dovevano recarle con sè dovunque andassero,

come un suffragio poetico ai loro ardimenti, dovevano ripeterle e

propagarle dovunque fermassero stanza. Con sè certamente le recarono

essi in Napoli, in Puglia, in Sicilia, e in grazia loro dovettero le

leggende brettoni esser conosciute per la prima volta in Italia.

Di sì fatta introduzione noi non abbiamo, gli è vero, prove dirette.

Nessuno dei cronisti (e non son pochi) i quali narrano le gesta dei

Normanni in Italia, fa il più lieve accenno alle leggende brettoni, o

lascia intendere in qualsiasi modo che i Normanni avessero recato dalla

patria loro un ciclo di tradizioni o di favole, e si adoprassero a

diffondere le une o le altre. Ma, dopo quanto s'è notato pur ora circa

lo spirito delle croniche nostre, a quel silenzio non è da badar troppo

come argomento in contrario; il valor positivo della verosimiglianza

vince, in tal caso, quello tutto negativo del silenzio.

Torniamo al soggetto nostro particolare.

Gervasio, nel suo racconto, parla di una pianura assai spaziosa e

gioconda, e di un palazzo di mirabile struttura. Non si può credere

che i Siciliani immaginassero sì fatte cose nel monte; ma non parrà,

troppo strano che ce le immaginassero i Normanni, i quali avevano nella

fantasia la deliziosa e incantata isola di Avalon, e credevano forse

di riconoscere alcune delle proprietà di essa nella ubertosa campagna

in mezzo a cui sorge arduo e maestoso il vulcano. Si sa che i primi

Normanni che approdarono alle coste dell'Italia meridionale, tornati

in patria, narrarono meraviglie di quelle terre sorrise dal sole, e

recaron con sè il desiderio di ritornarvi, come poi fecero, cresciuti

di baldanza e di numero. Forse l'isola di Sicilia tutta intera assunse

agli occhi loro l'aspetto della paradisiaca isola di Avalon, stanza di

Morgana e di Artù.

Pongasi mente ad un altro fatto.

Mentre in Sicilia, come in altre parti d'Italia, sono frequenti i

nomi di luoghi e le locuzioni proverbiali derivate dalle leggende

del ciclo carolingio, la qual cosa prova che tali leggende erano

veramente passate nella letteratura orale e nella coscienza del popolo,

nulla di consimile si vede essere avvenuto rispetto alle leggende

del cielo brettone; e ciò prova che il popolo non ebbe gusto alle

leggende brettoni, o che se l'ebbe, fu sì debole e scarso da escludere

affatto l'ipotesi ch'esso potesse lavorarvi intorno di suo[553]. Una

eccezione vuol farsi in favore della fata Morgana. Ho già detto che

costei dovette penetrare nell'Etna insieme con Artù. Ora è noto che

col nome di fata Morgana si designa un fenomeno ottico (ciò che i

Francesi chiamano _mirage_) solito a lasciarsi vedere con maggiore

frequenza e perspicuità appunto nello stretto di Messina. Quel nome

designa presentemente il fenomeno stesso, e non accenna più ad alcuna

individuata e soprannaturale potenza che ne sia cagione; ma in origine

non dovette essere così. Si credette allora alla reale presenza della

fata in quei luoghi, e il fenomeno si considerò come un'opera dell'arte

sua, forse com'uno dei giuochi o degli allettamenti ond'ella abbelliva

l'ore e il soggiorno a' suoi compagni di _faerie_[554].

Non è, nè può esser provato, ma è molto probabile che assai prima di

approdare in Sicilia i Normanni avessero cognizione di una leggenda

che poneva Artù nell'interno di un monte: approdati in Sicilia, essi

non ebbero a fare un grande sforzo di fantasia per porre l'eroe entro

il massimo monte dell'isola. Può darsi ancora che, prima d'approdarvi,

essi avessero una generale notizia della possibile rimozione e dimora

degli eroi nell'interno di un monte, o una particolare notizia di

alcuno eroe in tal modo rimosso e dimorante, e che, trovatisi in

presenza del meraviglioso vulcano, pensassero senz'altro di trasporvi

il re Artù. Se parecchi poemi francesi pongono la scena della loro

azione in Sicilia; se in molti altri la Sicilia è ricordata; se di

parecchi si può ragionevolmente congetturare che sieno stati composti

nell'isola[555], noi dobbiamo esserne grati, soprattutto, ai Normanni;

e dai Normanni dobbiam riconoscere la leggenda arturiana che Gervasio

da Tilbury fu primo a raccogliere e a tramandare.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. II · 第 56 / 75 题