Come e in che tempo penetrarono e si diffusero primamente in Italia
le immaginose leggende onde s'intreccia il cielo brettone? Quali sono
tra noi le loro più antiche vestigia? Quando si tratta delle finzioni
del cielo carolingio, rispondere a così fatte domande riesce molto
più agevole. Noi vediamo anzitutto le ragioni storiche, e diciam
pure morali, che dovevano, in certo modo, tirar di qua dall'Alpi la
leggenda carolingia: Carlo Magno, campione della fede e della Chiesa,
vincitore dei Saraceni infedeli, non era solamente un eroe franco, era
un eroe universale cristiano; e questo eroe cristiano aveva, in Italia,
fiaccata per sempre la potenza dei Longobardi; aveva, in Roma, cinta
la corona del rinnovato impero. Oltre di ciò, noi possiamo seguitar le
tracce di quei giullari vaganti, di quei _cantores francigenarum_, e
di quei pellegrini o romei, che ce la recavano in casa, la rinarravano
nelle castella e nelle corti nostre, la propagavano tra i nostri
volghi[548]. Poi vediamo com'essa metta radici e propaggini nelle
croniche nostre; poi vediamo come divenga quasi cosa nostra, ripetuta
da prima in quella lingua stessa con che era giunta fra noi, o in
tale che vorrebbe a quella rassomigliarsi; ripetuta poi in volgare
nostro, accomodata all'indole e al sentimento di nuovi poeti e di
nuovi uditori, cresciuta, variata, rimaneggiata in più modi. Per
le finzioni del cielo brettone la cosa procede altrimenti. Non solo
la diffusione loro tra noi non fu provocata e sollecitata da quelle
ragioni che tanto favorirono la diffusione delle finzioni carolinge,
nè da altre equivalenti od affini; ma le vie stesse ed i gradi per cui
quella diffusione si venne pure compiendo non ci si lasciano mai vedere
distintamente. Esse erano cognite fra noi sin dai primordii della
nostra letteratura: è questo un fatto innegabile; ma quando vogliamo
intendere e spiegare il fatto, ci è forza ricorrere alle congetture,
appagarci degl'indizii.
Che la poesia provenzale abbia largamente contribuito a far conoscere
e diffondere tra di noi quelle finzioni, è cosa di cui non si può
dubitare. Nei trovatori, i personaggi e i fatti principali che
occorrono in esse sono ricordati con molta frequenza, e nei loro
_ensenhamen_ esse tengon luogo cospicuo fra le molte che il giullare,
sollecito di sua arte, non deve ignorare. Passando in Italia, la poesia
dei trovatori doveva non solo recarvi la notizia sommaria di quelle
finzioni, ma, ancora, stimolare efficacemente la curiosità, suscitare
il desiderio di conoscerle alquanto più a fondo. I primi trovatori
vennero in Italia, per quanto se ne sa, sul cadere del secolo XII,
quando l'epopea brettone (chiamiamola così) già sorta, anzi già famosa
e divulgatissima in Francia, stava per ricevere l'ultima mano, ed
esser levata a quel più alto grado di perfezione a cui allora potesse
attingere, dal suo maggiore poeta, da Cristiano da Troyes. I più
antichi, della cui venuta fra noi si abbia certo ricordo, sembrano
essere stati Pietro Vidal e Rambaldo di Vaqueiras[549]; e nelle loro
poesie accenni alle leggende brettoni non fanno difetto. Le poesie
di Rambaldo in cui se ne trovano furono composte in Italia fra il
1192 e il 1202. L'uso di tali accenni passò certamente dai trovatori
provenzali ai trovatori italiani che rimarono in provenzale, e poscia
a quelli che rimarono in italiano. In una delle sue canzoni Bartolomeo
Zorzi ricorda gli amori di Tristano e d'Isotta; in una sestina
ricorda un fatto della storia di Perceval[550]. Ma assai prima che
ce la recassero i trovatori di Provenza, si dovette aver contezza in
Italia delle finzioni onde ebbero materia, nella seconda metà del XII
secolo, i romanzi francesi, chè non si potrebbe intendere, senza di
ciò, come nomi di persona, tolti alla gesta brettone, compajano per
entro all'onomastica italiana sino dai primi anni del secolo XII, e
compajano in modo da lasciar credere che non sia quello il primo tempo
del loro introdursi in essa[551]. Molt'anni innanzi che ci venissero i
trovatori, dovettero recar la _materia_ brettone in Italia i Normanni.
Si pensi alla parte che i Normanni ebbero nella diffusione della
materia brettone. E per ragioni geografiche, e per ragioni storiche,
essi diventarono i naturali promotori e propagatori di quelle
immaginazioni, di quella poesia. I Brettoni del continente assai
per tempo strinsero con loro legami di salda amicizia; e nel 1066,
combatterono in buon numero, alla battaglia di Hastings, sotto le
vittoriose bandiere di Guglielmo il Conquistatore. I Brettoni insulari
poi accolsero come liberatori i Normanni, la cui vittoria diede termine
all'odiato dominio anglosassone. Più tardi, Enrico II, non solo cercò,
per propria soddisfazione, le vecchie leggende di Artù, ma fece ancora
il poter suo perchè fossero largamente diffuse e gustate. Il trovero
Gaimar, che primo mise in versi la _Historia Britonum_ di Goffredo
di Monmouth, fu normanno, e normanno fu quel Wace che ne imitò con
più fortuna l'esempio, a tacere di altri[552]. Leggende brettoni e
leggende normanne s'innestarono, si fusero insieme, come può vedersi
nel _Roman de Rou_ dello stesso Wace. A gente d'indole avventurosa,
quale in tutta la vita loro si danno a divedere i Normanni, la storia
poetica d'Artù doveva piacere naturalmente; e le guerre combattute con
gli Anglosassoni, e le vittorie riportate sopra di essi, dovevano esser
cagione che quella storia poetica fosse dai Normanni considerata quasi
come cosa lor propria. Innamorati di quelle colorite leggende, le quali
non narravano solamente, ma vaticinavano ancora, movevano da un passato
glorioso e mettevan capo in un più glorioso avvenire, essi, avidi
d'avventure e di gloria, dovevano recarle con sè dovunque andassero,
come un suffragio poetico ai loro ardimenti, dovevano ripeterle e
propagarle dovunque fermassero stanza. Con sè certamente le recarono
essi in Napoli, in Puglia, in Sicilia, e in grazia loro dovettero le
leggende brettoni esser conosciute per la prima volta in Italia.
Di sì fatta introduzione noi non abbiamo, gli è vero, prove dirette.
Nessuno dei cronisti (e non son pochi) i quali narrano le gesta dei
Normanni in Italia, fa il più lieve accenno alle leggende brettoni, o
lascia intendere in qualsiasi modo che i Normanni avessero recato dalla
patria loro un ciclo di tradizioni o di favole, e si adoprassero a
diffondere le une o le altre. Ma, dopo quanto s'è notato pur ora circa
lo spirito delle croniche nostre, a quel silenzio non è da badar troppo
come argomento in contrario; il valor positivo della verosimiglianza
vince, in tal caso, quello tutto negativo del silenzio.
Torniamo al soggetto nostro particolare.
Gervasio, nel suo racconto, parla di una pianura assai spaziosa e
gioconda, e di un palazzo di mirabile struttura. Non si può credere
che i Siciliani immaginassero sì fatte cose nel monte; ma non parrà,
troppo strano che ce le immaginassero i Normanni, i quali avevano nella
fantasia la deliziosa e incantata isola di Avalon, e credevano forse
di riconoscere alcune delle proprietà di essa nella ubertosa campagna
in mezzo a cui sorge arduo e maestoso il vulcano. Si sa che i primi
Normanni che approdarono alle coste dell'Italia meridionale, tornati
in patria, narrarono meraviglie di quelle terre sorrise dal sole, e
recaron con sè il desiderio di ritornarvi, come poi fecero, cresciuti
di baldanza e di numero. Forse l'isola di Sicilia tutta intera assunse
agli occhi loro l'aspetto della paradisiaca isola di Avalon, stanza di
Morgana e di Artù.
Pongasi mente ad un altro fatto.
Mentre in Sicilia, come in altre parti d'Italia, sono frequenti i
nomi di luoghi e le locuzioni proverbiali derivate dalle leggende
del ciclo carolingio, la qual cosa prova che tali leggende erano
veramente passate nella letteratura orale e nella coscienza del popolo,
nulla di consimile si vede essere avvenuto rispetto alle leggende
del cielo brettone; e ciò prova che il popolo non ebbe gusto alle
leggende brettoni, o che se l'ebbe, fu sì debole e scarso da escludere
affatto l'ipotesi ch'esso potesse lavorarvi intorno di suo[553]. Una
eccezione vuol farsi in favore della fata Morgana. Ho già detto che
costei dovette penetrare nell'Etna insieme con Artù. Ora è noto che
col nome di fata Morgana si designa un fenomeno ottico (ciò che i
Francesi chiamano _mirage_) solito a lasciarsi vedere con maggiore
frequenza e perspicuità appunto nello stretto di Messina. Quel nome
designa presentemente il fenomeno stesso, e non accenna più ad alcuna
individuata e soprannaturale potenza che ne sia cagione; ma in origine
non dovette essere così. Si credette allora alla reale presenza della
fata in quei luoghi, e il fenomeno si considerò come un'opera dell'arte
sua, forse com'uno dei giuochi o degli allettamenti ond'ella abbelliva
l'ore e il soggiorno a' suoi compagni di _faerie_[554].
Non è, nè può esser provato, ma è molto probabile che assai prima di
approdare in Sicilia i Normanni avessero cognizione di una leggenda
che poneva Artù nell'interno di un monte: approdati in Sicilia, essi
non ebbero a fare un grande sforzo di fantasia per porre l'eroe entro
il massimo monte dell'isola. Può darsi ancora che, prima d'approdarvi,
essi avessero una generale notizia della possibile rimozione e dimora
degli eroi nell'interno di un monte, o una particolare notizia di
alcuno eroe in tal modo rimosso e dimorante, e che, trovatisi in
presenza del meraviglioso vulcano, pensassero senz'altro di trasporvi
il re Artù. Se parecchi poemi francesi pongono la scena della loro
azione in Sicilia; se in molti altri la Sicilia è ricordata; se di
parecchi si può ragionevolmente congetturare che sieno stati composti
nell'isola[555], noi dobbiamo esserne grati, soprattutto, ai Normanni;
e dai Normanni dobbiam riconoscere la leggenda arturiana che Gervasio
da Tilbury fu primo a raccogliere e a tramandare.