Tra le molte novelle che, com'è noto, Ser Giovanni Fiorentino trasse,
quasi copiando a parola, dalle Cronache di Giovanni Villani[407],
è pure la 26ª, nella quale si narra come Celestino V rinunziasse il
papato. Anche qui il novelliere altro quasi non fa se non trascrivere
lo storico, salvo che, venuto quasi al fine della narrazione,
v'interpola di suo la notizia seguente[408]: «Vero è che molti dicono,
che il detto Cardinale (_Benedetto Gaetani, che poi fu papa col nome di
Bonifazio VIII_) gli venne una notte segretamente con una tromba a capo
al letto e chiamollo tre volte, ove Papa Celestino gli rispose e disse:
chi sei tu? Rispose quel dalla tromba: io sono l'Angel da Iddio mandato
a te come suo divoto servo; e da parte sua ti dico, che tu abbia più
cara l'anima tua che le pompe di questo mondo, e subito si partì».
Udita questa ammonizione, e credendo gli venisse veramente da Dio,
Celestino, che già assai di mal animo sosteneva il gravissimo officio,
depose il manto e la tiara. Ser Giovanni, che cominciò a scrivere il
_Pecorone_ l'anno 1378, non inventò questa storiella; essa era già nata
da un pezzo, e, come le parole stesse di lui ci provano (molti dicono),
era allora largamente diffusa. Poniamoci sulle sue tracce e vediamo fin
dove ci possano condurre.
La storiella testè riferita si ha generalmente in conto di
leggenda[409], e a confermarla tale fu osservato che i contemporanei
e i testimoni di veduta non ne fanno cenno[410]. Che ne tacessero i
fautori e gli amici di Bonifazio s'intende; ma fatto è che nemmeno i
suoi nemici ne parlano. Nel famoso libello[411], che da Longhezza i
due cardinali Giacomo e Pietro Colonna scagliarono (10 maggio 1297)
contro quel pontefice, si dice bensì che nella rinunzia di Celestino
(13 decembre 1294) entrarono _multae fraudes et doli, conditiones, et
intendimenta et machinamenta_; ma si rimane così sulle generali, senza
specificar nulla. Jacopone da Todi, che diceva a Bonifazio:
Come la salamandra
Sempre vive nel fuoco,
Così par che lo scandalo
Te sia sollazzo et joco[412],
non avrebbe taciuta la frode se gli fosse stata nota. I fautori di
Filippo il Bello, che tante accuse terribili lanciarono contro il
nemico pontefice, e fra l'altre quella d'intendersela col diavolo,
non avrebbero mancato d'imputargli anche questo gravissimo sacrilegio
della usurpata qualità di messo celeste, se qualche fama ne fosse loro
venuta all'orecchio. E Dante n'ebbe egli un qualche sentore? Crediamo
di no; o, se l'ebbe, non se ne diè per inteso. Tutti sanno quanto siasi
disputato intorno all'essere di colui che nel III canto dell'Inferno
Dante accusa di viltà per aver fatto _il gran rifiuto_. Non entreremo
in queste disputazioni, chè la soluzione del dubbio non importa ora al
nostro bisogno. Supposto che Dante intendesse parlare di Celestino, gli
è chiaro che la leggenda non entrava per nulla in quel suo giudizio,
perchè, se egli avesse potuto credere alla gherminella di Benedetto,
questa gli avrebbe dato argomento a giudicar Celestino uomo credulo
e semplice, vile non già. Ma che il poeta ignorava la leggenda, o,
conoscendola, non le dava credenza, si desume da altri due luoghi di
quella medesima Cantica. Nel c. XIX, vv. 55-7, Niccolò III, credendo di
parlare a Bonifazio, dice:
Se' tu sì tosto di quell'aver sazio
Per lo qual non temesti tôrre a inganno
La bella donna, e poi di farne strazio?
La bella donna, non ostante qualche interpretazione diversa[413],
è senza dubbio la Chiesa, e quel _tôrre a inganno_ può riferirsi,
tanto alle male arti usate per indurre Celestino a rinunziare, quanto
a quelle usate poi per succedergli. Ma che in quelle parole non si
contenga nessuna allusione alla frode della leggenda, provano i vv.
104-5 del c. XXVII, dove lo stesso Bonifazio dice:
Però son due le chiavi
Che il mio antecessor non ebbe care.
Dante credeva dunque che Celestino avesse rinunziato alla dignità
papale per insufficienza d'animo, per non sentirsi atto all'officio, e
non, oltre che per queste ragioni, anche per obbedienza a un presunto
comandamento divino.
Ma il non farsi dai citati sin qui ricordo alcuno della leggenda
non prova che la leggenda non fosse già nata; ed anzi noi abbiamo i
documenti in mano che ce la mostrano nata quasi ad un tempo coi fatti
che le diedero origine. Il Tosti cita, come il più antico autore che la
riferisca, il cronista Ferreto Vicentino, che scrisse circa trentadue
anni dopo la rinunzia di Celestino; ma essa si trova già narrata
in una cronica fiorentina, detta di Brunetto Latini, e pubblicata
anni sono dall'Hartwig[414]. L'autore di essa, ignoto del resto, era
già adulto nel 1292[415], e non condusse la sua narrazione oltre il
1303. Egli racconta la leggenda nei termini seguenti[416]: «Questi
(_Celestino_) essendo homo religioso e di santa vita elli fue ingannato
sottilmente da papa Bonifazio per questa maniera, ch'ello[417] detto
papa per suo trattato e per molta moneta, che spese al patrizio nuch
(_sic_) vedevasi la notte nella camera del papa ed aveva una tromba
lunga e parlava nella tromba sopra il letto dello papa e dicea: Io
sono l'angelo, chetti sono mandato a parlare e comandoti dalla parte
di Dio glorioso, che tu immantanente debbi rinunziare al papatico e
ritorna ad essere romito. E così fece tre notti continue, tanto chelli
crette alla boce dinganto (_sic_)[418], e rinunciò al papatico del
mese di dicembre, e con animo deliberato colli suoi frati cardinali
dispose se medesimo ed elesse papa un cardinale d'Anangna, chaveva nome
Messer Benedetto Gatani, e suo nome papale Bonifazio ottavo». Qui la
leggenda è bella e formata, e non si dà come leggenda, ma come storia
certa: solo è da notare che l'autore attribuisce bensì a Bonifazio
l'idea della frode, ma non la materiale esecuzione di essa, mentre i
più di coloro che la narreranno poi ne faranno Bonifazio inventore ed
esecutore ad un tempo.
Abbiam parlato sin qui di leggenda; ma non è poi assolutamente provato
che leggenda sia e non istoria. Un uomo di pochi scrupoli, come
Bonifazio VIII, poteva bene, trovandosi a fronte un uomo semplice e
dappoco, quale era appunto Celestino, ricorrere, per conseguire il suo
intento, a una gherminella indecorosa sì, ma certo non inefficace. Se
non che ciò poco importa al caso nostro. Ammesso che sia leggenda,
s'intende come la nota scaltrezza di Bonifazio e la non men nota
semplicità di Celestino dovessero farla nascere, e dovessero farla
nascere in tempo assai prossimo agli avvenimenti che le davano
appiglio, quando di questi avvenimenti appunto si cercava di dar
ragione, e quando le passioni suscitate da essi erano calde ancora.
Forse il Marino accenna alla vera origine della leggenda in un luogo
della sua vita di Celestino V[419], notando come, dopo la rinunzia, si
spargesse per Roma la fama, e Pietro Grasso, notajo regio, attestasse,
avere Cristo parlato a Celestino, dicendo: _Quid prodest homini si
universum mundum lucretur, animae vero suae detrimentum patiatur?_ Non
ci voleva un grande sforzo di fantasia per porre al luogo di Cristo il
cardinale Benedetto. Che poi la leggenda, per alcun tempo, dopo esser
nata, potesse rimanersi chiusa entro una cerchia piuttosto stretta,
in guisa da non venire a cognizione di chi avrebbe potuto giovarsene
contro il pontefice, non farà meraviglia a nessuno.
La leggenda, di cui un cronista ci offre la testimonianza più antica,
riappare poi in altri cronisti del secolo XIV; e s'intende come con
l'andar del tempo, allargandosi anche fuori d'Italia, si venisse in
varii modi alterando. Il già citato Ferreto non dà la cosa per sicura,
come fa il cronista fiorentino, ma dice: _ferunt_, e operatore del dolo
fa lo stesso Bonifazio[420]. Giovanni Vittoriense non dubita, pare,
della frode, ma lascia dubbio se si dovesse o no a Bonifazio[421].
Alberto Argentinense riferisce la cosa, senza affermar nulla[422].
Ma nella seconda metà del XVI secolo Gilberto Genebrardo l'afferma
risolutamente[423].
Se non che le notizie più curiose della leggenda ci sono offerte, non
dai cronisti, ma dai commentatori di Dante, alcuno dei quali è forse
anteriore a Ferreto. Cominciamo da uno dei più antichi, dall'anonimo
autore delle Chiose alla prima Cantica pubblicate dal Selmi. In quella
parte di esse che si riferisce al noto luogo del c. III noi troviamo,
non senza meraviglia, la leggenda in una forma assai svolta, e con
isfoggio di particolari fantastici che non si riscontrano altrove;
il che accennerebbe già di per sè ad una lunga elaborazione. Il
racconto merita d'essere qui riportato per intero[424]. «Questi che
per viltà fece il gran rifiuto fu papa Cilestrino, il quale essendo
Romito Murato, perciò che di poco bene era sazio, e avea le genti
d'intorno crediano che fosse santo uomo, e' cardinali credendolo che
fosse sufficiente persona, sì lo chiamaro papa, e fu confermato papa.
Bonifazio che si fu accorto della miseria e della cattività sua, fece
fare ali e volto e mani e una scritta con cose che lucono di notte e
non di dì; e poi, a sua posta, celato di notte tempo i lumi, spenti
in prima tutti i lumi, entrò ne la camera sua, lui dormendo, e chiamò
con uno organo: Cilestrino, Cilestrino, tre volte. Questi si svegliò
dicendo: Domine, chi mi chiama?... E' rispose: messo di Dio. Cilestrino
il mirò, e vide solo le mani e l'ali e 'l volto lucenti. Maravigliossi
molto, e disse: che comandi? E que' rispose: a Dio spiace molto la
tua vita, e hai lasciata la via del paradiso e vuoli ire a l'inferno.
Leggi questa carta del comandamento. E la scritta dicea: i' ti comando,
che domattina, fatto il dì, tu prenda il manto e 'l pasturale, e 'l
primo cardinale che tu truovi fa sedere in su la sedia di San Pietro, e
vestilo d'ogni cosa come l'hai tu, e poi rifiuta, e partiti in maniera
che non sii veduto esser partito. Letta la scrittura che d'oro paria,
credette per certo che Agnolo di Dio fosse. Disse che si farebbe. Papa
Bonifazio ravolse le cose e sparì, e la mattina si levò sì tosto che
fu dì. Prima Cilestrino lo vide, aempiè il comandamento, e poselo in
sulla sedia, e Cardinali furono d'intorno, e da' più fu confermato a
cui parve ragione, e tali per amore, e tali per promesse, e altri per
paura, sì che papa rimase».
Nel commento di anonimo pubblicato da Lord Vernon e nelle chiose
attribuite a Jacopo Alighieri la leggenda non è ricordata; ma
questa poi riappare, tuttochè in forma più semplice e compendiosa,
in parecchi dei commentatori posteriori. Secondo Jacopo della Lana
furono i cardinali, e non il solo Benedetto, a ordir l'inganno[425].
L'Ottimo paria di _certi artificj_, ma non dice quali fossero:
Pietro Alighieri non fa cenno nemmeno di artifizii. Giovanni Boccacci
riferisce una versione secondo la quale a far l'inganno Bonifazio si
sarebbe accordato con alcuni suoi servitori[426]. Il falso Boccaccio
(_Chiose sopra Dante_, pubblicate da Lord Vernon) parla di ragioni
e di argomenti usati da Bonifazio, non d'altro; e Benvenuto da Imola
crede che il reo del gran rifiuto sia Esaù, non Celestino. Francesco
da Buti dice che Bonifazio usò e della persuasione e della frode[427].
L'Anonimo Fiorentino, pubblicato dal Fanfani, attinge per la narrazione
dal Villani; poi, al c. XIX, narra l'inganno, introducendo un fanciullo
a far la parte dell'angelo; ma pare stimi il tutto una favola[428].
Guiniforto delli Bargigi tace della leggenda, e ne tacciono ancora
il Landino, il Vellutello, il Daniello. E tra coloro che ne tacciono
sia qui ancora ricordato il Petrarca che, come altri, solo ad umiltà
attribuisce la rinunzia di Celestino[429].
La varietà delle versioni che abbiam vedute sin qui, e il richiamarsi,
che i narratori spesso fanno, alla voce pubblica, provano, ci sembra,
la diffusione della leggenda. Non ci recherà dunque meraviglia il
ritrovar questa in un racconto islandese contenuto in un codice del
sec. XV, e fatto, non ha molto, di pubblica ragione[430]. S'intende
come la leggenda non abbia potuto compiere un così lungo viaggio senza
molto alterarsi; ma ecco la sostanza del non breve racconto. Celestino
aveva accettato assai malvolentieri la dignità papale; Bonifazio, per
contro, uomo di facili costumi, e padre di dodici figliuoli, ad essa
aspirava. Nella camera del papa erano due letti, uno per lui, l'altro
per la sua sposa la Chiesa. Bonifazio scrisse con lettere d'oro una
epistola, e dicendo di averla trovata nel letto della Chiesa, la
consegnò a Celestino. Questi, apertala, vi trovò una comunicazione
della Chiesa celeste alla terrena, nella qual comunicazione si diceva
che, non piacendogli l'ufficio, il papa poteva liberamente rinunziarlo;
e il papa rinunziò, e Bonifazio ne prese il luogo. Bisogna confessare
che, migrando tanto lontano dal suo luogo di origine, la leggenda
si fece molto più sciocca, e il povero Celestino tramutò a dirittura
di semplice in istolido. Ciò che si dice della epistola scritta con
lettere d'oro ricorda la epistola luminosa di cui parla l'autore delle
Chiose anonime.
In questo campo ci sarà senza dubbio da spigolare dell'altro, e altri
il faccia, se lo stima opportuno. Prima di lasciar l'argomento una
sola cosa vorremmo avvertire ancora, e cioè, che la leggenda di cui
abbiam parlato, specie nella forma che assume nelle Chiose pubblicate
dal Selmi, entra nel copioso gruppo di quei racconti, diffusi così in
Oriente come in Occidente, nei quali un mortale prende l'aspetto e gli
attributi di alcun essere soprannaturale, per così ingannare altrui e
ottenere i suoi fini[431].