Tutti conoscono la storia poco edificante narrata nella novella 2ª
della seconda giornata del _Decamerone: Rinaldo d'Asti rubato, capita
a Castel Guglielmo, et è albergato da una donna vedova, e, de' suoi
danni ristorato, sano e salvo si torna a casa sua_. Di che maniera
fosse l'albergare della buona vedova l'argomento non dice, ma dice,
anzi fa vedere, la novella, dove, per giunta, la buona ventura toccata
al mercante astigiano è messa in istretta relazione col così detto
_Paternostro_ di San Giuliano l'Ospitaliere, e con la devozione
grandissima che si ebbe, durante tutto il medio evo, a questo santo
famoso.
Quell'uomo dabbene che fu monsignor Giovanni Bottari, parlando, in
una delle sue _Lezioni sopra il Decamerone_[382], di questa saporita
novella, fitto sempre in quel suo caritatevole pensiero di voler
purgare l'autore d'ogni sospetto di miscredenza o d'eresia, dice che
in essa, il Boccaccio, da buon cattolico, e non altrimenti, volle
biasimare e deridere una tra le tante pratiche superstiziose in uso a'
suoi tempi, e una di quelle appunto che più contrastano col sentimento
religioso sincero e legittimo. Ora, che il Boccaccio abbia voluto farsi
beffe di una sciocca superstizione, come di molt'altre superstizioni
si fa beffe in altre novelle sue, è cosa in tutto fuor d'ogni dubbio;
ma che egli abbia fatto ciò con gl'intendimenti che monsignor Bottari
gli attribuisce, è cosa che non potrebbe provarla nemmanco il Dottor
Angelico, se tornasse al mondo.
In fatto, se quelli fossero stati gl'intendimenti suoi, il Boccaccio,
per dar loro effetto, non aveva a far altro che troncar la novella nel
punto in cui, spogliato d'ogni suo avere dai malandrini, e abbandonato
da essi nel fitto della notte, in mezzo alla neve, il malcapitato di
Rinaldo poteva vedere quanto fosse vana la fede da lui riposta in
San Giuliano, e quanto fallace la speranza di compiere, mercè sua,
felicemente il viaggio e ottener buono albergo. Il Boccaccio stesso
ci mostra Rinaldo starsene in quel brutto frangente tutto tristo e
cruccioso, _spesse volte dolendosi a San Giuliano, dicendo questo non
essere della fede che aveva in lui. Ma_, soggiunge poi subito, _San
Giuliano avendo a lui riguardo, senza troppo indugio gli apparecchiò
buon albergo_.
E fu buono albergo davvero, perchè Rinaldo vi trovò, non solo tavola
apparecchiata e letto sprimacciato, ma ancora certa donna del marchese
Azzo di Ferrara, la quale divenne per quella notte la sua, e dalla
quale ebbe soprammercato, in partirsi, buona quantità di denari. Ora,
non erano certamente questi gli argomenti più acconci a far persuasi
della vanità della superstizione gli uomini creduli e grossi, e
il Boccaccio stesso pare che ce ne voglia avvertire, quando fa che
Rinaldo, levatosi la mattina, ringrazii della venturosa nottata Dio e
San Giuliano.
Vorremo noi fare un altro pensiero e credere che messer Giovanni
abbia, di suo capo, allargata a quel modo, oltre ai termini consueti
e men disdicevoli, l'azione benefica del santo protettore, tratto
a ciò da certo suo spirito di empietà, e dal desiderio di farlo
conoscere altrui? Certo, non mancano nel _Decamerone_ fatti e parole
d'onde agevolmente si potrebbero trarre argomenti in sostegno di una
tal congettura; ma qui non si tratta di sapere che cosa il Boccaccio
avrebbe potuto volere secondando certe tendenze del suo spirito;
si tratta di sapere che cosa egli fece veramente. Facciamo un'altra
ipotesi. Se quanto nella nostra novella è men conforme a devozione
appartenesse insiem col resto, e al par del resto, alla credenza
superstiziosa messa in azione e derisa? Se il Boccaccio non avesse
avuto bisogno d'inventar nulla, nè aggiungere nulla; se nulla avesse
narrato che una fede guasta e travolta non potesse, direi normalmente,
ripromettersi dal favore di San Giuliano? Se così fosse, la novella,
non contenendo inframmesse di un carattere personale troppo spiccato
verrebbe ad avere un valore storico anche maggiore e sarebbe tutta
satira schietta, senza commistione alcuna di parodia. Ora gli è
così veramente, e che sia, prova già lo stesso Rinaldo, il quale
non si stupisce punto di quanto da ultimo gl'interviene, nè dà in
modo alcuno a conoscere che nel beneficio ricevuto gli paja esserci
qualche eccesso, o sconvenevolezza; ma ogni cosa egualmente riferisce
alla grazia del santo, il buon albergo, i denari e la donna. Egli
nulla riceve che non potesse, in certo qual modo, ragionevolmente e
legittimamente aspettarsi.
Il Galvani, prendendo appunto argomento da questa novella
del Boccaccio, compose, intorno a San Giuliano, un'apposita
dissertazioncella[383]; la quale, per altro, non tocca menomamente la
questione qui messa innanzi, ed è anche sotto più altri rispetti assai
manchevole. Perciò spero che la notizia che segue non sia per tornare
nè discara nè inutile agli studiosi del nostro massimo novellatore.
Volgiamoci dapprima alla letteratura italiana e vediamo se in essa non
ci occorra qualche testimonianza e qualche prova del fatto che abbiamo
congetturato: la protezione di San Giuliano essersi estesa anche ai
facili amori, alle buone venture. Notiamo peraltro, prima di andare
innanzi, che di una estension così fatta non è punto a meravigliarsi.
Chi ha qualche pratica dell'agiologia popolare del medio evo, sa che le
plebi cristiane attribuirono spesso ai santi qualità ed offici, che con
la santità si accordano veramente assai poco, e non mancarono di cercar
patroni persino al vizio e alla colpa. I ladri ebbero a protettori
San Disma e San Nicola; le donne da partito si raccomandarono a Santa
Maddalena, a Sant'Afra, a Santa Brigida. Se i matti furono protetti
da San Maturino, non poteva mancare, e non mancò, un protettore agli
innamorati, e questo fu San Valentino. Ma essendo quello dell'amore
un gran regno e con molte faccende, da non potervi attendere un solo,
ne fu data partitamente giurisdizione più o meno onorevole a parecchi
santi, e di questi San Giuliano fu uno.
San Giuliano è spesso ricordato in libri nostri di ogni tempo[384];
ma non tutti quei ricordi fanno per noi. Quelli, per esempio, che si
hanno nel _Pataffio_[385] e in una novella di Franco Sacchetti[386],
provano che il _Paternostro_ di San Giuliano era assai cognito, e da
molti, all'occasione, recitato, ma non provano altro. Non così un luogo
di certa novella del _Pecorone_[387]. Quivi si narra di una bellissima
donna, vestita da frate, della quale s'innamora, non conoscendola,
la figliuola di un oste. Un prete, che viaggia con lei, credendola
frate davvero, avvedutosi di quell'amore, dice alla sua compagna:
_Per certo voi diceste stamane il Pater nostro di San Giuliano, però
che noi non potremmo avere migliore albergo, nè la più bella oste,
nè la più cortese_. Qui, di sbieco se si vuole, c'è un accenno ad
altro che ad albergo. Ma testimonianze più sicure e più esplicite non
mancano. Di Livia, supposta innamorata di Parabolano, dice il Rosso,
nella _Cortegiana_ dell'Aretino, che _ha detto il Pater nostro di San
Giuliano a guastarsi di lui_[388]. Nella stessa commedia, l'Alvigia
mezzana, trovandosi a un brutto sbaraglio, si raccomanda al beato
Angelo Raffaello, a San Tobia, e più particolarmente a San Giuliano,
dicendo: _messer San Giuliano, scampa l'avvocata del tuo Pater
nostro_[389]. Ora, avvocata del Pater nostro di San Giuliano, in questo
caso non può voler dir altro che mezzana. Si potrebbero moltiplicare
gli esempii, i quali proverebbero pure che il culto di San Giuliano
era non meno vivo nel Cinquecento che nel Trecento. San Giuliano era
uno dei santi più popolari e più spesso invocati, e lo prova il Franco
quando fa dire alla sua loquace lucerna: «Veggo i carrettieri et i
falconieri diventare in terra da più di San Vito e di San Giuliano nel
paradiso»[390].
Se non che, essendo gli esempii recati di sopra posteriori al
Boccaccio, si potrebbe dir che non provano, e si potrebbe riconoscere
in essi, anzi che un riflesso della credenza popolare, un semplice
riflesso della novella stessa del _Decamerone_, cognita universalmente
e passata in certo modo in proverbio[391]. Ma altrettanto non si potrà
certo dire delle testimonianze che ci offre la letteratura francese.
Se San Giuliano fu popolare in Italia, in Francia fu assai più, e
v'ebbe più offici, giacchè, non soltanto protettor dei viandanti,
e procacciatore di buono albergo, ma vi fu anche patrono delle
corporazioni dei menestrelli e dei poveri, e invocato da coloro che
languivano in ischiavitù o in prigionia. Vero è che l'officio suo
principale rimaneva pur sempre quello di provvedere di buono albergo i
suoi devoti. In Parigi c'era una chiesa a lui consacrata, e un poeta,
ricordandola insieme con l'altre molte ch'erano nella città, dice:
Saint Juliens
Qui herberge les Chrestiens[392].
Ora l'albergare di San Giuliano poteva (non dico che dovesse) essere
della maniera appunto che si vede nella novella del _Decamerone_; e
_avoir l'ostel Saint Julien_ voleva dire, non solo avere buona stanza,
ma spesso anche avere la buona nottata, come Rinaldo d'Asti. Il Legrand
d'Aussy cita da una canzone manoscritta i seguenti versi, con cui
un poeta, Giacomo d'Ostun, avendo passato la notte con la sua dama,
celebra la goduta felicità:
Saint Julien qui puet bien tant,
Ne fist à nul home mortel
Si doux, si bon, si noble ostel[393].
Nel _fableau_ di _Boivin de Provins_, alcuni che si credono di
accalappiare Boivin, traendolo in casa di una sgualdrina, gli dicono:
Par saint Pierre le bon apostre,
L'ostel aurez saint Julien[394].
Eustachio Deschamps intende l'_ostel_ nel senso che l'intende Giacomo
d'Ostun, quando dice:
On quiert l'ostel Saint Julien[395],
e quando, facendo il proprio ritratto, esce in questa confessione:
Je ne désir fors que Saint Julien
Et son hostel, dont bon fait trouver l'uis;
De saint George pas grant compte ne tien,
De sa guerre n'est mie grant deduis[396].
Questi esempii provano che non fu il Boccaccio ad attribuire a San
Giuliano il poco onesto officio; ma come mai la devota superstizione
fu essa condotta ad affidarglielo? Non è troppo difficile il dirlo. Si
tenga ben presente che San Giuliano, il quale per far penitenza della
involontaria uccisione del padre e della madre, da lui commessa, fondò
un ospizio, dove per molti anni accolse liberalmente i pellegrini,
è come il santo titolare della ospitalità[397]; si ricordi che la
ospitalità nel medio evo fu intesa assai più largamente di quanto a
noi possa parere dicevole, e che era in certo qual modo obbligo di
cortesia, nei baronali manieri, offrire all'ospite, oltre alla stanza e
alla tavola, anche una compagna di letto per la notte[398], e si avrà
piena ragione e spiegazione del fatto. Un albergo non si considerò
interamente buono se non c'era, diciam così, quel complemento, e San
Giuliano che procacciava il buono albergo, procacciava il complemento
insiem col resto. S'intende poi come trovatori, troveri, menestrelli,
uomini che campavano dell'ospitalità e liberalità altrui, si
raccomandassero a San Giuliano per tutto quanto era stato così posto
sotto la sua giurisdizione. E certo a tutti i favori che il santo
poteva largire pensava Pietro Vidal quando diceva:
Domna, ben aic l'alberc saint Julian,
quan fui ab vos dins vostre ric ostal[399],
e quando il proposito di rimanere in Italia esprimeva in quei versi:
Era m'alberc deus e sans Julias
e la doussa terra de Canaves,
qu'en Proensa no tornarai eu ges
pos sai m'acoilh Lameiras e Milas,
car s'aver posc cela qu'ai tant enquiza,
. . . . . . . . . . . . . .[400].
E a tutti quei favori similmente doveva aver la mente il Monaco di
Montaudon, quando, in una sua canzone[401], introduce lo stesso San
Giuliano a lamentarsi dinanzi a Dio che la decadenza dei costumi
cavallereschi, e il picciol animo dei signori abbiano in tutto
screditato il suo nome e quasi tolto il suo culto. Considerata ogni
cosa, non si stenta troppo a capire come Guglielmo IX di Poitiers,
il più scapestrato dei trovatori, potesse render grazie a Dio e a San
Giuliano della molta perizia ch'egli si vanta di avere nel dolce giuoco
di amore:
Dieus en laus e sanh Jolia;
Tant ai apres del juec doussa,
Que sobre totz n'ai bona ma[402].
Del resto San Giuliano non deve troppo dolersi di quell'officio
commessogli certo contro sua voglia, giacchè officio in tutto simile si
trova pure commesso a santi che non avevan poi sulla coscienza ciò che
egli ci aveva. In un vecchio poemetto tedesco, intitolato _Die Treue
Magd_[403], si racconta di uno studente che aveva in uso di recitare
ogni giorno due preghiere, l'una il mattino alla Santissima Trinità,
perchè non lo facesse capitar male, l'altra la sera a Santa Gertrude
(quale delle parecchie registrate nei cataloghi?) per ottenere da lei
buono albergo. Si mette in viaggio alla volta di Parigi, e giunta la
sera si raccomanda alla santa. Per non fermarci troppo sui particolari,
ecco che egli capita in casa di una donna bellissima, il cui marito è
assente, e vi trova quelle stesse accoglienze che Rinaldo d'Asti trova
in casa dell'amica del marchese Azzo. Sopraggiunge in mal punto il
marito; ma allora Santa Gertrude, più sollecita de' suoi devoti che lo
stesso San Giuliano non sia, suggerisce (così almeno il poeta dice di
credere) alla fantesca della donna un buon provvedimento che salva ogni
cosa. Lo scolare riconoscente non dimentica di ringraziare la santa, e
tutti contenti. Notisi che il giovane s'era mosso alla volta di Parigi
con l'intenzione di attendere non meno agli amori che agli studii.
Così pure non si vede quale ragione potesse indurre il volgo credente
in Francia a prendersi una confidenza in tutto simile con San Martino,
se non si ammette che, essendo San Martino un santo molto popolare
e bonario, il popolo potè credersi licenziato a ricorrere al suo
patrocinio anche in casi nei quali l'ajuto dei santi non pare troppo a
proposito. Fatto sta che _ostel saint Martin_ significò quel medesimo
che _ostel saint Julien_. Il _fableau_ intitolato _Le meunier et
les II clers_, che corrisponde alla novella 6ª della Giornata IX del
_Decamerone_, ce ne porge una prova. Il poeta, narrati i casi venturosi
ch'ebbero i due giovani albergando la notte in casa del mugnajo, dice:
Il orent l'ostel saint Martin[404].
E in un'_alba_ di Guiraut de Borneil non invoca il vigile amico
la protezione di Dio sopra l'amante troppo felice che non cura il
sopravvenire del giorno?
Il Manni crede che la storia di Rinaldo d'Asti narrata dal Boccaccio,
non sia cosa inventata, ma vera[405]. Ciò può ben essere; ma in tal
caso, inclinerei a credere che al fatto sostanziale vero il Boccaccio
avesse messo egli quel contorno di comica superstizione, traendolo,
sia da altre storie a lui note, sia dalla divulgata credenza. Ad ogni
modo non intendo che si voglia dire L. Cappelletti, quando afferma
che le fonti della novella del Boccaccio sono il _Panciatantra, le
gesta Romanorum, c. XVIII, e la Legenda aurea, hist. XXII_[406].
Certo riscontro con una novella del _Panciatantra_ fu notato, e sta
bene; ma nei _Gesta Romanorum_ e nella _Legenda aurea_ si narra la
storia di San Giuliano, e non si trova indizio di quelle particolarità
del culto a esso San Giuliano prestato che appunto sono di capitale
importanza nella novella del Boccaccio; e per sapere che San Giuliano
l'Ospitaliere era protettor dei viandanti, il Boccaccio non aveva
bisogno di ricorrere a quei racconti, ma bastava che ponesse mente
al nome di lui, e aprisse le orecchie a' discorsi degli innumerevoli
credenti.
Per carità, un po' più adagio in questa faccenda delle fonti.