Vediamo ora i demonii di Dante in relazione coi dannati, nell'ufficio
loro di giustizieri e tormentatori infernali.
Quando muore Guido da Montefeltro, resosi, dopo una vita tutta piena di
colpe, _cordigliero_, S. Francesco viene per raccorne l'anima; ma _un
de' neri Cherubini_ gli dice:
Nol portar; non mi far torto.
Venir se ne dee giù tra' miei meschini,
Perchè diede il consiglio frodolente,
Dal quale in qua stato gli sono a' crini;
Ch'assolver non si può chi non si pente,
Nè péntere e volere insieme puossi
Per la contradizion che nol consente[275].
Quando invece muore Buonconte, sinceramente pentito, e col nome di
Maria sulle labbra, viene l'_angel di Dio_ e ne prende l'anima; ma
_quel d'Inferno_ grida:
O tu dal ciel, perchè mi privi?
Tu te ne porti di costui l'eterno
Per una lagrimetta che il mi toglie:
Ma io farò dell'altro altro governo[276].
Qui abbiamo, se non isvolti, indicati due contrasti, del demonio e
d'un santo l'uno, del demonio e dell'angelo l'altro: nel primo vince il
demonio; nel secondo l'angelo.
È noto che contrasti sì fatti furono popolarissimi nel medio evo, e
varie letterature di quella età ne serbano numerosi documenti[277].
Il concetto che li inspira scaturisce del resto dall'intimo della
credenza cristiana e non è d'indole popolare soltanto. La lotta fra il
divino e il diabolico è in essa iniziale, immanente. Prima Lucifero si
ribella al suo fattore, poi perverte i primi parenti e tutta l'umana
generazione; Cristo vince Lucifero e spoglia l'inferno; Maria calpesta
l'antico serpente; l'Anticristo, campione di Satana, rinnoverà la
pugna. Se oggetto dell'interminabile contesa è l'umanità, gli è giusto
che per ogni singola anima le contrarie potestà combattano. La credenza
che ciascun uomo sia, lungo il corso di tutta la vita, accompagnato, a
destra da un angelo, da un demonio a sinistra, è tanto antica quanto
ovvia[278], e poichè, mentre dura la vita di quello, i due spiriti
avversarii tentano di sopraffarsi a vicenda, l'uno persuadendo il bene,
l'altro istigando al male, ragion vuole che il contrasto non cessi,
anzi si faccia più vivo in quel supremo momento in cui si decide il
destino immutabile delle anime e si suggella sopr'esse l'eternità. In
una lettera che i vescovi Remensi e Rotomagensi scrissero nell'858
a Luigi il Germanico si dice che i diavoli sono sempre presenti
alla morte degli uomini, così dei malvagi, come dei giusti[279]; e
poichè, da altra banda, son pur presenti gli angeli, il contrasto è
inevitabile. Un tale, di cui narra la Visione S. Bonifazio, apostolo
della Germania (683-755), assistè a una specie di contrasto generale
delle milizie celesti e infernali: _Innumerabilem quoque malignorum
spirituum turbam nec non et clarissimum chorum supernorum angelorum
adfuisse, narravit. Et maximam inter se miserrimos spiritus et sanctos
angelos de animabus egredientibus de corpore disputationem habuisse,
daemones accusando et peccatorum pondus gravando, angelos vero
relevando et excusando_[280]. Nel _Muspilli_ è detto che ogni qual
volta un'anima esce dal corpo angeli e diavoli s'azzuffan tra loro.
L'immaginazione di sì fatti contrasti è assai antica. Nella epistola
cattolica di Giuda, tenuta ora generalmente apocrifa dai critici,
ma che si trova già ricordata nel secondo secolo, si accenna (v. 9)
ad un alterco che l'arcangelo Michele ebbe col diavolo pel corpo di
Mosè[281]. Di Sant'Antonio racconta Sant'Atanasio, che una volta fu
rapito in ispirito, e levato dagli angeli in cielo. I diavoli, ciò
vedendo, cominciarono a contrastare, e gli angeli a chiedere perchè il
facessero, non essendo in Antonio macchia di peccato. I diavoli allora
presero a ricordare tutti i peccati che egli aveva commessi prima di
abbracciare la vita solitaria, sin dalla nascita, e ad aggiungerne
molt'altri, da loro calunniosamente inventati. Finalmente, non
riuscendo loro la cosa, sgombrarono il passo[282]. I Mongoli credono
che ogni anima d'uomo che muore giunga in presenza del supremo giudice
accompagnata da uno spirito buono e da un spirito malvagio, i quali,
con sassolini bianchi e neri fanno il novero delle sue buone e cattive
azioni.
Il contrasto è più spesso tra demonii e angeli; talvolta è tra demonii
e santi, come si vede nella lettera apocrifa che si volle scritta
da S. Cirillo, arcivescovo di Gerusalemme a Sant'Agostino, e nella
Visione che un sant'uomo ebbe della liberazione dell'anima di re
Dagoberto[283]. Talvolta pure è tra i demonii e la Vergine, e ne' varii
casi assume varia forma e vario carattere, secondo tempi, luoghi, e
condizioni di persone. Come s'è veduto, Dante accenna appena ad un
diverbio; anzi diverbio propriamente non pone, giacchè S. Francesco
nulla risponde alle ragioni del diavolo loico, e nulla risponde
l'angelo ai rimproveri del vinto avversario. Ma di forme così parche
e temperate non avrebbe potuto appagarsi nè la fantasia dei mistici,
nè la fantasia popolare, e per esse il contrasto doveva, facendosi
sempre più grossolano, accogliere in sè tutti i possibili modi della
contestazione e della contesa. Il libro dove sono notate tutte le buone
azioni, e il libro, di solito molto maggiore, dove tutti i peccati son
registrati, l'uno recato dagli angeli, l'altro dai diavoli, figurano
già nella storia di un malvagio cavaliere del re Coenredo, narrata da
Beda[284], ripetuta dal Passavanti. Essi trovansi del resto anche in
altre mitologie. I Mongoli credono che il dio della morte ha un libro
dove nota tutte le azioni degli uomini. In altre leggende cristiane
si ha la bilancia con cui angeli e diavoli pesano azioni buone e
cattive[285]. In una delle Visioni di S. Furseo, i demonii disputano
assai dottamente con gli angeli di peccati e di penitenza, citano le
Scritture, e non si mostrano men buoni dialettici del diavolo che se
ne porta l'anima di Guido[286]. Per l'anima di Baronto contrastano
due demonii e l'arcangelo Raffaele. Disputano un giorno intero, senza
venire a nessuna conclusione: allora l'arcangelo, spazientito, tenta
di levar senz'altro l'anima in cielo; ma invano, perchè l'uno dei
demonii l'acchiappa dal lato sinistro, l'altro, da tergo, la tempesta
di calci. La battaglia dura un pezzo, si fa più aspra. Sopraggiungono
altri quattro demonii in ajuto de' compagni, altri due angeli in
ajuto di Raffaele. Dàgli e picchia, finalmente le potestà celesti
trionfano[287]. Notevole esempio di antropomorfismo anche questo, da
aggiungersi agl'infinti onde è piena la storia di tutte le religioni.
Con certe forme di tali contrasti ha stretta relazione quello che fu
chiamato il processo di Satana, di cui io qui non mi curo[288]. Noterò
solo che in Dante il contrasto non passa oltre ad un grado, che si
potrebbe chiamare, sebbene impropriamente, di prima istanza. Nè S.
Francesco per l'anima di Guido, nè il demonio per l'anima di Buonconte,
si richiamano di quanto nel primo caso risolve il diavolo loico, di
quanto nel secondo pare abbia già risoluto l'angelo. Così non avviene
in molti altri contrasti. Nella Visione di S. Furseo angelo e demonio,
non potendo accordarsi circa il possesso di un'anima, si appellano
a Dio. Giacomo da Vitry narra di un gran peccatore che, in punto di
morte si confessò al diavolo, credendo confessarsi a un prete. Morto il
peccatore, angeli e demonii furono, contrastando, intorno all'anima,
e quelli dicevano che la confessione era valida, perchè fatta in
buona fede, e questi gridavano che non poteva valere, perchè fatta al
demonio. Per giudizio di Dio il peccatore risuscitò e potè rifare la
confessione. Questa storia è ripetuta dal Cavalca[289].
Degno di attenzione nel secondo contrasto narrato da Dante è il mal
governo che il demonio, non potendo avere l'anima, fa del corpo di
Buonconte[290]; giacchè, di solito, non è data ai demonii potestà di
offendere i corpi di chi muore riconciliato con Dio. Bensì sono spesso
dati loro in balìa i corpi degli scelerati le cui anime vanno in
Inferno; e molte storie spaventevoli si raccontano di corpi che furono
strappati a furia fuor delle chiese, bruciati negli avelli, o fatti a
pezzi. Le peripezie del corpo di Pilato sono note abbastanza.
Ma qui viene in taglio un'altra osservazione. Il diavolo loico prende
l'anima di Guido da Montefeltro, e la porta a Minosse, che la giudica
e la manda fra i _rei del foco furo_[291]. Come ciò? Dice Virgilio
che le anime di coloro che _muojon nell'ira di Dio convengnon d'ogni
paese_ alla triste riviera d'Acheronte, e che son pronte a passare
il fiume, così spronandole la divina giustizia che _la tema si volge
in desio_[292]. Se esse convengono di per sè al fiume; se Caronte
è quegli che le traghetta; se per tal via giungono in cospetto del
giudice infernale, come va che l'anima di Guido è portata al giudizio
da un diavolo? Si può rispondere che Dante, narrando il passaggio delle
anime oltre il fiume ebbe in mente il mito pagano, e che narrando poi
di Guido, si scordò quel mito, e si sovvenne della comune credenza de'
tempi suoi, secondo la quale le anime malvage erano portate via dai
diavoli, e non le anime soltanto, ma qualche volta anche i corpi. Nè
Dante ebbe a sovvenirsene in questo caso soltanto. Il diavolo che porta
nella bolgia dei barattieri l'anziano di santa Zita, dice:
Mettetel sotto, ch'io torno per anche
A quella terra che n'ho ben fornita[293].
Anche nell'Inferno dantesco i diavoli hanno per ufficio di tormentare
i dannati; ma bisogna subito dire che tale officio essi non adempiono
con la frequenza, il furore, l'atrocità di cui porgono tanti esempii
le altre Visioni. Caronte si contenta di battere col remo qualunque
si adagia[294]; poi, per tutto il primo e secondo cerchio, come già
innanzi nel vestibolo dove sono i vigliacchi[295], non è più cenno di
diavoli tormentatori, fino a Cerbero, che
Graffia gli spirti, gli scuoja ed isquatra[296].
Minosse assegna soltanto a ciascun'anima la pena adeguata. Dante volle,
non senza un concetto profondo, che i dannati trovassero lor castigo,
almeno nella più parte dei casi, in una condizione prestabilita, in
un ordinamento fisso e costante di pene, nelle quali i demonii non han
troppa ingerenza, e volle ancora sovente che i dannati stessi fossero
gli uni contro gli altri esecutori e strumenti del meritato castigo.
Così gli avari e i prodighi del quarto cerchio percotonsi coi pesi
che van _voltando per forza di poppa_[297]; così le _fangose genti_
fanno strazio di Filippo Argenti[298]; così il conte Ugolino rode il
teschio dell'arcivescovo Ruggieri con denti _come d'un can forti_[299].
Però non vediamo nell'Inferno di Dante demonii far bollire le anime
in pentole affocate, arrostirle infisse in lunghi spiedi, struggerle
in padelle roventi, segarle per lungo e per traverso, come in tante
Visioni e rappresentazioni dell'Inferno interviene. L'orribile cuoco
dell'Inferno di Giacomino da Verona[300] non ha luogo nell'Inferno di
Dante, dove l'opera dei diavoli tormentatori comincia propriamente
solo nel primo girone del settimo cerchio. Quivi i Centauri vanno a
mille a mille intorno al fosso, saettando le anime che alcuna parte
di sè levan fuori dal sangue bollente[301]. Ora, col settimo cerchio
comincia quella parte dell'Inferno nella quale sono puniti i più
malvagi, secondo dice Virgilio[302]. Da indi in poi troviamo, per non
parlare delle cagne nere, bramose e correnti che inseguono e lacerano i
violenti contro a se stessi[303], e dei serpi che mordono i ladri[304],
le Arpie, le quali si pascono delle fronde degli arbusti in che pure le
anime dei violenti contro a se stessi son prigioniere[305]; i diavoli
cornuti, che con grandi sferze battono di dietro i mezzani[306];
quelli che coi raffii arroncigliano i barattieri[307]; il diavolo che
_accisma_ i seminatori di scandalo e di scisma[308]; Lucifero, che
maciulla i tre massimi peccatori, e col vento delle grandi ale aggela
Cocito[309].
Ma i demonii cui è commesso l'ufficio di tormentare i dannati soffrono
essi pure una qualche pena, oltre a quella cui soggiacciono per la
esclusione dal regno dei cieli, e per l'avvilimento di lor natura,
conseguenza della caduta? Non mancano scrittori i quali dicono che
dei tormenti infernali essi non soffrono, perchè, se ne soffrissero,
assai di mala voglia attenderebbero a quel loro officio, e all'altro
di tentare i cristiani; e spesso nelle rappresentazioni dell'arte i
diavoli tormentatori mostrano in viso il compiacimento che provano
di quel loro esercizio. Del solo Lucifero Dante accenna, più che non
narri, l'intimo crucio, quando dice che
Con sei occhi piangeva, e per tre menti
Gocciava il pianto e sanguinosa bava[310].
Il Lucifero di Dante è confitto nel ghiaccio, nè si può muovere:
altrove siede tra le fiamme, o è dagli stessi demonii suoi arrostito
a fuoco vivo. Ad ogni modo le torture dei demonii non sono senza
refrigerio, se è vero, come gli scrittori affermano, che essi godono
del commesso peccato, dell'ingiuria fatta a Dio e ai santi, dell'anima
che piomba in Inferno, dei mali infiniti che affliggono la misera
umanità. Dante dice che Lucifero nel suo fondo si placa, vedendo le
brutture e le nefandità della Curia di Roma[311].