CAPITOLO SESTO.

Là sotto giorni nebulosi e brevi

Nasce una gente cui il morir non dole.

PETRARCA.

Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, contento della sua

vendetta, divenne pensoso e astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca

Vladimiro e l’eterno _cotillon_ le viene a noia. Ma questo finisce. Si

va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, dal vestibolo sino

alla soffitta, è trasformata in un dormitorio per gli ospiti. Tutti

sentono il bisogno d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare

sotto il proprio tetto.

Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel salotto colla sua

pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff e Flianoff, il quale soffre

d’una piccola indisposizione, si sono coricati sopra le sedie della

sala da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un vecchio

berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le signorine occupano le

camere di Olga e di Taziana. Ma questa infelice, puntellata a una

finestra, per la quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura

campagna.

La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza dei suoi sguardi,

il suo trattare strano verso di Olga, son tante spine che stimolano la

curiosità di Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto.

Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il cuore; le sembra che

sotto ai suoi passi si spalanchi e muggisca un abisso. “Io perirò,”

essa esclama: “ma perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno;

perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.”

Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio entra in scena. A

cinque verste[93] della villa di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva

e vive tuttora un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle bettole

e capo d’una combriccola di barattieri e di furfanti; ora campagnolo

semplice, e buono, ottimo padre (benchè celibe), amico fidato,

possidente pacifico e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora!

— La voce lusinghiera della fama lodava il suo coraggio tremendo. Colla

sua pistola egli toccava un asse alla distanza di cinque sagene.[94]

Aggiungeremo però, che un giorno in un combattimento, essendo ubriaco

come uno svizzero, tombolò da cavallo nella mota, e restò prigioniero

dei Francesi; prezioso ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe

volentieri rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per poter

ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,[95] tre bottiglie di vino di

Borgogna. Altre volte egli sapeva motteggiar con spirito, trappolare

i balordi, e sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le sue

burle non restarono sempre impunite, e anch’egli talvolta si lasciò

infinocchiare come un babbione. Sapeva discutere con brio, replicare

con sagacità o con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare

a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, farli sfidare

in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare in tre, e quindi

disonorarli con qualche ghierabaldana. _Sed alia tempora!_ La temerità

passa colla gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata.

Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle burrasche del mondo

sotto l’ombra dei ciriegi e delle acazie. Lì viveva da vero filosofo,

piantava cavoli come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava l’A.

B. C. ai bambini.

Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui carattere, ma apprezzava

il suo giudizio e le sue riflessioni intorno agli uomini e alle cose.

Si frequentarono un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato di

vedere un mattino Zarieschi entrar in camera sua. Dopo i complimenti

usuali, Zarieschi interrompendo la conversazione che stava per

intavolarsi, e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio un biglietto

di Vladimiro. Anieghin si trasse alla finestra e lesse a bassa voce.

Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un _cartello_. Lenschi,

garbatamente e freddamente, invitava Eugenio a battersi con lui. La

prima mossa d’Eugenio fu di dire al messaggero senza altra spiegazione

ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star di più; s’alzò in

silenzio, e se ne tornò a casa ove aveva molto da fare. Ma Eugenio,

abbandonato alle proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso

e non senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, e si

trovò colpevole in molti riguardi. In primo luogo, aveva dileggiato

con troppa crudeltà un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva

spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena perdonabile

ad uno scapestrato di diciotto anni. Eugenio, che amava Lenschi di

tutto cuore, dovea in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei

pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, ma qual uomo di

senno e d’onore. Dovea palesare i suoi sentimenti, e non incollerirsi

come belva; doveva disarmare quella suscettività giovanile. “Ma ora è

troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. Un duellista per mestiere

si è ingerito in questa faccenda, è maligno, è imbroglione, gran

parlatore. Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo;

ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” Ecco l’opinione

pubblica! Il puntiglio è la molla che ci fa agire, è il pernio sul

quale gravita il mondo.

Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta in casa la risposta.

Il suo eloquente vicinante gliela arreca in trionfo. Che festa

per il geloso! Temeva che il suo antagonista non la scappasse con

qualche pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il suo

petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani all’alba, essi

si incontreranno presso al molino; caricheranno le loro pistole, e

spareranno alle gambe o alla testa.

Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava ormai come una

civetta, non voleva vederla prima del combattimento. Guardò all’oriuolo

e al sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue vicine.

Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla colla sua venuta; ma

sbagliava. Olga scese, come prima, dal verone per andargli incontro,

leggera, graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata da quel

ch’era antecedentemente.

“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” chiese Olga.

A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il suo furore, se

ne stette colla bocca chiusa, e si grattò il naso. La gelosia, il

dispetto, la rabbia, sparirono davanti a quello sguardo sereno, a quel

contegno ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla Olga con

occhio di compassione; vede che è ancora amato! Già il pentimento lo

assale; sta per implorar perdono; trema, non trova le parole.... è

felice.... è quasi guarito.

Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la forza di ricordare alla

fanciulla gli eventi della precedente sera. “Io sarò,” egli pensa, “il

di lei liberatore; non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere quel

giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle lusinghe. Non tollererò che

un verme impuro e velenoso roda lo stelo di quel giglio candido, nè che

quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca all’alito del vizio.”

Tutto ciò significava, amici miei: son risoluto di battermi coll’amico.

Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il cuore della mia Taziana!

Se Taziana avesse potuto prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro

dovevan contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le di lei premure

avrebbero forse rappattumato i due rivali. Ma nessuno fino ora s’è

accorto nemmen per sogno di questa passione. Anieghin non parla più

di nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola avrebbe potuto

indovinar tutto, ma non è gran fatto perspicace.

Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, ora espansivo e lieto;

ma gli alunni delle Muse sono sempre così. Coi capelli arruffati egli

siede al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo gli occhi

ad Olga esclama: “Io son felice, non è vero? È tardi. Convien che io

parta.” Intanto soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla

gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in viso: “Che

avete?” grida. “Niente,” egli risponde e raggiunge la porta.

Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si spoglia, e apre

un volume di Schiller. Ma sempre lo stesso pensiero l’opprime, e

l’impedisce di dormire. Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza

ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive _currenti

calamo_ alcuni versi pieni d’amorose inezie, ma sonori e dolci. Poi,

nel suo entusiasmo lirico, se li rilegge ad alta voce. Per fortuna

questi versi mi sono caduti fra mano; eccoli.

Dalla fortuna oppresso

Aspetto impazïente il dì venturo.

Parla, o sfinge crudel, tetro futuro:

Mi cingerai d’alloro o di cipresso?

Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso?

Cadrò trafitto da letal saetta

Oppur dal gran cimento escirò illeso?

Qualunque sia la sorte che m’aspetta

Io dirò rassegnato e disdegnoso:

Benedetta la veglia e benedetta

L’ora del gran riposo.

Forse, questa sarà l’ultima guerra

Del rio destin che bersagliar mi suole.

Domani riderà, come oggi, il sole,

E canterà la terra;

Ma privo ormai d’udito e di veduta

Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso,

Ombra squallida e muta,

Spazierò per le tenebre d’abisso.

Divorerà il mio nome il ceco oblio:

Ma tu, casta colomba,

Forse a sparger verrai di tanto in tanto

Qualche stilla di pianto

Sulla precoce e solitaria tomba;

E dirai sospirando: “Egli fu mio:

”A me sola sacrò la cetra, il cuore,

”E dei begli anni il fiore....”

E mi ripeterai l’ultimo addio.

Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli dettò. Un critico li

chiamerebbe romantici; io però non so vederci cica di romanticismo;

ma lasciamo stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò

pensando all’_ideale_. Parola alla moda! Ma aveva appena socchiuso le

ciglia, quando il suo vicinante entrò nella stanza e lo destò dicendo:

“Su, su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di certo.”

Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. Le ombre della

notte si diradano, il gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole

ascende l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano e volano

in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal letto. Finalmente tira

le cortine, guarda, e s’accorge che già da gran tempo avrebbe dovuto

trovarsi sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere francese

Guillot accorre in fretta, gli porge la veste da camera, le pantofole

e la camicia. Anieghin si abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi

ad accompagnarlo colla scatola delle pistole. La slitta è pronta.

Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo colle pistole di

Lepage,[96] e al cocchiere di avanzar nella campagna verso due piccole

quercie.

Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da profondo agronomo,

biasimava il modo in che era fatto un pagliaio.

Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” esclamò Zarieschi “il

vostro secondo?” Zarieschi classico e pedante nei duelli si sdegnava

d’una tale infrazione ai veri principii della monomachia. Permetteva

che si stendesse al piano un uomo per una bagattella, purchè si

osservassero le regole dell’arte e le austere tradizioni degli antichi;

lo che è da lodarsi in lui.

“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: Monsieur Guillot. Spero che

non vi opporrete a tale scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un

galantuomo.”

Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò a Lenschi:

“Ebbene, cominciamo!”

“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro.

E si portarono dietro il molino.

Mentre Zarieschi e il _galantuomo_ fissavano a quattro occhi le

condizioni del combattimento, gli antagonisti stavano fermi colle

ciglia basse.

Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? Quanto è che l’uno

sitisce il sangue dell’altro? Quanto è che dividevano gli ozi, le pene,

la mensa, i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro l’altro

come due nemici ereditari, tramano, quasi in un sogno spaventoso e

incomprensibile, la loro mutua distrazione. Non sarebbe meglio che si

separassero ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? Ma il

coraggio della gente ha una singolar paura della falsa vergogna.

Già le pistole splendono. Risuona il martello della bacchetta. La

palla rotola nel cannone, il cane stride per la prima volta. Versano la

polvere grigiastra nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata e

fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si rimpiatta dietro

un tronco vicino. I due avversari gettano i loro mantelli. Zarieschi

ha misurato con esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa

distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano le pistole.

“Ora partite!”

I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, quattro passi,

quattro passi verso la tomba. Eugenio avanzando sempre alza pian piano

la sua pistola. Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo

l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin spara. È giunto

l’istante prefisso dal fato. Il poeta senza proferir parola lascia

sfuggir l’arme, si posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi

offuscati annunziano la morte, ma non esprimono nè la doglia nè il

rimprovero. Tale struggesi al calor del mattino la valanga che brillava

sul pendío di un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre al

moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli fu. Il poeta spirò

anzi tempo. Sorse la burrasca, e il gentil fiore si seccò sbocciato

appena, e il fuoco sacro si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla

sua faccia domina una quiete che fa spavento. La palla gli ha colpito

il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante dalla ferita. Poco fa,

quel cuore palpitava di poesia, di speranza, d’amore, quel sangue

ferveva di vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come in

una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, i cristalli son

intonacati. La padrona di casa non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: —

se n’è smarrita ogni traccia.

È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico con salaci epigrammi; è

un piacere vederlo allorchè mitriato di superbe corna, si mira in uno

specchio e si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore

vedere che vi si riconosce ed esclama: “io son quello!” Ma il _nec

plus ultra_ d’ogni piacere, è apprestargli una onorevole sepoltura,

e appuntargli un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo però

_ad patres_, è uno scherzo di che, io credo, voi non siete gran fatto

ghiotto.

Se dunque vi accade di uccidere un giovine amico che vi offese _inter

pocula_ con un ghigno o una risposta insolente, o con qualche altra

bazzecola, e se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente

in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima vostra quando

lo vedrete steso a terra, in preda all’agonia, già gelido, già livido,

sordo al vostro disperato appello?

Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre l’arme funesta,

contempla l’infelice Lenschi.

“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi.

Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin tutto tremante

s’allontana e chiama i servitori. Zarieschi adagia con premura il

cadavere nella slitta, e trasferisce quel tristo deposito nella propria

dimora. I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, imbiancano

il morso di spuma, e volano come strali.

Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è perito nel più bel

fiore delle sue speranze, prima d’aver dato al mondo i delicati frutti.

Ov’è adesso quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso di

generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? Ove sono quei

fervidi slanci d’amore, quella sete di gloria, quell’affetto allo

studio, quell’orror del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree

visioni della vita celestiale, illusioni della divina poesia?

Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. La sua cetra

ammutolita avanti l’ora, potea destare un eco durevole nei secoli

venturi. Forse un alto grado gli era riservato nella scala sociale.

L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo ingegno. Perì per

noi quel creatore spirito! E chiuso nell’avello non udirà l’inno nè le

benedizioni dei popoli alzarsi qual incenso in suo onore....

Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un ricco appannaggio. Avrebbe

lasciato i generosi impulsi della gioventù stagnare ed estinguersi

nell’inazione. Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato

le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe provato tutte

le beatitudini della vita: avrebbe marcito nella sua villa con una

guarnacca imbottita in dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la

podagra; avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato,

e finalmente ammalatosi, sarebbe morto nel suo letto attorniato di

figliuoli, di donnicciuole e di dottori.

Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, il poeta, il

sognatore[97] melancolico, soccombè per la mano d’un amico! A sinistra,

quando si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono le

loro radici; sotto a quelli serpeggia un ruscelletto che deriva dalla

valle vicina. Ivi l’agricoltore cerca il riposo; ivi i mietitori vanno

a empir d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione

dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde sotto l’ombra opaca,

sorge adesso la sua umile sepoltura.

Allorchè incomincia la pioggia di primavera a strosciar sull’erbe

dei prati, il pastorello, cantando i _Pescatori del Volga_, viene

talvolta lì a lavorar le sue scarpe di scorza. E la giovine signora

che passa l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna,

sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, e mentre colla

mano sinistra stringe la briglia di canapa, rimuove colla destra il

velo del cappello, e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma

il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento proseguendo il

suo corso nell’aperta pianura, tutta meditabonda, compiange la trista

fine di Lenschi e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante,

oppure presto si consolò della sua perdita? Dov’è adesso la sorella

d’Olga? Ov’è il disprezzatore della società, il disertore delle donne

alla moda, il capriccioso originale che uccise il giovine poeta?”

Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,[98] ma non

oggi. Sebbene io ami svisceratamente il mio eroe, io devo ora lasciarlo

in disparte, ma per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età

vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a lungo ho bazzicata e

accarezzata. Lo confesso e me ne pento. Ma fortunatamente la mia penna

non ha più la smania di schiccherar baie canore: pensieri più gravi,

cure più nobili occupano la mia mente nella solitudine e in seno alla

società.

Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo tormento. Ma ormai

non ho più speranza; e mi rincrescono le mie passate inquietudini. O

illusioni! illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene con

giovinezza? È egli vero che questa già perda per me la sua brillante

corona? È egli vero che la primavera di mia vita è spenta per sempre,

spenta senza una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà più?

È egli vero che fra poco avrò trent’anni?

Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio del mio corso; è forza

ch’io ne convenga. Dunque separiamoci da buoni amici, o mia spensierata

gioventù! Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del

trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i tuoi doni; te ne

ringrazio cordialmente. Sotto le tue ali, nel tumulto e nella calma, io

ho goduto assai; basta così! Ora, con animo sereno, entro in una nuova

via per divezzarmi della vita passata.

Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo ove i miei dì

fuggirono inavveduti in mezzo alle passioni, alla indolenza, alle

astrazioni d’un ingegno riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva

la mia fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al mio

ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che si ghiacci, che

s’induri e finalmente si impetrisca nel letargo d’una società morta!

Fuga da me lungi gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli

astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della fortuna; gli

scellerati ridicoli e seccanti, i giudici parziali e cavillatori, le

civette bacchettone, gli schiavi volontari, i tradimenti eleganti del

_gran mondo_, le sentenze spietate della vanità impudente; la trista

fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo e anneghiamo

insieme, o cari amici!

Racconti poetici · 第 44 / 56 题