Là sotto giorni nebulosi e brevi
Nasce una gente cui il morir non dole.
PETRARCA.
Accortosi della disparizione di Lenschi, Anieghin, contento della sua
vendetta, divenne pensoso e astratto. Olga, sbadigliando con lui, cerca
Vladimiro e l’eterno _cotillon_ le viene a noia. Ma questo finisce. Si
va a cena. Si apprestano i letti. Tutta la casa, dal vestibolo sino
alla soffitta, è trasformata in un dormitorio per gli ospiti. Tutti
sentono il bisogno d’un placido sonno. Il solo Eugenio andò a riposare
sotto il proprio tetto.
Quiete generale. Il pingue Pustiacoff russa nel salotto colla sua
pingue sposa. Gvosdin, Buianoff, Petuscoff e Flianoff, il quale soffre
d’una piccola indisposizione, si sono coricati sopra le sedie della
sala da pranzo, e Monsieur Triquet col suo giubbettino e un vecchio
berretto da notte s’è sdraiato per terra. Le signorine occupano le
camere di Olga e di Taziana. Ma questa infelice, puntellata a una
finestra, per la quale rifulge la luna, sta spiando intorno l’oscura
campagna.
La venuta insperata di Eugenio, l’insolita tenerezza dei suoi sguardi,
il suo trattare strano verso di Olga, son tante spine che stimolano la
curiosità di Taziana, tanti enimmi che confondono il suo intelletto.
Le sembra che una mano di ghiaccio le prema il cuore; le sembra che
sotto ai suoi passi si spalanchi e muggisca un abisso. “Io perirò,”
essa esclama: “ma perire per suo volere mi è dolce. Io non me ne lagno;
perchè mi lagnerei? Egli non può farmi felice.”
Cammina, cammina, istoria mia! Un nuovo personaggio entra in scena. A
cinque verste[93] della villa di Lenschi, chiamata Crasnogora, viveva
e vive tuttora un certo Zarieschi, già famoso tribuno delle bettole
e capo d’una combriccola di barattieri e di furfanti; ora campagnolo
semplice, e buono, ottimo padre (benchè celibe), amico fidato,
possidente pacifico e galantuomo — tanto è vero che il secolo megliora!
— La voce lusinghiera della fama lodava il suo coraggio tremendo. Colla
sua pistola egli toccava un asse alla distanza di cinque sagene.[94]
Aggiungeremo però, che un giorno in un combattimento, essendo ubriaco
come uno svizzero, tombolò da cavallo nella mota, e restò prigioniero
dei Francesi; prezioso ostaggio! Emulo d’Attilio Regolo, si sarebbe
volentieri rassegnato a una nuova prigionia in Parigi, per poter
ancora trangugiare, ogni mattina, da Very,[95] tre bottiglie di vino di
Borgogna. Altre volte egli sapeva motteggiar con spirito, trappolare
i balordi, e sbalordire i furbi, apertamente o sotto mano. Ma le sue
burle non restarono sempre impunite, e anch’egli talvolta si lasciò
infinocchiare come un babbione. Sapeva discutere con brio, replicare
con sagacità o con melensaggine; sapeva tacere a proposito, e ciarlare
a proposito; sapeva inimicare due giovani amici, farli sfidare
in duello, e poi riconciliarli affin di pranzare in tre, e quindi
disonorarli con qualche ghierabaldana. _Sed alia tempora!_ La temerità
passa colla gioventù, come il sogno dell’amore, quell’altra baronata.
Il mio Zarieschi, come già dissi, si ricoverò dalle burrasche del mondo
sotto l’ombra dei ciriegi e delle acazie. Lì viveva da vero filosofo,
piantava cavoli come Orazio, nutriva anatre ed oche, e insegnava l’A.
B. C. ai bambini.
Non era sciocco. Eugenio non stimava il di lui carattere, ma apprezzava
il suo giudizio e le sue riflessioni intorno agli uomini e alle cose.
Si frequentarono un tempo con piacere. Sicchè non fu meravigliato di
vedere un mattino Zarieschi entrar in camera sua. Dopo i complimenti
usuali, Zarieschi interrompendo la conversazione che stava per
intavolarsi, e accennando cogli occhi, consegnò a Eugenio un biglietto
di Vladimiro. Anieghin si trasse alla finestra e lesse a bassa voce.
Era una gentile, nobile, e corta sfida, o un _cartello_. Lenschi,
garbatamente e freddamente, invitava Eugenio a battersi con lui. La
prima mossa d’Eugenio fu di dire al messaggero senza altra spiegazione
ch’egli era sempre pronto. Zarieschi non volle star di più; s’alzò in
silenzio, e se ne tornò a casa ove aveva molto da fare. Ma Eugenio,
abbandonato alle proprie riflessioni, fu mal contento di sè stesso
e non senza motivo. Fece un severo esame della sua coscienza, e si
trovò colpevole in molti riguardi. In primo luogo, aveva dileggiato
con troppa crudeltà un amore timido e sincero; in secondo luogo, aveva
spinto il poeta a far delle balordaggini; malizia appena perdonabile
ad uno scapestrato di diciotto anni. Eugenio, che amava Lenschi di
tutto cuore, dovea in quell’occorrenza mostrarsi non quale servo dei
pregiudizi del mondo, non quale spadaccino scervellato, ma qual uomo di
senno e d’onore. Dovea palesare i suoi sentimenti, e non incollerirsi
come belva; doveva disarmare quella suscettività giovanile. “Ma ora è
troppo tardi,” diceva; “il colpo è fatto. Un duellista per mestiere
si è ingerito in questa faccenda, è maligno, è imbroglione, gran
parlatore. Certo, potrei rispondere ai suoi dileggi col disprezzo;
ma il mormorío, il sogghigno degli ignoranti?...” Ecco l’opinione
pubblica! Il puntiglio è la molla che ci fa agire, è il pernio sul
quale gravita il mondo.
Acceso d’una ira infrenabile, il poeta aspetta in casa la risposta.
Il suo eloquente vicinante gliela arreca in trionfo. Che festa
per il geloso! Temeva che il suo antagonista non la scappasse con
qualche pretesto; non sottraesse, con qualche stratagemma, il suo
petto alle palle. Adesso ogni dubbio è tolto. Domani all’alba, essi
si incontreranno presso al molino; caricheranno le loro pistole, e
spareranno alle gambe o alla testa.
Lenschi, determinato a fuggire Olga ch’egli considerava ormai come una
civetta, non voleva vederla prima del combattimento. Guardò all’oriuolo
e al sole, gesticolò, declamò, e si recò quindi dalle sue vicine.
Credeva di confondere Olga, e di sorprenderla colla sua venuta; ma
sbagliava. Olga scese, come prima, dal verone per andargli incontro,
leggera, graziosa, allegra come la speranza, e niente mutata da quel
ch’era antecedentemente.
“Perchè ve n’andaste tanto presto ieri sera?” chiese Olga.
A quella domanda, Lenschi sentì cadere tutto il suo furore, se
ne stette colla bocca chiusa, e si grattò il naso. La gelosia, il
dispetto, la rabbia, sparirono davanti a quello sguardo sereno, a quel
contegno ingenuo, a quella voce espressiva. Egli contempla Olga con
occhio di compassione; vede che è ancora amato! Già il pentimento lo
assale; sta per implorar perdono; trema, non trova le parole.... è
felice.... è quasi guarito.
Cogitabondo, abbattuto, Vladimiro non ha la forza di ricordare alla
fanciulla gli eventi della precedente sera. “Io sarò,” egli pensa, “il
di lei liberatore; non soffrirò che un seduttore cerchi di perdere quel
giovine cuore, coll’ésca delle lodi e delle lusinghe. Non tollererò che
un verme impuro e velenoso roda lo stelo di quel giglio candido, nè che
quel fiore mattutino mezzo sbocciato s’appassisca all’alito del vizio.”
Tutto ciò significava, amici miei: son risoluto di battermi coll’amico.
Oh se avesse sospettato qual piaga ulcerava il cuore della mia Taziana!
Se Taziana avesse potuto prevedere che l’indomani Eugenio e Vladimiro
dovevan contendersi l’asilo del sepolcro! Chi sa? Le di lei premure
avrebbero forse rappattumato i due rivali. Ma nessuno fino ora s’è
accorto nemmen per sogno di questa passione. Anieghin non parla più
di nulla; Taziana languisce in silenzio; la balia sola avrebbe potuto
indovinar tutto, ma non è gran fatto perspicace.
Tutta la sera, Lenschi fu ora raccolto in sè, ora espansivo e lieto;
ma gli alunni delle Muse sono sempre così. Coi capelli arruffati egli
siede al suo cembalo, e prova alcuni accordi. Poi volgendo gli occhi
ad Olga esclama: “Io son felice, non è vero? È tardi. Convien che io
parta.” Intanto soccombe dall’angoscia. Nel dire addio alla fanciulla
gli par di sentirsi strappare il cuore. Essa lo mira in viso: “Che
avete?” grida. “Niente,” egli risponde e raggiunge la porta.
Tornato a casa, esamina le pistole, le ripone, si spoglia, e apre
un volume di Schiller. Ma sempre lo stesso pensiero l’opprime, e
l’impedisce di dormire. Scorge davanti a sè Olga adorna d’una bellezza
ineffabile. Chiude il libro; prende una penna e scrive _currenti
calamo_ alcuni versi pieni d’amorose inezie, ma sonori e dolci. Poi,
nel suo entusiasmo lirico, se li rilegge ad alta voce. Per fortuna
questi versi mi sono caduti fra mano; eccoli.
Dalla fortuna oppresso
Aspetto impazïente il dì venturo.
Parla, o sfinge crudel, tetro futuro:
Mi cingerai d’alloro o di cipresso?
Mi sta sul capo, un ferro o un fior, sospeso?
Cadrò trafitto da letal saetta
Oppur dal gran cimento escirò illeso?
Qualunque sia la sorte che m’aspetta
Io dirò rassegnato e disdegnoso:
Benedetta la veglia e benedetta
L’ora del gran riposo.
Forse, questa sarà l’ultima guerra
Del rio destin che bersagliar mi suole.
Domani riderà, come oggi, il sole,
E canterà la terra;
Ma privo ormai d’udito e di veduta
Nulla udrò nè vedrò. Dai vivi scisso,
Ombra squallida e muta,
Spazierò per le tenebre d’abisso.
Divorerà il mio nome il ceco oblio:
Ma tu, casta colomba,
Forse a sparger verrai di tanto in tanto
Qualche stilla di pianto
Sulla precoce e solitaria tomba;
E dirai sospirando: “Egli fu mio:
”A me sola sacrò la cetra, il cuore,
”E dei begli anni il fiore....”
E mi ripeterai l’ultimo addio.
Son questi i versi intralciati e scipiti ch’egli dettò. Un critico li
chiamerebbe romantici; io però non so vederci cica di romanticismo;
ma lasciamo stare. Verso l’alba, chinò la testa stanca, e s’addormentò
pensando all’_ideale_. Parola alla moda! Ma aveva appena socchiuso le
ciglia, quando il suo vicinante entrò nella stanza e lo destò dicendo:
“Su, su, son battute le sette. Anieghin già ci aspetta, di certo.”
Zarieschi errava. Eugenio dormiva ancora profondamente. Le ombre della
notte si diradano, il gallo canta lo spuntar dell’aurora, il sole
ascende l’erta pendice del cielo, i fiocchi di neve luccicano e volano
in giro, ma Eugenio non è ancora escito dal letto. Finalmente tira
le cortine, guarda, e s’accorge che già da gran tempo avrebbe dovuto
trovarsi sul campo. Suona il campanello. Il suo cameriere francese
Guillot accorre in fretta, gli porge la veste da camera, le pantofole
e la camicia. Anieghin si abbiglia, ordina a Guillot di prepararsi
ad accompagnarlo colla scatola delle pistole. La slitta è pronta.
Monta e vola al molino. Fa segno al servo di seguirlo colle pistole di
Lepage,[96] e al cocchiere di avanzar nella campagna verso due piccole
quercie.
Lenschi stava appoggiato alla diga. Zarieschi, da profondo agronomo,
biasimava il modo in che era fatto un pagliaio.
Anieghin s’approssimò scusandosi. “Ma dov’è” esclamò Zarieschi “il
vostro secondo?” Zarieschi classico e pedante nei duelli si sdegnava
d’una tale infrazione ai veri principii della monomachia. Permetteva
che si stendesse al piano un uomo per una bagattella, purchè si
osservassero le regole dell’arte e le austere tradizioni degli antichi;
lo che è da lodarsi in lui.
“Il mio secondo?” rispose Eugenio. “Eccolo: Monsieur Guillot. Spero che
non vi opporrete a tale scelta; benchè egli vi sia ignoto, egli è un
galantuomo.”
Zarieschi si morse le labbra. Anieghin così parlò a Lenschi:
“Ebbene, cominciamo!”
“Cominciamo,” ripigliò Vladimiro.
E si portarono dietro il molino.
Mentre Zarieschi e il _galantuomo_ fissavano a quattro occhi le
condizioni del combattimento, gli antagonisti stavano fermi colle
ciglia basse.
Antagonisti? Ma quanto è che non sono più amici? Quanto è che l’uno
sitisce il sangue dell’altro? Quanto è che dividevano gli ozi, le pene,
la mensa, i pensieri, e gli atti? Adesso accaniti l’un contro l’altro
come due nemici ereditari, tramano, quasi in un sogno spaventoso e
incomprensibile, la loro mutua distrazione. Non sarebbe meglio che si
separassero ridendo, e senza essersi tinta di sangue la destra? Ma il
coraggio della gente ha una singolar paura della falsa vergogna.
Già le pistole splendono. Risuona il martello della bacchetta. La
palla rotola nel cannone, il cane stride per la prima volta. Versano la
polvere grigiastra nello scodellino. Rimontano la silice tagliuzzata e
fortemente stretta dalla vite. Guillot sbigottito si rimpiatta dietro
un tronco vicino. I due avversari gettano i loro mantelli. Zarieschi
ha misurato con esattezza trentadue passi. Alle estremità di questa
distanza, egli colloca i combattenti, i quali impugnano le pistole.
“Ora partite!”
I due rivali fanno, con piede fermo, lento, eguale, quattro passi,
quattro passi verso la tomba. Eugenio avanzando sempre alza pian piano
la sua pistola. Fanno ancora cinque passi, e Lenschi socchiudendo
l’occhio sinistro prende di mira l’avversario. Anieghin spara. È giunto
l’istante prefisso dal fato. Il poeta senza proferir parola lascia
sfuggir l’arme, si posa la destra sul seno e cade. Gli sguardi suoi
offuscati annunziano la morte, ma non esprimono nè la doglia nè il
rimprovero. Tale struggesi al calor del mattino la valanga che brillava
sul pendío di un monte. Colto da un subito brivido, Anieghin corre al
moribondo, lo guata, lo chiama.... ma indarno! Egli fu. Il poeta spirò
anzi tempo. Sorse la burrasca, e il gentil fiore si seccò sbocciato
appena, e il fuoco sacro si spense sull’altare! Giace immoto, e sulla
sua faccia domina una quiete che fa spavento. La palla gli ha colpito
il cuore. Il sangue sgorga bollente e fumante dalla ferita. Poco fa,
quel cuore palpitava di poesia, di speranza, d’amore, quel sangue
ferveva di vita; — adesso tutto è calma, silenzio e tenebre. Come in
una abitazione abbandonata, le imposte son serrate, i cristalli son
intonacati. La padrona di casa non ci sta più. Dove sia, Dio lo sa: —
se n’è smarrita ogni traccia.
È un piacere trafiggere l’insolenza d’un nemico con salaci epigrammi; è
un piacere vederlo allorchè mitriato di superbe corna, si mira in uno
specchio e si vergogna di riconoscersi; è un piacere ancor maggiore
vedere che vi si riconosce ed esclama: “io son quello!” Ma il _nec
plus ultra_ d’ogni piacere, è apprestargli una onorevole sepoltura,
e appuntargli un’arme al muso da una distanza giusta. Mandarlo però
_ad patres_, è uno scherzo di che, io credo, voi non siete gran fatto
ghiotto.
Se dunque vi accade di uccidere un giovine amico che vi offese _inter
pocula_ con un ghigno o una risposta insolente, o con qualche altra
bazzecola, e se eccitato dalla stizza egli vi sfida orgogliosamente
in duello, ditemi: che sentimento signoreggerà l’anima vostra quando
lo vedrete steso a terra, in preda all’agonia, già gelido, già livido,
sordo al vostro disperato appello?
Lacerato dal rimorso, Eugenio, stringendo sempre l’arme funesta,
contempla l’infelice Lenschi.
“Ebbene, è morto!” osservò Zarieschi.
Morto!... Nabissato da tale orrenda notizia, Anieghin tutto tremante
s’allontana e chiama i servitori. Zarieschi adagia con premura il
cadavere nella slitta, e trasferisce quel tristo deposito nella propria
dimora. I cavalli annusando la morte nitriscono, sbuffano, imbiancano
il morso di spuma, e volano come strali.
Amici cari, vi cruccia la fine del poeta. Egli è perito nel più bel
fiore delle sue speranze, prima d’aver dato al mondo i delicati frutti.
Ov’è adesso quella fiamma entusiastica, quel torrente impetuoso di
generosi sensi, di concetti sublimi, faceti o audaci? Ove sono quei
fervidi slanci d’amore, quella sete di gloria, quell’affetto allo
studio, quell’orror del vizio e della ignominia? E voi ove siete, auree
visioni della vita celestiale, illusioni della divina poesia?
Forse, era nato per il bene, o almeno per la gloria. La sua cetra
ammutolita avanti l’ora, potea destare un eco durevole nei secoli
venturi. Forse un alto grado gli era riservato nella scala sociale.
L’ombra sua se ne portò seco i sacri misteri del suo ingegno. Perì per
noi quel creatore spirito! E chiuso nell’avello non udirà l’inno nè le
benedizioni dei popoli alzarsi qual incenso in suo onore....
Forse anche gli sarebbe toccato in sorte un ricco appannaggio. Avrebbe
lasciato i generosi impulsi della gioventù stagnare ed estinguersi
nell’inazione. Avrebbe cambiato carattere e idee; avrebbe rinegato
le Muse e preso moglie. Fortunato e cornuto avrebbe provato tutte
le beatitudini della vita: avrebbe marcito nella sua villa con una
guarnacca imbottita in dosso; di quaranta anni avrebbe avuto la
podagra; avrebbe bevuto, mangiato, sbadigliato; sarebbe ingrassato,
e finalmente ammalatosi, sarebbe morto nel suo letto attorniato di
figliuoli, di donnicciuole e di dottori.
Invece di tutto ciò, caro lettore! il giovine innamorato, il poeta, il
sognatore[97] melancolico, soccombè per la mano d’un amico! A sinistra,
quando si esce dal borgo, havvi un luogo ove due pini intessono le
loro radici; sotto a quelli serpeggia un ruscelletto che deriva dalla
valle vicina. Ivi l’agricoltore cerca il riposo; ivi i mietitori vanno
a empir d’acqua limpida la loro brocca sonora; ivi era l’abitazione
dell’alunno delle Muse; ivi, accanto all’onde sotto l’ombra opaca,
sorge adesso la sua umile sepoltura.
Allorchè incomincia la pioggia di primavera a strosciar sull’erbe
dei prati, il pastorello, cantando i _Pescatori del Volga_, viene
talvolta lì a lavorar le sue scarpe di scorza. E la giovine signora
che passa l’estate in villa, quando galoppa sola per la campagna,
sofferma talvolta il cavallo presso a quel monumento, e mentre colla
mano sinistra stringe la briglia di canapa, rimuove colla destra il
velo del cappello, e, letto rapidamente l’epitaffio modesto, ingemma
il bel ciglio d’una pietosa lacrima. Poi, a passo lento proseguendo il
suo corso nell’aperta pianura, tutta meditabonda, compiange la trista
fine di Lenschi e domanda: “Che fece Olga? Si serbò fedele all’amante,
oppure presto si consolò della sua perdita? Dov’è adesso la sorella
d’Olga? Ov’è il disprezzatore della società, il disertore delle donne
alla moda, il capriccioso originale che uccise il giovine poeta?”
Pazienza! Vi narrerò il tutto in regola e in dettaglio,[98] ma non
oggi. Sebbene io ami svisceratamente il mio eroe, io devo ora lasciarlo
in disparte, ma per poco. L’età matura m’inclina alla prosa. L’età
vuol ch’io ripudi la rima pazzerella, che troppo a lungo ho bazzicata e
accarezzata. Lo confesso e me ne pento. Ma fortunatamente la mia penna
non ha più la smania di schiccherar baie canore: pensieri più gravi,
cure più nobili occupano la mia mente nella solitudine e in seno alla
società.
Ho conosciuto nuove brame, ho provato un nuovo tormento. Ma ormai
non ho più speranza; e mi rincrescono le mie passate inquietudini. O
illusioni! illusioni! Ov’è la vostra dolcezza che rima così bene con
giovinezza? È egli vero che questa già perda per me la sua brillante
corona? È egli vero che la primavera di mia vita è spenta per sempre,
spenta senza una sola funebre elegia? È egli vero che non tornerà più?
È egli vero che fra poco avrò trent’anni?
Così è pur troppo! Eccomi giunto al meriggio del mio corso; è forza
ch’io ne convenga. Dunque separiamoci da buoni amici, o mia spensierata
gioventù! Ti ringrazio delle voluttà, delle soavi ambasce, del
trambusto, delle tempeste, dei banchetti e di tutti i tuoi doni; te ne
ringrazio cordialmente. Sotto le tue ali, nel tumulto e nella calma, io
ho goduto assai; basta così! Ora, con animo sereno, entro in una nuova
via per divezzarmi della vita passata.
Gettiamo un colpo d’occhio indietro. Addio, asilo ove i miei dì
fuggirono inavveduti in mezzo alle passioni, alla indolenza, alle
astrazioni d’un ingegno riflessivo. E tu, giovine ispirazione, avviva
la mia fantasia, disperdine il torpore, accedi più sovente al mio
ritiro; refocilla l’anima mia; non permettere che si ghiacci, che
s’induri e finalmente si impetrisca nel letargo d’una società morta!
Fuga da me lungi gli egoisti orgogliosi, gli stolti carchi d’oro, gli
astuti, i pusillanimi, i matti, i drudi e i favoriti della fortuna; gli
scellerati ridicoli e seccanti, i giudici parziali e cavillatori, le
civette bacchettone, gli schiavi volontari, i tradimenti eleganti del
_gran mondo_, le sentenze spietate della vanità impudente; la trista
fiumana delle censure e delle ciarle, in cui ci attuffiamo e anneghiamo
insieme, o cari amici!