Tolga il cielo, o mia Svetlana, che tu conosca
quelle orrende novità.
GIVCOVSCHI.
In quell’anno l’autunno fu lungo. La natura sospirava l’arrivo
dell’inverno. Finalmente nevicò nella notte del terzo giorno di
gennaro. Taziana si destò di buon mattino e scorse per i vetri della
finestra i muri, i tetti, l’atrio, coperto d’un mantello bianco.
I cristalli si rabescano di filigrana, agli alberi pendon fiocchi
d’argento; un tappeto scintillante e morbido copre le montagne; e le
gazze saltellano e ciaramellano nel cortile.
Il villano trionfante sale sulla sua ampia slitta; il suo ronzino
trotta veloce su quel terreno soffice e sicuro,[83] la _chibitca_[84]
vola e lascia appena dietro a sè un’orma fuggitiva; il postiglione
siede a cassetta con una casacca irsuta in dosso e una cintola rossa
alla vita. Un garzoncello per diporto colloca un cane nero nel suo
carrello, e vi s’attacca a modo di cavallo; ma mentre così scherza
gli si gelano le dita; gli dolgono e ne ride: frattanto sua madre lo
garrisce dalla finestra.
Ma forse simili ragguagli non hanno nessuna attrattiva per voi; tutte
queste circostanze vi sembrano triviali e poco degne della musa. Un
altro poeta, ricco dei tesori del Pindo, ci dipinse in stile superbo
la caduta della prima neve e ci narrò i vari divertimenti della
rea stagione.[85] Vi incanterà, ne son convinto, quella sua festosa
descrizione d’una misteriosa passeggiata in slitta. Frattanto io non
voglio entrare in lizza con lui nè con te, o encomiatore della giovine
Finlandese.[86]
Taziana, da vera Russa, amava, non so come, l’inverno settentrionale,
la brina lampeggiante al sole, le slitte, il roseo riverbero della
neve sotto il crepuscolo vespertino e le nebbie opache dell’Epifania.
I nostri avi celebravano questa festa nella propria casa. Le serve
predicean l’avvenire alle giovani padrone e ogni anno promettevano loro
un militare per sposo e un viaggio.
Taziana credeva alle antiche tradizioni popolari, ai sogni, alla
cartomanzia e ai segni della luna. L’apparenza di questo astro le
pronosticava non so che di particolare che le faceva gonfiare il
petto. Se uno smorfioso gatto sdraiato sulla stufa borbottando si
lisciava il muso colla zampa, Taziana ne augurava che dovevan venir
visite. Se vedeva il disco bicorne di Diana volto a ponente, tremava
e impallidiva. Quando una stella cadente fendeva l’aere notturno,
Taziana impaurita s’affrettava di palesarle gl’intimi voti del suo
cuore. Se a caso incontrava per via un frate nero o se una lepre snella
attraversava il prato innanzi a lei, Taziana colta da un subito timore
si fermava inorridita e non sapea che farsi. Ma in quello sbigottimento
stesso trovava una secreta voluttà. Così ci fabbricò natura amante dei
contrasti e degli estremi.
Ecco le ferie di Natale. Oh che gusto! Ognuno s’affanna a indovinare
ciò che avverrà nell’anno novello. Fanno oroscopi i giovani spensierati
che non si inquietano di niente, e davanti ai quali la vita si estende
vasta, ridente come un ciel sereno. Leggono nel futuro cogli occhiali i
vecchi che han perduto tutto senza scampo e che già toccano alla fossa.
— Poco importa — la speranza tuttora li alletta colle stesse lusinghe
di altre volte.
Taziana spia con occhio attento il cero che si attuffa nell’onda, e il
cui aspetto tondo e liscio annunzia qualche caso strano.[87] Diversi
anelli escono in fila da un bacino pieno d’acqua e uno di essi salta
fuori al suon di questo canto antico: “Sì, tutti i contadini sono
ricchi: scavano argento colla marra. Sia felice e illustre colui per
chi cantiamo.”
Ma il suono lugubre di questa frottola minaccia qualche danno. La
fanciulla vorrebbe piuttosto sentire un altro ritornello. Taziana, per
consiglio della balia, volle esorcizzare di notte.
L’aria è fredda; il cielo è chiaro. Il coro degli astri gravita
nell’etere con tanto accordo e tanta quiete.... Taziana scende nel
cortile in veste scoperta e presenta uno specchio ai raggi della
luna.... Ma nessuna altra forma che quella s’imprime nel lucido
miraglio.... Zitti!... la neve scricchiola.... passa uno.... la
fanciulla gli corre dietro sulla punta dei piedi e plasmando la voce in
suon più dolce di quella della zampogna, gli domanda il suo nome. Egli
la guarda in faccia e risponde: “Agatone.”[88]
Un’altra volta ordinò che si mettessero due posate sulla tavola
della sala da bagno. In un subito si sente presa d’un brivido; e
io.... anch’io raccapriccio all’idea di Svetlana.... ma noi non
farem sortilegi colla nostra fanciulla. Sfibbia la scarpa di seta, si
spoglia, appiatta uno specchietto sotto il capezzale e salta in letto.
Morfeo intanto svolazza silenzioso intorno a lei. Tutto tace, Taziana
dorme.
Ma dormendo fa un sogno strano. Le pare di camminare sopra un
campicello cosperso di neve e offuscato dalla nebbia. Un torrente non
incatenato dall’inverno, balza davanti a lei, spuma, gorgoglia oscuro
e grigio e s’arrovella fra mille massi di ghiaccio. Due pertiche
appiccicate insieme dal gelo, formano, da una ripa all’altra, un
ponticello tremolo e periglioso. Taziana giunta all’orlo del baratro
mugghiente si ferma come priva di senno.
Si lagna del ruscello che le taglia il cammino, e guarda intorno; ma
non vede nessuno che le porga la mano per aiutarla a tragittare. Tutto
a un tratto, i massi di ghiaccio crollano; che mai n’esce? Un colossale
orso. — Ahi! grida Taziana. — Ma l’orso si mette a grugnire e offre
alla fanciulla la sua zampa irta d’acuti artigli. Essa vi si appoggia
con tremore e varca il torrente a passi titubanti. Giunge all’altra
sponda — ma che? L’orso la segue. Essa si affretta nè ardisce volger
indietro gli occhi; ma non può sottrarsi alla assiduità di quel turpe
lacchè. Arrivano a una selva. Gli abeti stanno immobili nella loro
accigliata maestà; i loro rami curvansi sotto il peso della neve;
il raggio delle lampade celesti penetra scintillante nella chioma
dei pioppi, delle betulle e dei tigli nudi; cessa ogni indizio di
strada — la neve ingombra tutto e i cespugli e i burroni. Pur Taziana
avanza sempre, sprofonda nella neve sino alle ginocchia. Un lungo
ramoscello le si avvinghia al collo e le strappa gli orecchini d’oro.
Essa perde ora una scarpa ora il fazzoletto e non osa raccoglierli,
e si vergogna persino di sollevare il lembo della gonna. Piange; ode
grugnir l’animale che la incalza; corre; egli corre pure. Ansante,
priva di forze e di fiato, Taziana cade; l’orso destramente la rialza
e se la pone indosso. Essa non resiste, non si muove, non respira.
Egli la porta a traverso il bosco. Approdano a un miserabile tugurio
mezzo seppellito fra la neve. Tutto tace intorno — ma dentro la capanna
rimbomba un suon di voci e di stromenti. — “Qui sta il mio compare,”
grida l’orso; “entra e riscáldati un poco da lui.” E così dicendo
s’inoltra nel vestibolo e depone Taziana sulla soglia.
La fanciulla torna in sè e ode un gran tintinnio di bicchieri come
a un convito di funerali. Non comprendendo niente a ciò che succede,
s’avvicina pian piano e per un fesso della parete, vede.... Vede tanti
mostri seduti a mensa: uno ha muso canino e corna bovine; l’altro ha
una testa di gallo; quà una strega con barba di becco, là uno scheletro
attillato e altero; più in là un nano con una coda esile, e mezzo gru,
mezzo gatto.
Ma quel che più la meraviglia è vedere un gambero a cavallo sopra una
aragna; una oca con un teschio coperto d’una berretta rossa; un molino
che sgambetta e dibatte l’ali e si fa vento. — Dappertutto latrati,
risate, canti, fischi, picchiar di mani, strida d’uomini, calpestío di
cavalli.
Ma come stupì ancor più la nostra Taziana, allorchè in mezzo a quelle
bestie orrende, scorse.... chi mai?... Colui che le è sì caro e sì
tremendo; il protagonista di questa istoria, Anieghin! Sta seduto a
quella tavola e di quando in quando getta una occhiata verso l’uscio.
Fa un gesto: tutti si rannicchiano; beve: tutti tracannano e urlano;
sogghigna: tutti si sganasciano dalle risa; aggrotta le ciglia: tutti
tacciono; egli è il padron di casa, di ciò non v’ha più dubbio.
Taziana comincia ad aver meno paura; e con curiosità, si prova a
tirar chetamente la porta, ma in quel punto il vento soffia; i lumi si
smorzano, la masnada infernale si rizza in iscompiglio; Anieghin cogli
occhi sfolgoranti s’alza precipitosamente; tutti fanno lo stesso, ed
egli sta per escire. Taziana spaventata vuol fuggire, ma le mancan
le gambe; impaziente vuol chiamare, ma le manca la voce. Eugenio
spinge la porta. Alla vista della fanciulla tutti i demoni e tutti i
mostri cacciano un evviva frenetico e atroce; tutti l’ammiccano, la
sollecitano cogli occhi, colle unghie, colle proboscidi, colle code,
colle zanne, coi mostacci, colle lingue sanguinolenti, colle corna,
colle branche adunche: tutti ruggiscono: “È mia, è mia!”
“È mia!” esclama Eugenio minaccioso; e tosto tutta la frotta maledetta
sparve. La cara verginella rimase nelle fredde tenebre, sola col suo
amico. Questi la conduce lentamente in un cantuccio, la pone sopra
uno sgabello zoppicante e adagia il capo sulla di lei spalla. Ma ecco
sopravviene Olga; Lenschi le tien dietro. Splendono i lumi. Anieghin
vibra il braccio; butta fuoco per gli occhi e insulta gli importuni
visitatori. Taziana sviene. L’alterco si fa sempre più aspro. Eugenio
impugna uno stiletto e atterra Lenschi; una oscurità fitta regna
intorno; un urlo disperato vola al cielo; la capanna barcolla....
Taziana si risveglia tramortita.... guarda; fa chiaro nella sua stanza.
I purpurei strali dell’alba si rifrangono nelle brine dell’invetriata;
s’apre l’uscio. Olga entra più vermiglia dell’aurora nordica e più
leggera di una rondinella. “Dimmi, sorella, che cosa hai veduto in
sogno?”
Taziana tuttora in letto non bada alle parole d’Olga. Scorre l’una
dopo l’altra le pagine d’un libro e non fa motto. Questo libro
non racchiudeva nè graziose finzioni poetiche, nè savi consigli
filosofici, nè imagini. — Non era un volume di Virgilio, o di Racine,
o di Walter-Scott, o di Byron, o di Seneca; non era un fascicolo
del _Journal des modes_ sì caro alle signore. Era l’interprete dei
sogni di Martino Zadeca, il primo dei maghi, il re degli indovini.
Questa sublime opera, un mercante ambulante la portò nel villaggio e
la vendè a Taziana per tre rubli e mezzo con di giunta una _Malvina_
scompagnata, una raccolta di favole popolari, una grammatica, due
_Petreidi_[89] e un terzo volume di Marmontel. Martino Zadeca divenne
in breve il libro prediletto di Taziana. Egli la consola in ogni sua
afflizione, e dorme ogni notte con lei.
Quel sogno la sgomenta. Non ne capisce il senso e lo cerca nel gran
repertorio delle visioni notturne. Ma nell’indice finale per ordine
alfabetico non trova altri vocaboli che _abete, bosco, burrasca,
neve, orto, oscurità, ponte, turbine_, eccetera. Martino Zadeca non
solve l’astruso enimma. Certo però si è che quel sogno presagisce una
moltitudine di disgrazie. Per più giorni Taziana se ne accora e ne
paventa.
Ma la rosea mano dell’aurora riconduce il bel giorno anniversario della
sua festa. Sin dal mattino la casa Larin è piena di gente. I vicinanti
vi si trasportano con tutta la loro famiglia in chibitca, in britsca,
in slitta. Nelle anticamere, un tumulto, un bisbiglio confuso; nei
salotti nuovi visi. Chi grida, chi ride; i cagnolini guaiscono, le
signorine s’abbracciano; tutti si salutano; le balie s’arrabbiano; i
bambini vagiscono.
Venne l’obeso Pusliacoff colla sua corpulenta moglie; venne Gvosdin,
esimio economista, dovizioso padrone di miserrimi servi; vennero gli
Scotinin, consorti canuti, con tutti i loro rampolli dall’età di due
fino a quella di trenta anni; venne Petuscoff, damerino campagnolo;
venne mio cugino Buianoff cosperso di calugine, con un caschetto
militare noto a tutti;[90] venne Flianoff consigliere fuor d’impiego,
famoso attaccabrighe, vecchia volpe, pappalecco, angariatore e gran
buffone. Colla famiglia di Panfilo Carlicoff, venne _Monsieur_ Triquet,
furfantello pur or giunto da Tamboff cogli occhiali e la perrucca
rossa. Da vero francese galante, Triquet cavò di tasca un madrigale
sull’aria favorita dei bambini: _Réveillez vous, belle endormie_. Quel
madrigale trovavasi fralle canzonette rancide d’un antico almanacco;
Triquet, sagace scopritore, lo trasse dall’oblio, lo richiamò alla
luce; ma prima ebbe l’accortezza di porvi _belle Tatiana_ invece di
_belle Nina_.
Venne il comandante della guarnigione del borgo, idolo delle ragazze
aggrinzite e decrepite, trastullatore di tutte le madri del paese.
Entrò esclamando: “Ah, che notizia, che notizia! Avremo la musica del
reggimento! Me la manda il colonnello. Che piacere! balleremo.”
Le fanciulle saltano già dalla contentezza. In questo mentre si serve
il desinare. I commensali vanno a tavola due a due tenendosi per mano.
Le signorine si mettono presso a Taziana. I signori dirimpetto. Fanno
il segno di croce, cianciano un poco e si pongono a sedere.
Per qualche tempo non pensano che a mangiare. Le mascelle macinano;
i piatti, i bicchieri s’empiono e si vuotano sovente. Poco a poco
s’annaspa una conversazione fra due o tre persone; ma nessuno vi bada;
tutti schiamazzano, ridono, leticano. Di repente la porta si spalanca.
Lenschi e Anieghin compariscono: “Ah finalmente!” esclama la padrona.
I convitati si ristringono fra loro; ciascheduno rimuove la posata
e la seggiola per far loco; i due amici si accomodano. La padrona li
ha collocati in faccia di Taziana, la quale più bianca che la lana di
mattina, e più tremante della capriola inseguita dai cacciatori, non
ardisce levar gli occhi ottenebrati. Un ardore insolito le serpe per
le membra; si sente soffocare; non ode i complimenti che le fanno i due
amici; quasi quasi le sgorgano le lacrime dagli occhi e sta per cadere
in deliquio. Ma la volontà e la ragione trionfano di quella debolezza
momentanea. Mormorò fra i denti due o tre parole di ringraziamento e
rimase a tavola.
Eugenio non poteva più soffrire le scene tragico-isterico-buffe degli
svenimenti femminili; ne aveva vedute tante! Già gl’incresceva assai
d’essersi lasciato cogliere alla trappola d’un gran banchetto. Ma
quando osservò l’agitazione e il languore della giovinetta, abbassò gli
occhi dalla stizza, maledì Lenschi, giurò di fargli dei rimproveri e
di vendicarsi in regola. Frattanto, per passare il tempo si diverte a
schizzar mentalmente la caricatura di tutti i convitati.
Ma sia lode al vero: Eugenio non osservò soltanto la confusione di
Taziana. — Tosto attrasse la vista e l’attenzione sua un pasticcio di
carne che per gran sventura era troppo salato. Poi venne fra l’arrosto
e il _blanc manger_ una bottiglia di vino di Zimlianschi[91] sigillata.
Portano per beverlo un assetto di bicchieri lunghi, sottili e svelti
come la tua vita, o Zizi, vas d’elezione dei miei versi, bicchiere
dell’anima mia, che m’hai tante volte inebriato d’amore!
Liberata dal tappo, la bottiglia sbalza; il vino ferve e fuma. Allora,
con un aspetto grave, Triquet s’alza armato del suo madrigale. La
compagnia ascolta in profondo silenzio; Taziana è più morta che viva.
Triquet volgendosi ad essa col foglio in mano si mette a cantare
stuonando. Applausi, urli d’entusiasmo ricompensano il poeta. È
forza che Taziana gli faccia un inchino. Il gran poeta, umile nel
suo trionfo, porta un brindisi alla bella e le consegna il prezioso
manoscritto. Seguirono i complimenti e gli auguri; Taziana ringraziò
tutti. Quando toccò ad Eugenio di congratularla, quell’aria smorta e
stanca, quel turbamento interno, commossero il crudele. La salutò senza
aprir bocca, ma il suo sguardo parlò abbastanza. Provava egli veramente
un certo affetto, oppure voleva egli prendersi spasso della poveretta?
Fosse per caso o fosse di proposito, quello sguardo esprimeva la
simpatia e rese il respiro a Taziana.
Si respingono le seggiole con gran rimbombo. La folla si precipita
dalla sala da pranzo nel salotto. Tale un ronzante sciame di pecchie
esce dall’alveare e vola al prato. Ben pasciuti e ben dissetati, gli
ospiti sfilano l’uno dopo l’altro. Le mamme s’assidono intorno al
caminetto. Le signorine cinguettano in un angolo. I tappeti verdi[92]
e il boston invitano i giocatori fanatici, le _ombre_ allettano i
vecchi; il whist, tuttora in voga, raccoglie sotto alle sue bandiere
chiunque per interesse sa superar la noia. Già questi ultimi han fatto
otto partite, già otto volte han mutato posto: ma ecco il tè. Io segno
diligentemente le ore del desinare, della merenda e della cena. In
campagna, queste ore si conoscono senza grande sforzo, lo stomaco ci fa
da orologio esattissimo. E qui pregherò il lettore di notare che in
questo mio poema io ragiono spesso di banchetti, di pietanze e di tappi
come fai tu, o divino Omero, idolo nostro da tre mila anni in qua!
Le fanciulle vanno in gran cerimonia a prender ciascheduna una tazza
di tè, quando si sente dietro la porta della sala grande un concerto
di flauto e di fagotto. Elettrizzati da quell’armonia, i giovanotti
metton da banda il tè e il rhum. Pietuscoff, il Paride dei villaggi
circonvicini, s’accosta ad Olga; Lenschi a Taziana; Triquet alla
Carlicoff, ragazza di matura età, e il mio cugino Buianoff s’impossessa
della signora Pustiacoff. Il ballo incomincia.
Nella prima parte di questo romanzo (vedi il primo capitolo) volevo
dipingere i balli di San Pietroburgo, alla maniera dell’Albano. Ma
diviato da vane riflessioni, da dolci rimembranze, io mi cacciai dietro
alle vostre orme delicate, o piedini! o piedini! e mi smarrii, e perdei
il filo del mio racconto. Ma col dileguarsi dei miei belli anni io
diverrò più savio, riformerò i miei costumi e il mio stile, e purgherò
questo quinto canto da ogni digressione superflua.
Il walzer imperversa come un turbine e passa monotono e pazzo come la
gioventù. Una coppia succede all’altra. Mentre l’ora della vendetta
s’appressa, Anieghin, esultando di soppiatto, danza con Olga, poi
quando è stanca la fa sedere e discorre seco di vari oggetti. Due
minuti dopo, eccolo che vola di nuovo con essa. Tutti stupiscono.
Lenschi stesso non può credere ai propri occhi.
I musicanti suonano la masurca. Anticamente quando echeggiava
quell’aria, tutto oscillava nelle vaste sale; le invetriate si
sconnettevano; il tavolato si spaccava sotto i tacchi dei danzatori.
Adesso non è più così; noi calchiamo con tanta leggerezza quanto le
signore l’impiantito spalmato di lacca. Ma nelle piccole città e nei
villaggi la masurca conserva tuttora la sua bellezza, i suoi antichi
onori: cioè li slanci, le capriole, i tacchi lunghi, i baffi e il
resto. La imperiosa moda non ci ha cambiato nulla; la moda! malattia
epidemica dei nuovi Russi.
Buianoff mio cugino riconduce presso Eugenio, Taziana ed Olga. Anieghin
danza con Olga, le parla all’orecchio, le stringe la mano. — Le di
lei guance arrossano di vanità. Lenschi ha veduto tutto; monta in
sulle furie, è fuor di sè e aspetta, con un fremito di gelosia, la
fine della masurca. Allora invita Olga al _cotillon_.... Ma essa
ricusa.... Ricusa! E perchè? È già impegnata con Eugenio. Come! Essa
sarebbe capace!... No, non è possibile. Appena escita dalle fasce
sarebbe una _coquette_! Già conoscerebbe i raggiri della civetteria e
saprebbe mentire e spergiurare! Lenschi non può sopportare un colpo sì
improvviso. Maledicendo la scaltrezza delle donne, domanda un cavallo e
parte. Due pistole, due palle scioglieranno il problema.