Una nomade truppa di Zingari perlustra le steppe della Bessarabia.
Oggi essi pernottano presso a un fiume sotto le loro trabacche lacere.
La loro dimora è gaia come la libertà, e il loro sonno è quieto
nell’aperta campagna. Il fuoco arde fralle ruote dei carri mezzo
ricoperti di tappeti; la famiglia seduta in cerchio allestisce la
cena; un orso addomesticato riposa dietro le tende; i cavalli pascono
nei prati vicini. Ogni cura, ogni faccenda si adempie con piacere;
i preparativi per proseguire il viaggio sin dallo spuntar del dì
seguente, vengon alleviati dai canti delle donne; i gridi dei fanciulli
si mischiano alle battute del martello sulla incudine. Ma già la calma
subentra a tutto quel fracasso: l’accampamento dorme, e appena s’ode
nel deserto il latrar d’un cane o il nitrir di un cavallo. Tutti i
fuochi sono spenti, ogni cosa tace; la luna solitaria spazia nel vasto
empireo, e imbianca coi suoi raggi quel villaggio ambulante. Tutti
dormono nelle tende, fuorchè un vecchio seduto davanti a un bracere che
esala i suoi ultimi vampi. Il vecchio volge lo sguardo sulle pianure
circostanti sepolte nelle tenebre. La giovine sua figlia, avvezza a una
libertà assoluta, se n’è ita per diletto nelle steppe: essa tornerà,
ma intanto la notte è sopraggiunta. Già la luna s’asconde fra i vapori
dell’orizzonte, e Zemfira non riede, e la cena frugale del buon padre
si raffredda.
Finalmente essa comparisce. Uno straniero, incognito al vecchio
zingaro, le tien dietro a passi frettolosi. “Padre mio,” esclama la
ragazza; “ti adduco un ospite; l’ho incontrato dietro a un tumulo del
deserto, e l’ho persuaso a star con noi. Egli brama viver come noi; la
legge lo proscrive, io gli sarò compagna. Si chiama Alecco; è pronto a
seguirci dovunque andremo.”
_Il Vecchio_. Me ne rallegro: puoi restar fino a domani all’ombra della
nostra tenda, o unirti a noi e non ci lasciar più, come a te piace.
Acconsento a divider teco il pane e il letto. Sii nostro; assuefátti al
nostro modo di esistenza, alla nostra povertà errante e indipendente.
Colla nuova aurora partiremo assieme sullo stesso carro: scegli un
mestiere che ti torni a genio; lavora il ferro, o canta storie, o mena
a ballar l’orso per le strade.
_Alecco_. Io resto.
_Zemfira_. Egli sarà mio. Chi ardirebbe rapirmelo? Ma si fa tardi;
la luna è sparita, la nebbia vela i campi, il sonno mi grava le
palpebre....
* * *
Spunta l’alba. Il vecchio s’aggira pian piano intorno alla tenda
silenziosa. “Alzati, Zemfira,” egli grida; “già il sole splende:
svegliati, mio ospite, è ora di partire; lasciate, figli miei, le molli
piume.”
Tutti gli zingari si levano con gran rumore; ripiegano i padiglioni,
rimovono i carri, attaccano i cavalli, e tutti insieme si inoltrano
nelle steppe inabitate. Aprono la marcia gli asinelli con ceste appese
ai fianchi, nelle quali s’annidano i pargoletti; i mariti, i fratelli,
le mogli, le fanciulle, gli anziani e i giovanotti vengono in secondo
luogo. Le strida, lo strepito, gl’inni festosi, il ronzio delle
zampogne, l’abbaiare dei cani, il cigolío delle ruote, il brontolar
dell’orso, il fragor incessante delle sue catene, la bizzarra varietà
di quelli abbigliamenti tutti diversi, la nudità di quei bambini e di
quei vecchi formano una confusione strana, selvaggia, orrenda, ma in
mezzo a cui regna una allegria, una vivacità, che fa un bel contrasto
colla nostra esistenza cittadina, effemminata e monotona come i
ritornelli delli schiavi.
Alecco rivolgeva spesso la testa a guatare la pianura che
attraversavano, e non sapeva spiegarsi in che modo quella vista gli
angosciava il cuore. La bella Zemfira dagli occhi neri gli siede
allato. Egli è libero in questo vasto mondo; il sole brilla sereno e
gaio sul suo capo; perchè mai si affligge e geme? Che cura lo punge e
morde?
L’augelletto del cielo non conosce nè cura nè fatica; non s’affanna a
fabbricare un nido eterno; nelle lunghe notti dorme sui ramoscelli.
Quando il giorno appare, l’augelletto sente la voce di Dio, scuote
le penne e canta. Passa la primavera, passa l’estate ardente, e
sopravviene l’autunno ammantato di nebbie e di burrasche; l’uomo
s’annoia, l’uomo s’attrista, ma l’augelletto vola alle terre lontane,
ai climi tiepidi, e al di là del mare ceruleo ritrova la primavera.
Esule, fuggitivo, Alecco simile all’augelletto spensierato, non ha
covo stabile nè abitudine fissa. Ogni strada lo conduce al suo scopo,
ogni coltrice gli concede un dolce riposo; nel destarsi la mattina
offre a Dio la sua giornata, e i trambusti della vita non poterono mai
estirpare la sua indolenza. Talvolta la sua stella sembrava invitarlo a
calcare il sentiero della gloria, talvolta la fortuna e la voluttà gli
largivano i loro favori; spesso il fulmine mugghiava sulla sua fronte
isolata, ma egli dormiva sicuro in mezzo alle tempeste come in mezzo
alla calma, e continuava a ignorare la violenza del destino perfido e
ceco. Oh come le passioni tiranneggiavano il suo cuore! Con che tumulto
esse fervevano nel suo egro seno! Quanto è che si placarono? Per quanto
tempo si sono placate? Aspettiamo.
_Zemfira_. Dimmi, dolce amico, non rimpiangi quel che abbandonasti per
sempre?
_Alecco_. Che ho io abbandonato?
_Zemfira_. La patria, i concittadini.
_Alecco_. Perchè li rimpiangerei? Se tu conoscessi, se tu potessi
figurarti quanto è angustiata e schiava la vita delle città! Ivi gli
uomini, ammucchiati e stretti come piante in un orto, non respirano
mai il rezzo del mattino nè l’olezzo vernale dei prati; si vergognano
d’amare, bandiscono il pensiero, mercano la libertà, chinano la fronte
davanti agli idoli e ne implorano oro e catene. Che ho io abbandonato?
Il dolor del tradimento, la prepotenza del pregiudizio, la persecuzione
del volgo insano, e l’opprobrio splendido.
_Zemfira_. Ma lì vi sono palazzi immensi, variegati tappeti, giochi,
banchetti festosi; lì le fanciulle vestono sì ricchi abiti!
_Alecco_. Che vale l’allegria delle città? ove non è amore, non può
esser piacere: e le fanciulle.... Quanto sei più bella di loro benchè
priva di preziosi addobbi, di perle e di collane! Non mutar idea, o mia
diletta! — Ed io altro non bramo che divider teco l’amore, l’ozio e il
mio volontario esilio....
_Il Vecchio_. Sebbene nato in una opulenta città, tu ci ami; ma la
libertà non sempre è cara a chi visse nella mollezza. Ascolta una
nostra tradizione: un abitante del sud fu mandato in bando fra noi dal
suo signore. Io sapeva il suo nome; ma era difficile a pronunziarsi, e
l’ho dimenticato. Quantunque avanzato d’età, aveva un cuore giovine,
un tratto vivace; possedeva il dono maraviglioso del canto, e la
sua voce somigliava al mormorío delle onde. Tutti gli volevano bene.
Viveva sulle sponde del Danubio, non faceva male a nessuno e divertiva
la gente coi suoi racconti. Non sapeva egli far altro; era debole
e timido come un bambino. I suoi vicini acchiappavan per lui gli
uccelli e i pesci colle reti; quando il rapido fiume s’agghiacciava, e
fischiavano i turbini invernali, i suoi conoscenti lo involtavano di
calde pellicce; ma non potè mai assuefarsi ai disagi d’una esistenza
così stentata. Egli s’aggirava intorno smunto, squallido, dichiarava
che l’ira di Dio lo puniva per i suoi peccati, e aspettava l’ora della
sua liberazione. Malcontento di tutto e sempre afflitto, vagava sulle
spiaggie del Danubio spargendo amare lacrime al sovvenire del suo
lontano paese. E quando fu per morire, ci scongiurò che portassimo le
sue triste ossa verso il sud, ma nè anche dopo morte potè egli trovare
il riposo in questa terra da lui aborrita.
_Alecco_. Tal fu la sorte dei tuoi figli, o Roma, o potente rettrice
delle nazioni. Vate dell’amore, poeta degli Dei, dimmi, che cosa è la
gloria? Un’eco del sepolcro, un grido della fama, un suono che sorvola
di generazione in generazione: — oppure un racconto del nomade Zingaro
sotto l’ombra della sua tenda affumicata?
* * *
Due anni passarono. La pacifica famiglia degli Zingari tuttora corre a
caso per le campagne. Dappertutto, come altre volte, incontrano buona
accoglienza, e vivono in pace fra di loro e cogli altri. Sciolto dai
ceppi della civiltà, Alecco è libero come essi; e con essi conduce una
esistenza vagabonda scevra di cure e di timori. Più non rimembra il
tempo passato, e s’è avvezzo alla vita zingaresca. Gli piace dormire
all’ombra delle tende instabili, gli piace l’ozio perpetuo in che
vive coi suoi compagni, e ama persino la loro lingua inculta e scarsa.
L’orso strappato dalla tana natia, ospite irsuto della di lui baracca,
danza pesantemente e grugnisce nei villaggi, lungo le strade delle
steppe, nei casali, davanti alla turba cauta e prudente, e dappertutto
va rodendo le importune sue catene. Il vecchio, puntellato al suo
bordone, batte con indolenza il tamburino, Alecco guida la belva
cantando, Zemfira va in giro a raccogliere il tributo volontario dei
contadini. La notte soprarriva, tutti e tre cuociono il miglio non
macinato. Il padre dorme, tutto tace, tutto è quiete e oscurità nel
padiglione.
Il vecchio refocilla al sole di primavera il suo sangue gelato
dall’età; la giovinetta canta una canzone d’amore allato ad una culla.
Alecco ascolta, e freme.
_Zemfira_.
Vecchio marito,
Sposo aborrito,
Scannami pure
Colla tua scure;
Io ti disprezzo,
Mi fai ribrezzo;
Un altro adoro,
Per lui mi moro.
_Alecco_. Chetati. Codesta aria mi secca. Non mi piacciono quelle
parole feroci.
_Zemfira_. Non ti piacciono? Che mi importa? Io canto per me e non per
te.
Vecchio marito,
Sposo aborrito,
Da te trafitta,
Io starò zitta;
Il nome tuo
Bestemmierò;
Il nome suo
Non ti dirò.
Per lui sol canto;
È l’idol mio;
Ei m’ama tanto!
Ma più l’amo io.
_Alecco_. Cessa, Zemfira, cessa....
_Zemfira_. Che l’hai capita la mia canzone?
_Alecco_. Zemfira!...
_Zemfira_. Adirati pure; io canto per te. (Se ne va cantando _Vecchio
marito_).
_Il Vecchio_. Me ne ricordo; questa frottola fu composta quando ero
giovine; e d’allora in poi si canta per sollazzar le brigate. La mia
Mariola la cantava nelle steppe del Cagul, durante le notti d’inverno,
mentre cullava la figlia davanti al fuoco. I tempi andati si van
sempre più cancellando dalla mia memoria, ma questo scherzo vi si è
profondamente impresso.
* * *
Tutto tace; la luna inostra quella parte del cielo ove il sole
sparisce. Zemfira risveglia suo padre. “O padre mio, Alecco mi
spaventa. Ascolta, in mezzo a un sonno agitato egli geme e piange.”
_Il Vecchio_. Non lo toccare e non parlare. Ti dirò una credenza russa:
verso la mezza notte il genio familiare opprime il respiro di coloro
che dormono; parte prima dell’alba. Rimanti meco.
_Zemfira_. O padre mio! Egli mormora il nome di Zemfira!
_Il Vecchio_. Cerca di te anche dormendo, tu gli sei più cara di tutto.
_Zemfira_. Non me n’interessa più del suo amore. Sono annoiata; il mio
cuore ha sete di libertà, e di già io.... ma.... senti. Egli pronunzia
un altro nome!
_Il Vecchio_. Che nome?
_Zemfira_. Senti come anela e digrigna i denti. Che cosa orrenda!... Io
lo sveglierò.
_Il Vecchio_. Non fare; non scacciare lo spirito della notte, se ne
andrà da sè.
_Zemfira_. Si è voltato, si alza, mi chiama, si è destato. Io vo presso
di lui. Addio, padre; raddormentati.
* * *
_Alecco_. Ove sei ita?
_Zemfira_. Da mio padre. Un demone ti toglieva il respiro e ti
tormentava l’anima mentre dormivi. Mi hai fatto paura. Tu digrignavi i
denti, e proferivi il mio nome.
_Alecco_. Mi sei apparsa in sogno. Mi sembrava trovarti con....
insomma, ho fatto un sogno spaventevole.
_Zemfira_. Non prestar fede alle visioni notturne.
_Alecco_. Ah ch’io non credo a nulla, nè ai sogni, nè alle proteste
affettuose, nè al tuo amore.
* * *
_Il Vecchio_. Perchè mai, giovine insensato, sospiri continuamente?
Qui ognuno è libero, il cielo è chiaro, ed è celebre la bellezza delle
donne. Non piangere, la mestizia ti ucciderebbe.
_Alecco_. O padre! essa non mi ama più.
_Il Vecchio_. Plácati. Essa è bambina. Il tuo sospetto è senza
fondamento, tu ami sul serio, ma le fanciulle scherzano. Mira! la
luna signora dell’etra passeggia pei campi azzurrini del cielo; fonde
egualmente i suoi raggi sopra tutta la natura. Se talora s’imbatte in
una nuvola, l’illumina splendidamente, ma tosto trapassa a un’altra, nè
vi si fermerà a lungo. Chi potrà assegnarle un posto fisso e dirle: non
andrai più oltre? Chi potrà dire a un giovin cuore: ama una sola volta,
non cangiar mai d’amore? Plácati.
_Alecco_. Essa mi amava tanto! Teneramente adagiata fralle mie
braccia, quante notti felici condusse meco nel deserto! Quante
volte quell’allegria spontanea, quel cicalio infantile, quel bacio
inebriante, seppero in un momento dissipare le mie ambasce! Ma che?
Zemfira mi tradisce! Zemfira mi dimentica.
_Il Vecchio_. Odi. Io ti narrerò un fatto che mi concerne. In un tempo
remoto, quando il Moscovita non minacciava ancora il Danubio....
— Vedi, Alecco, ch’io sto per dirti una antica istoria. — Quando
obbedivamo al Sultano, e un pascià ci signoreggiava dalle alte torri
di Accherman.... Io era giovine in quel tempo; e l’anima mia ardeva
d’amore; e non un sol pelo grigio deturpava i miei ricci neri. — Fra
tante belle una ve n’era. Io l’amai come s’ama la vita, e alfine la
feci mia propria.
Ahi che la mia giovinezza svanì come stella cadente! E la stagione del
piacere sparì più presto ancora. Mariola mi amò un anno solo.
Un giorno incontrammo sul margine del Cagul una banda di Zingari
stranieri che piantarono le loro tende vicino alle nostre sul monte,
e vi stettero due notti. La terza notte s’allontanarono. Mariola se
ne andò con essi mentre io dormiva tranquillamente, e abbandonò la
mia povera figliuoletta. L’aurora spuntò, mi destai, non ritrovai più
la mia compagna. Cerco, chiamo, nessun indizio. L’orfanella Zemfira
piangeva, e io piangeva con essa. — D’allora in poi, io giurai odio a
tutte le donne — e son rimasto sempre solo nella mia tenda.
_Alecco_. Ma come non volasti sulle tracce della perfida e ingrata?
Come non immergesti un pugnale nel cuore della traditrice e del suo
drudo?
_Il Vecchio_. Come? La gioventù è più volubile degli augelli. Chi potrà
mai incatenar l’amore? Il piacere è concesso a tutti vicendevolmente;
quel che fu, non sarà più.
_Alecco_. Io non la penso così. Io non so rinunziare senza contrasto
ai miei dritti, o, se mai cedo, mi vendico poi altrimenti. No. Se
io trovassi il mio nemico addormentato sui flutti del mare, non lo
risparmierei; lo sommergerei nell’abisso senza nessun rimorso; gli
farei vergogna del suo subito spavento alla mia vista; udirei con
diletto i suoi lamenti, e riderei nel vederlo piombare al fondo.
* * *
_Un giovine Zingaro_. Un altro bacio solo! solo!
_Zemfira_. È tardi: mio marito è geloso e cattivo.
_Lo Zingaro_. Uno solo.... più lento.... è l’ultimo....
_Zemfira_. Addio! prima che egli ritorni.
_Lo Zingaro_. Parla: quando ci rivedremo?
_Zemfira_. Stasera, quando sorge la luna — là dietro il tumulo — su
quella stessa altura....
_Lo Zingaro_. M’inganni! non verrai!
_Zemfira_. Scappa.... Eccolo! Ci verrò, carino!
* * *
Alecco dorme. Una funesta visione perturba il suo sonno; si desta
cacciando un grido di gelosia, e gira le braccia attorno. Ma la sua
mano tremante non incontra altro che le fredde coperte: — la sua
consorte è lungi. — Solleva il fianco fremente e ascolta; nulla ode;
la rabbia lo divora; fiamma e gelo gli scorrono per le vene; balza
dal letto, esce dalla tenda, vaga intorno ai carri; i campi tacciono,
tutto è silenzio e tenebre. La luna s’asconde fra i vapori; le stelle
spargono una incerta luce. — Alecco scorge alcuni levissimi vestigi
sull’erba rugiadosa; li segue impaziente, e lo guidano al tumulo.
Sull’orlo della strada una tomba biancheggia in lontananza; ivi conduce
egli i vacillanti passi, con un presentimento tetro; le sue labbra
tremano, tremano i suoi ginocchi. — S’avanza, e a un tratto — è un
sogno? — vede presso a sè due ombre, e ode sulla tomba un mormorío
profano.
_Prima voce_. Io mi parto.
_Seconda voce_. Ferma, amor mio.
_Prima voce_. Bisogna ch’io mi parta, amico.
_Seconda voce_. Aspetta un poco; rimani sino all’alba.
_Prima voce_. È già tardi.
_Seconda voce_. Come sei timida in amore! Aspetta un minuto.
_Prima voce_. Tu mi perdi.
_Seconda voce_. Un momento.
_Prima voce_. Se mio marito si desta, e non mi trova....
_Alecco_. Già son desto.... Dove andate? — Non vi allontanate....
Stavate molto bene su questa tomba....
_Zemfira_. Amico mio, fuggi, fuggi!
_Alecco_. Férmati. — Dove vai, o gentil giovanetto? — Muori. (_gli dà
una coltellata._)
_Zemfira_. Alecco!
_Lo Zingaro_. Io spiro.
_Zemfira_. Alecco! Tu l’hai ucciso.... mira!... sei tutto cosperso di
sangue.... Che hai fatto?...
_Alecco_. Niente. Ora pasciti del suo amore....
_Zemfira_. Prosiegui. Io non ti temo; io disprezzo le tue minacce; io
maledico la tua crudeltà.
_Alecco_. Muori anche tu!... (_la ferisce._)
_Zemfira_. Muoro amandolo.
* * *
L’aurora ingemma il balzo d’Oriente. Alecco, col pugnale in mano, siede
dietro al poggio sulla lapida rosseggiante di sangue. Due cadaveri
giacciono innanzi a lui; il suo volto incute spavento in chi lo vede;
gli zingari lo circondano esterrefatti e tremanti. Mentre si scava una
fossa in disparte, le donne addolorate accorrono in fila a baciare,
secondo l’uso, gli occhi dei due morti. Il vecchio padre sen sta tutto
solo mirando in muta angoscia la figlia diletta. Gli zingari sollevano
i due corpi, li trasportano alla fossa e li ascondono nella fredda
terra. Alecco considera tutto da lontano. Quando cadde l’ultima palata
di polvere, Alecco si chinò poco a poco e stramazzò sul prato.
Allora il vecchio, avanzandosi, sclamò: “Vattene, uomo superbo e
spietato! Siamo selvaggi; non abbiamo leggi; non conosciamo i tormenti
nè i supplizi; ci fanno orrore i gemiti e gli omicidi; non vogliamo fra
noi un assassino. Non sei nato per la vita errante: per te solo vuoi
la libertà; la tua vista ci spaventerebbe; noi siamo timidi e umani; tu
sei audace e feroce; lasciaci, pártiti, vattene in pace!”
Dice, e la truppa nomada ripiegando le tende, escì con gran fracasso
dalla valle dolorosa, e in breve ora si dileguò nella steppa immensa.
Un solo carro coperto d’un povero tappeto rimase nella funesta pianura.
Così, allorchè, avanti l’inverno, al tempo delle nebbie matutine,
uno sciame tardivo di gru si alza dai campi e stridendo s’indrizza a
mezzogiorno, talvolta avviene che una di esse colpita da piombo mortale
resta addietro afflitta, coll’ala pendente e insanguinata.
Sopraggiunse la notte. Nessuno accese il fuoco sotto la tenda del
maledetto che non potè gustare le dolcezze del sonno.