La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la conoscesti l’ebbrezza
dell’anima, l’estasi e la beatitudine dei sensi. Le tue luci divampano
d’amore e di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte,
t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante di giubbilo e di
brama, più non pensi che a lui solo, ed esclami: “O gentil prigioniero,
rasserena lo sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo,
oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco nel deserto, o
arbitro del mio fato! Amami! Nessuno innanzi a te m’avea baciato gli
occhi; niun Circasso dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla mia
coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile. So che sorte
mi attende: il padre e il fratello voglion vendermi a prezzo d’oro a un
ricco cui aborrisco; ma supplicherò il padre e il fratello, e se non
li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una forza irresistibile,
soprannaturale, mi spinge verso di te; io t’amo, o gentil prigioniero,
e l’anima mia è tutta tua....”
Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far motto, la appassionata
giovinetta, e ascolta con un tetro presentimento quelle affettuose
parole. L’immagine dei giorni andati gli si affaccia al pensiero,
e oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto.... La vista
di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza più che piombo.
Finalmente confida alla pietosa le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le
dice; “non son degno della tua bontà. Non perder meco i dì preziosi di
gioventù; dona il cuore a uno che meriti di goderlo e che ti vendichi
della mia freddezza. Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua
bellezza, il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini
accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo privo di desideri
e d’entusiasmo. Mira sulla mia fronte tutti gli indizi d’un infelice
amore e d’una interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire
le mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi prima,
allorquando io credeva alla speranza e ai sogni del cuore? Ormai è
troppo tardi. Io son morto alla felicità; tramontò per me l’astro
del piacere; i miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce
dell’amore....
”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto coll’indifferenza, le
lacrime di due begli occhi con un gelido riso! Dura condizione quella
d’un amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra donna fralle
braccia d’una appassionata fanciulla!...
”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e immersa nella voluttà,
lasci scorrere inosservato il tempo fugace, io, astratto, meditabondo,
discerno innanzi a me, quasi in sogno, le sembianze della mia diletta;
io la chiamo per nome; a lei mi appresso; non vedo, non sento più altro
che lei: e mentre io giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non
te, ma quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di lacrime
l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna, e, senza di essa, l’anima
mia è simile ad una vedova derelitta e tribolata....
”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce, le acerbe memorie, e
il pianto che non puoi divider meco. Udisti le mie sciagure; dammi un
amplesso e separiamoci. Dolore di donna poco dura; presto ti scorderai
di me; sopravverrà la noia, e amerai di nuovo.”
La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse, col ciglio
asciutto; il di lei sguardo torbido e immoto esprimeva un rimprovero;
pallida come uno spettro essa tremava, e teneva la fredda mano
impalmata in quella dello straniero; finalmente sfogò l’interno affanno
in questo modo:
“O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per la vita prima di conoscere
i tuoi casi? Poche notti la giovine circassa ha riposato nel tuo letto,
e poche furono le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno esse
mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi, o forestiero, lasciarmi
nell’errore; potevi, tacendo, illudermi, e almeno pietosamente
bearmi di finte carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure
umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante il tuo sonno
irrequieto.... Non hai voluto. Ma chi è mai questa bella che adori?
Tu ami, o Russo, e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo
lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio martíre....”
Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo della fanciulla. La
rampogna venne meno sulla di lei bocca. Priva di sentimento, stretta
alle ginocchia dello straniero, appena aveva essa la forza di trarre il
fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra così parlolle:
“Non piangere, o infelice! Anch’io provo gli oltraggi dell’avversa
fortuna e i rigori dell’indifferenza. Amo, e non sono amato.... amo
solo, soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra meteora
che si dilegua nella valle deserta.... Morrò lontano dal lido a me
caro; queste steppe mi saran sepoltura.... e il ferro di queste catene
righerà le mie ossa esiliate....”
Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati di candida neve
si illuminano dalla parte d’oriente, i due sventurati si separano
in silenzio colla testa bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da
quell’ora in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo
intorno all’_aúl_. L’aurora succede all’aurora; la sera sussegue
alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene. Se guizza una
camoscia fra i burroni, se un daino balza fralle nebbie, egli scuote i
suoi ceppi e mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen viene
furtivamente ad assalire l’_aúl_, e a liberare i Russi ivi detenuti.
Chiama.... ma nessun risponde, e non ode altro suono che il mormorío
delle acque e lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare
dell’uomo, si rintanano nelle loro buche.
Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei monti il grido di guerra
circasso: _i cavalli! i cavalli!_ Quindi un correre, un urlare confuso
nell’accampamento, uno strascicar di bridoni, un nereggiar di _burche_,
un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli.... tutto l’_aúl_ parte
per una spedizione. Gli indomiti alunni di Marte precipitano a guisa
di cataratte dalle alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le
opulenti campagne del Cubano.
Ma ora, l’_aúl_ giace sepolto nel riposo. I cani vigilanti cucciano
al sole davanti alle soglie; i bambini brunetti e nudi ruzzano
e schiamazzano in libertà; i vecchi siedono attorno in crocchio
venerando; il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande
azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali cantati dalle
ragazze, e a quella melodia sembra loro di sentirsi ringiovanire.