II.

La conoscesti alfine, o vergine del Caucaso, la conoscesti l’ebbrezza

dell’anima, l’estasi e la beatitudine dei sensi. Le tue luci divampano

d’amore e di gioia. Quando il tuo protetto, nell’orror della notte,

t’infiamma le guance con un muto bacio, tutta ansante di giubbilo e di

brama, più non pensi che a lui solo, ed esclami: “O gentil prigioniero,

rasserena lo sguardo ottenebrato; adagia il capo sul mio grembo,

oblía la libertà e la patria. Son pronta a viver teco nel deserto, o

arbitro del mio fato! Amami! Nessuno innanzi a te m’avea baciato gli

occhi; niun Circasso dalle pupille nere s’accostò mai di notte alla mia

coltrice: mi credono una fanciulla spietata e inesorabile. So che sorte

mi attende: il padre e il fratello voglion vendermi a prezzo d’oro a un

ricco cui aborrisco; ma supplicherò il padre e il fratello, e se non

li piego.... troverò un pugnale o un veleno. Una forza irresistibile,

soprannaturale, mi spinge verso di te; io t’amo, o gentil prigioniero,

e l’anima mia è tutta tua....”

Il prigioniero fisa con simpatia, ma senza far motto, la appassionata

giovinetta, e ascolta con un tetro presentimento quelle affettuose

parole. L’immagine dei giorni andati gli si affaccia al pensiero,

e oppresso dalla piena del dolore, prorompe in pianto.... La vista

di quell’amore disperato gli pesa sulla coscienza più che piombo.

Finalmente confida alla pietosa le sue ambasce: “Dimenticami;” egli le

dice; “non son degno della tua bontà. Non perder meco i dì preziosi di

gioventù; dona il cuore a uno che meriti di goderlo e che ti vendichi

della mia freddezza. Egli ti sarà fedele; saprà apprezzare la tua

bellezza, il tuo soave sguardo, i tuoi baci di miele, i tuoi divini

accenti.... Vittima delle passioni, io mi consumo privo di desideri

e d’entusiasmo. Mira sulla mia fronte tutti gli indizi d’un infelice

amore e d’una interna lotta.... Lasciami per pietà; non inasprire

le mie piaghe. Sventurata donzella, perchè non ti conobbi prima,

allorquando io credeva alla speranza e ai sogni del cuore? Ormai è

troppo tardi. Io son morto alla felicità; tramontò per me l’astro

del piacere; i miei sensi intorpiditi più non fremono alla voce

dell’amore....

”Quanto è penoso dover contraccambiare l’affetto coll’indifferenza, le

lacrime di due begli occhi con un gelido riso! Dura condizione quella

d’un amante, che, punto dalla gelosia, pensa ad una altra donna fralle

braccia d’una appassionata fanciulla!...

”Quando delibi i miei baci con lenta avidità, e immersa nella voluttà,

lasci scorrere inosservato il tempo fugace, io, astratto, meditabondo,

discerno innanzi a me, quasi in sogno, le sembianze della mia diletta;

io la chiamo per nome; a lei mi appresso; non vedo, non sento più altro

che lei: e mentre io giaccio a te allato, io mi stringo al seno, non

te, ma quella forma aerea, invisibile; per quella io bagno di lacrime

l’arena; ovunque io vada, essa mi accompagna, e, senza di essa, l’anima

mia è simile ad una vedova derelitta e tribolata....

”Lasciami dunque le catene, le solitarie angosce, le acerbe memorie, e

il pianto che non puoi divider meco. Udisti le mie sciagure; dammi un

amplesso e separiamoci. Dolore di donna poco dura; presto ti scorderai

di me; sopravverrà la noia, e amerai di nuovo.”

La vezzosa sen stava assisa colle labbra socchiuse, col ciglio

asciutto; il di lei sguardo torbido e immoto esprimeva un rimprovero;

pallida come uno spettro essa tremava, e teneva la fredda mano

impalmata in quella dello straniero; finalmente sfogò l’interno affanno

in questo modo:

“O Russo, Russo! Come mai mi diedi a te per la vita prima di conoscere

i tuoi casi? Poche notti la giovine circassa ha riposato nel tuo letto,

e poche furono le ore felici che le concesse il cielo. Torneranno esse

mai? Svanì per sempre la mia gioia? Potevi, o forestiero, lasciarmi

nell’errore; potevi, tacendo, illudermi, e almeno pietosamente

bearmi di finte carezze. Avrei molciuto le tue doglie colle mie cure

umili e devote, avrei vegliato al tuo capezzale durante il tuo sonno

irrequieto.... Non hai voluto. Ma chi è mai questa bella che adori?

Tu ami, o Russo, e sei amato! — Io comprendo il tuo disgusto, il tuo

lutto.... Perdona il mio pianto.... non ridere del mio martíre....”

Tacque. I singhiozzi, i gemiti straziavano l’animo della fanciulla. La

rampogna venne meno sulla di lei bocca. Priva di sentimento, stretta

alle ginocchia dello straniero, appena aveva essa la forza di trarre il

fiato. Il prigioniero rialzandola gentilmente da terra così parlolle:

“Non piangere, o infelice! Anch’io provo gli oltraggi dell’avversa

fortuna e i rigori dell’indifferenza. Amo, e non sono amato.... amo

solo, soffro solo, e passerò da questa vita qual sinistra meteora

che si dilegua nella valle deserta.... Morrò lontano dal lido a me

caro; queste steppe mi saran sepoltura.... e il ferro di queste catene

righerà le mie ossa esiliate....”

Le lampade della notte s’offuscano; i monti mitriati di candida neve

si illuminano dalla parte d’oriente, i due sventurati si separano

in silenzio colla testa bassa e gli occhi appannati dal pianto. Da

quell’ora in poi, il prigioniero scoraggito si diede a vagar solo

intorno all’_aúl_. L’aurora succede all’aurora; la sera sussegue

alla sera; egli sospira la libertà, ma non l’ottiene. Se guizza una

camoscia fra i burroni, se un daino balza fralle nebbie, egli scuote i

suoi ceppi e mira attorno, credendo sentire il Cosacco che sen viene

furtivamente ad assalire l’_aúl_, e a liberare i Russi ivi detenuti.

Chiama.... ma nessun risponde, e non ode altro suono che il mormorío

delle acque e lo strisciar delle fiere, le quali, all’avvicinare

dell’uomo, si rintanano nelle loro buche.

Un giorno, il Russo udì muggire nelle gole dei monti il grido di guerra

circasso: _i cavalli! i cavalli!_ Quindi un correre, un urlare confuso

nell’accampamento, uno strascicar di bridoni, un nereggiar di _burche_,

un luccicar di corazze, un nitrir di cavalli.... tutto l’_aúl_ parte

per una spedizione. Gli indomiti alunni di Marte precipitano a guisa

di cataratte dalle alture del Caucaso, e vanno a mettere a sacco le

opulenti campagne del Cubano.

Ma ora, l’_aúl_ giace sepolto nel riposo. I cani vigilanti cucciano

al sole davanti alle soglie; i bambini brunetti e nudi ruzzano

e schiamazzano in libertà; i vecchi siedono attorno in crocchio

venerando; il fumo delle loro pipe vola al cielo in ghirlande

azzurrine. Ascoltano con sussiego gli stornelli nazionali cantati dalle

ragazze, e a quella melodia sembra loro di sentirsi ringiovanire.

Racconti poetici · 第 11 / 56 题