I.

I Circassi disoccupati siedono a crocchio sulle soglie dell’_aúl_.[11]

I loro ragionamenti versano intorno ai pericoli della guerra, alla

bellezza dei destrieri, alle delizie della vita alpestre; narrano

le loro incursioni nei paesi nemici, i tremendi rovesci delle loro

sciabole, l’agilità delle loro frecce inevitabili, gli stratagemmi de’

loro accorti capitani, la distruzione dei borghi incendiati e le tenere

carezze delle captive dalle pupille nere. Così van discorrendo in mezzo

al silenzio della notte, e intanto la luna albeggia fra i vapori. Ma

tutto a un tratto ecco comparire un cavaliere che strascina dietro a

sè un giovine prigioniero legato ad una fune. “È un Russo!” esclama il

Circasso vincitore. A quel grido tutto l’accampamento accorre in furia,

e ogni cuore freme di vendetta. Il prigioniero muto, intirizzito, giace

immobile colla testa bassa e mal concia; non mira i suoi nemici; non

bada alle minacce nè alle strida; l’ombra della morte sembra che già

imbruni la di lui faccia e un feral gelo gli serpe per l’ossa.

Rimane steso a terra, abbandonato e solo. Verso mezzo giorno, una

lieta scintilla di sole gli irradia la fronte: ristorato da quel dolce

calore, si sente rinascere, e pian piano solleva dal suolo il debil

fianco; gira lentamente gli occhi intorno, e ovunque li fissa, niente

altro distingue che monti inaccessibili, asilo d’un popolo di predoni,

riparo e rôcca naturale dei Circassi. Serba appena una imagine confusa

dell’accaduto; ma ode tintinnire le catene che gli gravano i piedi:

quell’orribil suono gli richiama a mente la sua condizione funesta; e

allora, più non scorge nè terra nè cielo. Addio, cara e santa libertà!

Egli è schiavo.

Ha per covile un recinto di pali fortissimi, contiguo alle capanne

dei masnadieri. I Circassi vagano per la pianura; l’_aúl_ è vuoto

d’abitanti; nessuno osserva il giovine Russo. Dinanzi a lui schiudonsi

le profonde valli del Caucaso ammantate di verdeggianti selve; al di

sopra schieransi in anfiteatro i gioghi e le guglie irte di ghiaccio.

Un sentiero tristo e solingo sale e scende su quelle pendici, e

svanisce per quelle foreste. A tal vista, il petto dell’infelice

palpita commosso da violenti affetti.... Quel sentiero conduce in

Russia, nella contrada ove altero, avventuroso, passò i più belli

anni suoi; ove assaporò le prime gioie della vita, ove amò tanto,

ove tanto soffrì, ove, finalmente, dopo aver lasciato nel vortice

delle passioni la speranza, l’allegria, il desiderio, recuperò una

seconda volta le illusioni dell’età fiorita. Adesso egli conosce gli

uomini, e sa valutare a dovere questa nostra fugace esistenza. Fra i

fiori dell’amicizia ha incontrato il laccio del tradimento; nel nappo

dell’amore ha sorbito un veleno; ludibrio d’una vanità ch’egli pur da

gran tempo aborriva, bersaglio della maldicenza bifida e della onesta

calunnia, egli lasciò il patrio nido, e apostata della società, spiegò

l’ali verso una riva longinqua, colla libertà per guida e per compagna.

Ma ormai son caduti nel nulla tutti i suoi progetti, le ultime sue

illusioni son andate fallite: egli è schiavo. Posa il capo sopra un

masso che indorano li estremi riflessi del crepuscolo vespertino,

e aspetta la morte. Già la luce del giorno è spenta. Uno strepito

tumultuoso sorge in lontananza; i malandrini riedono agli _aúl_, armati

di falci. La brace sfavilla nei focolari; a poco a poco il rumore si

va placando, la calma e il riposo occupano la terra. La luna dirada

l’oscurità e a quel tremolo bagliore l’occhio discerne nella valle un

ruscelletto che saltella spumante di balza in balza, e le nuvole che

s’attorcono qual turbante alle vette serene dei monti. Ma chi s’avanza

con passo cauto e lento sotto la face dell’astro notturno? Il Russo

si desta; vede una fanciulla circassa che a lui s’appressa; la mira

con mestizia, ed esclama: “È un sogno quel ch’io miro, è una larva

suscitata dalla mia delirante fantasia?”.... Col bel volto suffuso d’un

sorriso di simpatia la vergine s’inginocchia accanto al prigioniero, e

gli mesce una tazza di _kumi_[12] rinfrescante. Egli afferra la tazza,

ma non pensa a gustarne; sugge invece i soavi raggi che piovono da

quei begli occhi, e invaghito della vezzosa incognita, si affatica,

ma indarno, di comprendere i suoni che vibrano su quelle rosee labbra.

Non penetra il senso delle parole non udite avanti, ma capisce bensì la

grazia di quello sguardo, il rossore di quelle guance, l’intonazione di

quella voce che gli dice: “Coraggio!” Già il prigioniero si sente meno

sconsolato. Gli si ravvivan le forze; erge il capo languido, e appaga

l’ardente sete nella bevanda offertagli. Poi ricompone la testa sopra

il sasso; ma non rimuove più la vista dalla gentil donzella, la quale

sen sta a lungo seduta accanto a lui per confortarlo; e sebben egli non

possa intenderla, pure essa segue a parlargli e parlandogli sospira; e

i di lei biondi cigli s’imperlano di lacrime.

Il tempo passa come onda. Il prigioniero incatenato mena i giorni pei

monti custodendo la greggia. Il gelido arco d’una grotta lo difende

dagli ardori del sole; e quando l’eburnea luna sorge sui colli, la

gentil verginella, sboccando da un sentiero coperto e misterioso, gli

arreca del _kumi_, del miele e della candida farina di miglio; divide

seco lui quel pasto clandestino, e frattanto contempla assiduamente

lo straniero. Finita la cena, gli modula le canzoni della Georgia;

gli spiega coi gesti i termini che gli riescono oscuri, e fa di tutto

per imprimergli nella mente qualche parola circassa. Essa ama per la

prima volta, per la prima volta prova la voluttà; ma il Russo non può

corrispondere a quell’affetto ingenuo, leale, sviscerato; forse teme

di raccendere una antica fiamma da gran tempo sopita. La gioventù non

fugge improvvisamente, la virtù sua non ci abbandona a un tratto, e

spesse volte in età matura godiamo un diletto inaspettato: ma non ti

ritroviamo mai più, cara illusione del primo amore, delirio celeste

della prima passione; no, tu non torni più mai.

Il prigioniero dissimulava il rammarico della sua perduta libertà,

e sembrava essersi per disperazione rassegnato al suo nuovo e crudel

destino. Durante le fresche ore mattutine, egli si reca a stento fra

gli ispidi scogli; getta l’avido sguardo sulle lontane schiene dei

monti grigi, cerulei, biondeggianti, maraviglioso quadro dipinto dalla

natura. Le loro ardue sommità gli appariscono quai troni delle nevi

eterne e delle tempeste. Framezzo a quei vertici sublimi spiccasi

l’Elboro, colosso bicipite, cinto d’un diadema di gelo il cui splendore

gareggia col chiaror degli astri. Allorchè scoppiavan le saette e

rimbombava la voce del tuono mista a quella dei turbini, oh quante

volte il prigioniero si fermò immobile sul cucuzzolo d’un poggio che

sovrastava all’_aúl_! Le nubi fluttuavano come mare sotto ai suoi

piedi; una colonna di polvere rotava per la steppa; il cervo impaurito

ricoveravasi nelle caverne; le aquile si libravano inquiete intorno

ai precipizi, e assordavano l’eco con acuti schiamazzi; il calpestío

dei cavalli, il muggito degli armenti, facevan coro al suon della

bufera. La grandine e la pioggia scrosciavano sui prati pei fori delle

nuvole indorate dallo splendor dei lampi; mille torrenti, nati in un

momento sulle groppe dei monti, squarciavano il terreno in ogni dove,

e rovinavano abbasso levando seco ingenti blocchi di granito.... Il

prigioniero frattanto solo sulle alture dietro il nembo e la folgore,

aspettava che riedesse il sole apportator di calma, e ascoltava con

secreto diletto l’impotente furore della burrasca.

Ma con maggior dolcezza ancora osservava egli i costumi di quei popoli,

le loro pratiche religiose, il loro modo d’educazione. Ammirava

la semplicità, l’ospitalità, l’indole guerresca dei montanari.

L’incantava la sveltezza dei loro movimenti, l’agilità dei loro

passi, la robustezza delle loro braccia; si compiaceva in vedere il

giovine circasso, il quale, colla berretta a punta sulla testa, colla

_burca_[13] sulle spalle, incurvando il petto sul pomo della sella,

assettando il piccol piede nelle staffe, varca i deserti illimitati

sull’ali d’un destriero, e così s’indura da fanciullo ai pericoli

della vita errante del bandito. Il Russo esamina con curiosità

l’abbigliamento bellico di quegli eroi selvaggi. Ogni Circasso va irto

di ferro; nell’armi sue ripone egli il suo onore e il suo bene; sempre

ha indosso una maglia, un archibugio, una faretra, una balestra, uno

stiletto, un laccio, e una sciabola compagna fedele delle sue fatiche

e dei suoi riposi. Tale peso è per lui lieve, e porta quelli attrezzi

in modo, che nemmen quando egli cammina fanno il minimo rumore. Fante

o cavaliere, ogni Circasso ha aspetto truce e indomito, e combatte

senza posa i neghittosi Cosacchi. Il Circasso ha per tesoro e per

amico costante e paziente il suo corsiero, figlio dei più belli

stalloni dell’Asia. Con questo si appiatta in un antro o fra l’erba

fitta; tutto a un tratto, si slancia come fulmine sul viandante; in

men che nol dico, abbatte l’infelice, gli avvolge un laccio al corpo,

e dietro se lo tira a traverso i burroni e i dirupi. Il cavallo tocca

terra col ventre; si fa strada dappertutto, per le paludi, per le

macchie, pei dumeti, pei greppi e per le frane: una striscia di sangue

segna i luoghi ove passa. Ecco, cápita a un torrente che trabocca: ma

non perciò s’arresta; s’avventa impavido nel baratro spumoso, e il

prigioniero immerso in seno alla voragine assaggia l’acqua torbida,

e invoca la morte a liberarlo da tanti mali. Ma il vigoroso cavallo

ha già raggiunto la riva e già riprende il suo corso a traverso il

deserto.

Alcune volte il Circasso ferma uno stipite sbarbicato che nuota in

preda alle acque; e quando il cupo drappo della notte involve i colli,

l’avventuriere depone sulle radici, o appende ai rami degli alberi

circostanti la targa, la _burca_, la lorica, l’elmo, e non serba presso

sè che il turcasso e l’arco; quindi entra pian piano e con risoluzione

nelle rapide onde. La terra tace; il fiume ferve e rugge; il tronco

galleggiante sen porta, come navicella, l’animoso sgherro. I Cosacchi

sparsi sulle sponde e sulle erte, appoggiati alle aste, considerano

il torrente scevri d’ogni sospetto, e già l’omicida sta loro vicino e

li minaccia. A che pensi, o Cosacco? Riepiloghi forse le tue antiche

prodezze, le veglie nei bivacchi, le preghiere alzate al cielo avanti

la lotta per la patria? O rimembranze perfide!... Addio i liberi

villaggi, il tetto paterno, il maestoso Tanai, le zuffe ardenti e le

belle fanciulle! Il barbaro nemico già ti adocchia; la freccia scocca

dall’arco, parte, sibila.... e il misero Cosacco, ferito a morte

stramazza al suolo. Ma quando imperversano gli elementi, il Circasso

se ne sta tranquillo colla sua famiglia accanto al focolare acceso;

e allora, se il viandante stanco, sorpreso dalle tenebre, entra nel

tugurio del guerriero e si asside sopra uno scanno, il padrone si

rizza per far lieta accoglienza al forestiero, gli augura la buona

venuta, e gli fa empire una ciotola di _tcikir_[14] odoroso. Lo

straniero imbacuccato nel suo gabbano stillante di pioggia, riposa in

sicurezza nella casipola affumicata, e, la mattina seguente, lascia con

rincrescimento il queto ospizio ove ha pernottato.

Fu un tempo in cui i giovani si adunavano per festeggiare il santo

Beiram con mille giochi diversi. Ora, dividendo fra loro un turcasso

pieno, trafiggevano coi pennuti strali l’aquila spaziante fralle nubi;

ora, al cenno convenuto, piombavano impetuosi dal sommo di un colle, e

come daini che radono appena il piano, correvano tutti a gara pei campi

polverosi.

Ma la pace monotona genera tedio nei cuori nati alle battaglie; e

non di rado fra i divertimenti dei giorni d’ozio sorgevano tremende

contese. Spesse volte in mezzo ai tripudi ed ai banchetti si vedevan

balenar le scimitarre, e le teste degli schiavi rotolare a terra fra

gli applausi feroci dei fanciulli.

Il Russo si contentava d’assistere a quei sanguinosi scherzi, ma non

vi prendeva parte. Anche egli avea provato la febbre della gloria e

ambito una illustre fine. Martire d’un onore spietato, anche egli avea

veduto la morte da vicino, esponendosi con calma e con fermezza alle

palle micidiali dei duelli. Forse gli torna in mente, contemplando quei

certami e quei simposi, il tempo in cui circondato d’amici egli sedea

con essi a lauta mensa? — Forse lo ange la rimembranza dei dì spariti,

delle speranze perdute? — oppure osserva con gaudio quei semplici

e barbari diporti e con curiosità vi studia quasi in uno specchio,

i costumi di quel popolo? Frattanto occulta in profondo silenzio

l’agitazion del cuore, e non ne lascia trasparire il minimo segno sulla

altera sua fronte. I fieri Circassi meravigliati del di lui contegno

sdegnoso e audace, gli risparmiano le fatiche della servitù, superbi di

possedere un tale schiavo.

Racconti poetici · 第 10 / 56 题